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AFRO-AMERICANI E POLIZIA USA:OLTRE LE STATISTICHE (CITATE A META')

DI DANIELE SCALEA

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A meno di dieci giorni da una nuova strage di poliziotti negli Usa, è utile interrogarsi ancora una volta sulle tensioni che intercorrono tra le forze dell’ordine e la comunità nera nel paese nordamericano; tensioni che in Italia sono spesso descritte in maniera affatto unilaterale.

I neri negli Usa hanno una lunga storia di subordinazione e discriminazione, che risale come noto alla schiavitù, abolita solo nel 1865 e non certo per unanime consenso nel Paese. Solo cento anni più tardi, nel 1965, fu abolita la segregazione razziale, ed essendo passato oggi solo un altro mezzo secolo, non sorprende che molti strascichi (psicologici ed effettivi) di quell’infausta legislazione sopravvivano a tutt’oggi. Il fatto che gli Usa abbiano combattuto e sconfitto il nazismo ha celato un’altra realtà: ossia che i nordamericani hanno fatto i conti molto più tardi di noi europei col proprio razzismo.

Eppure, il razzismo negli Usa è una realtà così tanto invocata da essere sfociata nel cliché, tirata in ballo anche laddove ormai il suo peso non è più preponderante. È vero, ad esempio, che il reddito medio d’una famiglia afro-americana è solo il 60% di quello d’una euro-americana; eppure riesce difficile imputare ciò al razzismo se si cita l’altro pezzo della statistica, ossia che mediamente gli americani d’origine asiatica sono più ricchi dei bianchi d’ascendenza europea (e molto più ricchi dei bianchi ispanici).

Un altro caso in cui il velo del razzismo è sollevato al punto da celare tutto il resto, e in cui le statistiche sono citate spesso a metà, è quello del rapporto tra polizia e cittadini neri. Negli Usa sono più frequenti che da noi gli episodi di brutalità e spesso questi non vengono puniti. Numerosi video, dal pestaggio di Larry King nell’ormai lontano 1992 alla recente uccisione di Phil Castile, hanno mostrato al mondo episodi di violenza più o meno gratuita contro i neri da parte della polizia. Il 26% dei morti causati dalla polizia sono neri, e considerando solo le vittime disarmate si sale al 37%: cifre sproporzionate considerando che solo il 13% dei cittadini americani è nero. Il problema razzismo non si può negare. Ma se per i più il discorso finisce qui, un altro dato raramente citato invita a individuare anche altre problematiche. L’FBI ha calcolato che, tra 2004 e 2013, i poliziotti uccisi in atti criminali (quindi volontari, non per incidente) nel 43% dei casi sono caduti vittime di neri. Se è spropozionato il numero di neri vittime della polizia, lo è ancor più quello dei neri carnefici.

Il dato non è altresì sorprendente, considerando che i neri sono sovra-rappresentati in tutte le categorie di crimine: secondo un dato del Dipartimento di Giustizia, raccolto nel 2009 nelle 75 contee più popolose degli Usa e in cui i neri assommano al 15% degli abitanti totali, essi hanno collezionato il 62% delle denunce per rapina, il 57% per omicidio e il 45% per aggressione. Ciò suggerisce che un’altra ragione per cui tante vittime della polizia sono neri, è che i poliziotti negli Usa abbiano a che fare con un numero sproporzionatamente alto di criminali neri, e che sproporzionatamente alto sia il numero di questi ultimi che cercano di ucciderli.

Eppure vari dati suggeriscono che i poliziotti, e in particolare i poliziotti bianchi, non siano più inclini a sparare ai neri che ad altre etnie. Secondo un recente studio della Washington State University, proprio la coscienza del possibile clamore mediatico che ne conseguirebbe, fa sì che i poliziotti siano più restii ad aprire il fuoco contro i neri (i ricercatori l’hanno definito “reverse racism effect”). Ciò è in accordo con diversi studi precedenti, che fin dagli anni ’70 sottolineano come i poliziotti tendano a valutare più a lungo la minaccia portata da un nero rispetto a un delinquente d’altra etnia prima d’aprire il fuoco. In generale, sia un report del Dipartimento di Giustizia sia una ricerca di Greg Ridgeway della University of Pennsylvania, sostengono che i poliziotti neri (il cui numero è proporzionale al peso dell’etnia nella società) e ispanici abbiano il grilletto più facile dei poliziotti bianchi.

Senza voler dunque negare la problematica del razzismo e della brutalità poliziesca negli Usa, i dati sopra citati fanno pensare a una realtà più complessa di quella che l’enfasi esclusiva sul razzismo stesso sta oggi adombrando. La lettura ideologica di quanto accade negli Usa può far molto male, come sanno le cinque vittime della strage di Dallas. Dopo l’uccisione del nero Michael Brown da parte di un poliziotto bianco (che il Grand Jury ha deciso di non incriminare), nell’agosto 2014, e la conseguente protesta che ha dato vita al movimento Black Lives Matter, Heather Mac Donald del Manhattan Institute ha denunciato un “Ferguson effect” (dal nome della città in cui l’uccisione è avvenuta): in diverse città con elevate percentuali di abitanti neri, i crimini sono aumentati vigorosamente nei mesi seguenti, come conseguenza del timore dei poliziotti di agire risolutamente per fronteggiarli. Considerando che i neri, 13% della popolazione, risultano vittime del 50% degli omicidi perpetrati negli Usa, il ritiro della polizia dai loro quartieri non si rivelerà comunque un buon affare.

Daniele Scalea è Direttore Generale dell’IsAG.

Fonte: www.geopolitica-online.com

Link: http://www.geopolitica-online.com/32694/afro-americani-e-polizia-usa-oltre-le-statistiche-citate-a-meta

25.07.2016

Pubblicato da Davide

  • GioCo

    […] eppure riesce difficile imputare ciò al razzismo se si cita l’altro
    pezzo della statistica, ossia che mediamente gli americani d’origine
    asiatica sono più ricchi dei bianchi d’ascendenza europea (e molto più
    ricchi dei bianchi ispanici)
    […]

    L’ho letto 15 volte ma mi sfugge "l’altro pezzo". E’ evidente che se sei più ricco in America ti trattano bene e il razzismo che di solito ha "una convenzione nera" in verità è per lo più economico: se hai soldi conti, se non ce li hai non conti niente. In ciò ha senso che la comunità nera cerchi, l’ha dove le sue possibilità di emersione sociale rimangono frustrate, una via "alternativa" al successo che in ogni istante della complessa società americana, viene sottoposto all’incessante pressione "dell’american way of life", cioè se sei ricco è perché sei "ganzo" e ti sei certamente "fatto da te", sei riuscito a farti strada (pochi o nessuno ti chiederanno "come", ma tutti si metteranno in fila per "seguirti da leader") altrimenti sei una merda e basta, non conti nulla. Dalla politica al rapporto di strada, il modello mentale è frattale e scalare, ma invariato. La questione può essere vista anche da noi come "il problema meridionale" (grasse risate dovrebbero esplodere in sala ogni volta che sentiamo "problema" accanto alla locuzione "meridionale", più o meno come la parola "cacca" accanto alla parola "mangiare").
    Il problema economico in altri termini è si "un pezzo" della questione, per esempio non si può dire che nel meridione italiano si muoia di fame, tutt’altro. Ma la questione si trasforma totalmente quanto parliamo di "realizzazione personale", cioè di fiducia in se stessi: in un mondo dove l’unica via per realizzarti è non realizzarti affatto, cioè scegliere "volontariamente" (come a militare) di non contare niente oppure diventare criminale, senza altre possibilità, chi sopporta di rimanere niente non fa che dimostrare a chi si ribella a questo stato di cose che "merda per merda, meglio che le merde diventino gli altri e non io". Dal lavoro al possesso di un cellulare, devi scegliere continuamente da che parte stare: se vuoi "non realizzarti", "stare a livello delle bestie", "pregare qualcuno che ti sia concesso ciò che ti occorre", oppure scendere a patti con l’inferno.
    La terza via è emigrare. Ma oggi la comodità e il relativo benessere tende a scoraggiare l’emigrazione e quindi a incoraggiare di riflesso la criminalità (prima la micro-organizzata, che funziona da filtro, poi la macro-organizzata).

    Non penso che nelle due sponde dell’Altantico le cose siano diverse perché ci troviamo a esaminare comunità ispaniche, nere o italiche. Siamo persone e umani e nella massa sociale come nell’individuo le differenze sono più formali che sostanziali. In altre parole in questi meccanismi che toccano nell’intimo la psiche umana, tutti (senza esclusione) siamo "parte attiva" in grado di renderla possibile con in ruolo di complici, martiri e aguzzini a un tempo.