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NON MI AVRETE… NON MORTO, ALMENO!

DI PETER LAUFER
The Sunday Times

I soldati statunitensi stanno disertando a dozzine, anche quelli in prima linea in Iraq. Ma dove sono finiti? E perché l’esercito degli Stati Uniti non li cerca? Peter Laufer ha rintracciato quattro disertori.

Fanno parte dei soldati statunitensi in Iraq a cui l’amministrazione Usa preferisce non prestare
attenzione. Sono i disertori – coloro che si sono dati per assenti dalle loro unità senza licenza e senza tornare, rischiando il carcere ed il disonore.

Quando il Tenente di Prima Classe dell’esercito degli Stati Uniti Ehren Watada, che ha affrontato la corte marziale in agosto, si è rifiutato di andare in Iraq per motivi morali, i giornali delle Hawaii, il suo stato natio, erano pieni di lettere che lo accusavano di “alto tradimento”. Lui disse che aveva concluso come la guerra era sia moralmente sbagliata che un’orrenda violazione della legge statunitense. La sua partecipazione, affermò, lo avrebbe reso partecipe a dei “crimini di guerra”. Watada è solo uno degli obiettori di coscienza ad una guerra che ha polarizzato gli Stati Uniti, forse persino più della guerra in Vietnam.

A seguito, I britannici che stanno dicendo no (Philip Jacobson; The Sunday Times) E’ impossibile avere un’idea precisa del numero dei soldati Usa che hanno lasciato l’esercito come conseguenza della partecipazione degli Stati Uniti in Iraq. Il Pentagono afferma che un totale di 40.000 soldati hanno disertato i loro posti (non semplicemente quelli che operano in Iraq) dal 2000. Questo numero include molti che si sono resi irreperibili per i motivi familiari. I portavoce del Pentagono dicono che il numero complessivo di disertori effettivamente è sceso da quando sono iniziate le operazioni in Afghanistan e Iraq, ma non c’è dubbio che un costante flusso di disertori che obiettano alla guerra in Iraq ha varcato il confine ed ora vive in Canada. Là cercano asilo, spesso con l’aiuto dei gruppi pacifisti canadesi. Un avvocato di Toronto, Jeffry House, ha rappresentato nelle corti canadesi almeno 20 disertori dall’Iraq; lui stesso è un obiettore di coscienza, avendo rifiutato di combattere nella guerra in Vietnam – assieme ad altre 50.000 persone, all’apice del conflitto. Egli stima che già 200 soldati si siano nascosti
in Canada da quando è iniziata la guerra in Iraq.

Questi obiettori di coscienza sono un gruppo coraggioso – le loro decisioni provocheranno cambiamenti di lunga durata nella loro vita. Essere identificato come un disertore non è un peso da nulla. Se condannati per diserzione, corrono il rischio di una condanna al carcere – con lavori
forzati. Scegliere l’esilio può significare la separazione per tutta la vita dalla famiglia e dagli amici, dato che anche l’incontro più insignificante con la polizia statunitense – ad esempio per una multa alla guida – potrebbe condurre alla galera.

Molti disertori non sono pacifisti, contro la guerra in se, ma vedono la guerra in Iraq come sbagliata. Il Tenente di Prima Classe Watada, ad esempio, affronterebbe la prigione piuttosto che lavorare in Iraq, benché fosse pronto a fare le valigie per combattere in Afghanistan, per combattere una guerra che riteneva giusta. Non desiderano affrontare i tribunali militari, motivo per cui hanno deciso di fuggire in Canada. Una generazione fa, il Canada dette il benvenuto ai renitenti alla leva della guerra in Vietnam ed ai disertori. Oggi, il clima politico è differente e la ventina o più di disertori statunitensi che ora sono a nord del confine chiedono lo status di rifugiato. Finora, il governo canadese ha detto di no, cosicché i casi di rifugiato respinti ora fanno appello ai tribunali federali.

Ma non c’è alcuna garanzia che questi esuli troveranno alla fine un rifugio sicuro in Canada. Se i tribunali federali decidono contro i soldati e questi esauriscono ogni ulteriore possibilità legale,
possono essere estradati negli Stati Uniti – e questo potrebbe non essere ciò che gli Statunitensi vogliono. La loro presenza negli Stati Uniti rappresenterà in sé un altro grattacapo per le pubbliche relazioni dell’amministrazione Bush.

Image Hosted by ImageShack.usDARRELL ANDERSON

Prima divisione corazzata, 2-3 artiglieria di campo, a Giessen, Germania. Età: 24

Darrell Anderson si è arruolato nell’esercito degli Stati Uniti poco prima che iniziasse la guerra in Iraq.

“Avevo bisogno di cure sanitarie, soldi per andare al college e dovevo mantenere mia figlia. Il
militare era l’unica strada che potevo scegliere” mi dice. Mentre chiacchieriamo, crogiolandoci al sole in una pacifica strada di Toronto, giocherella con il suo orologio da tasca, che porta una bandierina canadese sulla facciata. Indossa una collana con il simbolo della pace.

Dopo aver combattuto sette mesi in Iraq, è tornato a casa insanguinato dal combattimento, con
una decorazione Purple Heart che dimostrava il suo sacrificio – ed ha aperto seriamente gli occhi. “Quando mi sono arruolato, volevo combattere” dice. “Desideravo vedere i combattimenti. Volevo essere un eroe. Volevo salvare gente. Volevo proteggere il mio paese”. Ma appena arrivato in
Iraq, mi dice, si è reso conto che gli Iracheni non lo volevano là ed ha sentito racconti dolorosi
che lo hanno sorpreso ed afflitto.

“Dei soldati mi descrivevano come avevano picchiato a morte dei prigionieri” dice. “C’erano tre tipi ed uno disse ‘Gli davo dei calci da questa parte della testa mentre l’altro gli dava dei calci in testa e il terzo lo picchiava, ed è subito morto’. Gente che conoscevo. Se ne stavano vantando, di come avevano picchiato a morte della gente”. Lo ripete ancora: “Si vantavano d’aver picchiato a morte della gente. Adesso sono degli assassini addestrati. I loro amici erano morti in Iraq. Così non erano le persone che erano prima di andare là”.

Anderson dice che persino una chiacchierata era difficile da tollerare. “Odio gli Iracheni”, cita le
affermazioni dei suoi pari. “Odio questi maledetti musulmani”. Inizialmente era imbarazzato da
simili discorsi. “Dopo un po’ ho iniziato a capire. Ho cominciato a sentire io stesso l’odio. I miei amici stavano morendo. Per cosa sono qui? Siamo andati a combattere per il nostro paese; ora siamo combattendo solo per rimanere vivi”. Oltre a beccarsi dello shrapnel da una bomba sul ciglio
della strada – la ferita che gli ha valso il Purple Heart – Anderson dice che si è trovato spesso in scontri a fuoco. Ma è stato il suo lavoro ad un check-point che lo ha portato a mettere seriamente
in discussione il suo ruolo. Stava sorvegliando il “retro” di un check-point in una strada a
Baghdad, dice. Se una macchina oltrepassava un certo punto senza fermarsi, le guardie avrebbero dovuto aprire il fuoco sull’auto”.

“Una macchina attraversa e si ferma davanti alla mia postazione. Scintille escono dai freni difettosi
dell’automobile. Tutti i soldati stanno urlando. È nelle mie vicinanze, per cui la responsabilità è mia. Non ho sparato. Un superiore parte dicendo, ‘perché non hai fatto fuoco? Avresti dovuto
sparare’. Io ho detto, ‘Era una famiglia!’ A questo punto (l’auto) si era fermata. Si potevano vedere i
bambini nel sedile posteriore. Ho detto ‘Ho fatto la cosa giusta’. E lui ‘No, non l’hai fatta. La procedura è sparare. Se non lo fai la volta prossima, sarai punito'”.

Anderson scuote la sua testa al ricordo. “Già non ero d’accordo su questa guerra. Non vado ad uccidere gente non colpevole. Non posso uccidere bambini. Non sono stato educato in questa maniera”. Dice che ha cominciato a guardare il paesaggio urbano devastato e gli Iracheni feriti e lentamente ha cominciato a capire la reazione irachena. “Se qualcuno facesse questo alla
mia casa, prenderei un’arma e lotterei. Non posso uccidere questa gente. Non sono terroristi. Sono ragazzi quattordicenni, sono uomini anziani. Stiamo occupando le strade. Facciamo raid nelle
case. Prendiamo le persone. Le spediamo ad Abu Ghraib, dove sono torturate. Sono persone innocenti. Fermiamo le automobili. Ostacoliamo la vita di tutti i giorni. Se lo facessi
negli States, sarei buttato in galera”.

Alcuni uccelli cantano dolcemente mentre parla, in netto contrasto con le sue descrizioni delle atrocità in Iraq. “Non ho sparato a nessuno mentre ero a Baghdad. Andammo giù a Najaf con
gli obici. Abbiamo sparato attorno a Najaf ed abbiamo ucciso centinaia di persone. Ho ucciso centinaia di persone, ma non direttamente, a portata di mano”.

Anderson tornò a casa per Natale, convinto che sarebbe stato rispedito di nuovo in guerra. Sapeva che non avrebbe potuto vivere con sé stesso se tornava in Iraq, armato della sua conoscenza diretta
di cosa vi accadeva giorno dopo giorno. Decise che non avrebbe più potuto esserne partecipe ed i
suoi genitori – già contrari alla guerra – sostennero la sua decisione. Il Canada sembrò la migliore opzione. Dopo il Natale 2004, guidò dal Kentucky a Toronto.

Ma dice che ha avuto ripensamenti sul suo esilio. Non lo preoccupa l’estradizione: ha recentemente sposato una donna canadese e ciò probabilmente gli garantirà la residenza permanente. Ma progetta di tornare negli Stati Uniti questo autunno e pensa che sarà arrestato quando si presenterà davanti alle autorità al confine. “La guerra va ancora avanti”.

Mi dice “Se ritorno, forse posso ancora fare la differenza. La mia lotta è contro il governo statunitense”.

Non è solo il lavoro pacifista che lo motiva a tornare a casa; sta pensando al suo futuro. “Avendo
a che fare con tutti gli incubi e lo stress post-traumatico, ho bisogno del supporto della mia
famiglia”.

Anderson si aspetta di essere condannato per diserzione e dice che userà il tempo del suo processo e del carcere per continuare a protestare contro la guerra. Immagina che la sola vista di lui in un’uniforme coperta dalle medaglie che ha ricevuto combattendo in Iraq avrà un effetto potente. “Non posso lavorare ogni giorno e comportarmi come se tutto fosse ok”, dice della sua vita a Toronto. “Questa guerra mi sta abbattendo. Non ho fatto un sogno che non fosse un incubo da quando sono venuto in Canada. Mi consuma cercare di comportarmi come se tutto fosse ok quando non lo è”. Non che ritenga il suo tempo in Canada uno spreco, “Non c’era allora possibilità che andassi in prigione: mi sarei ucciso. Ero fin troppo sconvolto per solo pensare di starmene seduto nella cella di una prigione. Devo molto al Canada. Mi ha salvato la vita. Quando tornai ed iniziai a
parlare della guerra, gli Statunitensi mi definirono un traditore. I Canadesi mi hanno aiutato quando ero al mio punto più basso”.

JOSHUA KEY

43a Compagnia del Genio Militare, a Fort Carson, Colorado. Età: 28

“Stavamo costeggiando il fiume Eufrate”, dice Joshua Key, descrivendo un incubo ricorrente che raffigura una scena in cui piombò subito dopo l’invasione degli Stati Uniti nel marzo 2003. “E’ una strada proprio dentro la città di Ramadi. Girammo di colpo a destra e tutto quello che vidi erano corpi decapitati. Le teste giacevano di qua ed i corpi di là e soldati statunitensi in mezzo. Io penso ‘O mio dio, in che diavolo sono finito? Che cosa ha causato questo? Perché diavolo è successo
tutto ciò?’ Usciamo e qualcuno stava gridando, ‘Ci siamo f***mente persi qui dentro!’ Io penso, ‘Oh sì, qui qualcuno si è decisamente perso'”. Key dice che gli fu ordinato di cercare prove di uno scontro a fuoco, qualcosa che spiegasse cos’era accaduto agli Iracheni decapitati. “Guardo intorno
giusto per alcuni secondi e non vedo nulla”.

Poi fu testimone di una scena che ancora gli scatena incubi. “Vedo due soldati dare dei calci alle teste come palloni da calcio. Mi tappai la bocca, tornai indietro, entrai nel carro armato, chiusi il
portello e pensai ‘Non posso esserne parte. E’ pazzesco. Sono venuto qui a combattere ed essere preparato per la guerra, ma questo è oltraggioso’.

E’ convinto che non ci sia stato alcun scontro a fuoco.

“Molti miei amici erano rimasti sul posto, cercando di vedere se ci fossero delle cartucce. Non ci
sono mai state cartucce”. Ancora non riesce a levarsi la scena dalla testa: “Vedi solo teste dappertutto. Ti svegli, poco prima sedevi là, come se fossi in una buca. Posso ancora vedere l’Iraq chiaramente com’era il giorno in cui mi trovavo lì. Sei proprio a lato di un piccolo fiume che
attraversa la città, rifiuti accatastati, pieno di morti. Si potrebbe dire che non dormo molto”. Sua moglie Brandi annuisce col capo e dice che urla nel sonno.

Siamo seduti sul portico posteriore della casa di Toronto in cui Key, sua moglie ed i loro quattro bambini vivono in esilio da quando Key ha disertato andando in Canada. Si sono sistemati in un appartamento a pianoterra senza affitto, grazie ad un proprietario sensibile al loro dramma. Joshua fuma una sigaretta dopo un’altra e beve caffè mentre parliamo. C’è una barba incolta sulla sua faccia ancora da ragazzino; i suoi occhi sembrano stanchi.

Key rifiuta la linea del governo statunitense per cui gli Iiracheni che combattono l’occupazione
siano terroristi. “Sto pensando, ‘Che diavolo?’ Cioè, quello non è un terrorista. Quell’uomo è lì di casa. Quelli sono suo figlio, suo padre, quelle sono la madre, la sorella. Le case sono distrutte. I mariti sono imprigionati e le mogli neppure sanno dove sono. Voglio dire che sono gente che ne ha le scatole piene e ne ha motivo. Non vorrei mai che capitasse a me o alla mia famiglia, per cui perché dovrei desiderare che capiti a loro?

Mentre svolgeva il suo dovere nelle strade dell’Iraq, Key si ritrovò a parlare con la gente del luogo. Rimase sorpreso da quanti parlassero inglese e frustrato dalle regole militari che gli proibivano di accettare inviti a pranzo a casa loro. “Non sono la vostra perfetta macchina da guerra”, ammette. “Lì è dove ho infranto le regole. Ho infranto le regole per il fatto di avere una coscienza”. E più tempo passava in Iraq, più la sua la coscienza si sviluppava. “Sono stato addestrato ad essere un assassino
totale. Sono stato addestrato alle trappole camuffate, agli esplosivi, alle mine”. Fa una pausa. “Diamine, se volete essere tecnici su questa cosa, sono stato creato per essere un terrorista statunitense. Sono stato addestrato in tutto quello in cui è addestrato un terrorista”. Nel caso non avessi capito, lo ripete “Voglio dire terrorista”. Disertare gli è sembrata l’unica alternativa possibile, dice Key. Lo ha fatto, insiste, perché è stato ingannato “dal mio presidente”. L’Iraq – per lui era evidente – non era una minaccia per gli Usa.

Key ritiene che alcuni della sua unità avevano il grilletto facile. Ricorda un altro avvenimento
che lo tormenta. Era in un trasporto truppe corazzato quando un uomo iracheno in camion gli taglia la strada, facendo una svolta errata. Uno del suo squadrone iniziò a sparare al camion. “Al primo
colpo, il camion iniziò più o meno a rallentare”, ricorda keys “poi spara un altro colpo e quando lo
spara, esplode”. Keys guardò il camion diventare detriti “era molto strano. Stava solo andando avanti e dato che aveva cercato di tagliarci la strada… Nessuna ragione di combattimento o qualcosa di simile…

“Key sembra ancora scioccato per l’assoluta mancanza di senso di tutto ciò “perché è accaduto e qual’è stata la causa? Quando ho fatto quella domanda, mi è stato detto, in pratica, ‘Non hai visto niente, vero?’ Nessuno ha fatto domande”. Assegnato ai raid nelle case, Keys fu presto
inorridito dal lavoro “Voglio dire, ok, gridano da sputare fuori i loro polmoni. È traumatico da entrambe le parti perché c’è qualcuno che ti urla contro, che potrebbe essere una donna. Tu di risposta urli a lei, dicendole di mettersi a terra o uscire dalla casa. Lei non sa cosa stai dicendo e
viceversa. Questa cosa mi ha toccato. Siamo noi quelli che portano via i loro mariti o i loro figli e
quando lo fai, diventa ancora più traumatico perché poi sono disperate. Ovviamente non puoi confortarle perché non sai cosa dire”.

Mentre i residenti sono trattenuti, la ricerca va avanti. “Oh, tu distruggi completamente la casa – la distruggi completamente” dice. “Se ci sono armadi o cose chiuse a chiave, le prendi a calci. I soldati
prendono quel che vogliono. Mettono tutto completamente a soqquadro”. Stima di aver partecipato a circa 100 incursioni. “Non ho mai trovato nulla nelle case. Potreste trovare un AK-47, ma è per uso personale. Ma non ho mai trovato una volta le grandi scorte di armi che si supponeva vi
fossero. Non ho trovato una sola volta membri del partito di Ba’ath, terroristi, insorti. Non abbiamo mai trovato niente di tutto ciò.

La vita del soldato non è mai stata il sogno di Joshua Key. Viveva a Guthrie, in Oklaoma, semplicemente alla ricerca di un lavoro decente. “All’epoca avevamo due figli ed il terzo era “in cantiere”, dice. “Lì non c’è lavoro. Non ci sarebbe stato un futuro. Naturalmente potete avere un lavoro da McDonald’s, ma con quello non ci pagavi le bollette”. La stazione locale di reclutamento era lì che ammiccava. Poco dopo aver terminato l’addestramento di base, era in viaggio per la zona di guerra. Dopo otto mesi di combattimento, ricevette un permesso di due settimane per tornare negli Stati Uniti. Al termine, era obbligato a farsi un altro tour dell’Iraq.

Non si presentò ai suoi obblighi. Key e sua moglie fecero i bagagli, presero i bambini e fuggirono, con l’intenzione di andare più lontano possibile dalla sua casa in Colorado. La famiglia rimase
senza soldi a Philadelphia e Key trovò lavoro come saldatore. Vissero in clandestinità per
un anno, passando frequentemente da un hotel ad un altro, preoccupati che rimanere troppo a lungo in un posto potesse dar nell’occhio. “Ero paranoico” dice Keys, e valutò di disertare in Canada.

La ricerca fu facile. Andò sul web e cercò “un disertore ha bisogno d’aiuto perché assente senza licenza”. Emersero i racconti di altri che erano fuggiti oltre confine. Lui e Brandi decisero di optare per una nuova vita come canadesi. George W. Bush dovrebbe essere quello da mandare in prigione, dice Key.

“Il giorno che va in carcere, io andrò a sedermi in prigione con lui. Andiamo. Per una simile musica ne vale la pena. Ma non accadrà mai”, ride.

RYAN JOHNSON

21° Reggimento Corazzato di Cavalleria, Barstow, California. Età: 22

Il ventiduenne Ryan Johnson mi incontra nel suo ostello cattolico di Toronto indossando una T-shirt nera, jeans e scarpe da corsa nere. Quando Ryan è stato dato assente senza licenza nel mese di
gennaio 2005, è andato semplicemente a casa a Visalia, in California. “Era molto stressante” dice.
“Vivevo a solo quattro ore di distanza dalla mia base. Ho immaginato che potessero venire a prendermi in qualsiasi momento. Ma non sono mai venuti. Non sono mai venuti a cercarmi. Hanno spedito alcune lettere – è tutto quello che hanno fatto”. I militari non hanno una significativa forza lavoro ad inseguire soldati ed disertori assenti senza licenza, tranne che pubblicando un mandato federale d’arresto. Quelli che sono presi, di solito vengono arrestati per qualcosa di indipendente, e la loro condizione di assenti senza licenza si rivela quando la polizia locale introduce i loro nomi nel database del Centro d’informazione Criminale Nazionale – una procedura di post-arresto in tutti gli Stati Uniti.

Johnson si è trasferito in Canada perché temeva che se avesse fatto domanda per un lavoro, un semplice controllo gli sarebbe costato l’arresto e l’avrebbero messo nel casellario giudiziario, il che avrebbe reso ancor più difficile trovare un lavoro in seguito. Nemmeno tornare volontariamente nell’esercito degli Stati Uniti avrebbe migliorato le sue opzioni.

“Avevo due scelte: andare in Iraq e rovinarmi la vita, o andare in prigione e rovinarmi la vita. Così
sono venuto qui”.

Tornato alla sua base nel deserto del sud della California, Johnson aveva sentito storie durissime
dai soldati che tornavano dalla guerra.

“Non volevo farne parte” dice. Gli ricordo che, a differenza dell’era del Vietnam, non c’era la leva quando è diventato idoneo per arruolarsi nell’esercito. È andato all’ufficio di reclutamento di Visalia ed ha firmato. Davvero allora non sapeva che l’esercito operava nel campo dell’uccisione delle persone? “Si, è vero, lo fanno” ammette. “Ma quello che non capivo è quanto traumatizzante sia uccidere realmente qualcuno o guardare uno dei propri amici rimanere ucciso. Non ho visto mai
nessuno morire”.

Quando mi sono arruolato” dice “l’ho fatto perché ero povero”. Affera che era dura trovare lavoro vicino a Visalia e non aveva fondi per l’università. L’insegna dell’ufficio di reclutamento ammiccava all’esterno del piccolo centro commerciale, malgrado il fatto che la guerra stesse già infiammando nel deserto iracheno e stesse rispedendo a casa soldati morti.

“Parlai con i reclutatori” dice Johnson.

“Dissi ‘Quali sono le probabilità che vada in Iraq?’ Mi dissero ‘Dipende dal lavoro che farai’. Così ho detto ‘Che lavori potrei fare che non mi farebbero andare in Iraq?’ Loro elencarono i lavori.
Ne scelsi uno e loro dissero che probabilmente non sarei andato in Iraq”.

Johnson era troppo ingenuo per far domande di conferma all’ufficio di reclutamento dell’esercito e non mise in discussione molte delle risposte che aveva ricevuto. “Avevo 20 anni” dice sulla difensiva. “Pensavo che stessimo ricostruendo l’Iraq. Pensavo che stessimo facendo delle cose buone. Ma facciamo esplodere moschee. Facciamo esplodere musei, le case delle persone, tutta la cultura. Voglio dire, io nemmeno immaginavo che l’Iraq era la Mesopotamia, sai? C’è ovunque tutta questa cultura in Iraq. Mi piace ritenermi uno abbastanza istruito pur non essendosi neppure diplomato alla scuola superiore, ma non ho mai realmente saputo qualcosa sulla storia o altre culture.

“I soldati che vanno in Iraq, la maggior parte di loro non sono patrioti” dice. “Non vanno in Iraq perché la nostra bandiera ha i colori rosso, bianco ed azzurro. Non vanno perché pensano che l’Iraq ci stia ponendo una minaccia. La maggior parte di noi vanno perché ci è stato ordinato ed i nostri compagni stanno andando. Quella è una delle ragioni per cui stavo per andare – perché i miei compagni sono là”.

È subito malinconico quando gli si chiede come si sente ad essere sicuro nella pacifica Toronto mentre i suoi compagni stanno combattendo e muoiono nel deserto: “Controllo la lista delle vittime ogni giorno. Vado ogni giorno su Internet e controllo la lista delle vittime per vedere se là sopra ci
sono i miei amici. Ed al momento” fa una pausa “sette persone della mia unità sono morte e quattro di loro le conoscevo”.

Johnson è poco disposto a considerare un ritorno negli Stati Uniti ed un periodo in prigione. “Sembra assolutamente insensato” dice. “Mettono uno in prigione per cinque anni per non aver voluto uccidere qualcuno. Sto cercando di evitare di uccidere delle persone. So che se andassi
in Iraq ucciderei qualcuno. Se fossi messo in una pattuglia probabilmente dovrei sparare a qualcuno, perché saprei che o sono loro o io, lo sai? E loro la pensano allo stesso modo. Se non uccido questi tipi, loro uccideranno me”.

Johnson spera di sentirsi a casa in Canada. Il suo ingresso nel nuovo paese quando guidò oltre il confine fu inaspettatamente cordiale. Provò a dare la sua carta d’identità alla guardia al confine, ma non era interessata a controllarla. Disse solo: “‘Benvenuto in Canada.’ Si, ha detto questo. Ha detto, benvenuto in Canada’.’ Ed io ho detto ‘Grazie!’ poi abbiamo attraversato il confine e mia
moglie, Jennifer, si è messa ad urlare”.

Tuttavia, Johnson ora sta facendo appello, poiché la sua richiesta iniziale per lo status di rifugiato in Canada è stata rifiutata dalle autorità canadesi.

IVAN BROBECK

2° Battaglione, secondo reggimento della Marina, a Camp Lejeune, North Carolina; Età: 21

21 anni d’età, l’ex Caporale Ivan Brobeck ha un sorriso invitante. Ci incontriamo in un parco vicino alla sua nuova casa a Toronto. “Sapevo che non l’avrei più potuto sopportare” dice della sua decisione di disertare in Canada. “Avevo solo bisogno di andare via, perché si prevedeva che la mia
unità tornasse di nuovo in Iraq una seconda volta e non avrei potuto sopportarlo”.

Brobeck non aveva alcun problema a rimanere militare, ma decise che non avrebbe accettato l’ordine di tornare in Iraq e la diserzione gli sembrò l’unica alternativa. Aveva passato gran parte
del 2004 in servizio in Iraq. Aveva combattuto a Falluja e perso amici per colpa di bombe sul ciglio
della strada “Tendi ad essere molto arrabbiato lì, perché stai combattendo per qualcosa in cui non credi ed i tuoi amici stanno morendo” mi dice.

Le sue storia di guerra sono fuori posto nel pacifico ed esclusivo vicinato di Toronto in cui stiamo parlando. Durante le battaglie, dice che operava con “il pilota automatico”, combattendo per sopravvivere.

“Ho iniziato a pensare a cosa fosse sbagliato mentre ero là, ma non l’ho realmente capito fino alla fine del mio soggiorno in Iraq – e definitivamente una volta che ero tornato a casa”.

Tornato a Camp Lejeune, nel North Carolina, Brobeck dice che iniziò a considerare “le cose completamente sbagliate che non sarebbero dovute accadere” durante la sua guardia. “Ho visto picchiare prigionieri innocenti” dice. “Mi ricordo di aver sentito qualcosa che veniva gettato fuori della parte posteriore di un camion di sette tonnellate. Il retro di un sette tonnellate è alto probabilmente circa 7 o 8 piedi. Avevano gettato un detenuto fuori dal retro, le sue mani legate dietro la schiena e un sacchetto di sabbia in testa, così da non potersi preparare all’impatto. Mi
ricordo che cominciò ad avere le convulsioni dopo aver colpito terra e pensammo che stesse
russando. Gli togliemmo il sacchetto dalla testa ed i suoi occhi erano chiusi per le tumefazioni, il suo naso era tappato dal sangue e poteva a mala pena respirare”.

Oltre agli abusi sui prigionieri, la regolarità con cui i civili erano uccisi ai check point confondeva
il giovane marine. “Sono stati i miei amici a farlo e dopo l’evento era sempre ‘Oh, tal dei tali è un
po’ giù oggi – ha ucciso un tipo davanti ai suoi figli’. O, ‘Ha ucciso una coppia di ragazzini’. Questi marine che avevano dovuto fare tutto ciò erano miei amici, con cui parlavo ogni giorno. È duro
sapere che il vostro migliore amico ha dovuto uccidere della gente”.

Brobeck iniziò a sviluppare simpatia per il nemico. “Molta gente che ci para addosso non è gente cattiva. È gente che a cui hanno ucciso le mogli o i figli e stao solo cercando di ottenere un
risarcimento, avere vendetta ed uccidere la persona che ha ucciso loro figlio. Sono solo gente innocente che ha perso tutto quanto e non ha nient’altro da fare”.

Brobeck è stato un marine per un anno prima di essere schierato in Iraq. “Ho sempre sentito
tutte queste grandi cose che i militari degli Stati Uniti hanno fatto durante la storia, come le grandi battaglie che hanno vinto. Di tutte le forze che ho conosciuto, i marines erano i più forti, il nucleo più duro. Desideravo farlo. Ero disposto a rischiare la mia vita per una causa reale” riflette, “se ce ne fosse stata una”.

Quale sarebbe una causa degna per cui morire? “Una buona causa” è la sua risposta. “Ma questa guerra non avvantaggia nessuno. Non avvantaggia gli Statunitensi, non avvantaggia nemmeno
l’Iraq. Non è qualcosa per cui qualcuno dovrebbe combattere e morire. Ero soltanto diciassettenne quando ho firmato il mio contratto e per tutta la mia infanzia, tutto ciò che avevo fatto era giocare
con videogiochi e fare sport. Non facevo attenzione alle notizie. Quella roba mi annoiava. Ma ora
so di persona”.

Lo scorso luglio la sua unità partì senza di lui. “Il giorno che ho effettivamente deciso di lasciare fu una specie di cosa d’impulso. L’avevo desiderato così a lungo, da non poterlo fare davvero, perché risultare assenti senza licenza è decisamente una decisione enorme ed è come gettare via gran parte della tua vita. Inoltre, non sapevo cosa avrei fatto se fossi risultato assente senza licenza”.

La notte prima di partire, Brobeck confidò le sue intenzioni ad un altro fante di marina. “Mi disse ‘Sei stato in Iraq; io no. Hai le tue ragioni per diventare assente senza licenza e io non ti
fermerò'”. La partenza dalla base della North Carolina fu facile”.

Camminai fino ad una stazione dei bus e per quella notte rimasi in un hotel. L’unico modo per tornare a casa era in bus e la stazione era chiusa. Quando la stazione della Greyhound aprì, presi il mio biglietto e partii per la Virginia. Ero nervoso perché alla sveglia, quando ci alzavamo alle 5.30,
avrebbero notato definitivamente che mancavo. Pensavo che avrebbero controllato la stazione della Greyhound, l’unica vicino alla base. Non lo fecero, il che era un bene. Non andai a casa da mia madre, perché ero preoccupato che la polizia fosse là. Rimasi da un mio amico”.

28 giorni dopo essere risultato assente senza licenza, Brobeck si diresse in Canada. Aveva scoperto il sito web gestito di War Resisters Support Campaign, un gruppo di canadesi che organizzano il supporto ai disertori americani ed imparò che avrebbe avuto aiuto da loro per fuggire a nord, a Toronto.

Chiamò sua madre e oltrepassarono in auto il valico confinario delle Cascate del Niagara.

“Lei non gradisce il fatto che io sia via in Canada e non possa tornare a vederla” dice “ma per me è meglio che andare di nuovo in Iraq una seconda volta”.

L’esilio in Canada sembra un bene per Brobeck. “Sento che la vita per me, anche se non fossi assente senza licenza, è più libera quassù che negli Stati Uniti. Tutto è così civile in Canada, amichevole”. Nell’anno da quando ha attraversato il confine, ha incontrato e sposato sua moglie, Lisa. La sua domanda per lo status di rifugiato è stata respinta, ma ha speranze di vincere il suo appello.

“L’unica cosa che avevo lasciato alle spalle erano la mia famiglia ed i miei amici” dice. “Così quella era l’unica cosa di cui sentivo la mancanza degli Stati Uniti – la gente”. “Eri abituato che gli Stati
Uniti fossero qualcosa di cui potevi dire di essere fiero” aggiunge. “Ora vai in un altro paese e dici che sei statunitense, probabilmente non troverai molte facce felici o braccia aperte, a causa dell’uomo che è al potere. È stupefacente cosa possa fare una persona. La gente al comando ha completamente spazzato via tutto il rispetto che avevamo”. Il suo rifiuto della politica degli Stati Uniti in Iraq lo spinge a mettere in discussione il suo senso d’identità nazionale. “Nel mio cuore
non sono statunitense… se significa che devo conformarmi a ciò in cui credono loro” dice dell’amministrazione Bush. “Non sono statunitense perché gli Stati Uniti hanno perso il contatto con ciò che erano. I padri fondatori sarebbero decisamente incazzati se scoprissero cos’è diventato questo paese”.

Mission Rejected, di Peter Laufer, è stato pubblicato negli Stati Uniti da Chelsea Green e sarà pubblicato nel Regno Unito nel gennaio 2007 da John Blake

I BRITANNICI CHE STANNO DICENDO NO

DI PHILIP JACOBSON
The Sunday Times

Non sono solo gli Statunitensi: centinaia di nostri soldati si sono ‘ritirati’ dall’Iraq. Il resoconto di Philip Jacobson

Oltre 2.000 membri delle forze armate della Gran Bretagna sono assenti senza licenza di lungo periodo da quando è iniziata la guerra in Iraq e la maggior parte manca ancora. Prima che la guerra iniziasse, circa 375 fuggitivi all’anno rimanevano irreperibili per tutta la durata della leva ed erano
congedati; quella cifra l’anno scorso è aumentata a 720. Si pensa che circa 740 uomini siano ancora
in fuga, ma non sono ancora stati puniti.

Mentre il Ministero della Difesa nega che questa tendenza rifletta la crescente opposizione alla guerra, avvocati specializzati in corti marziali riferiscono un aumento continuo nelle richieste di consigli da parte di personale dell’esercito che tenta disperatamente di evitare di essere inviato in Iraq. Sebbene il numero generale di casi di assenti senza licenza sia stato abbastanza stabile per
alcuni anni (circa 2.500 all’anno), c’è una crescente preoccupazione nei militari per il “fattore Iraq”. Prima, la maggior parte dei fuggitivi erano assenti senza licenza per un periodo relativamente breve, di solito a causa della famiglia o di problemi finanziari o del nonnismo e, o tornavano volontariamente alle loro unità, o venivano arrestati rapidamente. La maggior parte sono stati sanzionati direttamente dai loro ufficiali comandanti; le punizioni variavano dalla degradazione al “janker”, un periodo in una prigione militare.

Ma sembra che un numero crescere sia pronto a rischiare un’accusa di diserzione – un reato molto più serio che rendersi assenti senza licenza, con pene corrispondenti. Secondo Gilbert Blades, un esperto di diritto militare, il Ministero della Difesa sta minimizzando la vera estensione del problema. “Per me è assolutamente evidente” dice, “che il fattore cruciale che ha spinto al rialzo i livelli di assenti senza licenza sia stato il fatto che sempre più gente in servizio lo consideri un conflitto illegale”. Per come la vede Blades, l’irrigidirsi della definizione legale di diserzione nella nuova legislazione che sta passando in Parlamento è fatta per trattenere i potenziali fuggitivi. Sotto la nuova Legge delle Forze Armate, la gente che rifiuta il suo dovere di servizio attivo in un paese
straniero potrebbe essere incarcerata a vita. “Sembra evidente che questa è una diretta risposta alla situazione sviluppatasi con l’acuirsi della guerra” dice.

Due casi quest’anno hanno evidenziato la questione dei “refuseniks” motivati moralmente nelle forze armate. Ben Griffin, un soldato delle SAS di stanza a Baghdad, ha detto al suo ufficiale comandante che non aveva più intenzione di combattere accanto alle truppe “fanatiche e dal grilletto facile” statunitensi. Griffin era completamente pronto a finire la sua carriera di otto anni davanti ad una corte marziale e in carcere, ma gli fu concesso di andarsene e gli venne data una calorosa attestazione alla sua “forza di carattere”. Il Tenente dell’aeronautica Malcolm Kendall-Smith, un medico della RAF, scontò otto mesi in prigione per aver rifiutato l’ordine di presentarsi per un terzo turno di lavoro all’estero a Bassora, sulla base del fatto che l’occupazione era illegale. Più successivamente fu rilasciato, ma passò il resto della sua condanna agli arresti domiciliari.

Un portavoce del Ministero della Difesa ha detto al Sunday Times Magazine che l’affermazione per cui il livello delle diserzioni stava schizzando in alto era falso. “C’è molta di confusione su questa cosa, perché la gente non capisce spesso la distinzione fra disertare ed essere assente senza permesso. In questi ultimi cinque anni si sono registrati soltanto 21 casi di diserzione e soltanto una persona è stata condannata dal 1989 per quel reato”. Inoltre ha detto che le critiche sulla nuova
legislazione erano “fuorvianti ed a volte malintenzionate”. Sotto l’attuale sistema legislativo militare, ha spiegato, ogni branca delle forze armate amministra la propria disciplina. Ciò non si adatta più ad un’era in cui stanno diventando comuni le operazioni congiunte. “Nelle circostanze attuali ha senso avere una singola legge che regoli le questioni di disciplina militare di tutto il
personale in servizio”. Ma Blades sostiene che la clausola che prevede condanne a vita in caso di
rifiuto a servire in una zona di combattimento straniera “è stata sollecitata dall’establishment della difesa soltanto per trovare un drastico rimedio legale al problema dell’obiezione di coscienza”. Rimane da vedere se le corti, costrette, emetteranno una sentenza così rigida.

Peter Laufer / Philip Jacobson
Fonte: http://www.timesonline.co.uk
Link: http://www.timesonline.co.uk/article/0,,2099-2318643_1,00.html
27.08.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILMARI

Pubblicato da God