Riflessioni sulla filosofia di Eraclito

Di Flores TOVO

Comedonchisciotte

Il pensiero di Eraclito da Efeso si presenta come la prima rivelazione dell’Essere   nella cultura europea. Lo straordinario fascino dei suoi detti ha influenzato molti filosofi e poeti del passato, ma ancor più della modernità, quali Blake, Hölderlin, Hegel, Nietzsche e Heidegger. Noto nell’antichità come l’Oscuro (ho skoteinòs), per lo stile dalla concisione solenne e profetica, egli fu in realtà un filosofo che esprimeva un pensiero ben preciso e delineato. Certamente la concisione poteva e può indurre alla riflessione e alla lentezza nella lettura (Eraclito usava molti sostantivi e pochissimi aggettivi), ma, come ebbe ad affermare Nietzsche nel suo commento giovanile del pensiero eracliteo “…mai un uomo ha scritto in modo più luminoso…”.
La tradizione culturale misterico-orfica è, in Eraclito, assai marcata. La solennità, il forte senso del divino e la sua ineffabilità ci presentano un filosofo simile ad un oracolo o ad una Sibilla. L’Apollo e il Dionisio, i due Dei che rappresentano nel profondo l’animo e la cultura greca antica, stretti in una indissolubile unità, si trasformano, nel suo pensiero, “… in contrari appartenenti ad un Lògos-tutto” (1).

Il passaggio dall’estasi misterica al Lògos dialettico è ricostruito proprio da Giorgio Colli, che nel libro “Dopo Nietzsche” affermava, sia pure per via ipotetica, ma in modo suggestivo e convincente, che è l’enigma, il “pròblema” che indica l’origine della ragione. La dialettica, secondo Colli, nasce proprio dall’enigma, definito anche “griphos”, inteso come rete: perciò la ragione era lo strumento di soluzione dell’intrigo, dei nodi tessuti entro la rete.

In Eraclito la potenza della ragione si sprigiona nella sua completezza, ed egli, avvalendosi appunto del procedere dialettico, cerca di rivelare gli intimi e nascosti segreti del comprendere la realtà sia della società umana che della natura.

Ma quale significato egli attribuisce al Lògos? Il frammento 50 è quello che ne indica l’unità e la totalità. Esso così dice : “Prestando ascolto non a me, ma alla ragione, è saggio convenire che tutte le cose sono uno” (2).

Il Lògos ( che è ragione o Discorso) non è semplicemente la ragione umana o la sua parola, ma è la voce intima del mondo che in nessun modo è riducibile alla razionalità soggettiva e quindi opinabile degli uomini (L’opinione è epilessia.. scriveva Eraclito nel fr.46). Esso è il Discorso dell’Essere, ossia della natura vivente (physis) che è onnicomprensiva e che trascende la ragione umana. In Eraclito non c’è quindi la pretesa di conoscere perfettamente l’Essere (che non è Dio, ma il principio della manifestazione degli enti).

Il Discorso soggettivo umano comprende solo in parte il Discorso oggettivo, che potremo anche chiamare divino, in quanto la sua subordinazione ad Esso deve essere chiara: è infatti prestando ascolto ad Esso e non alla ragione umana che si può capire, attraverso una intuizione rivelativa, che tutte le cose sono riconducibili ad una Unità trascendente. Vi è, quindi, nel filosofo, la piena consapevolezza di quella che Heidegger chiamerà la differenza ontologica fra ente (l’uomo, l’Esserci) e l’Essere.

Lo stesso frammento 41 ribadisce tale differenza: “Esiste una sola cosa saggia: conoscere la ragione, la quale tutto governa attraverso tutto”.

L’uomo, che possiede la ragione, può comportarsi saggiamente solo se comprende che la sua ragione è limitata e subordinata a quella universale: egli è sì un ente privilegiato, perché il suo intelletto lo porta a capire che il mondo è governato dal Discorso o legge unica, ma che è pur sempre secondario ad Esso. Non vi è quindi, in Eraclito, nessun antropocentrismo, che è quel credere di origine socratico-platonica e fatto proprio dal Cristianesimo e dalla metafisica occidentale (con le dovute eccezioni) secondo il quale l’uomo è il centro dell’universo e che la sua mente è in grado di aderire perfettamente alla verità, essendo essa la portatrice della verità.

Fra l’altro solo pochi uomini (i veri filosofi) sono capaci di comprendere che l’Essere è regolato dal Discorso: da qui l’aristocratismo spirituale di Eraclito che viene sancito da due frammenti che confermato il senso elitario del pensare eracliteo, e cioè i frammenti 1 e 72:

“Di questo Discorso, che è vero, mai possiedono gli uomini intelligenza, né prima di udirlo, né subito dopo averlo udito; per quanto ogni cosa infatti accada secondo questo Discorso, sembra che non abbiano avuto esperienza, pur avendo fatto la prova e delle parole e dei fatti esattamente quali io li descrivo, distinguendo ogni cosa secondo la sua natura e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane nascosto tutto quello che fanno da svegli, così come dimenticano di quello che fanno dormendo” (fr. 1).

“Di quel Discorso col quale più di tutti essi hanno continua dimestichezza, da esso discordano, e quelle cose in cui si imbattono ogni giorno a loro appaiono straniere”  (fr. 72).

Si noti che coloro che non comprendono il Discorso non sono solo gli uomini tardi (L’uomo di tardo intelletto abitualmente rimane attonito di fronte ad ogni discorso) (fr. 87), ma anche coloro che sono considerati dai più gli uomini più eruditi e geniali come Pitagora, Omero, Esiodo, Senofane, o Archiloco. Pitagora è definito un ingannatore, (fr. 129 e 81), Omero un astrologo… degno di essere frustato (fr. 105 e 42), Esiodo un incapace a comprendere l’unità del Lògos (fr. 57 e 106) e così via.

Ma che cosa non comprendono questi grandi uomini che per Eraclito sono invece piccini e ciechi rispetto al profondo Essere? E che cosa intende veramente Eraclito per unità del Lògos?

La risposta che egli dà è presente in tantissimi frammenti della sua opera che si chiama “La natura”. All’interno dell’Uno assoluto, a cui Eraclito fa riferimento nel fr. 10 che poi si commenterà, vi è un Discorso a sua volta unitario che, come si è visto nel fr. 41, governa tutte le cose. Questo Discorso altro non è altro che l’unità dei contrari.

S’è detto che la parola Lògos ha in realtà vari significati, e cioè Discorso, legge, ragione, senso e da ciò emerge che il Logòs non ha una determinazione unica. Esso è :

“…indeterminato e infinitamente determinabile in quanto è totalità onnicomprensiva” (3).

Ma in una così ampia pluralità di significati è comunque sempre accertabile in quasi tutti i frammenti eraclitei che l’essenza onnipresente del Lògos è appunto l’unità dei contrari, come del resto ha riconosciuto lo stesso Heidegger (4).

Ecco allora i frammenti che sono unanimemente considerati i più significativi a tal riguardo, tralasciando altri meno importanti:

“Ciò che è opposto concorda e dai discordi l’armonia più bella “(fr.8), “Non comprendono come, pur differendo, con se stesso concordi. Armonia di entrambe le parti, come quella dell’arco e della lira” (fr. 51), (Contesa è padre di tutte le cose, di tutte è re: alcuni dimostrò dei e altri uomini, alcuni fece schiavi e altri liberi) (fr. 53), “Più potente è l’armonia nascosta di quella che appare” (fr. 54), “La via della vite, curva e diritta, è una e la stessa” (fr. 59), “Il dio è giorno e notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame: muta come il fuoco quando si unisce agli odori, e prende il nome dal sapore di ognuno di essi” (fr. 67).

La parola chiave presente in questi frammenti è la parola armonia (armonìa), che si trova nei frammenti 8, 51 e 54. L’armonia implica un legame convergente tra le parti, le quali, pur scontrandosi fra loro, si compenetrano in una complementarietà necessaria. Gli opposti sono ad un tempo concordanti e discordanti, ma inseparabili nella loro unità. Il frammento 67 rivela chiaramente tale unità dei contrari (contrari in quanto appartenenti alla stessa specie): infatti guerra pace, sazietà fame, inverno estate e tutto ciò che comporta contrarietà reale non sono separati fra loro da un trattino scritto che renderebbe evidente la loro distinzione ed irriducibilità. La mancanza del trattino separativo sta ad indicare invece la loro profonda unità armonica: non può esistere pace senza guerra, sazietà senza fame e così via. Nella lotta fra contrari, che Eraclito chiama conflitto o contesa (pòlemos), si può addirittura intravedere una dottrina della conoscenza, in quanto noi non possiamo conoscere un qualcosa se non c’è il suo opposto.

Ma a parte tali considerazioni, è la lettura dei frammenti citati che fa comprendere il motivo del disprezzo intellettuale che Eraclito ebbe verso Omero, Pitagora ed Esiodo in particolare.

Di Omero egli criticava soprattutto l’invocazione per una pace eterna fra gli uomini a conclusione della guerra di Troia narrata nell’Iliade. Una pace eterna che sarebbe stata la calamità peggiore, perchè popoli senza capacità aggressiva sarebbero stati distrutti da altri popoli aggressivi. In ogni caso, si aggiunga, la mancanza del pòlemos avrebbe causato l’aumento di un numero insopportabile di umani che avrebbe annientato la vita stessa della terra. Di Pitagora egli criticava invece il dualismo radicale fra i contrari. Infatti anche Pitagora riteneva che la realtà del mondo fosse caratterizzata da dieci opposizioni fondamentali (pari-dispari, limite-illimitato, maschio-femmina, bene-male, luce-tenebra e così via), che erano tuttavia nettamente, ossia dualisticamente, separate fra loro senza quindi essere in un rapporto armonico ed unitario. Ed infine di Esiodo dirà che questi distingueva nettamente il giorno dalla notte non comprendendo che essi sono “una cosa sola”.

Eraclito insomma considerava costoro incapaci di comprendere che le opposizioni reali della vita non sono scisse fra loro, in quanto non esiste un negativo assoluto o un positivo assoluto come per esempio in Omero (solo la pace è buona), e che, invero, nel cosiddetto negativo vi è il positivo e viceversa, oppure, meglio ancora, che i contrari proprio perché reali ed esistenti e imprescindibilmente legati fra loro sono entrambi positivi. Questo significa che gli opposti per Eraclito sono anche complementari. Infatti se le opposizioni vengono intese irriducibili fra loro come in Pitagora o, più tardi come presso i Manichei e i loro seguaci o i calvinisti anglo-americani, si ottiene un dualismo che di fatto impedisce una qualsiasi forma di unità. Per cui, come ebbe a dire Guènon, “…l’opposizione tra due termini non può fare a meno di esistere, e possiede una realtà relativa a un determinato livello di esistenza, non meno vero è che tale opposizione deve scomparire in quanto tale e risolversi armonicamente, per sintesi o integrazione, col passaggio ad un livello superiore” (5).

Ciò che il filosofo ora citato intende dire è che ogni dualità deve alla fine scomparire, per equilibrarsi nell’unità. Deve cioè tornare ad essere complementare, perché altrimenti, in una realtà duale senza integrazione, trionferebbe necessariamente il caos e lo squilibrio perenne. In Eraclito la dottrina dei contrari è assolutamente monistica, come s’è visto nei frammenti 50 e 41. E tale monismo risulta ancora più evidente nel fr. 10, detto il frammento della syllàpsis, che così dice:

“Rapporti. Intero non intero, concordante discordante, consonante dissonante, da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose”.

La parola greca syllàpsis viene tradotta qui come rapporti, ma altri la traducono come congiungimenti o connessioni. Comunque sia, la parola indica chiaramente che tutti i termini vanno a coppie, e che ogni coppia, come scrive Diano (noto studioso e traduttore di Eraclito) nel commentare tale frammento, costituisce una particolare connessione che è appunto la coincidenza dei contrari.

E questo risulta chiaro nella frase successiva del frammento dove si comprende che il dualismo, pur restando presente, converge in una unità superiore che è appunto l’Uno. Il “concetto” dell’ Uno si collega certamente con il “ concetto” di Infinito di Anassimandro, in quanto l’Uno, inteso come l’Infinito (che in quanto tali si identificano), è il contenitore dei contrari. L’Uno però, proprio perché è infinito ed indeterminato, non è la somma dei contrari, cioè il loro insieme. In quanto contenitore, Esso è al di là dei contrari stessi, poiché sarebbe determinato, in quanto i contrari sono determinazioni: l’Uno non può che essere la negazione di ogni determinazione, poiché è al di là di ogni parte. Esso è assolutamente trascendente, e come dirà giustamente Plotino (che fu detto il filosofo dell’Uno), esso è àmorphos (privo di forma) e aneìdos (privo di figura) e quindi al di là dell’Essere e del Non-essere ( che sono, per la loro somma estensione concettuale, i contrari primi), e cioè del principio di manifestazione e del principio di non- manifestazione. Essi sono comunque principi sempre collegabili a ciò che è finito, ossia ad ogni forma vivente, mentre l’Uno è infinito. Tuttavia l’Uno, in quanto contenitore dei contrari, e ne è l’Unità, pur nella sua trascendenza non è estraneo rispetto al mondo, in quanto Esso è soprattutto capacità unificante”. La veduta della coincidentia oppositorum troverà in epoca rinascimentale due grandissimi interpreti, Cusano e Bruno, che proprio approfondendo questo fondamentale frammento eracliteo, concorderanno nel ritenere che nell’Infinito Uno tutte le determinazioni contrarie coesistono e quindi si annullano. Cusano, in particolare, nel suo libro “La dotta ignoranza” si avvarrà di una nuova logica, che egli chiamerà logica dell’intelletto, basata proprio sul principio della coincidenza degli opposti con la quale, sia pure in forma ipotetica o congetturata, cercherà di spiegare attraverso i concetti di complicazione e di implicazione il modo con il quale dall’Uno si dipartono tutte le cose e come tutte le cose poi ritornino ad Esso.

Heidegger sottolineerà questa capacità unificante dell’Uno: “L’uno non è un uno (eins) per sé , che non avrebbe a che fare con tutte le cose, ma è l’Unificante” (6).

Anche Cusano afferma che è impossibile spiegare alcunché dell’Infinito in quanto tale, tant’è che egli lo chiamerà il Dio nascosto, un dio che può rivelarsi a noi solo nella nostra finita soggettività e che quindi sarà sempre al di là di noi. Bruno dirà chiaramente che vi è un dio nel mondo (Deus insitus omnibus) che è il dio che si manifesta nella natura, cioè il dio finito o Essere (che non è il vero dio) e il Dio che è sopra le cose (Deus super omnia) che è il vero Dio, sul quale non possiamo dire nulla, se non, appunto, che è coincidenza degli opposti.

La dottrina dei contrari ha allora il fondamento nell’Uno stesso che la “assorbe” e la annulla in sé. I contrari sono nell’Uno pur non essendo l’Uno. Essi in realtà, con la loro intima connessione regolano la vita dell’Essere (l’Uno trascendente attraverso i contrari diventa uno immanente), cioè di tutta la natura che si manifesta. Nulla, secondo Eraclito, sfugge a tale “Legge”. La vita, a partire da quelle delle galassie per giungere a quella dei microbi, è soggetta alla lotta e al conflitto: tutto ciò che diviene si trova e troverà al di dentro di questo destino.

Tuttavia egli non ha una veduta pessimistica come quella del suo predecessore Anassimandro. La contesa era considerata da questi come un’ingiustizia dovuta alla rottura originaria (la nascita dei contrari) avvenuta all’interno dell’Infinito, che doveva essere scontata espiandone la colpa. La precarietà del mondo dovuta all’incessante conflittualità non rappresenta per Eraclito un’immagine terribile e disperante che fa della vita un episodio temporale sofferente, ma al contrario, pur comprendendo la tragicità dell’esistenza, la accetta con un fatalismo consapevole, perché, come ebbe a dire Nietzsche, esso ci insegna ad amare il destino.

Il frammento che rivela questa tragica, ma anche realistica adesione all’esistenza, è il numero 52, che qui riportiamo:

“Il tempo è un bambino che gioca coi dadi: di un bimbo è il regno”.

Il tempo è il divenire che trascina con sé gli esseri viventi e che arreca il giudizio sulla loro vita. Come tale però egli non giudica, perché è come un bambino. E come si sa, il bambino simboleggia l’innocenza spontanea, in quanto il bimbo vive perché vive e non si chiede nulla. Egli aderisce all’attimo presente con tutta la sua pienezza, e in tale adesione egli mette tutto se stesso, in quanto egli gioca coi dadi (si può ritenere che vivere l’attimo temporale come se fosse perpetuo è un’anticipazione della dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche) e nel gioco si dà con tutto se stesso. Ecco che qui il gioco coi dadi, che comporta fortuna, ma anche abilità, è davvero il simbolo del pòlemos , che in altri frammenti è rappresentato invece col il simbolo del fuoco. Il bambino (il tempo) è l’innocente che gioca e in questa attività dimostra tutta la sua gioia ed impegno, ma nel contempo egli è anche crudele poiché nel gioco (nel conflitto) ci sono i vincitori e i vinti. Del resto il frammento 53 conferma che è il pòlemos a fare alcuni dei ed altri uomini, alcuni schiavi ed altri liberi.

Forse per questo motivo Nietzsche lo definirà addirittura il filosofo della “hybris” (dismisura, tracotanza o insaziabilità vitalistica), poiché riteneva che il filosofo greco sapesse sì che la vita fosse intrisa di dolore, ingiustizia, colpa, ma che “… non l’empietà, bensì il sempre risorgente impulso del gioco chiama altri mondi alla vita. Talora il fanciullo getta via il suo trastullo: ma ecco che subito ricomincia con estro innocente” (7).

Tuttavia l’opinione di Nietzsche non è del tutto corretta. Se è vero che la vita degli enti è una continua, incessante e sempre riproducentesi lotta, è anche vero che Eraclito non può essere considerato il filosofo della hybris.

Il fr. 43 è assai importante e significativo a tal riguardo: “Bisogna spegnere la dismisura più di un incendio”.

La dismisura, che è appunto la hybris, non può essere alimentata che con la superbia o la prepotenza. Essa appiccherebbe un fuoco, quel fuoco che per davvero …governa tutte le cose…(fr. 64), ma che se lasciato divampare con tutta la sua violenza distruggerebbe tutte le norme che garantiscono l’ordine sociale che quindi sarebbe la mala pianta di ogni tirannide. La testimonianza di Diogene Laerzio riporta nella sua “Vite e dottrine dei filosofi” (libro IX, 15) che il grammatico alessandrino Diodoto, che aveva a disposizione tutta l’opera di Eraclito e non solo i frammenti, aveva attestato che il poema del filosofo non si occupava solo della natura (physis) ma soprattutto dello stato (politèia) che veniva concepito conforme alla natura stessa.

Per cui il Lògos dei contrari è, in senso politico, il nòmos, la legge, ed esso va tenuto in equilibrio, cercando di evitare che si formino degli eccessi, poiché questi scatenerebbero una reazione contraria che darebbe il via al disordine e all’ingiustizia.

E’ presumibile che egli ritenesse che il pòlemos vissuto nella comunità non dovesse essere vera e propria guerra, bensì competizione, concorrenza, lotta, evitando per quanto possibile che queste eccedessero nel sopruso. In tal senso egli propugnava il governo dei migliori, degli aristocratici (Uno per me vale diecimila, purchè sia il migliore” (fr. 49), perché i più non erano in grado di comprendere il Lògos (… la maggioranza pensa invece a saziarsi come bestie) (fr. 29), mentre le persone più abili e consapevoli, proprio perché lo conoscono, impedirebbero l’accendersi della conflittualità. E in effetti, nel fr. 121, egli augura agli Efesii che vadano tutti ad impiccarsi, poichè “…essi che hanno mandato in esilio Ermodoro, l’uomo fra loro più abile…” il quale eccelleva non negli eccessi, ma nella compostezza e nella conoscenza delle leggi (era un monoteta) e che propugnava la morigeratezza dei costumi. Egli rifiutò la sottomissione ai Persiani del re Dario e restaurò l’uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge (l’isonomia). Ma gli Efesii non volevano che ci fosse fra loro uno più abile di tutti e che governasse secondo equità: e per questo lo esiliarono.

Pertanto, sebbene il Discorso sia simboleggiato dal fuoco, si deve ritenere che l’ideale politico proposto da Eraclito fosse quello basato sul concetto di isorropia, ossia di equilibrio armonico.

Il fuoco è infatti sempre vivente e coincide con l’ordine universale (fr. 30). Ma l’ordine è dato dalla dottrina dei contrari, quindi il fuoco è ciò che mette ordine. E’ evidente che ciò che mette ordine non è un elemento fisico (come hanno affermato Burnet o Reale sulla scia del tutto errata di Aristotele) ma un principio razionale che appunto ordina il mondo secondo la sua maggiore o minore intensità. Il fuoco sempre vivente è un perpetuo temporale, in quanto sempre era (passato), sempre è (presente), e sempre sarà (futuro), che penetra ed attraversa la natura e la società stessa (si ricordi che il perpetuo è temporale, mentre l’eterno è senza tempo). Esso è il pòlemos perché è il simbolo dell’energia e della trasformazione che tutto cambia, pur rimanendo perpetuo (Mutando sta fermo) (fr. 84a).

Proprio perché il fuoco è anche il simbolo della trasformazione, molti hanno ritenuto che Eraclito fosse il filosofo che esaltava il divenire (Hegel e Nietzsche soprattutto). In realtà oggi, grazie agli studi sempre più accurati, si è del parere che Eraclito sia il filosofo che impernia tutto il suo pensare sulla contrarietà del reale (in particolare da parte di studiosi come Giannantoni, Snell e lo stesso Colli).

E’ evidente che dare una interpretazione condivisa dei contenuti della filosofia eraclitea è impossibile, anche perché i pochi frammenti che possediamo non possono chiarire in modo esaustivo il suo pensiero. Ci sono frammenti, tra cui si può citare i due più famosi, come il 49a “Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo” e il 91a “Non è possibile entrare due volte nello stesso fiume” (gli altri che parlano del divenire sono il 36, il 62, il 76, l’88 e il 90) coi quali si evince chiaramente che Eraclito concepiva la realtà della natura come diveniente, una realtà che fu sintetizzata più tardi con la formula del pànta rei, del tutto scorre.

Eraclito è, invero, il filosofo della dottrina dei contrari che implica, proprio per la sua essenza, la possibilità del divenire. Per cui l’aspetto dialettico dei contrari è predominante, soprattutto nell’ambito sociale. Il processo del divenire si può spiegare benissimo in verità anche senza avvalersi della logica dialettica: Platone nel “Sofista” e Aristotele nella “Fisica” lo dimostrano ampiamente. Anzi, quest’ultimo è stato il vero inventore, per così dire, del linguaggio che spiega il movimento servendosi dei concetti di potenza ed atto.

Pur tuttavia c’è una strettissima correlazione fra dialettica dei contrari e il divenire: infatti se il mondo è dominato dalla contesa, come sarebbe possibile la lotta senza il movimento temporale? Il conflitto è fuoco che si muove e che stabilisce l’ordine divino, che secondo Eraclito avviene all’interno di una circolarità che mai ha inizio e mai una fine, poiché “Comune nel cerchio è il principio e la fine “ (fr. 103).

Perciò si può affermare che la dialettica degli opposti e il principio dell’isorropia abbiano rappresentato l’essenza culturale e vitale del popolo greco antico, almeno fino ad Aristotele (compreso). Una essenza che mai andava disgiunta dal comune sentire dei Greci di allora. Gli Dei più interrogati, più ascoltati e vissuti in quel mondo lontano erano Dionisio e Apollo e sicuramente tutta la filosofia di Eraclito, che, come s’è visto, ha un carattere oracolare, era cioè pervasa da un sentimento rivelativo che il fr. 51, già citato, ma che riportiamo ancora, mette in piena luce:

Non comprendono come, pur differendo, con se stesso concordi. Armonia di entrambe le parti, come quella dell’arco e della lira” .

L’arco e la lira sono gli oggetti prediletti da Apollo, che spesso viene rappresentato quando li porta con sé. Essi sono in armonia contrastante fra loro (l’arco dà la morte, la lira allieta, con la musica, la vita): tuttavia essi sono i simboli del dio che è, ricordiamolo, il dio della razionalità serena.

Colli comprese in profondità tale apparente contraddizione:

Nella visione cosmica essi si identificano (l’arco e la lira) in quanto archetipo, unico geroglifico apollineo, strumento di leggiadria e di morte. Un disegno ricurvo, secondo cui in età arcaica si costruivano l’arco e la lira, congiungendo per entrambi, in diverse inclinazioni, le corna di un capro, -animale di Dionisio! – ci offre l’intuizione unificante. Bellezza e crudeltà vengono da uno stesso dio, da una stessa immagine primordiale” (8).

E’ un frammento, il 51, decisivo per afferrare sino in fondo il senso profetico della dialettica eraclitea. Gli strumenti di Apollo sono anche quelli appartenenti nel proprio corpo da Dionisio.

Per Eraclito il dionisiaco comportava un vivere così intenso che traboccava e si liberava ad un più di vita, grazie ad una rottura ontologica di livello. Questo sbocco attuava il risveglio di sé che portava all’apollineo; quindi Dionisio ed Apollo si fondono in una unità superiore: non può esistere il Kàos senza Kòsmos , l’irrazionalità senza razionalità (9).

Questo significa che Eraclito non era il filosofo, come pensava Nietzsche, che esaltava la hybris, ma il filosofo che anticiperà il concetto protagoreo e platonico-aristotelico di mètron, cioè il concetto di misura e di equilibrio.

Egli già a quel tempo si rendeva conto dei pericoli di un mondo dove l’indifferenza dei costumi, delle razze e delle culture ci poteva portare. In suo frammento consolatorio, ma anche profetico, egli capiva che il Discorso vuole le differenze e la varietà del vivere.

Questo frammento, il 7, così dice:

Se tutte le cose diventassero fumo, le narici potrebbero riconoscerle”.

Il fumo è l’omologazione, la cancellazione delle differenze, è la pretesa della ragione calcolatrice, che oggi è quella del denaro e della quantità che uniforma, perché l’indistinto è più semplice e facile da guidare e da gestire. E in effetti molte volte nella storia delle culture umane abbiamo osservato che ci sono stati, in particolare nella cultura occidentale che è stata la più tecnico-razionale di tutte, tentativi di livellare la società di cui il mercatismo economico-tecnico attuale è l’espressione più potente (il Gestell heideggeriano).

Ogni volta, soprattutto quando tutto sembra venire avvolto dalla coperta nebbiosa della omologazione generale e cioè quando tutto diventa fumo, il Lògos dialettico (le narici) che governa il mondo non solo apparentemente, ma soprattutto di nascosto (La natura (il Discorso) ama nascondersi) ( fr. 123), (Più potente è l’armonia nascosta di quella che appare) (fr. 54), fa rinascere le sue gioiose differenze, che però solo in una comunità basata sull’ “unicuique suum”  possono attuarsi.

Il “pòlemos” vuole sempre che tutte le cose possano essere riconosciute nelle loro diversità, pur se nell’equilibrio: questa è la legge, non umana, bensì divina, che Eraclito ci ha rivelato: per cui l’aristocratismo eracliteo si può apertamente predisporre solo all’interno di una comunità vivente. Aristocratico è perciò colui che sta nel giusto mezzo, partecipando a quello che è il destino della propria gente: “E’ necessario che il popolo combatta per la legge allo stesso modo che per le mura” (fr. 44).

Il dramma del nostro mondo attuale sta in queste parole: infatti non si è palesata ancora una vera aristocrazia spirituale, mentre le comunità si decompongono e le invasioni indifferenziate sempre più si accrescono.

 

NOTE:

  1. G.COLLI, La sapienza greca, vol. I, ed. Adelphi, Milano 1977.
  2. La traduzione del frammento riportato e di quelli successivi è quella di F.TRABATTONI, I frammenti, ed. Marcos y Marcos, Milano 1989. Si sono altresì consultate, per un confronto, altre importanti traduzioni come quella di M.MARCOWICH, Frammenti, ed. La Nuova Italia, Firenze 1978, e di C.DIANO-G.SERRA, I frammenti e le testimonianze, ed. Mondatori, Milano 1993.
  3. K.JASPERS, I grandi filosofi, Eraclito, ed. Longanesi, Milano 1973, p.721.
  4. M.HEIDEGGER ha scritto vari saggi e libri su Eraclito: i suoi lavori più importanti a riguardo sono: “Seminari”, ed. Adelphi, Milano, “Eraclito”, ed. Mursia, Milano 1993, e in collaborazione con E.FINK, Dialogo intorno a Eraclito, ed. Garzanti, Milano 1992.
  5. R.GUENON, Il simbolismo della croce, ed. Luni Editrice, Milano 2003, p.55.
  6. E.FINK-M.HEIDEGGER, Dialogo,cit., p.60.
  7. F.NIETZSCHE, La filosofia nell’età tragica dei Greci, ed. Newton, Roma 1991, p.242.
  8. G.COLLI, Dopo Nietzsche, ed. Adelphi, Milano, p.45.
  9. Il primo a comprendere con chiarezza la profonda unità fra le due divinità fu J.EVOLA in: “Cavalcare la tigre”, ed. Scheiwiller, Milano 1971, pp.66-67.

 

BIBLIOGRAFIA

Testi usati e consultati.

G.COLLI, Dopo Nietzsche, ed. Adelphi, Milano 1974.

G.COLLI, La nascita della filosofia, Vol.I, ed. Adelphi, Milano 1975.

G.COLLI, La sapienza greca, Vol.I, ed. Adelphi, Milano 1977.

J.EVOLA, Cavalcare la tigre, ed. Scheiwiller, Milano 1961.

E.FINK-M.HEIDEGGER, Dialogo intorno ad Eraclito, ed. Garzanti, Milano 1992

G.FRACCARI, Eraclito e la civiltà mediterranea, ed. Bresci, Torino 1981.

R.GUENON, Il simbolismo della croce, ed. Luni Editrice, Milano 2003.

R.GUENON, Gli stati molteplici dell’essere, ed. Adelphi, Milano 1996.

M.HEIDEGGER, Eraclito, ed. Mursia, Milano 1993.

M.HEIDEGGER, Seminari, ed. Adelphi, Milano 1992.

R.LAURENTI, Eraclito, ed. Laterza, Bari 1972.

G.PASQUALOTTO, Il tao della filosofia, Pratiche Editrice, Parma 1989.

G.REALE, La filosofia antica, Pubbl. Università Cattolica, Milano 1989.

B.SNELL, Il linguaggio di Eraclito, ed. Corbo, Ferrara 1989.

E.SEVERINO, Il parricidio mancato, ed. Adelphi, Milano 1985.

E.SEVERINO, La filosofia antica, Vol.I, ed. Rizzoli, Milano 1984.

 

Flores Tovo ([email protected])

Rovigo 09-3-2021

51 Commenti
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lady Dodi
lady Dodi
14 Marzo 2021 3:25

Affascinante. Di lui solo frammenti che hanno la luce del Divino. torme di studiosi che ancora impazziscono sui suoi frammenti e , se avessi un’altra vita a disposizione, vorrei essere fra loro. Un Genio assoluto del Pensiero umano.
Grazie per l’articolo. Non conosco il greco, non sono addentro come vorrei…. ma…..sento che come Eraclito, non c’è nessuno.
Pochi pensieri, pochi frammenti, sconvolgenti talvolta e spero che qui, qualcuno li citi. Poi lo farò anch’io.

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  lady Dodi
14 Marzo 2021 4:11

Grazie per questo tuo commento illuminante, che aggiunge nuovi dettagli passati inosservati ai più. Sono i commenti di questo tipo che fanno svettare CDC nell’Olimpo del pensiero acuto.

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 4:39

Ironico naturalmente, ma m’è piaciuto esprimere il mio entusiastico apprezzamenti per uno che intuisco essere uno dei massimi Pensatori dell’umanità, ben consapevole io, di non essere alla sua altezza.
Sempre meglio di prendere un bigino ben fatto e fare il copia incolla. Del resto in un frammento di Eraclito è scritto a chiare note che l’istruzione nulla ha a che fare con l’intelligenza.
E così eccoti il dettaglio mancante nell’articolo.
Piglia, pesa, incarta e porta a casa😊

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 4:39

Ironico naturalmente, ma m’è piaciuto esprimere il mio entusiastico apprezzamenti per uno che intuisco essere uno dei massimi Pensatori dell’umanità, ben consapevole io, di non essere alla sua altezza.
Sempre meglio di prendere un bigino ben fatto e fare il copia incolla. Del resto in un frammento di Eraclito è scritto a chiare note che l’istruzione nulla ha a che fare con l’intelligenza.
E così eccoti il dettaglio mancante nell’articolo.
Piglia, pesa, incarta e porta a casa😊

lady Dodi
lady Dodi
14 Marzo 2021 3:49

Uno per me vale diecimila, purché sia il migliore. Ah ah ah…..alla faccia dei 5 Stelle.
Dai divertiamoci applicando il sublime pensiero di Eraclito alle nostre miserie.

Tonguessy
Tonguessy
14 Marzo 2021 4:09

Articolo molto interessante che scatena una serie di riflessioni, la prima è sull’organicità del pensiero di Eraclito dai pochi frammenti pervenuti. “Il Lògos ( che è ragione o Discorso) non è semplicemente la ragione umana o la sua parola, ma è la voce intima del mondo che in nessun modo è riducibile alla razionalità soggettiva e quindi opinabile degli uomini” Su questo non sono minimamente d’accordo. Come ha avuto modo di dire Protagora “L’uomo è la misura di tutte le cose”, intendendo il Logos come unico detentore del potere della comunicazione. Fatto che ha reso i Sofisti nemici numero uno dei metafisici a partire da Platone. Non a caso uno dei pochi casi di enantiosemia (parola che acquista il significato contrario di quello originale) è proprio il sofisma, oggi non più arte oratoria ma discutibile prassi argomentativa. Molto dopo sarà Wittgenstein che nel suo Tractatus affermerà “il limite del mio mondo è il limite del mio linguaggio”, rimettendo al Logos tutta la potenza della descrizione del Reale (qualsiasi cosa significhi). Andando oltre (e accorciando molto) il difficile compito che secondo alcuni si è assunto Eraclito è quello di descrivere ciò che contiene gli opposti, che non è, come suggerito dall’articolo,… Leggi tutto »

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 4:54

Ma non ci si può a lungo fare beffe della teoria dei contrari. Perché è vera ed insita nelle cose. La pace non esisterebbe nemmeno come concetto se non si conoscesse la guerra.
E quindi ben venga anche la guerra, alla faccia stavolta di Bush.

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  lady Dodi
14 Marzo 2021 8:10

Non è per niente vero. Leggiti la storia dei Moriori: vivevano in assoluta pace nell’isola di Chatham. Società anarchica, nessun capo. Poi sono arrivati i Maori, loro cugini e li hanno sterminati, con disgusto perchè questi scappavano come conigli senza combattere. Scappavano inorriditi perchè non conoscevano la guerra, diversamente da Eraclito. Che è solo del suo tempo, ovvero guerre, sopraffazioni, schiavismo, sessismo e via elencando. Cioè le basi stesse dell’Occidente. Eraclito non è diverso da altri filosofi meno blasonati, e soffre degli stessi problemi legati alle antinomie che questa cultura legata ai dualismi si vanta di esaltare.

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 9:47

Ma dici esattamente quello che dice Eraclito! La Pace non vale nulla se non conosci la guerra. Infatti i….Moriori sono stati sterminati perché non conoscevano la guerra , senza considerare che gli uni e gli altri saranno stati quattro gatti. Si fa presto a vivere in pace in una piccola comunità.
Poi certo che Eraclito è figlio del suo tempo e bisogna tenerne conto perché non esiste nessuno che non sia figlio del suo tempo, senza essere soprannaturale.
Quello dei Motori era un popolo bambino perché solo un bambino, che sia nato in tempo di pace, può credere che esista solo la pace.

Bertozzi
Bertozzi
Risposta al commento di  lady Dodi
14 Marzo 2021 10:18

Fin che la fanno gli altri, eh.

LuxIgnis
LuxIgnis
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 5:53

Forse non c’entra niente ma visto che hai citato la prima frase nel primo capitolo del DaoDeJing, in una delle sue tante traduzioni, mi è venuto da riflettere sul fatto che la seconda frase subito dopo dice: “Il vero nome non può essere nominato, ciò che può essere nominato non è il vero nome” (Ho usato la stessa modalità di traduzione usata per la prima frase).
Non ho potuto fare a meno di notare la vicinanza che hanno i termini “Logos” ed il “Nome” (Ming) citato nel DaoDeJing.
Forse parlano della stessa cosa? O per lo meno sia il “logos” sia il “nome” intendono un qualcosa che va ben oltre il loro significato ma che non è definibile.
Solo una riflessione

IlContadino
IlContadino
Risposta al commento di  LuxIgnis
14 Marzo 2021 6:13

Forse non c’entra niente nemmeno questo.
Un uomo scende al bar del paese a bere un caffè, sulla via del ritorno incontra Dio. Cioè continua a vedere strade, alberi e persone, ma si rende conto che ciò che vede in realtà è Dio

Bertozzi
Bertozzi
Risposta al commento di  IlContadino
14 Marzo 2021 9:59

Anche io voglio quel caffè!

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  LuxIgnis
14 Marzo 2021 7:01

Siccome è l’uomo la misura di tutte le cose, qualsiasi valore un uomo attribuisca a qualsiasi cosa, crea un’ontologia. La faccio semplice: se credi che né Logos né Tao possano essere descritti, ne hai pieno diritto. Se viceversa li descrivi, ti metti un un bel casino a causa delle antinomie e dello scontro di opposti che necessariamente ne scaturiscono. Ovvero: nell’universo indeterministico nel quale viviamo (e di cui ci ha reso edotti l’articolo tramite Eraclito) tentare di dare una visione deterministica crea solo inutili contrapposizioni. Il problema che sottolineavo è che anche tentare di descrivere l’Essere (qualsiasi cosa significhi) comporta tuffarsi in quell’universo deterministico che è una trappola mortale del Logos.
Alternativa: non descrivi ciò che “intuisci”, consapevole che ciò non può essere descritto, solo abbozzato quindi frainteso. In questo Eraclito dava punti a tutti con il suo ermetismo. Ma non basta. E’ un discorso molto complesso, spero di averne abbozzato i limiti.

LuxIgnis
LuxIgnis
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 7:20

Concordo.
Eraclito e LaoZi (leggendario autore del DaoDeJing), hanno molti punti in comune, oltre al fatto che sono pressappoco contemporanei.

gian
gian
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 13:14

Certo che nel proseguire del consolidarsi dell’ipotesi che l’uomo sia (sic) un “prodotto geneticamente modificato” l’idea che “L’uomo è la misura di tutte le cose” perde molto di credibilità.
L’uomo diviene piuttosto il prodotto di una hybris, di una prepotenza, una prepotenza contro natura; diviene quindi difficile pensare che possa essere al contempo il portatore del concetto di mètron.

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  gian
14 Marzo 2021 15:35

No, se l’uomo è hybris è perchè ha la possibilità di esserlo. Quindi è lui la misura delle cose, ancora una volta. Se anche diventa OGM anche questa è la prova che è la misura delle cose, dato che non nasce OGM ma qualcuno decide che lo sia. Sennò dovresti spiegarmi chi o cosa determina l’uomo OGM o hybris.

gian
gian
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 15:45

Scusa, forse non sono stato chiaro io, ma credevo fosse comprensibile ciò che intendevo. Che l’uomo sia OGM è dovuto, in base appunto a quel consolidarsi di ipotesi, a qualcuno che non fa parte dell’umanità (in altre parole, teoria degli antichi astronauti). Egli non ha avuto la possibilità di esserlo per natura o per sua volontà, bensì per un atto di potenza, o prepotenza, da parte di altri. Altri che non sono Dio. Egli ha subíto l’essere OGM, l’essere ciò che è.

gian
gian
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 15:45

Scusa, forse non sono stato chiaro io, ma credevo fosse comprensibile ciò che intendevo. Che l’uomo sia OGM è dovuto, in base appunto a quel consolidarsi di ipotesi, a qualcuno che non fa parte dell’umanità (in altre parole, teoria degli antichi astronauti). Egli non ha avuto la possibilità di esserlo per natura o per sua volontà, bensì per un atto di potenza, o prepotenza, da parte di altri. Altri che non sono Dio. Egli ha subíto l’essere OGM, l’essere ciò che è.

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  gian
14 Marzo 2021 16:18

Si può credere in dio, negli OGM, nell’hybris, negli extraterrestri perchè abbiamo la “volontà di potenza”, ovvero siamo i creatori di ontologie in quanto misura di tutte le cose. Questo a meno che non si dia dimostrazione inconfutabile di altro. Fatto che in epoca di post-verità diventa alquanto demodé

gian
gian
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 16:22

Capisco la tua risposta, d’altronde mi rendo conto che quanto dico è piuttosto “terribile”. Credo però che la strada sia segnata e che bisognerà percorrerla con molta, molta umiltà. A ciascuno le sue armi.
E’ importante comunque riconoscere anche il proprio meravigliato stupore di fronte alle più poetiche espressioni umane.

danone
danone
Risposta al commento di  gian
14 Marzo 2021 16:25

Distingui il corpo fisico dall’intelletto-anima. Sebbene sia possibile che il veicolo fisico abbia subito interferenze, non è comunque lui la “misura di tutte le cose”, che è l’anima-coscienza umana. Comunque se ci sono state manipolazioni genetiche sul DNA umano, cosa quasi certa, ci avrebbero avvantaggiato, accelerando una evoluzione biologica che avrebbe richiesto tempi infinitamente più lunghi.

gian
gian
Risposta al commento di  danone
14 Marzo 2021 16:36

Forse quei tempi lunghi ci avrebbero consentito di crescere più maturi e completi, anche nell’iterazione tra corpo ed anima. Ciò che siamo ora, la nostra storia, ci fanno capire la dimensione della nostra immaturità e della conflittualità con il nostro ambiente originario.

VincenzoS1955
VincenzoS1955
14 Marzo 2021 5:52

Cito: “…L’uomo, che possiede la ragione, può comportarsi saggiamente solo se comprende che la sua ragione è limitata e subordinata a quella universale...“. Ma senti un po’… Mi sono “sgolato” a ripeterlo.
Nietzsche, era troppo pessimista è “un po'” depresso!

VincenzoS1955
VincenzoS1955
14 Marzo 2021 5:52

Cito: “…che tutte le cose sono riconducibili ad una Unità trascendente…”. Secondo calcoli ed esperimenti scientifici sembra che le quattro Forze Fondamentali d’Interazione della Natura (le quali permettono di descrivere i fenomeni fisici a tutte le scale di distanza e di energia e che non sono quindi riconducibili ad altre forze), l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, l’interazione debole e l’interazione forte, erano fuse in una sola (forza) all’origine del Cosmo. Quattro come gli elementi naturali tanto cari alla filosofia greca e agli astrologi: Fuoco, Acqua, Terra ed Aria.
E ancora: “…L’uomo, che possiede la ragione, può comportarsi saggiamente solo se comprende che la sua ragione è limitata e subordinata a quella universale...“. Ma senti un po’… Mi sono “sgolato” a ripeterlo.
Per quanto riguarda Nietzsche penso che era troppo pessimista e forse “un po'” depresso!

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  VincenzoS1955
14 Marzo 2021 6:30

Non era un ottimistone nemmeno Eraclito. Più si sa….
Inoltre ha sofferto, pare molto, di salute; del resto diceva che gli Dei si divertono a tagliare tutto ciò che svetta.

Cincinnato
Cincinnato
14 Marzo 2021 8:16

Gli antichi greci ignoravano lo zero. Per Eraclito l’uno è più del tutto. Per noi lo zero è il nulla da cui origina il tutto. Il Big bang è l’istante da cui tutto origina.

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Cincinnato
14 Marzo 2021 9:51

Grazie Arabi per lo zero, e non solo. Mi piace riconoscere i meriti quando ci sono.
Il Bing bang è ancora una Teoria, forse il vero è l’eternità.
Chimica : niente si crea e niente si distrugge, tutto si trasforma. Abbastanza vicino se non coincidente al pensiero del Nostro che presumo non conoscesse la chimica.

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Cincinnato
14 Marzo 2021 9:51

Grazie Arabi per lo zero, e non solo. Mi piace riconoscere i meriti quando ci sono.
Il Bing bang è ancora una Teoria, forse il vero è l’eternità.
Chimica : niente si crea e niente si distrugge, tutto si trasforma. Abbastanza vicino se non coincidente al pensiero del Nostro che presumo non conoscesse la chimica.

Cincinnato
Cincinnato
Risposta al commento di  lady Dodi
14 Marzo 2021 13:02

L’eternità non ha un dopo come non ha un prima. Il tempo ha un dopo e ha un prima. Il prima del tempo ha un’origine. Questa coincide con il Big bang. L’espansione dell’universo è un divenire temporale. Ci si può chiedere se il Big bang abbia origine da una contrazione dell’universo e del tempo, un collasso di massa e tempo dal quale riparte un’espansione di massa e tempo…L’universo in espansione segnala un divenire nel tempo, nella contrazione il tempo collasserà con la massa. Così potrebbe essere andata e andare la faccenda.

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  Cincinnato
15 Marzo 2021 2:10

lo zero è solo funzionale in aritmetica.

Gia dover dire che “esiste” il puro nulla è un ossimoro.

Cincinnato
Cincinnato
Risposta al commento di  Violetta
15 Marzo 2021 4:58

Naturalmente è una mia, sicuramente fallace, opinione ma tra il prima e il dopo c’è il nulla. Prima del big bang cosa c’era? Se l’universo è in espansione ci sarà stato un istante in cui questa ha avuto inizio. In quell’istante c’era il nulla come massa in espansione e come scorrere del tempo. Tra il prima e il dopo…Nel nulla possiamo dire che c’è il tutto. E non è un ossimoro. Noi siamo un prodotto, come tutto il resto, del nulla.

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  Cincinnato
15 Marzo 2021 5:12

il big bang è solo un modello fisico.

Dipende cosa intendi con “nulla”.

Se il nulla è proprio niente, non esistenza, allora è davvero non esistente ed essendo nulla non genera proprio niente. E semplicemente non esiste.

E’ solo grazie alle parole che possiamo fare questi “giochi”. E qui si schiantano davvero tanti.

Cincinnato
Cincinnato
Risposta al commento di  Violetta
15 Marzo 2021 5:49

” Il big bang è solo un modello fisico”. Cioè ? Non è usato per dare una spiegazione alla espansione dell’universo e quindi alla sua nascita? E a tutto quello che ne consegue? Mi sembra che possiedi delle ferree certezze sull’esistenza. Anche quel personaggio di Voltaire, Pangloss mi sembra, ne aveva.

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  Cincinnato
15 Marzo 2021 6:26

È un modello. La scienza semplifica e crea modelli su presupposti teorici “limite”. Non è una critica alla scienza. Funziona proprio così. Esattamente come la struttura dell’atomo rappresentata come un “mini sistema solare” è solo un modello. Una approssimazione, una semplificazione di una realtà molto più complessa. Da come si espande l’universo si deduce che abbia avuto una origine in un punto specifico con condizioni specifiche. Ma innanzitutto noi abbiamo accesso a una porzione di universo: l’universo osservabile cioè quello da cui ci è arrivata l'”informazione” (vari tipi, tipo luce e varie onde elettromagnetiche). Del resto noi non abbiamo alcuna “informazione” perchè ancora deve arrivare. Quindi il modello è già parziale per questo. Niente esclude che se mai c’è stata una esplosione tipo “big bang” questa abbia portato alla origine di “questa” parte di universo, cioè una esplosione “locale”. Detto questo, ripeto, riusciamo a parlare del nulla solo grazie alla nostra forma mentale. Esiste solo ciò che esiste: l’esistenza. La non-esistenza è relativa (non esiste più quell’albero, ora esiste la cenere di quell’albero che prima non esisteva) o “della forma”. Non bisogna confondere la non-esistenza con uno spazio vuoto in cui non c’è niente. Ciò che dico può e dovrebbe… Leggi tutto »

PietroGE
PietroGE
14 Marzo 2021 8:04

Un articolo molto interessante, ma più che la teoria dei contrari, il contributo di Eraclito è proprio nel “pànta rei”. Un concetto molto avanzato per il tempo nel quale viveva. Eraclito è arrivato ad un passo dallo scoprire l’Entropia, (da sottolineare il concetto : “Il tempo è un bambino che gioca coi dadi: di un bimbo è il regno”) anche senza la Termodinamica, così come Democrito ha avuto l’intuizione della materia composta di atomi senza avere una evidenza sperimentale. La filosofia greca e in generale la speculazione teorica greca è stata veramente il fondamento della civiltà occidentale.

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  PietroGE
14 Marzo 2021 8:12

Curiosamente fu Einstein a dichiarare solennemente “Dio non gioca a dadi”, lanciando i suoi anatemi contro la Meccanica Quantistica, legata a questo livello al pensiero di Eraclito.
Si, la filosofia greca è alla base del disastro chiamato Occidente, entropia compres

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  Tonguessy
14 Marzo 2021 9:50

Sarà un disastro ma è la NOSTRA cultura. Basta denigrarla perché al limite bisogna superarla andando oltre .
Anche perché ad alto livello tutte le culture possono confluire. Purtroppo noi siamo ad un livello basso, sia noi che altri.

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  Tonguessy
15 Marzo 2021 2:13

Einstein ha ragione da vendere sulla quantistica e soprattutto su tutte le erronee interpretazioni che vengono date della quantistica.

I confondere la realtà con la statistica, il ritenere l’universo indeterminista etc.
Sono solo approcci “culturali” a una fisica che poi nella realtà dice dell’altro.

E trovo straordinario come si sia creata una intera mitologia intorno alla quantistica che essendo oscura ai piu si presta a interpretazioni “metafisiche” persino di grandi menti.
È un interessantissimo fenomeno culturale da approfondire e studiare.

Tonguessy
Tonguessy
Risposta al commento di  Violetta
15 Marzo 2021 3:37

Guarda che ormai l’universo statistico è una realtà, basta guardare alla supposta pandemia. E viene da lì. Quindi Einstein aveva torto al riguardo. Poi, proprio grazie all’indeterminismo della QM, si è sviluppata una pletora di interpretazioni, New Age inclusa. Ed il capitale è riuscito a dare l’interpretazione che faceva più comodo, dalla HFT alla sanità. In Israele l’accordo con la Pfizer è vaccinare tutti in cambio dei loro dati sanitari. A fini statistici, ovviamente. Non conoscendo dio non ho idea se gli piaccia giocare a dadi, ma conoscendo il capitalismo so che i Big Data sono un business molto lucroso. Echelon docet.

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  Tonguessy
15 Marzo 2021 3:46

non so cosa intendi per “universo statistico”.
In ogni caso io parlo della interpretazione di questo universo statistico.

uparishutrachoal
uparishutrachoal
14 Marzo 2021 12:12

L’articolo cita Guénon senza capirne i fondamenti..e quindi dissestando il pensiero che diventa letteratura..ed emozione..lontano da quel logos che lo dovrebbe informare.. L’Uno non è l’Infinito..che ne è superiore e lo comprende..trascendendolo.. L’Uno è solo la prima qualificazione dell’Infinito..e la ragione è che l’Uno è pur sempre un qualcosa...di quantità..e quindi limitato.. Infatti Guénon identifica l’Uno con l’Essere..da cui deriva l’unicità dell’esistenza.. L’Infinito non può avere qualificazioni..altrimenti sarebbe limitato dall’essere qualcosa in opposizione a qualche altra cosa..è indeterminato..come appunto ciò che non avendo limiti non può essere racchiuso neppure dall’Essere che è la prima limitazione..separandosi dal Non Essere..che non è il nulla.. E’ il concetto di Non Essere che difetta nella filosofia occidentale..e la racchiude in una metafisica limitata all’ontologia.. Il divenire allora è il passaggio dall’Essere al Non Essere..e l’esistenza è solo il riflettersi dell’Essere nel Non essere ..illuminandolo per un istante fuori dal tempo..che è solo concatenazione resa comprensibile dalla memoria.. L’Infinito è il luogo delle infinite possibilità..mentre l’Essere è per il nostro Universo la prima possibilità..il fondamento..l’Uno..e riceve la sua esistenza nella manifestazione dalle possibilità di cui si riveste..pur rimanendone separato.. L’esistenza è per l’Essere ciò che è il sogno per il sognatore..non ha sostanza..ed esiste finché… Leggi tutto »

lady Dodi
lady Dodi
Risposta al commento di  uparishutrachoal
14 Marzo 2021 12:35

Indigeribile…..eppure la parola c’è : infinito…..quindi per quanto irraggiungibile ne abbiamo…..intuizione? sospetto che esista? Bella quella tua sotto altro post dell’Aria, Acqua, Fuoco e Terra che in fondo è l’antichissima scienza dell’astrologia. I Caldei mi pare, oltre 5000 anni A.C..
Me la sto studiando circa l’alimentazione.
E poi ci possono essere mondi paralleli, un sogno. Alla prossima.

uparishutrachoal
uparishutrachoal
Risposta al commento di  lady Dodi
14 Marzo 2021 13:13

L’Infinito è una necessità logica.. una necessità ontologica..e una direzione esoterica..con naturalmente tappe intermedie che lo rendono più digeribile al nostro egoismo mondano….
Gli Elementi Cosmici sono un modo di percepire la realtà..e di muoverci con sicurezza senza dovere ricorrere sempre agli elementi chimici che complicano il rapporto con le cose..anche se utili per l’industria..

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  uparishutrachoal
15 Marzo 2021 2:09

il nonEssere viene sempre trattato erroneamente come un essere(qualcosa) chiamato non essere.

Esiste solo l’Esistenza. La “non Esistenza” non è da parlarsi.

Quelli dopo Eraclito si sono scervellati per secoli nel capire come fa una cosa a diventare nonEssere visto che tutto scorre, perchè non riuscivano a comprendere la relatività e l’uso del linguaggio che crea problemi.

E’ solo la “forma” che nell’eterno divenire passa da essere a non essere ma non l’Essere che esso solo sempre è e sarà senza mai essere toccato dal nonEssere

uparishutrachoal
uparishutrachoal
Risposta al commento di  Violetta
15 Marzo 2021 11:25

L’Essere è uno e non diviene..solo gli enti divengono..e passano dal possedere l’Essere a non possederlo più.. finendo nel Non Essere..che non è un altro modo di essere..e neppure un nulla..e non ha nessuna realtà ma è solo impossibilità..
Il Non Essere è il luogo dei possibili..che non hanno l’Essere .. ma lo hanno avuto .. lo avranno..o non potranno averlo..
Essendo possibilità sono indefiniti..come indefiniti sono i numeri che sono possibili ma non reali finché qualcuno non li nomina partecipando all’Essere..
In Non Essere è il luogo di tutti i possibili..di tutti gli enti che non sono in modo distintivo..come la possibilità numerica esiste e ha l’Essere come possibilità..ma non ha l’Essere distintivo di tutti i numeri che possiede..

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  uparishutrachoal
15 Marzo 2021 11:28

cosi distingui tra essere e enti.
E da come la dici non so cosa tu intenda per Essere.
Cosa significa “possedere l’Essere”?
L’Essere È. E solo l’Essere È.
GLi enti sono Essere come le gocce sono oceano.

uparishutrachoal
uparishutrachoal
Risposta al commento di  Violetta
15 Marzo 2021 11:39

L’Essere è l’esistenza priva di manifestazione..che è tale solo perché l’Essere si lega agli enti..
Occorre separare l’Essere dagli enti..in quanto il primo non diviene..mentre gli enti appaiono e scompaiono..a seconda se partecipano e non partecipano all’Essere..
Si può fare l’esempio dell’autocoscienza..o coscienza di essere..
Se non faccio nulla questa autocoscienza è ..pura e limpida in se stessa..mentre se faccio qualcosa questa coscienza si identifica in qualcosa e diviene passeggiare ..mangiare..dormire..etc..
Il mangiare o il camminare sono enti che appaiono o scompaiono..ma io..rimango a prescindere..e l’io è l’Essere declinato sul piano individuale..ma può tornare Uno se cessa l’identificazione nell’io e torna a percepirsi come Essere..coscienza..uscendo dall’individualità..che poi sarebbe il Sé..

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  uparishutrachoal
15 Marzo 2021 12:34

non concordo con la separazione tra Essere e enti.
L’Essere è ed è (anche) il divenire degli enti.
È come l'”assoluto” che è i relativi.
Non esiste distinzione “ontologica” ma solo formale.

Quindi allo stesso modo l’autocoscienza è sempre limpida e l’io è gia Uno.
È l’ignoranza (metafisica: avidya in sanscrito) che ci fa credere nella separazione e nella necessità di un “momento assoluto” in cui l’io si identifica con l’Uno.

La cessazione della sofferenza è la realizzazione dell’assenza di separazione e della coincidenza dell’io con l’Uno, atman e brahman,cioè della NON necessità di fare (o non fare) alcunchè per ottenere l’unione (Yoga)

uparishutrachoal
uparishutrachoal
Risposta al commento di  Violetta
15 Marzo 2021 12:58

Allora bisogna mettere il concetto di Infinito ..dove anche l’Essere è compreso..
Il Brahman saguna non è il Brahman nirguna..
L’Essere è Ishwara..nel senso che è l’Infinito qualificato..e appartiene già al sogno..
Nell’Infinito non c’è più separazione tra Essere ed enti..e siamo anche oltre l’Unità..
Quando parlo di Essere intendo una separazione percettiva..che però è alla base conoscitiva della nostra condizione manifestata..
E’ importante nella via realizzativa..perché l’Essere non è il raggiungimento finale del percorso iniziatico..ma solo una tappa..
Serve anche a mettere un po’ d’ordine in concetti che altrimenti si sovrapporrebero rendendo la via. più complicata..
L’Essere e l’ontologia sono percorsi percettivi..ma sono utili per non cadere nella confusione..
Il Vuoto buddista mal si concilia con l’Atman..e crea divisioni quando non ce ne sono …
L’Essere o l’Atman è il fondamento del nostro mondo..mentre l’Infinito o il Vuoto o il Paramatman.. è l’Assoluto..
L’Essere insomma..è un aspetto dell’Infinito e lo separa dal Non Essere..ma ambedue rispetto all’Infinito non esistono..perché l’Infinito non può entrare in relazione con nulla altrimenti sarebbe limitato..ed è questo infinito la meta finale del guru..dell’identità suprema..

Violetta
Violetta
Risposta al commento di  uparishutrachoal
15 Marzo 2021 13:03

So bene che intorno al “vuoto” buddhista ci sono fiumi di parole.

Il vuoto buddhista è esattamente l'”assenza” di atman (separato).

fatta chiarezza con le parole sostanzialmente concordo con quanto scrivi