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WALL STREET 1929, L'ONTA DEL CAPITALISMO

DI EMILIANO BRANCACCIO E RICCARDO REALFONZO

Il 24 ottobre di 75 anni fa il crollo di Borsa di Wall Street dava avvio alla Grande Depressione, la più imponente ondata di vendite azionarie, corse agli sportelli, crisi finanziarie e tracolli economici che l’America e il mondo capitalistico ricordino.

Nel giro di pochi mesi decine di milioni di lavoratori americani ed europei si ritrovarono a combattere con il dilagare della disoccupazione, della fame e delle malattie, increduli nei confronti di un evento apparentemente senza spiegazioni, una minaccia improvvisamente piovuta dal cielo che sembrava averli ricacciati indietro nel tempo, ai livelli di sussistenza di parecchi decenni addietro.

L’individuazione delle cause della Grande Depressione ha sempre rappresentato un argomento di grande interesse, non soltanto da un punto di vista scientifico ma anche e soprattutto politico. Dopotutto fu proprio il crack di Wall Street a inaugurare una stagione di rinnovata fiducia nei confronti della teoria marxiana del crollo del capitalismo. E fu sempre dalla crisi del 1929 che prese slancio una teoria e una prassi politica definite keynesiane, riformiste o socialdemocratiche, a seconda delle circostanze e delle opportunita, e che vengono solitamente associate all’idea che il capitalismo vada in primo luogo salvato da sé stesso, attraverso un più o meno massiccio intervento politico nell’economia. E’ innegabile insomma che la Grande Depressione rappresenti da sempre un’onta, una drammatica testimonianza della fragilità intrinseca dell’attuale modo di produzione. Il che spiega perché i più ostinati difensori dell’ortodossia liberista non abbiano lesinato risorse finanziarie e intellettuali per ridimensionare la rilevanza del crollo di Wall Strett e della depressione che ne seguì. Un esempio lampante, in tal senso, ci viene offerto da Edward Prescott, insignito appena pochi giorni fa del premio Nobel per l’economia.

Prescott ha sostenuto che per individuare le cause della Grande Depressione – e pressoché di ogni altra crisi economica del Novecento – basterebbe dare un occhio a una sola variabile: le ore lavorative settimanali. Secondo Prescott la caduta della produzione e dell’occupazione che solitamente caratterizza una depressione, avrebbe in realtà un’origine meno drammatica e inquietante di quanto si pensi, essendo banalmente il frutto di una disdicevole miscela tra scarsa voglia di lavorare ed eccessivo desiderio di protezione sindacale da parte della popolazione!

L’economista americano giunge a questa singolare conclusione rovesciando spregiudicatamente il rapporto tra cause ed effetti della crisi: il calo delle ore lavorative che tipicamente accompagna una depressione non viene più visto infatti come una conseguenza del crollo delle vendite, bensì come la determinante prima della caduta della produzione.Per quanto foriere di sviluppi così grotteschi, simili spiegazioni della Grande Depressione risultano tuttora diffuse, anche in ambito accademico. Ma è ormai provato che si va molto più a fondo nella comprensione delle cose recuperando e aggiornando la letteratura di matrice marxiana e keynesiana.

Questa ci ricorda che per comprendere realmente il meccanismo della crisi, e più in generale l’intera dinamica capitalistica, non si può prescindere dalla comprensione del circuito del capitale monetario né si può ignorare che il mercato è soprattutto il “luogo” in cui entrano in conflitto, e qualche volta si ricompongono, gli interessi del lavoro salariato, del capitale industriale e del capitale finanziario.

Da ciò se ne deriva che la crisi è intimamente connessa alla natura monetaria dell’economia e all’incertezza sistemica che la pervade, e si comprende anche come la crisi si sostanzi in una caduta dei livelli della domanda complessiva di merci e in radicali squilibri nella composizione del prodotto, nella distribuzione del reddito tra le classi sociali e nelle decisioni di spesa.

D’altronde, queste teorie riescono meglio di ogni altra a dare conto di comportamenti e fenomeni altrimenti inspiegabili: si pensi all’ostinazione con cui il governatore della Federal Reserve Alan Greenspan manovra i tassi d’interesse americani, al fine di dar fiato all’economia ad ogni minimo sentore di tracollo; oppure al crescente inasprimento della recessione che caratterizza l’Europa di Maastricht, sottoposta fin dalla nascita a quella che è stata da più parti definita una vera e propria dittatura dei creditori.

E’ difficile dire se oggi il capitalismo abbia o meno sviluppato al suo interno le istituzioni necessarie ad evitare – o a confinare almeno in “periferia” – il ripetersi di una crisi di proporzioni equivalenti a quella del 1929. Certo è che una piena comprensione dei meccanismi della crisi rappresenta un patrimonio conoscitivo imprescindibile per comprendere a fondo il sistema in cui viviamo, e per individuare le leve del cambiamento. Chiunque ambisca alla edificazione concreta di un altro mondo possibile non dovrebbe dimenticarlo.

Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo
docenti di Economia, Università del Sannio
Fonte:www.liberazione.it
27.10.04

Pubblicato da Davide