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UNA VUVUZELA CHE MANDI A FANCULO PRIMA I MONDIALI E POI IL MONDO

FONTE: COGITOERGOVOMITO (BLOG)

A volte penso che non deve essere proprio semplice essere uno dei 5.000.000 di sudafricani, 5,7 milioni per la precisione, che convivono con il virus dell’HIV ed hanno un Presidente che si chiami Jacob Zuma.


Il 6 dicembre del 2005 Zuma fu processato dall’Alta Corte di Johannesburg con l’accusa di aver stuprato una donna di 31 anni; il 68enne Presidente del SudAfrica, 5 mogli e 20 figli, fu accusato di aver violentato Fezeka Kuzwayo, la figlia di un amico morto.

A seguito, “Il nazionalismo e i mondiali di calcio” (Jorge Mangieri, Voltairenet.org);
“Viva Maradona e i suoi ! Ma occhio ai nazisionisti” (Fulvio Grimaldi, fulviogrimaldi.blog); L’8 maggio 2006 Zuma fu prosciolto dall’accusa di stupro, in quanto secondo l’Alta Corte il rapporto sessuale fu consensuale.
Ma Fezeka era sieropositiva, e nonostante Zuma fosse consapevole di ciò, sembra che durante il processo dichiarò di non aver usato il preservativo, e di aver fatto solo una doccia per ridurre il rischio di contrarre l’HIV.


Pensate che da quel giorno, i telefoni del call-center della National Aids Helpline iniziarono ad essere bombardati da telefonate, di persone che chiedevano spiegazioni ed esprimevano perplessità sulla “shower theory” di Jacob Zuma.
Ciononostante l’AIDS è solo uno dei tanti problemi che affliggono il SudAfrica: anzi se proprio non riuscite ad immedesimarvi nel sudafricano sugli 8 che sono sieropositivi ed hanno un Presidente come Jacob Zuma, allora provate a mettervi nei panni del sudafricano sui 3 che è disoccupato.
Ma in questo mese accade per magia, che in un Paese dove il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, arrivino Kakà, Messi, Ronaldo, Cannavaro e tanti altri. Ed arrivino soprattutto 10 nuovi stadi restaurati e spettacolari, nuovi aereoporti, nuove autostrade, nuove vie cittadine ed anche un nuovo treno ad altà velocità.

Avrebbe dichiarato il Presidente Zuma. (Sì, sempre lui, il docciaro.)

Ecco, ora immaginate che una buona parte dei 48.500.000 sudafricani, una buona parte di quelli che vivono con meno di due dollari al giorno e con l’HIV, si fiondino in questi fantastici stadi ultramoderni e superlussuosi a Pretoria, a Città del Capo, a Joahnnesburg, a Durban, a Nelspruit, a Polokwane… ed inizino a capire che c’è solo un modo per essere i veri protagonisti dei Mondiali, a prescindere dal Paese e dalla squadra di appartenenza: bisogna imbracciare delle maledette trombette ed iniziare a suonarle, emettendo tutti insieme un suono tanto strano quanto omogeneo.
Danno l’impressione di essere dei fastidiosi insetti, api o zanzare, ma in realtà sanno bene che sono solo e resteranno per sempre dei poveri sieropositivi che campano con meno di due dollari al giorno, che quel momento può essere un loro momento, e che intanto stanno assistendo ad un branco di femminucce che si depilano quadricipiti e polpacci, che hanno procuratori, manager e parrucchieri personali: insomma, per la prima ed unica volta nella sua storia, il popolo sudafricano ha di fronte una manciata di debosciati che come unico lavoro ed unico scopo corre dietro ad un pallone, un piccolo numero, un piccolissima frazione di essere umani, che se si decurtaserro di almeno un milione di euro a testa potrebbero risolvere il problema della carestia nell’Africa Subsahariana, e quello dei costi delle terapie antiretrovirali.

Ecco, se ci riuscite provate a pensare a tutto questo.

E pensate pure che l’Italia ed il resto dei Paesi Europei, i Paesi Americani e tutti i Paesi Asiatici, Noi tutti insomma, per loro in fondo siamo e resteremo per sempre solo dei Paesi di viziosi disadattati, che pretendevano (o almeno si illudevano) di poter portare il proprio benessere per un giorno o per un mese in una delle terre più a Sud del Mondo, a tratti ultrasconosciuta anche al Padreterno, e di poterlo fare soprattutto solo grazie ad un pallone, lasciando che un bel jabulani rotolasse tra le loro mille paure, le loro mille carestie, le loro mille malattie, le loro mille ipocrisie.

Sapete, prima di urlare sul divano “Trombette di Merda state zitte!!!”, oggi pensavo a tutto questo. E sogn

avo una donna di Capetown, che presa dall’euforia del tifo per i Mondiali, per soffiare troppo si è addirittura lacerata la trachea. Ed immaginavo il Paese che avevo davanti, pensavo a Jacob Zuma, alla doccia anti-HIV, al “SudAfrica che non sarà più lo stesso.”
Ora, cari amici Sudafricani, vi faccio una sola preghiera, fatelo per me: imbracciate queste cazzo di trombette e suonatele, suonatele forte, suonatele tanto, suonatele sempre. Suonatele e non vi fermate. E che le vostre fastidiose vuvuzelas siano i vostri scacciapensieri ed i vostri gol, le vostre gioie e le vostre medaglie, le vostre paure e le vostre speranze, le vostre gioie e le vostre ansie: mi auguro che siano il vostro mondo e non solo i vostri mondiali.
E che il loro fastidioso frastuono oscuri il calcio e mandi definitivamente a fanculo questo ipocrita mondo che vi circonda. Speriamo.

Fonte: http://cogitoergovomito.blogspot.com/
Link: http://cogitoergovomito.blogspot.com/2010/06/una-vuvuzela-che-mandi-fanculo-il-mondo.html
21.06.2010

IL NAZIONALISMO E I MONDIALI DI CALCIO

DI JORGE MANGIERI
Voltairenet.org

La famiglia costituisce nella società la cellula base per la costruzione di una qualunque istituzione, così il gol è il risultato dell’interazione di molti elementi, interni ed esterni.

Le società sono fondate sulla soddisfazione di bisogni basici tra cui il più essenziale è la ricerca del benessere; il gioco è il passatempo che unisce la maggioranza dei suoi soggetti, in esso si combinano le necessità degli uni e degli altri e quei semplici elementi danno luogo all’organizzazione di un gioco con regole, ecc. Il calcio è la cellula di un gioco maggioritario, che è facile da comprendere, da giocare, di cui è facile farsi un opinione; esso ha regole che permette ai partecipanti di goderne, di arrabbiarsi, di conoscersi tra i compagni di squadra e di sviluppare insieme agli avversari un’attività che crea identità; forse dal punto di vista dell’apprendimento è il risultato della competizione per vincere, è un gioco che include la maggioranza delle persone, dando luogo a uno spettacolo che appassiona, è un evento sentito e si iscrive in un ambito sociale, varia a seconda del posto in cui si sviluppa, per esempio un tipo di gioco potrebbe essere copiato dai rivali dando luogo a uno stile unico.

Questo stile viene adottato mediante l’utilizzo di un panno colorito – la bandiera – che genera un sentimento così profondo e forte che per la mente risulta difficile comprendere come tutto possa girare intorno a un pallone, un sentimento che, ad ogni passaggio di palla, sembra voler dire “ti voglio bene” (ti lancio una parete e mi restituisci un mattone). Si formano schiere di simpatizzanti e seguaci della squadra che, quando deve trovare i migliori giocatori in un certo territorio, ovvero i rappresentanti della squadra nazionale, solleva quel panno per mostrarlo e così individuare i migliori.

La nazione, l’individuo, il pallone, il gol, i limiti, gli spettatori tendono ad essere analizzati in modo globale ma, come la pelle, essi hanno diversi strati e ognuno va analizzato singolarmente e poi nel suo insieme. Ogni soggetto è unico e l’interazione con l’altro genera l’apprendimento, l’interiorizzazione dell’altro; a partire dal calcio giochiamo utilizzando la memoria e sviluppando metodi per ottenere risultati, e da gioco che intrattiene piccoli gruppi inizia a coinvolgere le nazioni; a questo punto l’identificazione tra individui di una stessa comunità ora avviene tra cittadino e la sua squadra, quel sentimento diventa per tanti conterranei, un sentimento nazionale con gioie e dolori, vulnerabile come ogni sentimento a manipolazioni.

I membri di una famiglia si arricchiscono quando la famiglia è aperta a cambiamenti nonostante gli ostacoli da superare, così le squadre di calcio fanno arricchire i propri giocatori quando conoscono altri; le loro abitudini, la comprensione dei diversi schemi e strutture di gioco dipenderà da come ognuno interagisce e dagli errori che in linea di principio non vengono tenuti in conto dai protagonisti. Quando sorgono incomprensioni a livello economico, sociale, nazionale che non traspaiono nel sentimento semplice da cui nascono, l’amore per la propria maglia che per il tifoso rimane tale, consciamente o meno e al di là di vari fattori.

“Scusi l’ignoranza ma cos’è il calcio?”, ciò che per alcuni si identifica con la vita stessa, ogni domenica, per altri assume un altro rilievo. Ma il nazionalismo tiene conto del luogo di origine: è difficile che l’orso polare possa vivere in Argentina, così come lo sarebbe per lo ñandú [volatile sudamericano simile allo struzzo, ndt] vivere al polo; si può adattare ma non trasferire la propria idiosincrasia in un altro territorio, così ogni nazione ha il suo gioco, le sue abitudini, difficili da estirpare.

Il calcio conseguentemente dà luogo a una spirale dialettica che arriva a livelli superiori di gerarchie istituzionali, dovuto al fatto che chi ne fa parte porta con sé tutta la sua esistenza. Ogni regola ha la sua eccezione, quel sentimento ha un’identificazione con la sua squadra, meglio se la nazionale, e quando il pallone inizia a girare in un mondiale il tifoso non potrà mettere il proprio cuore da parte, magari potrà tenerlo a bada o manifestarlo con prudenza, per questioni di affari o per ordini superiori ma quel tifoso nel caso rinnegherà la sua famiglia, religione e nazionalità ma non la squadra del cuore.

Con la globalizzazione e internet, il sentimento nazionalistico si può vedere più chiaramente, urlare il gol è una lingua che dà la pelle d’oca, un sentimento e un idioma universali, da qui i Grupos Organizados Libremente – G.O.L. Ognuno sceglie la propria squadra, i propri compagni, e qui entrano in gioco affinità, abitudini, modi di giocare, rispetto, fiducia, si riverseranno le proprie allegrie e tristezze in esso, sentimenti che a livelli nazionali sono più costruttivi che un confronto bellico, ma certamente meno pericolosi. Per i maschi forse vincere è come dimostrare chi ce l’ha più grosso, con l’arrivo delle ragazze, attraverso il padre, saranno loro stesse a dover definire quel sentimento.

Come tutti i gruppi, i tifosi non rifuggono alle leggi generali; il fanatico è sempre pericoloso anche se meno rischioso perché la maggioranza non è armata. Un argomento classico: “Siamo quelli della curva”. […] Questo, il pallone, diventa un sentimento che ogni giocatore vuole avere ma per ottenere l’obiettivo deve passarlo e ancor peggio calciarlo, toccarlo e infilarlo in una rete per poter segnare un gol e gridarlo ai quattro venti, come un amante che dichiara il proprio amore e lo dice a tutti; da questa situazione emerge chiaramente che non è necessaria una grande abilità per praticarlo, è un gioco di massa, il desiderio di giocare è la condizione necessaria per poter calciare un pallone.

“Eddai corri mezza sega!”. Un altro argomento importante per separare il calcio dal nazionalismo è quello dell’apprendimento inteso come “coito perfetto”: bisogna penetrare l’oggetto e farsi penetrare da esso per generare la conoscenza, mai indolore, si bagna la maglia di sudore, quella che si sente propria e quell’apprendimento ha risvolti individuali e collettivi, e le nazionali possono avere reazioni diverse da parte delle moltitudini, a volte per un bene generale, altre per ottenere fini specifici come essere i più potenti e imporre, attraverso i traguardi sportivi, teorie economiche, politiche e sociali difficili da individuare ma sicuramente probabili, perché i tifosi quando la loro nazionale perde si sentono affranti e quel fattore potrebbe essere incanalato, manipolato.

La nazione deve tener conto dei soggetti in gioco, quando un panno assume i colori di una nazione corre il rischio di far scontrare diverse comunità e tifosi, ma se gli attriti vengono incanalati in modo giusto allora le nazioni possono scambiarsi i giocatori favorendo in questo modo il conoscimento di altri culture e lingue; con un tale approccio comunicativo tra nazioni, istituzioni calcistiche e tifosi, il nazionalismo dà luogo ad uno sport che è un’arte da ammirare e invocare; Dio si incarna in una persona attraverso questo sport che può essere considerato da diversi punti di vista per spiegare una giocata dopo la quale si può anche chiudere lo stadio, prima della conclusione dei 90 minuti davanti all’ammirazione sbalordita di una giocata che solo pochi possono relizzare.

Quei pochi sono ammirati dai tanti, giudicati come se dalle tribune al campo ci fosse un aereo in volo, il gioco è lento e l’aereo pure, ma l’apprezzamento deriva da dove si è ubicati, dalle tribune tutto è più facile, si grida e si tifa ma nel campo le cose cambiano, il tifoso è un giocatore non professionale, il quale invece fin da bambino ha fatto sacrifici per potersi aggiudicare quel piccolo luogo privilegiato, facendo un lavoro da pochi che nessuno apprezza e con l’aiuto dei genitori e da soli, fin da piccolo e fin dalla mattina presto in un lavoro che non è più gioco, che nessuna istituzione riconosce come “lavoro da apprendista” per poi chiedergli credito se raggiunge qualche risultato, “Corri ragazzo, corri dai! oggi non sei convocato”, “allora cambio gli orari di studio” “Bene ragazzi, io oggi rinuncio, ho trovato di meglio da fare”, “Ma prof. io ho cambiato scuola e orari!!”.

Messi è il miglior giocatore del mondo, ma ce ne sono tanti altri in giro. Nessuno osserva gli aerei stazionati, solo quelli in volo. […] Le nazioni, gli stati, le istituzioni e i club tranne poche eccezioni, non sono organizzati per portare avanti un gioco, con tanta gente da convocare per ottenere integrazione, apprendimento così come manipolazione. Nonostante tutto dobbiamo considerare che seppur lentamente, la civiltà progredisce e con alti e bassi stiamo uscendo dalla guerra verso una competizione tra nazioni più civili e per fortuna le liti in campo sono poche ma i tifosi seguono i propri colori che a volte portano a liti meno pericolose delle guerre, e sebbene nessuno nelle proprie capacità mentali tenda ad usare la violenza, essa comunque è insita nell’essere umano e con gli attriti in campo e in mancanza di cultura e di famiglia essa può, dopo la perdita di una partita, scatenarsi nel voler uccidere altri, “dai ammazzalo, fallo fuori e passa sta palla!” ma il gioco vero, come quello che vedremo in questo mondiale in Sudafrica, è uno spettacolo.

Il calcio conquista paesi, continenti, in modo più civile ma la contropartita è che si costruiscono stadi; quando il pallone inizia a girare un sentimento ci rende fratelli, è un’arte e una lingua che tutti comprendono, il calcio.

Ogni lingua ha un’origine, pure il gioco ha le sue, in Grecia; nell’antica Olimpia, dove si celebravano i giochi dedicati al dio Zeus ogni quattro anni convenivano navi dove si mischiavano filosofi, poeti, scommettitori, scrittori, ruffiani, venditori e musicisti, sono passati mille anni, eh si son tanti! Eppure la festa continua e un giocatore diventa un dio per una giocata, Pelé o Maradona, chi è il dio? Argentina o Brasile, chi è campione? la festa e la passione continuano.

Diversi modi di intendere il gioco: “Un gioco da uomini, nel mio paese siamo tutti maschi!” invece per altri vale il detto” Nel mio paese invece siamo metà maschi metà femmine e ce la passiamo proprio bene!”, la donna in questa passione inizia a integrarsi lentamente, nell’antica Olimpia invece era bandita. Ogni passione produce un’emozione, lacrime, quando la squadra va in campo le lacrime diventano pezzettini di carta bianchi, i famosi “papelitos”. “Tenete in mente la fame” canta Serrat, io ricordo la fame che i miei hanno passato. Se un giocatore non ha fame di gol, di gloria, non può giocare al calcio, e se le nazioni non hanno fame, bombe o guerre non possono trionfare, la fame ti fa crescere, imparare ha un prezzo ma sembra che i limiti che si trovano nei campi di calcio svaniscano tra le nazioni, si deve negoziare e le une e le altre possono interferire con i propri interessi nazionali, educativi, ecc. Credere di essere meglio di altri porta ad elevati ideali ma anche ad immischiarsi negli affari altrui, il gioco del calcio argentino per esempio è stato copiato dal Brasile e noi lo abbiamo copiato dagli europei; prima giocavamo a piedi nudi nei pascoli ora anche se abbiamo le migliori scarpette e bei campi la qualità del gioco non migliora per forza perché, come dicevano i gauchos, l’arte è arte.

I gauchos giocavano con il pallone, il cavallo, il cerchio e il bastone, uno sport costoso, mentre il calcio è economico. Un ragazzo gioca dai 7 ai 12 anni e le statistiche dicono che gioca tre partite ogni fine settimane che in 5 anni diventano 720 partite segnando almeno 200 reti, non come Palermo [Martín Palermo è un prolifico attaccante argentino, ndt] ma sempre un gran bel risultato; e il padre cerca di dargli sempre qualche insegnamento, dopotutto nel calcio ci siamo tutti anche quelli cui non piace: “Dai figliolo, scarta e tocca il pallone e calcialo forte che tanto non scoppia!” così le nazioni dicono ad altre cosa è giusto fare e cosa no ma il figlio può sempre rispondere “ papà non impicciarti, ma se non ne hai mai capito di calcio”. Questi genitori si illudono di rendere eroi i propri figli, proprio come nella Grecia antica, ma non si documentano, ne hanno solo sentito parlare e i figli non ne vogliono sentir parlare.

Acqua o vino, il buono e il cattivo, insomma ci deve sempre essere una rivalità per litigare, Pelé male, Maradona bene, e se non c’è allora non abbiamo motivo di litigare; lo stesso vale per la Coca cola e la Pepsi e per i gruppi di tifosi, l’importante è che ognuno tifi per il suo gruppo e alla fine tutto diventa un gol!

Dalla tribuna si può vedere bene ogni movimento in campo, a noi in Argentina piace vedere la partita a ridosso del campo da gioco, in Brasile dalla tribuna dove i dettagli si notano in ritardo e si perde l’emozione.
“Gli uomini non piangono figlio mio, diventa uomo una volta per tutte!” e poi “abbiamo giocato con gli attributi”, siamo dei machos ma quel drappo colorito, la bandiera della squadra, può farci piangere, come quando perdiamo tante partite e non riusciamo più a contenere la tristezza, allora nessuno ci dirà che siamo dei finocchi e questo vale anche per quelli della curva, quanto abbiamo pianto quando il Perù ci sbatté fuori o insieme a Bielsa, quando il Valencia strapazzò la porta del River anche se poi abbiamo cacciato la Colombia mettendoci d’accordo con l’Uruguay, e ci accusarono di esserci venduti, ecco allora invece siamo stati ben zitti. Le nazioni, il nazionalismo, la convenienza. Il silenzio che il sapere popolare capisce.

“Papà non capisci un accidente di calcio”, “ e tu cretino??” aspettate!…Goollll, ci abbracciamo come bambini. In che modo le nazioni si adeguano a questo sport-affare è difficile da capire, le nazioni africane, coi loro conflitti, cambiano dietro il pallone e hanno tanta gente che gioca imitando i pochi campioni, dei dell’Olimpo che assumono altre sembianze. E’ un sogno, la vittoria, essere il sogno degli dei.

“Questo è un pagliaccio, forse il suo sogno è quello di giocare, ricordi come giocava bene?”. Le nazioni partecipano al gioco, quello commerciale, per dominare la maggioranza ed è difficile capirlo dalla tribuna, come contano le regole del gioco per analizzare come il potere politico influenza le partite per influire nel popolare, gli obblighi coinvolti, tipo la determinazione del risultato; è difficile da provare concretamente ma i risultati del paese anfitrione, perché passi alla seconda fase, mi ricordano la partitella che organizzo con gli amici di mio figlio il giorno del suo compleanno, faccio in modo che vinca lui, è lui l’organizzatore e ha sostenuto dei costi quindi deve passare, ma dov’è lo sport e la competizione qui? Nel calcio ce di tutto.

Il sogno: “papà sveglia, sta per iniziare la partita dell’Argentina, dai su, abbiamo comprato tutto per i festeggiamenti.” Il gioco è un festeggiamento per ogni bambino. Per il bambino che è in tutti noi. Almeno vinciamo uno a zero.

Titolo originale: “El nacionalismo y el mundial de fútbol”

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link
20.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

Pubblicato da Davide

  • costantino

    Solo quel delinquente di Blatter poteva dare i mondiali a un paese che ha il record di stupri nel mondo.
    Si calcola che, nel corso della sua vita, una donna su due verrà stuprata se ha la sventura di vivere in sud africa.
    Se poi è bianca peggio ancora.
    w i mondiali

  • ambaradan

    Ancora con questa mistificazione HIV uquale AIDS,e dire che se uno VUOLE può trovare su internet tutte le prove che servono per chiarirsi le idee!!Che per caso tifi BIG-PHARMA?

  • Tao


    VIVA MARADONA E I SUOI ! Ma occhio ai nazisionisti

    DI FULVIO GRIMALDI
    fulviogrimaldi.blogspot.com

    Essere ignoranti di quanto è accaduto prima di nascere significa vivere per sempre una vita da bambino.
    (Marco Tuttlio Cicerone)

    La libertà è stata perseguitata in tutto il mondo; la ragione è stata considerata una ribellione; e la schiavitù della paura ha reso gli uomini timorosi di pensare. Ma tale è l’irresistibile natura della verità che tutto ciò che chiede, tutto ciò che vuole è la libertà di apparire.
    (Thomas Paine “I Diritti dell’uomo”, 1791)

    Come si può vedere da questa fotografia, pubblicata da nessun giornale al mondo, non sono uscito matto e sprofondato, al pari di tanti connazionali proni alla turlupinatura, in quella cloaca di truffe, pastette, stronzaggini, esibizionismi insulsi, personaggi al di sotto di ogni decenza, addirittura di ogni vera competenza nel più bello sport del mondo, che sono i mondiali di quel tanto disgraziato quanto mistificato paese che è il Sudafrica.

    Sapete citarmi un’altra immagine che, come questa del gesto coraggioso dei giocatori argentini, indubbiamente formatisi alla scuola dell’ irregolare Diego, amico di Fidel e Hugo e fan del Che, sollevi il livello dei mondiali africani da quota sotto i talloni perfino dei paguri a quello delle corna della giraffa? Un livello che simboleggi quello che dovrebbe essere un confronto mondiale di sportivi, uomini, persone, popoli, secondo le regole dell’onestà, del rispetto, dell’amicizia, della competizione solidale?

    Diversamente da quasi tutti gli altri, i calciatori di Maradona, volendo innalzare al massimo della visibilità planetaria, peraltro subito sabotata da tutti i media, la proposta del Nobel della pace finalmente a un candidato degno come le immarcescibili Madres de Plaza de Mayo (un’alternativa tonante agli obbrobri Kissinger, Begin, Sadat, Aung San Suu Kyi, Dalai Lama, Obama su tutti, o alle toppate alla Rigoberta Manchu), hanno fatto fiorire una giunchiglia nella maleodorante palude di questa manifestazione. Hanno ripetuto il gesto di Tommy Smith e John Carlos alle Olimpiadi nello Stato Canaglia del Messico. Stato-mafia, non dissimile da quello del fascismo postmoderno del nostro guitto mannaro, che aveva appena finito di massacrare migliaia di studenti in Piazza delle Tre Culture al fine di blindare, in un paese incandescente di rabbia e rivolta, la tirannia di un’oligarchia bulimica, venduta alle altrettanto fameliche multinazionali Usa. Chi si ricorda più, tranne tra i microcefali della stampa sportiva, degli esiti e dei protagonisti di quella kermesse rubata, in chiave di mercato, lucro e aggiotaggio, come tutte le altre nel lupanare capitalista, agli uomini-dei e agli dei-uomini dell’Olimpo? Rimangono indelebili, invece, i due pugni neri sopra le teste nere, in onore e a conferma di una rivolta di nere e meno nere pantere, che gli scagnozzi dell’Impero del Male seppero, sì, a forza di assassinii e montature, affogare nel sangue e seppellire dietro le sbarre, ma che basta uno striscione per le madres a far rimbalzare tra le sinapsi addette alla memoria e trasformare il giallo di vecchie foto nel rosso del tutto è ancora possibile.

    I pugni del Messico e lo striscione di Maradona ci parlano di segni immortali. Segni dell’ essere umano come dovrebbe e potrebbe essere, come davvero è e come vincerà sul modello bifronte del bruto al comando e dello schiavo a servizio, che questo putrefatto capitalismo vorrebbe imporre tra Pomigliano, Abu Ghraib e Gerusalemme. Rivincite della memoria, condizione e promessa di vittorie possibili, in un presente dove la memoria è una bancarella dell’usato, da svendere fino a esaurimento.

    Mi viene in mente, a caso, ma so io perchè, Goffredo Mameli, ectoplasma che nessuno conosce, ma che secondo frettolosi paragrafetti dei manuali delle medie parrebbe l’autore di quanto mercenari mutandati, ignari e ottusi, sbraitano con la mano massonicamente sul cuore. Sbraitano in vista di un compenso da calci e scalciate per il quale uno di Pomigliano dovrebbe farsi sodomizzare da un coglione zannuto come Marchionne per tredicimila turni senza domeniche e senza malattia. L’abisso tracciato tra uomini e mercenari da quello striscione argentino! E’ l’abisso che si estende sconfinato tra attiva consapevolezza e inerte inconsapevolezza. Se al posto di quel ominicchio dalla stupida spocchia dalemiana, da anni con le mani nella marmellata, che recita la parte dell’allenatore della nazionale italiana, ci fosse Diego Maradona, forse quegli undici ciangiottanti che friniscono l’inno saprebbero cosa dicono, chi glie lo ha fatto dire e perchè.

    Aveva vent’anni, Mameli, e aveva già scritto di libertà, uguaglianza, repubblica, fine dei feudi e baroni e fuori lo straniero, più di quanto uno di noi scriva di comunismo in una vita. Cadde, sapendolo benissimo, nella difesa della Repubblica Romana contro il Male Assoluto della Chiesa, lo straniero colonialista, il pecoraio puttaniere sabaudo, le putrescenti parrucche borboniche.Una cosa da leccarsi i baffi se si pensa che la Comune, avendo dietro Marx e Engels, venne vent’anni dopo. Nel nostro tempo, Mameli sarebbe stato un partigiano, un sessantottino, un combattente contro la Nato, uno davanti ai cancelli di Pomigliano. Niente, lo abbiamo offerto gratis, come Garibaldi, Mazzini, Morosini, i fratelli Bandiera, quelli che ci hanno filiato tutti, ai fascisti e al loro uso di patrioti da commedia degli equivoci e di autentici servi di ogni padrone.

    Ma, in quell’ambiente, Maradona e i suoi ci hanno fatto allungare il pensiero a territori più vasti, oltre il mercimonio dei gabbamondo alla Blatter, Abete, Carraro, Platini, Lippi… Le Madri di Plaza de Mayo hanno dipanato un filo che, dai tempi dei carnefici a quelli dei vendipatria alla Menem, ha avvolto, imprigionato e alla fine strozzato gli assassini dei loro figli e oggi continua ad attorcigliarsi intorno allo stivale di chi insiste a calpestare la carne e lo spirito degli umani. Il grido che si esprime in quel voto per un Nobel alle combattenti per la giustizia, straccia anche i veli rosati sotto cui l’arma mediatica di distrazione di massa ha voluto nascondere la realtà di una promessa tradita. La fine dell’apartheid. Fine un bel cazzo! A dispetto dell’icona dai perenni sorrisi obnubilanti di un Nelson Mandela (cosa avrà mai da ridere?), che per il Sudafrica ha fatto ciò che Ghandi ha fatto per l’India: il rilancio aggiornato, travestito da pacifismo, del discrimine di razza, di casta e di classe, uno strapuntino alla megatavola del mercato capitalista. Il caravanserraglio dei ciarlatani mediatici, fatto un fugace excursus di colore umanitario, quando non c’era più niente da spremere dalle esternazioni di Buffon, su qualche piccola risacca dell’oceano nero di miseria, disperazione, ingiustizia, collera, razzismo bianco tuttora al potere in combine con quattro satrapi neri di stampo Karzai o Al Maliki, ha allontanato ogni rischio di constatazione della realtà effettiva. Ci ha inchiodato a uno spettacolo grandiosamente squallido, degno delle competizioni di “Amici”, da trasformare in trance collettiva, anche con l’aiuto di quella colossale rottura di timpani e coglioni che sono i wuwuzele.

    Wuwuzele e bagole di cronisti pallonari che, tra le altre molte cose, ci hanno assordato anche rispetto ai rombi delle 11 navi da guerra USraeliane, portaerei lanciamissili atomici compresa, che hanno attraversato Suez in direzione Golfo Persico per il compito fallito dalla “rivoluzione verde” e al fragore dei droni che continuano a sterminare bambini e donne dall’Afghanistan al Pakistan, dalla Somalia allo Yemen. A volte basta un’immagine, quella della squadra argentina, come già detto, o anche due immagini, per farci capire come va il mondo dei delinquenti e quello dei giusti: una nuva flottiglia, iraniana, di donne libanesi, di ebrei tedeschi, in rotta per Gaza, piena di cose d’amore e di vita; una flotta di energumeni israeliani e statunitensi con la bava del cane idrofobo alla bocca, in rotta verso l’Iran, zeppa di odio e di morte.

    E allora lanciare nel mondo l’urlo di verità che si sprigiona dallo striscione argentino, ulteriore conferma che quanto di vita s’infiltra in questa notte dei morti viventi ci viene dall’America Latina, dovrebbe aiutarci anche a infrangere la muraglia dell’ottenebrazione, acusticamente simboleggiata dai wuwuzele, che ci sfonda di ansie, esaltazioni e sconforti per la miseria morale, politica e culturale di quei campionati immiseriti dai nostri vecchi ciabattoni e non per quello che, oggi formicolante negli slums, si raggrumerà inesorabilmente in futura rivolta e, se il cielo vuole, rivoluzione. Wuwuzele utili a rintronare un popolo tradito e beffato. Wuwuzele che non ti fanno neanche sentire lo schiocco del piede sul pallone, che è l’unica cosa autentica di tutto l’ambaradan.

    Ciò detto, che la Coppa del Mondo vada all’Argentina. E a nessun altro.

    Attenzione. il pezzo è frutto di un trappolone forse inconsapevolmente allestito da chi ha fatto circolare la foto qui sotto, della nazionale argentina con lo striscione per il Nobel alle Madri di Plaza de Mayo, senza ulteriore specifica, tanto da far credere a chiunque, compreso questo peracottaio, che, visto il casino pallonaro mondiale in cui siamo inseriti, di partita della Coppa del Mondo si trattasse.
    E’ invece la foto risale a un mese fa, quando in vista dei mondiali, l’Argentina si incontrava con il Canada. Errati dunque i miei riferimenti temporali, ma non quelli politici. Pezzo buono o cattivo che sia, la sostanza non cambia.

    Fulvio Grimaldi
    Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/
    Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2010/06/viva-maradona-e-i-suoi-ma-occhio-ai.html
    21.06.2010

  • Ricky

    A Fulvio cala da quel piticone e sciacquati la bocca prima di nominare invano Aung San Suu Kyi e Nelson Mandela. Ma chi sei per sputare sentenze e giudicare in questo modo?

  • fusillo

    ……che strumento avrebbero dovuto suonare gli argentini?
    quando vedo che nostri connazionali votano per un ex ministro che “dice” di difendere il “territorio” e poi si prostituisce per sponsorizzare il MC ITALY…..mi viene da pensare che lo Zuma docciaro sia l’estensione delle nostre frustrazioni….o forse meglio del nostro opportunismo.

  • Tonguessy

    Noi tutti … in fondo siamo e resteremo per sempre solo dei Paesi di viziosi disadattati.
    Vero.
    Ma lacerarsi la trachea con la vuvuzela sarebbe la soluzione? Per quanto assordante quel suono non copre il commento del cronista. Tutta roba folk, insomma: il vuvuzela, l’AIDS, la disoccupazione. Loro lì a suonare le trombette, noi qui seduti in poltrona a guardarci le partite. Che volete che sia? E’ il calcio, bellezza!

  • anonimomatremendo

    A me sti striscioni fanno solo ridere.Poveri illusi che si credono antagonisti indossando la casacca e l ´uniforme del Potere.Ma per piacere dai.

    Siete omologati fin nelle viscere. In testa ve la devono dare la coppa.