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CONTI IN ROSSO MA SPREAD IN CALO. PERCHE’ ?

DI IRENE SABENI
ilribelle.com

Lo spread continua a scendere. Il differenziale di rendimento tra i Btp decennali e i Bund è sceso a 239 punti, al di sotto di quello tra gli spagnoli Bonos e i titoli tedeschi, che è a quota 242. Dopo la vittoria agli europei di basket sulla Spagna, l’Italia, per quello che può valere, si aggiudica un altro successo. Al di là dell’analogia sportiva, quello che sorprende è la freddezza dei mercati finanziari, e degli speculatori, verso le sorti dei titoli di Stato italiani. Eppure, sono proprio le condizioni dei nostri conti pubblici, con il debito al 130% del Pil e con il disavanzo sopra il 3%, che dovrebbero suscitare l’allarme o le attenzioni degli speculatori. Le stesse previsioni negative, diffuse ieri l’altro da Standard&Poor’s, sulle prospettive della nostra economia, in altri tempi avrebbero provocato un fuggi fuggi dai Btp, un rialzo dei tassi di interesse e dei rendimenti e di conseguenza dello spread. Secondo S&P infatti, quest’anno il Pil calerà dell’1,9%, aumenterà dello 0,5% nel 2014 e dello 0,9% nel 2015. Al di là di quello che è un gioco dei bussolotti, vista la poca affidabilità delle società di rating, si deve osservare che l’atteggiamento degli ambienti finanziari verso l’Italia è tutt’altro che favorevole. Né la situazione di bonaccia può essere spiegata con l’attesa che circonda il risultato delle elezioni di domenica prossima in Germania, con i sondaggi che non danno più tanto per sicuro un successo di Angela Merkel. In caso di una sconfitta della Cancelliera, da più parti si ipotizza che dal nuovo governo rosso-verde venga attenuata la politica dell’austerità che tanti danni ha provocato in Europa, ed in Italia in particolare, tra povertà e crescente e disoccupazione di massa. Ma conoscendo la mentalità dei tedeschi, e la loro scarsa simpatia economica nei confronti degli italiani scialacquatori, e dei cugini dell’area Sud, non si può fare affidamento su quanto potrà accadere a Berlino. 

Resta comunque sorprendente che con un debito italiano che continua ad aumentare e con le difficoltà che avrà lo Stato in futuro nel restituire il capitale e pagare regolarmente gli interessi, non vi siano conseguenze alla quotazione dei Btp che sono titoli a lungo termine. Nel novembre 2011 quando Berlusconi venne giustamente disarcionato il debito era al 120,1% e il disavanzo al 4,2%. Un disavanzo che è stato poi portato al 3% grazie ad una sfilza di tasse, Imu in testa, introdotte dal governo Monti e approvate (!) da PdL e PD. Adesso, senza gli introiti dell’Imu, e con la recessione in corso che fa crollare entrate fiscali e contributive, le stesse difficoltà si ripresentano ma curiosamente lo spread scende invece di salire. Una anomalia, quella italiana, che dà da pensare. Una bonaccia finanziaria che ha ignorato anche le voci di un possibile declassamento dei nostri Btp, da parte delle società Usa di rating, al livello dei cosiddetti “titoli spazzatura”. Attualmente siamo appena un gradino più in alto e ci si deve domandare quanto questa tregua potrà durare.

Vista la decisione della Fed di ieri, di mantenere inalterato il Quantitative Easing di 85 miliardi di euro al mese, è a questo punto possibile che i mercati, consci dell’avvitamento della situazione economica anche in Europa, stiano scommettendo su un intervento della BCE in linea con quanto avviene oltre oceano. O abbiano in tasca la certezza che ai popoli europei verrà estesa su larga scala la “cura” imposta alla Grecia. In Usa il debito pubblico continua a salire malgrado vi sia una crescita – risibile ma crescita – e dunque anche se in Europa dovesse realizzarsi tale modesto incremento di produzione e consumo, è facile immaginare che esso non basterà a tenere a bada la crescita dei debiti degli Stati. Che in merito, alcune decisioni dovranno prendere. O subire.

Irene Sabeni
www.ilribelle.com
19.09.2013

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Pubblicato da Davide