Pesticidi vietati: la doppia morale tossica dell’Unione Europea

Untergrund-Blättle

Pressenza.com

 

La recente ricerca di ‘Public Eye’ e ‘Unearthed’ svela quanto siano consistenti le esportazioni di pesticidi dell’Unione Europea, vietati sul suo stesso territorio.

Grazie a un sistema giudiziario ipocrita, le multinazionali agrochimiche europee possono esportare in grande stile, verso paesi che hanno delle misure decisamente meno stringenti in materia di pesticidi, delle sostanze che in realtà non possono più essere impiegate nell’agricoltura europea perché troppo pericolose. In questo ambito Syngenta, con sede a Basilea, è la prima della classifica. Il pesticida Paraquat è talmente velenoso che un solo sorso è potenzialmente mortale. In caso di esposizione ripetuta o prolungata, anche minuscole dosi del preparato aumentano il rischio di contrarre il Parkinson. Paraquat è arrivato sul mercato nel 1962, venendo poi bandito nel 2007 nell’UE a causa degli enormi pericoli a cui espone gli agricoltori. In Svizzera era stato addirittura vietato già nel 1989. Tuttavia, Syngenta continua a produrre grosse quantità dell’erbicida nel suo stabilimento inglese di Huddersfield, e ad esportarlo in Sudamerica, Asia e Africa, avvelenando migliaia di lavoratori ogni anno. Nel 2018 le autorità britanniche hanno autorizzato l’esportazione di oltre 28.000 tonnellate di pesticidi contenenti Paraquat. Questo è solo uno dei tanti esempi: anno dopo anno vengono prodotti nell’UE dei pesticidi tossici (sebbene questa li abbia vietati) e poi venduti, del tutto legalmente, a delle nazioni con leggi decisamente meno stringenti. La situazione è tanto scandalosa quanto ben conosciuta, ma fino a questo momento le multinazionali coinvolte, appellandosi al sacrosanto “segreto industriale”, continuano a celare la vera entità delle esportazioni in oggetto.

Mappa delle esportazioni tossiche

Public Eye, con la cooperazione di Unearthed, il dipartimento investigativo di Greenpeace UK, ha condotto per diversi mesi uno studio, chiedendosi quale sia il ruolo giocato dall’UE nella produzione ed esportazione dei pesticidi più pericolosi. Visto che i produttori hanno deciso di rimanere in silenzio, abbiamo inoltrato le stesse richieste all’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA) e alle istituzioni nazionali, appellandoci alla legge sulla trasparenza.

Abbiamo quindi ricevuto migliaia di “notifiche di esportazione”, ovvero dei documenti che le aziende devono compilare, in rispetto della legislazione dell’UE, se desiderano vendere in paesi terzi dei prodotti che contengono degli agenti chimici banditi su suolo europeo. Gli uffici responsabili, sia a livello nazionale che transfrontaliero, controllano la documentazione e la inoltrano alle istituzioni delle nazioni acquirenti. Tuttavia le quantità dei prodotti effettivamente esportati possono variare rispetto a quelle registrate, ma questi atti rimangono la migliore fonte di informazioni a disposizione al momento. I dati consultati per la ricerca vengono messi pubblicamente a disposizione. I risultati esclusivi delle nostre ricerche svelano per la prima volta l’estensione vera e propria delle esportazioni di pesticidi agricoli, banditi nei paesi europei di produzione.

Oltre 81.000 tonnellate di pesticidi banditi

Nel 2018 i paesi europei hanno autorizzato la vendita di 81.615 tonnellate di pesticidi contenenti degli ingredienti che sono banditi nell’UE per salvaguardare la salute di persone e ambiente. Più del 90% di queste esportazioni sono riconducibili a Gran Bretagna, Italia, Olanda, Germania, Francia, Belgio e Spagna.

Tre quarti delle 85 nazioni che hanno acquistato questi pesticidi tossici «made in Europe» sono paesi in via di sviluppo e paesi emergenti, dove l’utilizzo di queste sostanze espone in genere a rischi molto alti. Tra i 10 importatori più importanti figurano il Brasile, l’Ucraina, il Marocco, il Messico e il Sudafrica.

Trentasei aziende coinvolte

Syngenta è, con distacco, il più grande esportatore di pesticidi banditi nell’UE. Nel 2018 la multinazionale svizzera ha registrato quasi il triplo delle esportazioni rispetto al suo maggior concorrente, l’impresa statunitense Corteva. Syngenta dispone di numerosi stabilimenti produttivi in tutta Europa, come Francia e Gran Bretagna, paesi dai quali l’impresa esporta sostanze altamente controverse come Paraquat e Atrazina. L’azienda esporta anche dalla Svizzera dei pesticidi vietati in questo paese, come abbiamo scoperto analizzando i dati delle istituzioni svizzere.

Tuttavia, Syngenta non è l’unica a volersi accaparrare una fetta di questa torta tossica. Nel 2018 circa 30 aziende hanno venduto all’estero sostanze proibite nell’UE e tra queste figurano le aziende tedesche Bayer e BASF. Non mancano all’appello piccole società come l’italiana Finchimica e la tedesca AlzChem, il cui ruolo non può essere sottovalutato.

La lunga lista delle “sostanze velenose”

Nel 2018 le aziende hanno registrato esportazioni per un totale di 41 pesticidi. I rischi ambientali e salutari di queste sostanze sono numerosi e vanno dal pericolo acuto di morte in caso di inspirazione a possibili disturbi riproduttivi e ormonali, malformazioni e diverse tipologie di cancro, fino alla contaminazione delle fonti di acqua potabile e il danneggiamento degli ecosistemi.

Il bestseller tossico della Syngenta è al centro dello scandalo

Più di un terzo di tutte le esportazioni registrate riguardano un singolo diserbante: il Paraquat. Si tratta di un erbicida spruzzato in grosse quantità su monocolture di mais, soia e lana. Sebbene più di 50 nazioni lo abbiano già vietato, il suo maggior produttore, Syngenta, non sembra voler rinunciare a venderlo in altri paesi.

Quali sono i veleni sul podio delle esportazioni? Primo posto: Paraquat

Delle 28.000 tonnellate di esportazioni di Paraquat registrate da Syngenta, la metà è stata destinata agli USA. Lì la multinazionale svizzera è già stata denunciata da numerosi agricoltori che ritengono l’utilizzo prolungato del Paraquat responsabile per la loro patologia. 9000 tonnellate sono state vendute invece a un altro importante importatore, il Brasile, dove a fine settembre dovrebbe essere introdotto un divieto di utilizzo del pesticida. La motivazione sarebbe da individuarsi nei numerosi casi di avvelenamento, nella correlazione tra Paraquat e parkinson, corroborata da diverse evidenze scientifiche, e nella sua capacità di modificare potenzialmente il patrimonio genetico di un individuo. Il resto è andato per lo più a paesi in via di sviluppo o emergenti, tra cui spiccano Messico, India, Colombia, Indonesia, Equador e Sudafrica.

Secondo posto: dicloropropene

Il secondo pesticida più esportato, pur essendo bandito nell’UE, è il dicloropropene (1,3-D) che viene impiegato in particolare come nematocida per la lotta contro i parassiti nella coltivazione di verdure. L’Unione ha vietato questa sostanza “probabilmente cancerogena” nel 2007, visto che rappresenta un pericolo sia per la salute delle persone che per quella di volatili, mammiferi e organismi marini. Nonostante ciò, nel 2018 sono state 15.000 in totale le tonnellate di dicloropropene vendute al di fuori dell’UE. In alcuni casi la sostanza è stata mescolata con la cloropicrina, un altro pesticida bandito, utilizzato come arma chimica durante la Prima guerra mondiale. Responsabili della maggior parte delle vendite sono l’americana Corteva e Inovyn, una filiale della multinazionale britannica Ineos. Tra le nazioni importatrici più rilevanti figurano il Marocco, dove il dicloropropene viene impiegato per la coltivazione dei pomodori. Uno studio della FAO del 2015 mostra come lì solo il 4% dei lavoratori agricoli si serva delle protezioni consigliate.

Terzo posto: Cianammide

Al terzo posto sul podio delle sostanze più esportate figura la cianammide, un fitoregolatore impiegato nella viticoltura e frutticoltura. Le istituzioni europee hanno classificato il principio chimico come probabilmente cancerogeno e tossico per la riproduzione. Il diserbante è stato bandito dall’UE nel 2008, perché i rischi per gli agricoltori erano troppo alti, anche in caso di utilizzo di equipaggiamento protettivo. Tuttavia, la tedesca AlzChem non ne ha interrotto la produzione e nel 2018 ha registrato esportazioni di oltre 7.000 tonnellate del suo prodotto chiamato “Dormex”, venduto tra gli altri in Peru, Cile, Sudafrica e Messico. L’Egitto, dove la cianammide ha causato numerosi avvelenamenti tra gli agricoltori, ne ha acquistate 300 tonnellate quell’anno. Su nostra richiesta la AlzChem ci ha scritto quanto segue: “I paesi in cui i nostri prodotti sono stati esportati presentano legislazioni molto severe in termini di pesticidi e, inoltre, insegniamo agli agricoltori come servirsene in maniera sicura.”

Una prassi “vergognosa”

I risultati dei nostri studi ribadiscono quanto sia urgente agire, come sottolineato da un recente appello di 36 esperti in materia di diritti umani delle Nazioni Unite. Quest’ultimi hanno sollecitato l’UE a mettere fine a questa prassi “vergognosa”. I paesi ricchi devono smettere di servirsi di quelle scappatoie che gli hanno permesso sinora di esportare queste sostanze bandite verso nazioni in cui non è possibile controllarne i rischi. Secondo gli esperti, come affermato in un comunicato congiunto, queste esportazioni avrebbero portato, nei paesi riceventi, a “ampie infrazioni del diritto alla vita e alla dignità umana”.

Invece di risolvere il problema, l’UE autorizza anno dopo anno esportazioni sempre più ingenti, mentre aumenta anche il numero di pesticidi prodotti. Secondo la nostra indagine, nel 2019 le autorità hanno consentito l’esportazione di 8000 tonnellate in più di pesticidi, contenenti in tutto 9 principi attivi recentemente vietati.

L’ironia della sorte: proprio quei paesi da cui acquistiamo soprattutto dei prodotti agricoli, in particolare USA, Brasile e Ucraina, rappresentano i più grandi mercati di riferimento per la vendita di questi veleni proibiti. Le sostanze indesiderate possono quindi tornare in Europa come residui nel nostro cibo.

Argomenti improbabili dei produttori

Delle trenta imprese contattate, 15, tra cui anche Syngenta, ci hanno risposto. In generale sono 4 gli argomenti su cui insistono i produttori:

  • I loro prodotti sono sicuri;
  • Si impegnano per minimizzare i rischi;
  • Tutte le leggi stabilite autonomamente dai paesi acquirenti sono rispettate in toto;
  • Non è sorprendente che molti dei pesticidi usati all’estero non sono registrati nell’UE, perché la loro agricoltura e il clima sarebbero del tutto differenti.

Ora: tutte queste sostanze sono state bandite nell’UE per i rischi inaccettabili che comportano e per “la protezione di individui e ambiente”. Proprio per questo motivo sono stati inclusi nella normativa europea PIC per il regolamento delle importazioni ed esportazioni di prodotti chimici e pesticidi pericolosi e per questo devono essere obbligatoriamente notificate.

A causa dei controlli praticamente inesistenti nei paesi importatori, la pericolosità delle sostanze per individui e ambiente negli stessi è maggiore rispetto a quella nei paesi industrializzati. Nelle nazioni in via di sviluppo, secondo le ultime valutazioni, muoiono ogni anno più di 200.000 persone per avvelenamenti provocati dall’esposizione ai pesticidi.

“Le multinazionali affermano in pubblico di non contravvenire alle leggi dei paesi importatori, ma di nascosto si adoperano per indebolire le loro legislazioni e ridefinirle secondo i propri interessi”, afferma Alan Tygel, portavoce della compagna brasiliana contro i veleni agricoli. “Nella mia nazione le multinazionali fanno pressione sulle istituzioni affinchè allentino le misure in termini di pesticidi e le norme da rispettare per la protezione umana e ambientale.”

Basta con questa doppia morale

A maggio l’Unione Europea ha lanciato con grande clamore la strategia “From Farm to Fork”, cioè dalla fattoria alla forchetta, con cui l’UE si propone come pioniera per la costruzione di “un sistema nutrizionale giusto, sano ed ecologico”. Apparentemente però la Commissione non ha intenzione di criticare in alcun modo l’esportazione di pesticidi altamente pericolosi, vietati sul suolo europeo.

Una rappresentante della Commissione ha dichiarato a Unearthed e Public Eye che le regole europee in materia sono già “più stringenti di quanto sia necessario” e che “un divieto di esportazione dall’UE non porterebbe per forza i terzi stati a interrompere l’utilizzo di questi diserbanti. Potrebbero sempre importarli da qualche altra parte”. È “meglio convincerli a non usarli più”, ci ha detto. È questo quanto previsto nell’ambito della “diplomazia verde” dell’UE.

Public Eye e Unearthed hanno contattato anche i paesi europei coinvolti. La maggior parte di loro si nasconde dietro la situazione legislativa e la sovranità degli stati importatori. Secondo loro la legislazione europea assicura che questi paesi ricevano un gran numero di informazioni corroboranti sui rischi posti da queste sostanze”, ci ha detto un rappresentante tedesco. “Possono decidere autonomamente se autorizzare o meno l’importazione”.

I governi che continuano ad autorizzare le esportazioni delle sostanze vietate, nonostante non siano in grado di controllare i pericoli, si comportano cinicamente e vengono meno ai loro stessi impegni in termini di diritti umani internazionali, secondo gli esperti dell’ONU.

In Francia entrerà in vigore nel 2022 un divieto su queste esportazioni, a dispetto dell’opposizione dei produttori, che avrebbero voluto rovesciare la decisione. All’inizio del 2020 la Corte costituzionale ha rigettato il ricorso delle stesse multinazionali perché, visti i potenziali rischi esistenti per la salute degli individui e ambientale, la limitazione della libertà aziendale sarebbe giustificata.

 

Ne parliamo nel TG:

Traduzione per Pressenza.com dal tedesco di Emanuele Tranchetti, revisione di Thomas Schmid

Fonte: https://www.pressenza.com/it/2020/09/lunione-europa-e-la-sua-doppia-morale-tossica-per-i-pesticidi-vietati/