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NATO: IL PITBULL IMPERIALE

DI EDWARD S. HERMAN
Z Magazine

Uno dei cliché più falsi della storia dei paesi occidentali dopo la Seconda Guerra mondiale è che la NATO sia stata creata come un’organizzazione difensiva per contrastare la minaccia di un attacco sovietico all’Europa dell’Ovest. E’ assolutamente falso!

Certo, la minaccia sovietica ha giocato un ruolo fondamentale nella propaganda occidentale, ma un gran numero dei più importanti dirigenti politici USA o dell’Europa occidentale dietro le quinte riconoscono che la suddetta invasione sovietica non aveva nulla di una minaccia reale. L’Unione Sovietica veniva dall’essere stata devastata e, pur possedendo un notevole esercito, era stremata e aveva bisogno di tempo per recuperare. Gli USA da parte loro erano in piena crescita, la guerra aveva rivitalizzato la loro economia, non avevano subito alcun danno di guerra e nel loro arsenale disponevano di una bomba atomica di cui avevano dimostrato l’efficacia all’Unione Sovietica uccidendo un quarto di milione di Giapponesi a Hiroshima e Nagasaki. A Washington si prendeva seriamente in considerazione di colpire l’Unione Sovietica prima che si rimettesse in forze o si dotasse essa stessa dell’arma atomica, ma questa opzione fu respinta in favore di politiche di “contenimento”, di guerra economica e di altre forme di destabilizzazione. Nell’aprile del 1950, il rapporto NSC 68 (National Security Council Report 68), descrivendo la grande minaccia sovietica, invocava esplicitamente un programma di destabilizzazione mirante a un cambiamento di regime in questo paese, che alla fine si concretizzerà nel 1991.

In effetti, anche un fautore della linea dura come John Foster Dulles dichiarava nel 1949: “Non conosco nessun alto responsabile militare o civile […] in questo governo o in qualunque altro governo, che creda che i Sovietici preparino attualmente una conquista sotto forma di un’aperta aggressione militare”. Si può sottolineare che qui Dulles parla solamente di una “aperta aggressione militare”. Per gli Occidentali, la “minaccia” consisteva maggiormente in un eventuale sostegno sovietico a formazioni politiche di sinistra nell’Europa dell’Ovest. Il Senatore Arthur Vandenberg, uno dei pionieri della NATO, dichiarava apertamente che lo scopo di un rafforzamento dei dispositivi militari della NATO “doveva essere innanzi tutto l’obiettivo pratico di assicurare una difesa adeguata contro una sovversione interna”. Evidentemente, il sostegno infinitamente più consistente dato dagli USA a formazioni di destra non poteva per nulla sembrare un appoggio alla sovversione interna o rappresentare una qualunque minaccia per la democrazia. Solamente un eventuale aiuto sovietico alla sinistra poteva rientrare in questa categoria. (Adlai Stevenson, nel 1960, non chiamava forse “aggressione interna” la resistenza condotta nel Vietnam del Sud dalle popolazioni ostili al regime minoritario imposto dagli Stati Uniti?).

Le élites occidentali non-tedesche si preoccupavano molto di più per un possibile risveglio della Germania e per una “minaccia tedesca” e, come i responsabili americani, erano molto più preoccupati dal modo di strangolare la crescita delle forze di sinistra in Europa che da qualsivoglia minaccia militare sovietica. Gli Americani non facevano minori pressioni sugli Europei affiché sviluppassero le loro forze armate comprando armamenti dalle industrie USA! Anche se deliberatamente esagerata, se non inventata di sana pianta, la minaccia militare sovietica era utilissima per discreditare la sinistra associandola d’ufficio a Stalin, al bolscevismo e ad una pretesa invasione sovietica o ad un mitico progetto di conquista mondiale.

In realtà. il Patto di Varsavia era un’organizzazione infinitamente più difensiva della NATO. Fu istituito dopo la creazione della NATO e molto chiaramente in risposta ad essa. Era un’unione tra le più deboli ed i cui membri erano poco affidabili. D’altronde è essa che ha finito per scomparire mentre la NATO conservava un ruolo centrale nel processo a lungo termine di destabilizzazione e smantellamento dell’Unione Sovietica. Ciò per una buona e semplice ragione: la potenza e l’armamento della NATO erano parte integrante della strategia USA che consisteva nello spingere i Sovietici a colossali spese in armamenti, a scapito di quelle legate al miglioramento delle cure, della qualità della vita e di tutto quello che assicurava loro il sostegno delle popolazioni. Al contrario, poiché costituiva una reale minaccia per la sicurezza, la NATO incoraggiava un livello di repressione nefasto sia per la lealtà verso lo Stato che per la reputazione di questi in campo internazionale. Durante tutto questo primo periodo, i dirigenti sovietici si sforzarono invano di negoziare accordi di pace con l’Occidente, anche a costo di cedere la Germania dell’Est, ma gli USA ed i suoi alleati e clienti rifiutarono ogni proposta di questo tipo.

Come si è appena detto, il punto di vista ufficiale negli Stati Uniti – e di fatto quello dei media – è che solo un intervento sovietico nell’Europa occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale poteva apparire preoccupante o rappresentare un rischio di “sovversione interna”. Peraltro, in un mondo meno orwelliano del nostro, si converrebbe facilmente che gli USA superavano largamente l’URSS in materia di sostegno, non solo ad una “sovversione interna”, ma al terrorismo puro e semplice a partire dal 1945. Avendo realmente combattuto contro la Germania nazista e l’Italia fascista, la sinistra aveva notevolmente guadagnato in potenza nel corso della Seconda Guerra mondiale. Gli USA si opposero dunque al potere della sinistra ed alla sua partecipazione politica con tutti i mezzi possibili, compreso l’uso delle armi come in Grecia, così come finanziando massicciamente i partiti e le personalità politiche anti-sinistra in tutta Europa. In Grecia, essi sostennero l’estrema destra e notoriamente un buon numero di ex-collaboratori fascisti ed arrivarono ad installare uno spaventoso regime autoritario di estrema destra. Continuarono anche a sostenere la Spagna fascista ed accettarono il Portogallo, anche lui fascista, come membro fondatore della NATO e, soprattutto, le armi della NATO permisero al Regime dei Generali portoghesi di proseguire le sue guerre coloniali. Un po’ dappertutto nel mondo, gli USA, potenza dominante della NATO sostennero uomini politici di destra ed ex nazisti, naturalmente facenti mostra di essere democratici e di combattere i totalitarismi.
Il fatto più interessante è senza dubbio il sostegno degli USA e della NATO a gruppi paramilitari e al terrorismo. In Italia, funzionavano mano nella mano con fazioni politiche, organizzazioni segrete (Propaganda Due: la famosa loggia massonica P2) e gruppi paramilitari di estrema destra che, forti dell’appoggio delle forze dell’ordine, misero a punto quella che è stata chiamata la “strategia della tensione”, nell’ambito della quale furono condotte diverse azioni terroristiche in seguito imputate ad attivisti di sinistra. La più celebre fu l’attentato alla stazione di Bologna, nel 1980, che fece 86 morti. L’addestramento e l’integrazione di ex fascisti e di ex collaboratori in seno ad operazioni congiunte CIA-NATO-Polizia raggiunse il massimo in Italia ma non era meno diffuso nel resto di Europa [1]. La NATO, in particolare, prese parte alla cosiddetta “Operazione Gladio”, un programma organizzato dalla CIA in collaborazione con i governi dei paesi membri della NATO ed i vertici delle loro forze dell’ordine, che mise in opera nei differenti Stati europei installazioni segrete e depositi di armi, falsamente destinate a proteggersi dalla minaccia di invasione sovietica, ma in realtà destinate ad una eventuale “sovversione interna” e a disposizione per sostenere eventuali colpi di Stato. Furono utilizzati in diverse occasioni per condurre operazioni terroristiche (come l’attentato alla stazione di Bologna e diversi attentati terroristici specialmente in Belgio e in Germania). I piani di Gladio e della NATO furono anche utilizzati per combattere la “minaccia interna” in Grecia nel 1967: vale a dire l’elezione di un governo democratico di sinistra. Per fronteggiarla, i militari greci attuarono il “Piano Prometeo” che rimpiazzò semplicemente il sistema democratico con una dittatura militare torturatrice. La NATO e l’amministrazione Johnson non ci trovarono assolutamente nulla da ridire. Dall’Italia o da altre parti, altre forze di Gladio poterono così venire ad addestrarsi in Grecia durante questo interludio fascista, allo scopo di imparare la maniera di gestire una “sovversione interna”.

In definitiva, dal momento della sua creazione, la NATO si è dimostrato essere una organizzazione offensiva e non difensiva, politicamente orientata, diametralmente opposta ad ogni idea di diplomazia o di pace, ed intrinsecamente legata ad operazioni terroristiche di grande portata come ad altre forme d’intervento politico anti-democratico ed anche direttamente minaccianti la democrazia (e che evidentemente sarebbero state denunciate come apertamente sovversive se fossero state imputate ai Sovietici).

La NATO post-sovietica

Con il crollo dell’Unione Sovietica e del così minaccioso Patto di Varsavia, la NATO teoricamente perdeva la sua ragion d’essere. Ora, benché questa ragion d’essere non era mai stata altro che una frode per ingannare il pubblico, la NATO doveva ridefinirla e si trovò subito investita di prerogative infinitamente più estese ed aggressive. Non avendo più bisogno, dopo la caduta sovietica, di sostenere la Jugoslavia, la NATO collaborò ben presto con gli USA e i servizi tedeschi per affrontare e smantellare questo ex alleato dell’Occidente, violando in questo modo la Carta delle Nazioni Unite che vieta i conflitti di confine (ossia le guerre di aggressione).

Curiosamente, nel bel mezzo dei bombardamenti della Jugoslavia da parte della NATO, nell’aprile del 1999, l’Alleanza festeggiò il suo cinquantenario, a Washington, celebrando i suoi successi e ricordando, con una retorica tipicamente orwelliana, la sua vocazione ad imporre il rispetto del diritto internazionale nel mentre era in piena e patente violazione della Carta delle Nazioni Unite. In realtà, il testo fondatore dell’ONU, del 1949, si apriva precisamente sull’impegno solenne dei suoi membri a “restare fedeli alla Carta delle Nazioni Unite”. Al suo primo articolo essi prestano giuramento “conformemente alle regole della Carta delle Nazioni Unite, di regolare ogni conflitto internazionale con mezzi pacifici.”

La sessione dell’aprile 1999 della NATO rese pubblica la definizione di uno “Strategic Concept” che stabiliva il preteso nuovo programma dell’Alleanza Atlantica, dal momento che il suo ruolo preventivo di “mutua difesa” contro un’invasione sovietica aveva cessato di essere plausibile [2]. L’Alleanza insiste sempre sulla “sicurezza”, ma si dichiara “dedita a nuove attività essenziali, nell’interesse di una stabilità allargata”. Vengono accolti nuovi membri e nuovi accordi di “partnership”, benché in nessun punto venga chiaramente definita la necessità di tale allargamento o di tali accordi – e di una tale posizione di forza degli USA e dei suoi più vicini alleati. Il documento riconosce che “un’aggressione convenzionale di grande portata contro l’Alleanza resta estremamente improbabile”, ma evidentemente elude del tutto l’eventualità di “un’aggressione di grande portata” DA PARTE dei membri dell’Alleanza ed evita di celebrare il ruolo della NATO nei Balcani come la più perfetta illustrazione della sua “dedizione ad una stabilità allargata”. Non soltanto questo documento ufficiale mirava a legalizzare un’aggressione “illegale ma legittima”, secondo l’eufemismo orwelliano caro ai suoi sostenitori, ma, contrariamente alle sue rivendicazioni, la NATO giocava un ruolo centrale nella destabilizzazione dei Balcani, eccitando la dimensione etnica del conflitto ed ostacolando ogni possibilità di regolazione per via diplomatica della crisi in Kosovo. Giustificava de facto l’attacco alla Jugoslavia ed una campagna di bombardamenti già in corso nel momento stesso in cui il documento veniva reso pubblico [3].

Inoltre, si pretende che lo “Strategic Concept” sia favorevole ad una limitazione degli armamenti. In realtà, dalla sua creazione, la NATO ha sempre promosso una politica opposta e tutti i nuovi membri, come la Polonia e la Bulgaria, sono stati obbligati a sviluppare in maniera consistente i loro armamenti “inter-operativi”, sarebbe a dire ad acquistare più armi e ad acquistarle dagli Stati Uniti e da altri fornitori occidentali. Dalla pubblicazione di questo documento nel 1999, l’elemento leader della NATO (gli Stati Uniti) ha più che raddoppiato il suo budget militare e sono molto aumentate le sue vendite di armi all’estero. E’ avanzato molto il suo programma militare spaziale, si è ritirato dal trattato ABM del 1972, ha rifiutato di ratificare il “Comprehensive (nuclear) Test Ban” ed ha contemporaneamente respinto sia il trattato sulla produzione e l’utilizzo delle mine anti-uomo e delle armi a submunizioni, sia un Accordo Internazionale dell’ONU mirante a ridurre le vendite illegali di armi leggere. Forti dell’appoggio della NATO, gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova corsa agli armamenti a cui un buon numero dei loro alleati e clienti (e di avversari o bersagli potenziali) non ha mancato di unirsi.

Il documento del 1999 ricorda anche il presunto sostegno della NATO al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, ma non senza insistere nello stesso passaggio sull’importanza dell’armamento nucleare per quanto riguarda la potenza della NATO. Rigettando dunque de facto uno dei punti fondamentali del trattato, vale a dire l’impegno delle potenze nucleari ad operare attivamente all’eliminazione di questo tipo di armi. In chiaro, ciò significa che la non-proliferazione a cui la NATO si mostra tanto attaccata riguarda esclusivamente i suoi bersagli e avversari potenziali (ad esempio l’Iran). Le armi nucleari “offrono un contributo cruciale rendendo i rischi di aggressione contro l’Alleanza incalcolabili e inaccettabili”. Ma se l’Iran possedesse tali armi, “i rischi di aggressione” nucleare da parte dell'”Alleanza” – come gli USA e Israele minacciano di fare – sarebbero giudicati inaccettabili? Certo che no!

Al capitolo “Sicurezza”, lo “Strategic Concept” dichiara di lottare per un ambiente sicuro “che riposi sullo sviluppo d’istituzioni democratiche e sull’impegno a risolvere i conflitti pacificamente, in modo che nessun paese sia in grado di intimidire o di costringere un altro con la minaccia o con il ricorso alla forza”. Un tale grado di ipocrisia lascia allibiti. L’essenza stessa delle politiche e delle pratiche della NATO è la costante minaccia di ricorrere alla forza, e la politica di Sicurezza Nazionale USA è oggi perfettamente esplicita sull’intenzione degli Stati Uniti di mantenere la propria superiorità militare e di vigilare affinché nessuna potenza rivale ne possa rimettere in discussione l’egemonia, in modo da conservare la loro influenza globale (o mondiale). In altri termini, durano a governare per intimidazione.

La NATO oggigiorno pretende di non essere più una minaccia per nessuno e invoca in questo stesso “Strategic Concept” l’eventualità di “operazioni” congiunte con la Russia. Anche qui il livello di ipocrisia è sbalorditivo. Come abbiamo potuto vedere in precedenti articoli, accettando il principio della riunificazione della Germania, Gorbaciov aveva fatto promettere agli Americani che in cambio la NATO si sarebbe impegnata a non avanzare di un centimetro più ad Est. Clinton e l’Alleanza Atlantica si affrettarono a rompere questo impegno incorporando nella NATO tutti gli ex satelliti sovietici dell’Europa dell’Est cosi come i Paesi Baltici. Solo quelli che sono così sciocchi da persuadersi del contrario e i propagandisti potrebbero non vederci una minaccia diretta per la Russia, l’unica potenza della regione a potere, non fosse che teoricamente, costituire una minaccia per i paesi membri della NATO. Ma il documento dell’Alleanza si fa beffe degli idioti e solo le minacce contro i suoi membri sono prese in conto.

Ugualmente, anche se l’Alleanza Atlantica si dice molto preoccupata per “l’oppressione, i conflitti etnici [e la ] proliferazione delle armi di distruzione di massa”, le sue relazioni con Israele restano delle più strette. Non è arrivata (né saprebbe arrivare) nessuna disposizione, di qualsiasi natura, ad ostacolare l’oppressione esercitata da Israele, la sua pulizia etnica, il suo considerevole arsenale nucleare (di cui si riconosce appena l’esistenza), né beninteso la sua nuova aggressione al Libano nel 2006 o i suoi ultimi attacchi omicidi contro Gaza. Non è più questione di lasciare appannare delle così buone relazioni quanto di vedere l’aggressione/occupazione anglo-americana illegale dell’Iraq non scalfire affatto l’inalterabile solidarietà tra gli Stati membri dell’Alleanza. Essendo Israele da lungo tempo il cliente privilegiato degli Stati Uniti, non c’è bisogno di dire che questo paese è perfettamente libero di violare i nobili ideali di cui si vanta lo “Strategic Concept“. Nel 2008, la NATO e Israele hanno firmato un patto militare. Forse si vedrà presto la NATO collaborare alle operazioni di sicurezza d’Israele a Gaza. E’ passato più di un anno da quando l’attuale Consigliere alla Sicurezza Nazionale di Obama, James Jones, reclamava con insistenza l’invio di truppe della NATO ad occupare la striscia di Gaza e la Cisgiordania. E nell’amministrazione americana non è certo il solo …

Questa nuova NATO è letteralmente il pitbull degli USA. Contribuisce attivamente al riarmo mondiale, incoraggia la militarizzazione dei Paesi Baltici e degli ex satelliti dell’URSS in Europa dell’Est – che sostengono attivamente Israele e, in quanto partner della NATO, il suo lavoro di pulizia etnica e di spoliazione dei suoi “untermenschen” – aiuta il suo padrone a stabilire alle porte della Russia degli Stati clienti – facendo sua ufficialmente l’installazione da parte degli USA di missili anti-balistici in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Israele, e minacciando di installarne ancora altrove, molto lontano dagli Stati Uniti – e fa il possibile per strappare l’avallo dei paesi membri sui progetti americani di “scudo” allargato della NATO. Questo atteggiamento spinge letteralmente la Russia verso posizioni più aggressive e un riarmo accelerato (analogamente a quello che la NATO ha fatto negli anni scorsi).

Evidentemente la NATO sostiene l’occupazione americana dell’Iraq. Il Segretario Generale dell’Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, si vanta regolarmente che tutti gli Stati membri sono impegnati nell’Operazione Libertà Irachena, sia in Iraq, sia in Kuwait. Tutti i paesi dei Balcani, con la sola eccezione della Serbia, hanno mandato truppe in Iraq e ne mandano oggi in Afghanistan. Questi due paesi sono diventati terreni di addestramento per insegnare ai nuovi “partners” ad essere “inter-operativi” e permettono lo sviluppo di una nuova leva mercenaria per le operazioni “fuori perimetro” della NATO, sempre più frequenti da quando la NATO si impegna più attivamente che mai nelle campagne americane in Afghanistan e in Pakistan.

Come abbiamo visto in precedenza, la NATO si fregia del ruolo giocato nelle guerre dei Balcani, benché esse violassero la Carta delle Nazioni Unite allo stesso modo di quelle in Afghanistan e Pakistan. L’illegalità è parte integrante del nuovo “Strategic Concept“. Facendo seguito al concetto fraudolento di “autodifesa collettiva”, i poteri sempre più ampi della NATO l’autoproclamano legittimamente abilitata a condurre campagne militari “fuori perimetro” o pretese missioni “non-articolo V” al di fuori del territorio iniziale della NATO. Come ha osservato il docente universitario di diritto Bruno Simma, “il messaggio di cui queste voci si fanno portatrici nel nostro contesto è molto chiaro: se accadesse di non poter ottenere il mandato o l’avallo del Consiglio di Sicurezza [dell’ONU] per future missioni della NATO “non-articolo V” che impegnino forze armate, la NATO deve rimanere in grado di perseguire questo tipo di operazioni. La NATO ha già dato dimostrazione della sua capacità di agire in questo modo nella crisi del Kosovo .” [4]

Naturalmente il pitbull NATO serve con gioia le ambizioni egemoniche planetarie del suo padrone. Oltre a contribuire nel circondare e minacciare la Russia, l’Alleanza accumula “accordi di partnership” e conduce manovre militari congiunte con i paesi del cosiddetto “Dialogo Mediterraneo” (Israele, Egitto, Giordania, Marocco, Tunisia, Mauritania e Algeria). La NATO ha anche siglato nuove partnership con il Consiglio di Cooperazione degli Stati del Golfo (Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti) ampliando così le sue ambizioni militari dalla sponda atlantica dell’Africa fino ai confini del Golfo Persico. Nello stesso tempo, si assiste a un continuum di visite e di manovre militari marittime con la maggior parte di questi nuovi partners e alla firma, l’anno scorso, del primo trattato militare bilaterale ufficiale tra la NATO e Israele.

Il pitbull ha ormai tutti i mezzi per aiutare Israele e perseguire le sue continue massicce violazioni del diritto e delle convenzioni internazionali, per aiutare gli Stati Uniti e Israele a minacciare o attaccare l’Iran, per ampliare il proprio programma di cooperazione e pacificazione delle lontane popolazioni dell’Afghanistan, del Pakistan (e certamente di altre terre) e tutto ciò nel preteso interesse della pace e della famosa “stabilità allargata” evocata nel Concetto Strategico. La NATO, come lo stesso ONU, offre in definitiva una confortevole immagine di multilateralismo a quello che in realtà non è altro che espansionismo imperiale del tutto fuorilegge e letteralmente fuori controllo. Nei fatti, la NATO in quanto braccio armato mondiale e aggressivo degli Stati Uniti e di altri imperialismi affiliati, costituisce una minaccia molto seria alla pace e alla sicurezza internazionale. Alla vigilia della celebrazione del suo sessantesimo anniversario, e quando avrebbe dovuto essere liquidata nel 1991, l’Alleanza Atlantica non cessa di estendersi e di affermarsi nel ruolo di minaccia permanente in cui è stata consacrata dal 1999 nel testo dello “Strategic Concept“, con una malevole soddisfazione che davvero mette i brividi.

NOTE

[1] Per quanto concerne l’Italia, si veda Herman e Brodhead, “The Italian Context: The Fascist Tradition and the Postwar Rehabilitation of the Right” nell’opera “Rise an Fall of the Bulgarian Connection“, New York, Sheridan Square, 1986. Riguardo alla Germania, si veda William Blum, “Germany 1950s” in Killing Hope, Common Courage, 1995.

[2] Per saperne di più: “The Alliance’s Strategic Concept”, Washington D.C:, 23 aprile 1999.
http://www.nato.int/docu/pr/1999/p99-065e.htm.

[3] Per un’analisi più dettagliata del ruolo della NATO, si veda: Herman e Peterson, “The Dismantling of Yugoslavia”, Monthly Review, ottobre 2007.
http://monthlyreview.org/1007herman-peterson1.php.

[4] “NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects”, European Journal of International Law, vol. 10, n. 1, 1999.
http://ejil.oxfordjournals.org/cgi/reprint/10/1/1
(Nel testo ci si riferisce all’articolo V del Trattato istitutivo della NATO, o Trattato Nord Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949, articolo fondamentale che vincola gli Stati membri alla reciproca difesa in caso di attacco ad uno di loro. Il testo completo del Trattato in italiano si può trovare all’indirizzo:
http://www.nato.int/docu/other/it/treaty-it.htm, ndt)

Titolo originale: “Imperial Pitbull”
Fonte: Z Magazine (http://www.zcommunications.org/zmag)

Tradotto in francese da Dominique Arrias
Fonte: www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-03%2015:27:34&log=invites
Febbraio 2009

Scelto e tradotto dal francese per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

Pubblicato da

  • Tao

    LA NATO SI FA FESTA

    DI TOMMASO DI FRANCESCO E MANLIO DINUCCI
    Il manifesto

    Erano sedici i paesi che la fondarono sessant’anni fa, il 4 aprile 1949. Oggi, con l’entrata di Albania e Croazia divenuta effettiva alla vigilia del summit, sono saliti a 28. All’ordine del giorno molti nodi irrisolti. Resta l’indiscussa leadership americana e l’altrettanto unità sullo sforzo comune dell’Alleanza atlantica in Afghanistan. Ma Barack Obama dovrà fare i conti con una nuova consapevolezza, emersa nell’estate del 2008 di fronte all’esplodere della crisi del Caucaso con il conflitto Russia-Georgia, dopo l’attacco della Georgia all’Abkhazia e all’Ossetia, anche perché dava per scontato un sostegno indiretto degli Stati uniti attraverso la Nato fino a quel momento pronta ad accettare la candidatura di Tbilisi. Parliamo del fallimentare allargamento della Nato a Est, che coinvolge anche la crisi politica in Ucraina. Il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier è stato più che esplicito, in un articolo su Der Spiegel alla vigilia del vertice: «L’Allenza – ha scritto – non può essere poliziotto globale, non può sostituire l’Onu in materia di sicurezza internazionale» e sull’allargamento della Nato, il ministro ha sottolineato che l’Alleanza «deve mantenere il senso della misura» e «riflettere» prima di espandersi unlteriormente. In questa chiave di maggiore peso delle decisioni europee va letto anche il ritorno della Francia nelle strutture di comando e operative della Nato.

    E dato che il presidente statunitense concluderà la sua missione europea domenica a Praga, ecco che torna l’interrogativo sul sistema antimissile, lo Scudo voluto da Bush nella Repubblica ceca e in Polonia. Una decisione, è bene ricordarlo, presa bypassando in un primo momento la stessa Nato e che ora pesa su Obama, oltreché sulle popolazioni ceche e polacche che non lo vogliono. In sostanza, quale è il concetto strategico che adesso, in questo momento della crisi mondiale, cementa gli alleati?

    Ma Obama tra un brindisi e l’altro, dovrà anche esser chiaro sull’Afghanistan dove l’Alleanza non sta vincendo la guerra. Ora la «nuova» strategia Usa nei fatti si risolve nell’invio di altri 14mila soldati, più funzionari impegnati sia nella formazione dei militari sia nell’ambiguo civile-militare che tanti guasti ha prodotto. Dagli alleati dovrà venire un nuovo, inevitabile impegno militare, perché «è in gioco la credibilità della Nato». Magari, come già accade, con l’invio di soldati dai nuovissimi alleati: dalla Croazia e dall’Albania. Nella Nato da sole 24 ore, ma per loro l’Alleanza ha garantito quanto a «democrazia», vale a dire crescita delle spese militari e disponibilità a ospitare basi. E che tornano utili anche nel cortile del sud-est europeo: i soldati albanesi magari potranno sostituire in Kosovo quelli spagnoli che non riconoscono l’indipendenza del secondo stato albanese dei Balcani. Se la Nato ha fatto una guerra «umanitaria» può fare anche questo.

    Come si trasformerà allora la più grande alleanza militare del mondo? Perché è nella foto di famiglia dei capi di stato e di governo che parteciperanno domani al Consiglio Nord Atlantico a Strasburgo in Francia, che c’è la storia di una preoccupante metamorfosi che sedimentato guerre.

    La metamorfosi

    Attraverso questa alleanza durante la guerra fredda gli Stati uniti hanno mantenuto il dominio sugli alleati europei, usando l’Europa come prima linea nel confronto, anche nucleare, col Patto di Varsavia (fondato il 14 maggio 1955, sei anni dopo la Nato). Lo scenario cambia radicalmente quando, nel 1991, si dissolve prima il Patto di Varsavia, quindi la stessa Urss. A questo punto, per gli Stati uniti è della massima urgenza ridefinire il ruolo dell’Alleanza. Viene infatti meno la motivazione della «minaccia sovietica» che ha tenuto coesa la Nato sotto la leadership Usa: vi è il pericolo che gli alleati europei facciano scelte divergenti – una Nato senza gli Usa – o addirittura ritengano inutile la Nato nella nuova situazione geopolitica. Il 7 novembre 1991 il Consiglio atlantico, riunito a Roma, vara «il nuovo concetto strategico dell’Alleanza»: definendo il concetto di sicurezza come qualcosa che non è circoscritto all’area nord-atlantica, si comincia a delineare la «Grande Nato». Poco tempo dopo, il «nuovo concetto strategico», fatto proprio dall’Italia attraverso il «Nuovo modello di difesa», viene messo in pratica nei Balcani. In Bosnia, dopo il voluto «fallimento dell’Onu», la Nato interviene nel 1994, con la prima azione di guerra dalla fondazione dell’Alleanza. Segue la prima vera guerra, quella contro la Jugoslavia, nel 1999. E, mentre è in corso, il vertice Nato del 23-25 aprile ufficializza il «nuovo concetto strategico»: da alleanza che, in base all’articolo 5 del trattato del 1949, impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, essa viene trasformata in alleanza che impegna i paesi membri anche a «condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza».

    Un costoso extra-large

    Da qui inizia l’espansione della Nato verso Est, fin dentro il territorio dell’ex Urss e oltre. Nel 1999 essa ingloba i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica ceca e Ungheria. Quindi, nel 2004, si estende ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Federazione jugoslava). E ora entrano nella Nato l’Albania e la Croazia. Viene inoltre preparato l’ingresso dell’ex repubblica jugoslava di Macedonia e di Ucraina e Georgia, già parte dell’Urss. E dietro la crisi georgiana c’è di certo la lunga mano della Nato. Gli Stati uniti riescono così nel loro intento: sovrapporre a un’Europa basata sull’allargamento della Ue un’Europa basata sull’allargamento della Nato. Con l’attuale summit, annuncia il segretario generale, «la relazione tra Nato e Unione europea deve essere trasformata in una vera partnership strategica».

    Ma la Nato guarda oltre. L’«area atlantica» si estende ormai fin sulle montagne afghane. Qui, l’11 agosto 2003, la Nato annuncia di aver «assunto il ruolo di leadership dell’Isaf, forza con mandato Onu». Un colpo di mano: solo a cose fatte il Consiglio di sicurezza dell’Onu «riconosce il continuo impegno della Nato nel dirigere l’Isaf». A guidare la missione non è più l’Onu ma la Nato: il quartier generale Isaf viene inserito nella catena di comando della Nato. E poiché il «comandante supremo alleato» è sempre un generale Usa, la missione Isaf viene di fatto inserita nella catena di comando del Pentagono. Una strategia che ha ben altri scopi di quelli dichiarati: non la liberazione dell’Afghanistan dai talebani, addestrati e armati in Pakistan in una operazione concordata con la Cia per conquistare il potere a Kabul, ma l’occupazione dell’Afghanistan, area di primaria importanza strategica. Qui, annuncia il segretario generale, si prevede «un forte impegno della Nato a lungo termine».

    Allo stesso tempo la Nato intensifica il sostegno a Israele. Il 2 dicembre 2008, tre settimane prima dell’attacco a Gaza, ratifica il «Programma di cooperazione» con Tel Aviv, fino alla cooperazione contro la proliferazione nucleare (ignorando che Israele, unica potenza nucleare della regione, ha rifiutato di firmare il Trattato di non-proliferazione). E, dall’ottobre 2008, gruppi navali Nato incrociano nell’Oceano Indiano, con la motivazione di condurre «operazioni anti-pirateria» nel punto strategico delle rotte petrolifere. La stessa operazione prevede l’invio di navi da guerra in Pakistan. A proposito di crisi mondiale, tutto questo costa: la spesa militare dell’Alleanza supera i 985 miliardi di dollari, quasi i tre quarti della spesa militare mondiale. Eppure oggi e domani la Nato si fa la festa per il sessantesimo anniversario della sua metamorfosi.

    Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090403/pagina/11/pezzo/246460/
    3.04.2009