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TRASGRESSIONE AL POTERE

DI CHRISTIAN RAIMO
ilmanifesto.it

Il Berlusconi barzellettiere, bestemmiatore e viveur incarna la trasgressione e provoca una schizofrenia di massa nella società. Dove un precario può introiettare il suo disagio e non esprimerlo in conflitto sociale

Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi/uomini più o meno trentenni, laureati, iperformati, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza/donna, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio.

Nella foto: una scena del film di Pier Paolo Pasolini ” Salò o le 120 giornate di Sodoma”
Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia etc… Viveva insieme a altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione dove lavorava aveva la sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni zero italiani, me andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente da quella sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si potrebbe dire.

Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria.
Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità.

Vi sembra paradossale? Eppure, se ci pensiamo un secondo, questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una versione estrema del capitalismo del terziario avanzato. La schizofrenia è esattamente, precisamente, modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, stagiste di un’organizzazione di eventi che non sanno se si stanno innamorando quando parlano con qualcuno o se questo contatto gli sarà utile per il prossimo vernissage e far bella figura con il capo, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.

Ma perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione?

Una risposta parziale la possiamo ricavare da un’altra piccola storia. Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una puntata di Ballarò dedicata al lavoro. C’era un servizio di dieci minuti su un disoccupato, un uomo di mezz’età che aveva appena perso il lavoro. Dalla sua casa in penombra raccontava alla telecamera come la sua vita fosse priva di dignità ora che si trovava a spasso: si sentiva un verme perché non poteva pagare nemmeno la scuola di calcio a suo figlio. Alla fine del servizio, gli imprenditori che stavano in studio, tipo la Todini, avevano colto la palla al balzo e avevano subito dichiarato di fronte al pubblico: lasciateci il numero, uno straccio di lavoro in nome della scuola calcio del figlio glielo troveremo. La domanda che mi era posto non era tanto relativa al fatto di come la spettacolarizzazione annullasse in realtà il valore della denuncia e anzi legittimasse immediatamente le parole della Todini & co. Lo sconcerto che provavo era proprio nella mostruosa introiezione di questo meccanismo di sudditanza: anche il disoccupato – una volta avuta finalmente voce – non aveva nessuna capacità di diventare un soggetto politico, finiva col mostrarsi semplicemente un miserabile, non riusciva a innalzarsi dalla sua condizione di sintomo di un malessere impersonale, e proprio a quel punto forse otteneva un lavoro.

È questo rovesciamento, questa incoscienza di classe che negli ultimi anni è stato sdoganata. A tal punto che per esempio l’ultima campagna pubblicitaria della Presidenza della Repubblica sulla sicurezza sul lavoro fa leva proprio lì. Guardateli i cartelloni. Un quadretto di una famiglia felice, incorniciati in un frame di una polaroid, e un inquietante slogan: Non fare che tutto questo diventi solo un ricordo. Chi si vuole bene pretende la sicurezza sul lavoro. Chi si vuole bene?! Adesso se rimango schiacciato da una pressa mi devo anche sentire in colpa? Non era un mio diritto? Non era una tutela di cui doveva prendersi la responsabilità il mio datore di lavoro? Devo farmi carico anche di questo?

Ora – e qui viene la parte difficile – come collegare questa diffusa anestesia rispetto al risveglio di una coscienza di classe con l’aspetto apparentemente folkloristico della politica italiana: che c’entra Pomigliano con le barzellette condite di bestemmie e i balli del bunga bunga? e i suicidi dei ricercatori con il dito medio che Bossi tira fuori a ogni pie’ sospinto come un pivello gangsta? Come mettere insieme quella politica e quell’altra politica?

In realtà non vi sembra come forse il potere stesso oggi si manifesti proprio utilizzando questo bipolarismo di massa come suo referente? Mi faceva impressione mettere a confronto due filmati sorprendentemente simili. Uno è quello famoso della storiella (che è come Berlusconi definisce le barzellette) su Rosy Bindi raccontata a L’Aquila con bestemmia finale. Un altro lo potete trovare in rete ed è una scena di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: è appena morta una delle ragazze prigioniere delle torture dei vecchi gerarchi quando uno di loro prende la parola e racconta una barzelletta puerile con protagonista un tale Perotto, che si perde in un bosco, e quando viene ritrovato, alla domanda di riconoscimento Sei Perotto? risponde Quarantotto. E giù risate dei torturatori. Inquadrate in controcampo da Pasolini… Come dal cameraman improvvisato col cellulare a L’Aquila… Anche il contesto dà da pensare. Nel Salò di Pasolini c’è un cadavere appena fresco, a l’Aquila ci sono le macerie ancora da sgombrare. Perché Pasolini aveva scelto di mettere in bocca ai gerarchi repubblichini le barzellette? Perché Berlusconi è così pervicace nel raccontare le sue storielle, scorrette, blasfeme, offensive, puerili in qualunque occasione; o credete che smetterà dopo queste ultime così criticate da Chiesa e comunità ebraiche?

Perché Berlusconi, nel panorama mortifero che ha lui stesso creato, ha deciso d’incarnare ancora il principio trasgressivo, carnevalesco, il rovesciamento di quell’ordine che invece lui stesso dovrebbe garantire? Perché il potere funziona proprio così: come “trasgressione intrinseca”. La comicità del potere non è un surplus folkloristico, ma è l’espressione più piena dell’energia distruttiva del potere, la juissance, il godimento, l’orgasmo. La risata dell’Aquila sostituisce l’eiaculazione di un filmato su youporn, come dire.

Questo è ormai del tutto consentito perché ha a che fare con una società in preda a questa schizofrenia di massa. Che di fronte alla questione del terremoto vive un’emozionalità scissa. Da un’parte l’indignazione (ininfluente). Dall’altra un desiderio legittimo di ritornare a vivere, di ridere, di essere spensierata (incosciente). Ed ecco allora che il Berlusconi bestemmiatore e barzellettiere soddisfa in un sol colpo in maniera pavloviana entrambi i desideri: li esaurisce. Non facendo maturare né l’uno né l’altro, ne liquida le possibilità di crescita, e li spazza via dalla politica.

Cosa succederebbe se noi evitassimo di risolvere la nostra critica nell’indignazione da una parte (a sinistra) e di ridere delle barzellette di Berlusconi (a destra)? Forse che questi impulsi legittimi a innamorarci di un uomo, a mettere su famiglia, a vedere ricostruita la nostra città, non verrebbero finto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi; ma forse riuscirebbero a essere potenti, arriverebbero finalmente a creare qualcos’altro.

Christian Raimo
Fonte: www.ilmanifesto.it
31.10.2010

Pubblicato da Davide

18 Commenti

  1. Andava dall’analista?
    Brava! Così alimenti il sistema di medici e psicologi che nn fanno altro che dire cacchiate e però intanto loro vivono molto bene con quelle cacchiate!
    Riguardo alla psicologia, tutto quanto teorizzato anche fosse vero lo era per l’Uomo di decenni fa se nn molto di +…
    La costituzione psico fisica degli uomini è molto diversa oggi.

  2. la rimozione delle responsabilità dell’ oligarchia politicante è funzionale alla preservazione dell’oligarchia stessa; non per nulla l’oligarchia politicante poggia il suo potere sulla disinformazione ( che è un modo come un’altro per rimuovere le proprie responsabilità…).

  3. “Ma perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione?”. Semplice, perchè accettando questo sistema sappiamo di avere (consciamente o inconsciamente) perso in partenza. La fine delle civiltà è sempre triste….

  4. La ‘coscienza di classe’ è una fandonia vecchia come il cucco e capace solo di riprodurre il sistema come lo conosciamo, cambiando di poco connotati soggettivi e relative aspettative ma mantenendone intatto il sistema di potere. Di qui lo sviluppo di una ‘mobilitazione’ totale che poi sfocia regolarmente in guerra perchè anche in un sistema socialista non si può accontentare tutti: il paradiso non è in terra. Abbiamo capito che purtroppo non c’è posto per tutti: se paradossalmente la tizia para-universitaria smettesse di andare in analisi creerebbe – insieme ad altri ovviamente – una classe di analisti precari e disoccupati…è il sistema all’americana che vuole tutti-fare-tutto perennemente occupati ( e sottoccupati ), gli uni e gli altri in funzione delle altrui aspettative e desideri, tanto più bizzarri perchè assolutamente ‘circolari’ rispetto al loro esaurimento, procrastinato all’infinito insieme a desideri sempre più folli e artificiali…
    A mio avviso possiamo solo soddisfare i bisogni primari, legittimi ed indispensabili: ma a quale prezzo?

  5. Il film di Pasolini serviva soprattutto a mettere in risalto la putrescenza della borghesia, incarnata in epoca fascista dalla repubblica di salo’. Uso’ un famoso scritto del marchese De Sade che muore isolato e odiato dai parenti nel 1814,a sua volta. Chiese prima di morire “fate in modo che le mie tracce scompaiono dalla faccia della terra”
    Secondo me comunque, lo scritto di De Sade che piu’ si puo’ adattare alla situazione, e’ “La filosofia del boudoir”. Oggi un vecchio impotente, al potere da troppo tempo e iperannoiato (dopotutto), si diletta in quello che la sua classe di riferimento ha prodotto e predicato: merce carne umana a basso costo e iperdisponibile, ai bisogni dei “trasgressori” a potere.

  6. boh, io so che chi non ha soldi davvero col cavolo che spende trecento euro dall’analista ogni mese, e come si spostava, si vestiva, mangiava.. mi sembra una storia inventata da uno che la povertà non la conosce e si inventa due cretinate, con tutto il rispetto per lo scrivente che non conosco. Che coscienza di classe o di non so che deve sviluppare una che va a buttare in analisi 300 euro al mese se ne guadagna sicuri 650 ? In analisi ci vanno i fighetti con i soldi, gli altri vanno al centro sociale o combattono la depressione con la forza di volontà, se ce la fanno, se no .. di nuovo finiscono al centro sociale, ma voi del manifesto che arricchiti frequentate?

  7. “si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi”

    a parte i 300 euro di analisi che sono fuori dal mondo, questa è una storia che ho sentito 1000 volte da 100 e più ragazze che conosco e sono più o meno nella stessa situazione. Quello che davvero mi manda fuori di testa quando sento parlare queste ragazze è la fissazione maniacale sul fatto di sentirsi fallite unita alla pretesa di non voler tornare a casa dai genitori.
    Ma benedetta ragazza, se tu a un’età in cui tua madre aveva già fatto due figli prendi 650 euro al mese e vivi su un materasso come una matricola, E NON VUOI APPENDERE PER LE PALLE IL PADRONE, SEI UNA FALLITA, perchè accetti senza fiatare le regole di un sistema che è fatto per creare falliti. Ergo qual è la malattia cerebrale che ti porta a non avere nessuna dignità quando vai a lavorare (si fa per dire, a fare la schiava), e questa dignità la tiri fuori solo quando pretendi di non vivere a casa coi tuoi? Fattene una ragione, o appendi il padrone per le palle se non ti paga quello che meriti, o sei una fallita. Nel secondo caso, che tu viva in una topaia con 3 matricole o a casa coi tuoi, non cambia niente. Per cui torna a casa, fatti forza di ammettere coi tuoi che non hai le palle per farti valere e tienti i soldi che continui a regalare al padrone della topaia. Almeno smetti di finanziare uno dei tanti parassiti da cui ti fai usare

  8. ..”Ma perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione?”….dovresti chiederlo ai tuoi borghesissimi editori….e poi mi sembra un pò forzato equiparare un laureato precario con ambizioni proporzionate ai suoi studi ad un operaio in cassa integrazione, il fatto che vivano uguali condizioni economiche non li rende uguali……questione di classe appunto!

  9. Mah, questo articolo e’ a dir poco pessimo!
    Siamo d’accordo sul fatto che il precariato sia una piaga e che i giovani non abbiano possibilita’ di costruirsi un futuro, ma in sostanza concordo con chi ha commentato dicendo che se a trent’anni sei precario e invece di reagire al sistema lo accetti e vai dallo psicanalista sperando di “guarire” il tuo malessere per fare felicemente parte del sistema non solo non hai capito una cippa ma sei anche indubbiamente un fallito. Che dire poi del fatto che il problema viene presentato come se fosse tutta colpa di Berlusconi. Intendiamoci, che Berlusconi abbia dato il colpo di grazia all’Italia non ci piove, ma far credere che se non ci fosse lui tutto sarebbe rose & fiori non solo e’ una puerile illusione ma e’ anche disinformazione bella e buona. E’ il sistema attuale che va abbattuto e cambiato e Berlusconi e’ solo un piccolo ingranaggio all’ interno di esso.

  10. Secondo me c’è molta confusione nei commenti. Non credo che il giornalista abbia voluto prendere le difese della precaria, non credo cha abbia dato la colpa a Berlusconi e basta. Ha mostrato il disagio di una fetta di popolazione con due storie. Ha mostato come tendenzialmente i media trattano l’argomento. Ha mostrato come appare il potere in queste situazioni. Ha concluso che l’attenzione rivolta da destra e da sinistra all’atteggiamento del potere, al suo apparire è fondamentalmente nociva. Sono d’accordo. E lo dimostra l’ultimo episodio di cronaca berlusconiana, che non è politica. E’ cronaca. Sentir dire dai commentatori che il governo si occupa solo di queste cose mi fa piangere. Sono i media che sproporzionano l’attenzione verso episodi di cronaca e di costume (decadente). La politica (la cosa pubblica) va tragicamente avanti, su binari morti, senza prospettiva. E’ per quello che quando si parla di alternativa c’è poco da dire. Quando la discussione langue, l’alternativa è inesistente. Io ritengo che la classe giornalistica italiana abbia molto da rimproverarsi. Il sistema, nel suo complesso funziona male. Sicuramente Berluscones non aiuta, ma l’informazione potrebbe imparare a rendersi indipendente dal circo di nani e ballerine.

  11. d’accordo al 100% se una non ha soldi dall’analista non ci va, anche perchè sono i meno portati a risolvere una depressione in tempi utili.

  12. Come mai l’Italia produce la classe politica che produce ed invece l’America Latina marcia lungo una ben altra strada? Non venite a dirmi che laggiu’ non c’e’ precariato e non ci sia una cricca.

    Pero’ al voto i cittadini si esprimono chiaramente.
    In Argentina Kirchner e’ stato un grande innovatore ed ha tirato fuori una nazione intera dalla palta. Prodi e Berlusconi nei suoi confronti fanno piangere.
    In Brasile Lula surfava sulle onde di consensi bulgari attorno all’80 %. Roba da far schiattare l’amante dei sondaggi Berlusconi. Con grande coerenza adesso si sono scelti una presidente ben poco velina, di sicuro mezza bulgara, per cui i consensi se li merita per motivi anagrafici.

    Teniamolo d’occhio il semicontinente americano del sud. Se ci ha finora fatto le scarpe in letteratura, forse si appresta a farcele anche in politica. Perlomeno in dignita’ politica. Manifestasse l’Italia lo stesso coraggio che ha manifestato il povero Ecuador, forse le cose andrebbero diversamente, con una prospettiva di riscatto italica dall’ormai miserabile sudditanza al gigante in brache di tela comprate a credito USA.

    Sempre prendendo spunto dalle elezioni brasiliane, terza e’ arrivata l’esponente dei verdi. Ecco la vera novita’ politica di questi ultimi decenni: il movimento verde, le cui istanze di base hanno gia’ penetrato per osmosi anche i partiti cosiddetti tradizionali.

    Con i dovuti distinguo, intravvedo una possibilita’ di riscatto italiana. Se l’Argentina ce l’ha fatta ad uscire da quella terribile crisi in cui l’avevano sbattuta i militari prima e l’FMI poi, non per nulla ne era l’allievo prediletto, perche’ mai non dovrebbe farcela l’Italia? Kirchner era un governatore semisconosciuto di una provincia lontanissima.
    Allora forza con lo scouting di giovani talenti politici sperduti in remoti regressi italici. Possibilmente gente di terreno e non di palcoscenico d’avanspettacolo.

    Un’altra constatazione, sempre ispirandosi all’america latina. Sia Kirchner che la neopresidente brasiliana sono figli di immigrati. Fossi uno scouter politico italico, mi darei da fare anche in quella direzione. La natura lo sa che mescolare il DNA in periodi di grandi cambiamenti puo’ sortire il piu’ adatto alla sopravvivenza.

    I votanti italiani non sono pronti ad eleggere un candidato italo-romeno, ho capito. Beh, ci sono anche gli italo-cinesi. Neppure quelli van bene? Ouff, allora dico italo-n’importe quoi. L’importante che abbia in se’ un meccanismo intellettuale alla Kirchner, che di sicuro si trascinava nel DNA la forza, la tenacia e anche la modestia montanara dei suoi padri.
    L’italia avendo molta gente di mare, non manca di DNA dalla tempra giusta per uscire da grigie procelle. Sarebbe un’altra possibile direzione lungo cui reperire una nuova classe politica.

    L’applicazione della genetica spontanea alla politica!
    Che non e’ l’applicazione del sesso spontaneo alla politica.

    Scusandomi come sempre per la divagazione, venuta da se’, date le circostanze.

  13. Ma ancora con questa storia del conflitto di classe: é diventato un mantra, uno slogan vuoto. OK, anche ammettendo che l’autore sappia di cosa stia parlando (cioé si renda conto dell’assoluta assenza di una coscienza di classe nella societá occidentale da almeno 30 anni), mi saprebbe dire in cosa dovrebbe sfociare questo conflitto? In una rivoluzione? O non piuttosto consegnarsi mani e piedi ad una nuova oligarchia (ben rappresentata dagli editori dell’articolista, che non ne imbroccano una da vent’anni)? O non é piuttosto che si ricorre allo psicoterapeuta perché non si sa piú come arrestare la disperata frammentazione della societá? Non sarebbe meglio (ri)cominciare da li’ e (ri)dare ai cittadini almeno la sensazione di poter contare qualcosa, senza doversi affidare all’ “avanguardia” (anche se é un cuneo..) che risolve i problemi per loro?
    A questo articolista dedico le prime strofe di una canzone degli Skiantos: “Largo all’avanguardia, pubblico di merda”…

  14. Analista e psicologo sono due cose diverse. Psicanalisi e psicologia sono due cose diverse…

  15. Articolo interessante: uno dei migliori letti ultimamente su CdC.
    Si vede che l’autore ha fatto tesoro della lezione di Foucault.
    Ho apprezzato e condivido.

  16. Aggiungo: peccato che il 90% dei commenti non sia alla stessa altezza.
    Alcuni sembra che abbiano letto un altro articolo (ipotesi benevola perchè diversamente significherebbe che hanno preso fischi per fiaschi).
    Eppure è scritto in modo comprensibile…

  17. Gran brutto equivoco confondere i proletari con i pezzenti.

  18. Venerdi’ scorso, il giorno prima della pubblicazione sul Manifesto di questo articolo scrivevo commentando il post “Batti il precario finche’ e’ caldo”———–
    Oggi ho avuto uno scambio di notizie con persone over 40, diplomate, in difficolta’ con il lavoro. La situazione e’ molto piu’ grave di quello che sembra e chi e’ in difficolta’ e ricorre magari all’ aiuto della famiglia tende piu’ a nascondere le sue difficolta’ che a mostrarle. Il disagio sociale non produce reazioni se non episodiche e magari scomposte, ed e’ difficile mettere insieme le proprie difficolta’ personali con la situazione generale. In realta’ ciascuno e’ solo e iniziative collettive possono servire a difendere posti di lavoro gia’ esistenti ma non aiutano proprio a trovare il lavoro a chi non l’ ha o lo ha perso. La sommatoria di difficolta’ individuali, oltre ad incrementare la vendita di antidepressivi, aumenta la tensione nel paese e le singole questioni sono affrontate con una rabbia e una paura maggiori. Cosi’ il caso dei pastori sardi, dei disoccupati napoletani e delle lotte contro le discariche, cosi’ i lavoratori del cinema, cosi’ molti piccoli gruppi di operai metalmeccanici……….Insomma le difficolta’ economiche non provocano una reazione collettiva che dovrebbe essere indicata da qualcuno e il paese va avanti cosi’, mentre il governo e’ in difficolta’ per una bella ragazza scappata di casa. Il brutto e’ che questa non e’ una crisi ma un passaggio epocale, la fine dell’ illusione dello sviluppo illimitato e le difficolta’ nel futuro non diminuiranno ma saranno crescenti . Ma per il momento, non solo non si discute di cambiamenti, ma non si parla neanche molto di quello che succede nella nostra economia, nella nostra societa’. ————-
    condivido quindi quasi tutto questo articolo e concordo con un lettore del Manifesto che in una lettera al giornale ha scritto che il titolo migliore sarebbe stato “Incoscienza di classe” che invece e’ stato messo solo a commento della parte finale del pezzo nell’ ultima pagina del quotidiano.