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CONTROPROPOSTA A POLETTI: ALLUNGARE A 3 MESI ANCHE LE VACANZE DEGLI ADULTI

poletti

DI VALERIO LO MONACO

ilribelle.com

La dichiarazione del ministro Giuliano Poletti in merito al tema delle vacanze scolastiche da ridurre per permettere dei corsi di formazione al lavoro è passata quasi inosservata, il commento più pertinente può essere segnalato in quello che ha detto il comico Maurizio Crozza, ieri sera, durante la trasmissione Ballarò, e il che è tutto dire. Eppure le parole del ministro bastano, da sole, anche a comprendere in che razza di mondo ci siamo ficcati e come, proprio il governo Renzi del quale Poletti fa parte, intende indirizzare la società italiana.

Secondo Poletti, come accennato, «non c’è l’obbligo di fare tre mesi di vacanza» per gli studenti (evidentemente delle scuole medie superiori, e speriamo intendesse almeno solo quelle) e, anzi, ne andrebbe bene «solo uno». Non solo, uno di questi tre mesi, secondo il ministro, «potrebbe essere passato a fare formazione».

Ora, lasciamo anche da parte l’arroganza di un ministro che si permette di indagare e sentenziare su aspetti prettamente pedagogici e sociali della vita privata degli studenti, con quale criterio e legittimità non è dato sapere, sino ad affermare che di mesi di vacanza ne basterebbe solo uno, ma è evidente che non si possa evitare di ragionare, invece, sull’altro aspetto, cioè sull’idea – mediante precettazione? – di imporre ai ragazzi di passare un mese, tra quelli estivi, a “fare formazione”.

Intanto dovremmo interrogarci sul ruolo della “formazione”, sulla sua bontà a tutti i costi, e a questo punto a tutte le età, persino quelle in cui ragazzi e ragazze sono già ampiamente impegnati nella scoperta dello studio e nella scoperta di sé. Quindi dovremmo interrogarci sul tema stesso della sosta estiva degli studenti, e della sua profonda motivazione. E infine, ovviamente, sull’aspetto prettamente prescrittivo, come indirizzo generale proprio dal punto di vista sociale, che vuole nello sbocco inevitabile al lavoro il futuro di qualunque essere vivente. Destino al quale evidentemente il governo pensa di dover contribuire sin dall’indirizzo in giovane età.

Di passaggio, viene da chiedersi, c’è la questione relativa a un aspetto niente male – visto il governo dal quale proviene tale proposta, cioè quello del Jobs Act… – che riguarda l’inquadramento del giovane in questione il quale, durante l’estate, invece di farsi i fatti suoi andrebbe a fare “formazione”, presumibilmente senza alcun gettone economico in cambio, presso aziende che proprio nel periodo estivo hanno il problema delle sostituzioni dei lavoratori in ferie. Già, il Pil aumenterebbe un tot, vero? E a costo zero, per giunta. Diavolo d’un Poletti…

Supposizioni maligne a parte, torniamo ai temi più importanti. E allora, per iniziare: chi l’ha detto che un ragazzo di 15 o 16 anni, magari senza alcuna idea in mente su cosa fare da grande, acquisirebbe un bagaglio positivo da un mese di formazione estiva obbligatoria?

La cosa è molto più sottile di quanto appaia, e proprio dal punto di vista psicologico e pedagogico. Quegli anni lì, per tutti, sono sì gli anni dello studio, ma sono, e probabilmente in modo ancora più istruttivo, gli anni della scoperta, dell’indagine personale su di sé, sugli altri, sul mondo, e in modo ancora più chiaro, su tutto ciò che non attiene al dovere (di andare a scuola, di studiare) ma al piacere, nel senso più ampio del termine. Sono anni in cui ogni scampolo di tempo libero è indispensabile a fare, consciamente o inconsciamente, tutta quella serie di esperienze e di riflessioni che poi si sedimentano e formano, appunto, la propria personalità, il proprio modo di stare al mondo e di relazionarsi. Sono gli anni delle scoperte, anche in questo caso, nel senso più ampio del termine. Sono gli anni in cui è non solo utile, ma indispensabile anche perdersi, proprio per poter trovare ciò che è negato dai percorsi già segnati, certi, inquadrati: se non ci perdessimo un po’, ogni tanto, non potremmo scoprire nulla di inaspettato. È così anche in una semplice vacanza da adulti. Figuriamoci per dei ragazzi in età evolutiva.

In altre parole, quell’ozio estivo, non è solo un recupero fisico e psichico, ma un vero e proprio otium, alla latina, che è indispensabile per poter scoprire da sé – e vogliamo sottolinearlo ancora: da sé, senza l’ausilio di ulteriori percorsi o esperienze guidate sino anche a essere obbligatorie – tutte le strade che poi ci apparterranno, per sempre o per un tratto della vita. Sono quelle esperienze, sì, formative, che devono però essere percorse in autonomia.

Ecco la parola chiave: autonomia. Esattamente ciò che manca alla nostra società eterodiretta, nella quale anche la cultura, il divertimento, il tempo libero, diviene in realtà irregimentato, veicolato, promosso e reso possibile, sino a essere obbligato, da cose, istituzioni, creatori di immaginario collettivo e mode che sono al di fuori di noi. Noi che, invece, dovremmo essere dominatori assoluti proprio di quel tempo.

E allora, la direttrice cui questa proposta di Poletti si ascrive è chiara: Gaber cantava “polli da batteria”. Esattamente: qui si vuole prendere i pulcini per insegnargli subito a diventare i polli di domani. Come dire: il tuo futuro sarà quello di uno schiavo, ed è bene che impari da subito a reprimere qualsiasi possibilità di scelta personale.

Ognuno di noi, ci auguriamo, ricorda in quegli anni il tempo indefinito che si apriva a metà giugno, alla fine della scuola. Indefinito proprio perché si trattava (e per fortuna ancora si tratta) di un tempo lungo il giusto per poter essere vissuto senza l’ansia dell’immediato ritorno alla vita di routine. È una ansia che attanaglia tutti gli altri, in età lavorativa, che pur andando in ferie sanno già di dover rientrare, vedono già la fine di quelle due o al massimo tre settimane di vacanza. Che sono il tempo minimo, invece, per decomprimere un anno di sforzi lavorativi: invece non appena si inizia nuovamente a respirare si avverte e si soffre già il momento del ritorno.

Da ragazzi era diverso, tre mesi erano tanti, tantissimi. Il necessario per potersi perdere nei bagni di sole, nei pomeriggi infiniti, nelle storie e nelle conquiste estive, nelle passeggiate in bicicletta in pineta. Nel tempo finalmente sospeso in cui tutto era potenzialmente possibile. E qualche cosa da possibile diventava anche reale. Accadeva sul serio. E lasciava scoprire parti di noi che nel susseguirsi dei giorni dei mesi di scuola era invece difficile da far emergere. A settembre capitava anche di avere persino la voglia di tornare a scuola, di incontrare i compagni lasciati tanti mesi addietro. Ciò che mancava era insomma la scadenza dell’imminente ritorno, il che permetteva di concentrarsi sul momento e di goderlo fino in fondo senza altri pensieri.

Quella finestra di spazio, tanto ampia da perderne quasi di vista i confini, quasi come il cielo e il mare, è un aspetto irrinunciabile di crescita. È un aspetto che manca terribilmente anche nella vita degli adulti, perché momenti di sospensione servono a ogni età. Alzi la mano chi non ne sente la mancanza, chi non vorrebbe fermare il treno e scendere, per un po’, per il tempo indefinito il giusto che serve a riordinare le idee, a riscoprire passioni lasciate in disparte e tanto compresse da farle diventare anemiche, atrofizzate. A pensare che forse, sì, un altro modo di vivere, un altro giro di giostra, sarebbe non olo salutare, ma possibile. E invece no, tutti a testa bassa per 330 giorni l’anno attendendo le tre o quattro settimane d’aria, sempre ben compresse dal cielo grigio del rientro imminente.

Ma se questo è vero per gli adulti – e lo è – ebbene è soprattutto ai ragazzi che quell’aspetto serve come l’aria che respirano. Commetteremmo un crimine, quasi un sacrilegio, noi adulti, se lasciassimo fare tabula rasa di quelle lunghe vacanze estive degli adolescenti. Per obbligarli ad andare a fare formazione, poi.

Ecco, la proposta di Poletti deve essere rigettata con sdegno e forza, perché è compito proprio delle generazioni più mature, cioè le nostre, salvare e preservare tutto il salvabile e il preservabile delle vite dei ragazzi, futuri adulti di domani.

Valerio Lo Monaco

Fonte: www.ilribelle.com

Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2015/3/25/controproposta-a-poletti-allungare-a-3-mesi-anche-le-vacanze.html

25.03.2015

Pubblicato da Davide

  • mago
    Ministro Poletti con quel espressione un po cosi `detta alla conte mi fa scompisciare dal ridere,dal viso non si misura il quoziente intellettivo ma con lei ci si azzecca….faccia lavorare i suoi colleghi parlamentari almeno 5 giorni per settimana e per 7 ore al giorno  poi riveda le loro vacanze che non mi sembrano tirate….certo che comprenda la mincXXXXta che ha sparato distintamente la saluto.
  • Blackrose4400

    Ti quoto porca miseria!  Sentire certe cose dette da un fankazzista del genere prova solo disgusto. In parlamento lavorano (sic!!!) dal martedì pomeriggio al giovedì mattina e gli viene in mente di andare a rompere ai ragazzini che hanno a disposizione pochi anni di spensieratezza prima di precipitare nell’incubo quotidiano?

    Ma è mai possibile che a governare ci vadano solo i mentecatti come quello lì?

    Che tristezza….

  • Servus

    Fra ciarlatani, mentecatti e ladri non si sa chi scegliere in questo governo.

  • Kovacs

    premettendo…che di scelta scelta, per questo governo di  certo non si può parlare…..

  • Hamelin

    Io sceglierei le puttane … altra categoria di alta qualità ben presente in questo per cosi’ dire "governo "

  • Tao

    Le cassette della frutta del ministro Poletti

    E il babbo del Jobs Act disse: ‘Studenti, un mese di vacanza va bene, ma non c’è obbligo di farne tre’. Quale ideologia si nasconde dietro la frase? Vediamo in dettaglio
    Redazione
    mercoledì 25 marzo 2015 10:38
    infoaut.org [infoaut.org]
    Commenta [megachip.globalist.it]

    Giuliano Poletti ha trovato finalmente la priorità su cui il Ministro del lavoro del paese con uno dei più alti tassi di disoccupazione d’Europa dovrebbe concentrarsi. Durante un incontro “sul futuro dei giovani” organizzato dalla regione Toscana ha dichiarato, udite, udite, che gli studenti italiani fanno troppe vacanze: “un mese di vacanza va bene, ma non c’è obbligo di farne tre” ha dichiarato ad una folla in visibilio.

    Potrebbe sembrare l’ennesima boutade di un classe politica che non smette mai di ascrivere la crisi a una questione di giovani pigri e bamboccioni troppo choosy per cogliere le innumerevoli opportunità che si presentono loro come frutti maturi. D’altra parte, poi, è davvero troppo pretendere, da parte di un ministro che prende fior di quattrini e fa la lezioncina ai giovani, di sapere che il tempo di presenza in classe nelle scuole secondarie italiane è tra i più alti d’Europa con 990 ore di presenza obbligatoria l’anno a fronte di una media UE di 882 ore [www.oecd.org]…

    Ma, l’avevamo già segnalato [www.infoaut.org], il sottosegretariato alla supercazzola è sempre l’ufficio più importante di ogni ministero del governo renziano.

    Poletti, comunque, ha le idee chiare di cosa fare dei mesi sottratti all’ozio giovanile: “magari, uno potrebbe essere passato a fare formazione”. Insomma, diciamo noi, magari leggere un libro, addirittura formarsi una coscienza critica e autonoma al di fuori dei programmi scolastici può essere formativo e complementare all’attività didattica. Ma, suvvia, non è tempo di fare gli schizzinosi, la competizione è spietata non è certo il momento di leggere libri con tutte le skills da acquisire che ci sono.

    Ma il ministro chiarisce subito a che tipo di formazione estiva si riferisce, quella che dice di aver riservato ai suoi pargoli: “i miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse”. En passant, è sempre impressionante constatare che i rampolli del paese del nepotismo da giovani sono tutti a scaricare frutta ma poi, chissà come, si ritrovano anche loro a comandare. Comunque, il succo del discorso papà jobs act lo chiarisce lui stesso: “Dobbiamo affrontare questa questione culturale ed educativa del rapporto dei ragazzi con il mondo del lavoro, e non spostarlo sempre più avanti”.

    Cerchiamo di fare qualche considerazione, perché in queste poche parole si condensa una parte non indifferente del progetto di sviluppo economico che Matteo Renzi sta portando avanti a suon di verybello.

    Soprassedendo, per pure ragioni igieniche, su quale credibilità possa avere il faccendiere delle cooperative italiane e delle  cene con Mafia Capitale [espresso.repubblica.it] quanto a questioni educative, dire che, nel paese dove chi ha una laurea si ritrova a lavorare nei call center, il problema è che i giovani non sono abbastanza formati è un’affermazione che rasenta il demenziale. Si potrebbe anche far notare che tra stage gratuiti, diplomi interminabili e contratti a progetto il problema non è certo di evitare di spostare il rapporto tra giovani e il mondo del lavoro “sempre più avanti” ma piuttosto di avvicinare il rapporto tra “i ragazzi” e un qualsiasi stipendio dignitoso.

    Ma queste incongruenze non sono certo delle grossolane disattenzioni perché nell’espressione “fare formazione” si cela la formula magica che il progetto renziano riserva ai giovani. È il ministro della scuola Giannini a chiarire più tardi nel pomeriggio cosa rappresentano le metaforiche cassette della frutta del ministro Poletti: nel DDL della “Buona scuola” sono già previsti stage, non pagati ça va sans dire, durante il periodo estivo.

    Diventano chiare le linee di tendenza della crescita nell’era renziana: delle forme di accumulazione che si baseranno sempre di più su operazioni puramente estrattive, su gigantesche macchine di lavoro gratuito e sulla devastazione dei territori. È in questo che l’Expo di Milano, con i suoi 17’000 volontari e le sue cattedrali nel deserto, rappresenta un vero modello per il futuro.

    La questione “culturale ed educativa” che vuole affrontare il ministro Poletti è quella di scollare attività lavorativa e retribuzione attraverso l’escamotage di un’eterna formazione che allunga interminabili quanto inutili curriculum.
    È il paradosso solo apparente di un paese in cui la disoccupazione la fa da padrona ma che ha fretta di mettere i suoi giovani a lavorare: perché la verità è che in Italia non manca il lavoro ma la volontà di pagarlo.

    Fonte: http://www.infoaut.org [www.infoaut.org]

    Link:  http://www.infoaut.org/index.php/blog/editoriali/item/14235-le-cassette-della-frutta-del-ministro-poletti [www.infoaut.org]

    24.032.2015

  • yago

    Se ci sono ragazzi che fanno formazione c’è anche chi deve formarli e guarda caso questi vanno retribuiti. Naturalmente i docenti dei corsi sono di nomina politica.

  • mago

    Questo è il ministro del lavoro dove un medico su 9 anni lavora 1 mese,dove certi magistrati pur essendo in malattia fanno le regate….i vigili gli istruttori di sub  sempre in malattia…i manufatti in teoria fatti a regola d`arte crollano dopo una settimana….dove la  raccolta dei pomodori  al sud sta come quella del cotone in america…..dove ci sono più morti che in guerra….a cosa servono queste sparate e a chi….

  • mago

    La carica dei 100.000 detta dal bomba….poi con la storia che un insegnante venendo  da fuori avrebbe tutti i criteri per avere il posto fatta circolare nei giorni scorsi spiegherebbe il tutto…magari ci mettiamo qualche dentro qualche extra….cose di ordinaria follia di sinistra….ma poi dove le trovano le risorse….iva al 30 % ? 

  • Ercole

    Molto probabilmente i figli di Poletti venivano assunti e pagati da una delle tante coop.di cui era presidente …..

  • alsalto

    Ammazza le occhiaie…
    cirrosi che avanza signori miei!!!!

  • ilsanto

    Dopo tutta questa levata di scudi contro Poletti una voce contro è d’obbligo.

    Esistono due tipi di persone quelle che a scuola non fanno un tubo e pensano solo al divertimento ad uscire con gli amici ai ponti e alle ferie, quelli che trascinano malamente la giornata tra una timbratura e l’altra magari delegando pure quella, quelli che al massimo leccano il culo al capo per far carriera o si affidano a parenti amici politici per avere un posto magari a vita dove fare il meno possibile e se riescono usare la posizione per intascare qualche extra, quelli che fanno i sindacalisti a vita i cassintegrati di professione magari lavorando in nero quelli che trovi al bar a parlare di calcio o vanno allo stadio a guardare 11 scemi che corrono dietro una palla come bambini mai cresciuti in partite per lo piu truccate.
    e poi ci sono gli altri quelli che passano le vacanze a lavorare per racimolare qualcosa magari 3 mesi alle poste con i turni notturni o a spalare la neve o come aiutante ai mercati alzandosi alle 4 di mattina che fanno volontariato che seguono le lezioni che magari studiano la sera dopo cena perche di giorno lavorano quelli che si impegnano che cercano un lavoro che li soddisfi che studiano all’estero come ragazze alla pari per mantenersi quelli che appena possono si mettono in proprio perche sanno che valgono.
    io sono con loro e voi ?
  • jake

    Quoto il tuo intervento ilsanto

    Non entro nel merito del commento di Tao perché non ne ho la granitica certezza!

    Soprattutto se fossero rivolte anche ai “professori”.

    E’ proprio il governo  del Jobs Act ( così do la stura ai rossi Landiniani impiegati nella pubblica amministrazione) e alla voglia di cambiare che va il mio plauso!

    Un mese di formazione estiva obbligatoria farebbe bene (possibilmente pagati) a tutti i ragazzi che non cominciano a lavorare sino a dopo la laurea ( volenti o nolenti). 

    Certo che se si fa della filosofia pedagogica su quanto sia positivo il trovare se stessi… questo vuol dire non sapere a che punto è arrivata la crisi al giorno d’oggi, dove i padri sono disperati quasi come i figli che , quando ne hanno voglia, non trovano il lavoro.

    Autonomia è il cazzeggio senza responsabilità?

  • ventosa

    Ho qualche dubbio, il primo: dove lo troviamo il posto per fare formazione a centinaia di migliaia di studenti, mentre nelle aziende(lavoro nell’industria chimica) stanno mandando in mobilità i padri, per poter diminuire la forza lavoro? Avanti, che ne ho altre venti…

  • consulfin

    io non so con chi stare perché non ho capito il tuo intervento. Qui si sta parlando di studenti, che dovrebbero fare meno vacanze (a 16/17 anni, quando c’è da misurarsi con se stessi, quando bisogna scoprire se si è in grado di affrontare il mondo, le cose serie del mondo: il rapporto con l’altro sesso, la capacità di reggersi sulle proprie gambe, la necessità di dimostrare di essere autonomi, affrancati dall’autorità genitoriale. Figuriamoci se un ragazzo vuole affrancarsi da un’autorità per  consegnarsi ad un’altra ben più arcigna rappresentata da un dirigente d’azienda, sia pure per un mese) tu a che ti riferisci?

  • consulfin

    sono nato in campagna, e ci ho vissuto finchè non sono partito per la città, dopo la maturità. Quindi, almeno come tutti quelli della mia età che hanno origini rurali, ho lavorato fin da piccolo. Questo però non mi impedisce di vedere le cose diversamente da come le vede Poletti. Ricordo che il ministro, in qualche occasione, ha avuto modo di ricordare come lui, fin da ragazzino, ha dovuto rimboccarsi le maniche. In effetti, osservando anche i suoi tratti somatici, che sono indicativi del proprio carattere, sembra proprio che il Nostro, abbia conservato una sorta di rancore per la sorte che gli è capitata e, come tutti i rancorosi, non sopporta che altri si affranchino da quei destini rigonfi di fatica e "signorsì" che hanno dominato la propria vita. "A lavorare!". Non sembra di sentire un ministro di una repubblica ma un muratore bergamasco tanto caricaturale quanto ottuso.
    Proprio in questi giorni mi trovavo a riflettere sul ruolo della scuola in questa società. Questa istituzione, al servizio della politica, che ci insegna solo ciò che passa attraverso il setaccio della retorica di regime, che ci impacchetta per il mondo della "produzione", che ci prepara ad essere più bravi degli altri, che ci insegna che a stabilire chi è più bravo è sempre un "superiore", … questa istituzione serve a preparare un "pezzo" da inserire nella società. Se Galilei, Copernico, Giordano Bruno, Leonardo, Michelangelo Merisi, … avessero frequentato questa scuola, avremmo oggi la Gioconda, la Cena in Emmaus, sarebbe nata la scienza moderna? forse, ma più tardi. O forse no: a forza di eliminare loro e quelli come loro attraverso l’"inquadramento" voluto dall’istituzione scolastica contemporanea, sarebbe emerso solo ciò che serve al capitale: un uomo di fatica inasinito, pronto a prevalere sul prossimo alla sola promessa di una briciola in più.
    La domanda è: la scuola deve formare uomini migliori, capaci di ragionare e di non farsi ingannare dal sovrano e, soprattutto, capace di conoscersi e di disporre di sè, o elementi funzionali alla produzione? Chiunque può constatare, anche da alcuni commenti che compaiono in calce a questo articolo, che quest’ultima concezione ha avuto la meglio e sta sempre più prevalendo. Quante volte abbiamo sentito il discorso secondo cui la scuola, l’università hanno fornito un’istruzione che non può essere "spesa" nel mondo del lavoro, anzi, sul "mercato"? L’uomo migliore, libero, in grado di discernere, non interessa quasi più. Alle classi dominanti, però, interessa eccome, ma loro hanno le loro scuole; la paccottiglia, compreso il mese di stage di Poletti, è per il popolino.

  • Simulacres

    Parafrasando Nietzsche (Aurora): la coazione al lavoro – specie se in tenera età – inibisce irreversibilmente il potenziarsi della ragione, della cupidità (nella sua accezione positiva), del desiderio d’indipendenza. Essa logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, all’almanaccarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, come anche all’odiare. 

    Ergo. “Il lavoro rende liberi

  • ilsanto

    Penso che come dici tu devono sviluppare "la capacità di reggersi sulle proprie gambe, la necessità di dimostrare di essere autonomi, affrancati dall’autorità genitoriale" e altre cose come il dovere e non solo i diritti, la forza di volontà, la capacità di raggiungere un obbiettivo, un’etica sociale etc .

    Bene e come li sviluppa stando davanti alla tv, smartphone, con videogame,  in panciolle sul divano aspettando mamma che è al lavoro  chiedendo 100 euro per la pizza e discoteca dove se non si rintrona coi decibel lo fa con alcool e porcherie varie tornando alle 3 e poltrendo fino alle 12 ? e certo che come sempre dici tu " figurati se un ragazzo vuole affrancarsi da un’autorità per consegnarsi ad un’altra" e certo perche i genitori non ci sono e comunque gli fanno fare quello che gli pare, al limite li vedono come un bancomat e poi guarda che non è che devono andare in miniera oggi in ufficio non si ammazza nessuno di lavoro.
    Da giovani non si sà nulla del mondo del lavoro e potersi fare un’idea magari diversificata potrebbe aiutare a scegliere che strada intraprendere . Ricordo i miei dubbi e quelli delle mie figlie su come proseguire gli studi da cui dipenderà il loro futuro.
    Per finire forse non ho spiegato bene un passaggio e cioè che è vero che parliamo di ragazzi e di vacanze ma anche di un percorso formativo e di vita e che da questo dipende come saranno da adulti e la differenza ti assicuro che si vede. 
  • joko

    In Italia si va a scuola il sabato…Salvo scioperi ( spesso per motivi inutili) e con il caldo che fa’ diventerebbe ancora più difficile concentrarsi durante i mesi estivi. In altri paesi le vacanze estive sono più brevi ma non vanno mai a scuola il sabato. quando andavo a scuola io, il sabato era un giorno per ” rilassarsi” perché di solito l’orario era ridotto oppure si faceva ginnastica oppure qualche professore era assente oppure come detto prima ci si inventava uno sciopero…… Quindi la vera scelta è se lasciare tutto com’è oppure seguire il ministro oppure una via di mezzo potrebbe essere dare dei crediti a chi frequenta dei corsi durante l’estate, accorciare il periodo estivo a solo luglio e agosto ed infine lasciare gli studenti a casa il sabato.

  • snypex

    Certo che il lavoro rende liberi, ma bisogna fare i 40 anni di schiavitu’ per affrancarsi.

    La scuola come la vogliono questi signori, sta diventando la fabbrica dei cloni usa e getta, si stanno applicando i metodi della intercambiabilita’ (standardizzazione industriale) agli umani.

    Ognuno sara’ intercambiabile con qualcunaltro piu’ efficiente o meno pagato.

    Il futuro non ci riserva niente di buono: riformano sempre per il proprio profitto e quello dei loro padroni non per chi li ha eletti.

    Fanno fede su un popolo di polli, per questo studiano ogni giorno per costruire gabbie piu’ efficienti.

    Quanti polli hanno votato questa gente?

  • makkia

    "io sono con loro e voi ?"

    Io sono stato uno di loro. Ma non per questo ne faccio un obbligo per tutti.

    Sorvoliamo sul fatto che il lavoratore-studente non è MAI una scelta ma una fottuta sfiga: la tua famiglia è povera. Punto. Nessuno che faccia le superiori o l’università dovrebbe avere, oltre al carico di studio, anche quello di lavoro.

    Se è una sua scelta, bene! Vuol dire che ha obiettivi di vita: vuole farsi la macchina, la chitarra elettrica, il computer o il viaggio all’estero senza chiedere soldi a papà.

    Altri hanno i genitori che, ricchi o meno, farebbero qualsiasi cosa per i figli, vorrebbero che per loro le cose fossero più facili di come lo sono state per sé stessi. Beh, come biasimarli?
    Cosa puoi desiderare di meglio per un giovane cui vuoi bene se non che si goda la vita finché può, perché poi dovrà entrare nella macchina trita-persone che è il lavoro?
    A quel punto, salvo casi fortunati e assolutamente minoritari, si sparerà tutte le limitazioni della libertà, i mutui, le bollette, i figli, gli stress che conseguono. E cercherà di veleggiarci in mezzo nel modo più sensato possibile. E di RITAGLIARSI laboriosamente e intelligentemente degli spazi di serenità e magari felicità.
    Ma ritagliati. Strappati a forza a un meccanismo che fondamentalmente ti vuole drone produttivo, e il resto della tua vita chissenefrega.

    Chi siamo noi per decidere per i ragazzi o per i loro genitori cosa ne vogliono fare della gioventù?
    Saranno anche cazzi loro, no?
    Non di Poletti, né di una "etica socialmente condivisa" [Brrr!] e imposta da una qualsiasi religione ("New", olderrima o mascherata che sia).

  • makkia

    Questo qua sopra è tutto oro.
    Bravo!

  • falkenberg1

    Caro (nel senso di oneroso per le ns tasche, cosa avevate capito!!) Poletti, visto e considerato il numero di vaffanculo rimediati ti dò un consiglio a titolo assolutamente gratuito: VAI A ZAPPARE, cosa non facile per voialtri politicastri del menga! Così lavori (lo so, per voi è un termine repellente e ripugnante) dimagrisci e , vedrai, non sparerai più certe cazzate!!

  • Teopratico

    Parole sante le tue.

  • Teopratico

    Caro ministro lei ha proprio ragione, un mese di vacanze é più che sufficiente, tanto la maggior parte delle famiglie non può permettersi che qualche settimana di ferie estive, quando va bene…

  • geopardy

    Approvo, sono stato a tratti per scelta e a tratti per necessità, uno di loro anch’io, ma non prima del quinto liceo. 

    Per questo non pretendo che tutti lo debbano fare, anche se un po’ di salutare tempo passato a lavorare durante l’università, credo, non faccia male a nessuno.
  • makkia

    Sì, ma è una cosa diversa 🙂
    Moltissimi ragazzi fanno baby-sitting, ripetizioni a ragazzini più piccoli, volantinaggi, animazione in centri estivi, raccolta di frutta, ecc, ecc, ecc

    Solo che questo non è AFFATTO "entrare in contatto col mondo del lavoro".
    Non vanno mica a imparare come essere dei servi migliori o a rubare il lavoro a chi lavora davvero.
    Tirano su qualche spicciolo per degli sfizi extra o per pesare meno sulla famiglia o per sentirsi più autonomi.
    GIOCANO a lavorare. A guadagnare, amministrarsi e risparmiare, finalizzando a un’utilità a breve, brevissimo raggio.
    E se il "datore di lavoro" è uno st***o, mollano tutto… come sognamo di fare anche noi adulti.

    Altro è mandarli "a scuola di come si perde dignità per tenersi stretto il lavoro".
    Perché è questa la fine che fai se sei OBBLIGATO per legge a lavorare o a fare lo stagista gratis: ed è proprio questa l’intenzione di #Renzi e dei suoi corifei, applauditi dai barbogi che "il lavoro nobilita"…
    E magari mettiamoci pure un annetto di naja, perché no? Che "ti fa diventare uomo", e mandiamoli in Libia, che i professionisti ci costano troppo.

    Sto esagerando, certo, ma è che mi ricordo bene come il rispetto fra te e il datore di lavoro è reciproco, quando tu devi lavorare bene ma di contro lui sa che a mandarlo a quel paese ci metti un attimo.
    E invece quanta pazienza, diplomazia e persino coraggio costa insegnargli il rispetto quando hai un "lavoro vero".

    Non vorrei mai di imporre prematuramente queste miserie a un ragazzo/ragazza.
    Se è una SUA scelta, invece, tutto OK (può comunque "scappare" 😛 )