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MA I PIRATI IN KERALA NON CE LI AVEVA MESSI NEANCHE SALGARI…

DI ALBERTO PRUNETTI
carmillaonline

Due umili lavoratori, non importa quale sia la loro nazionalità, sono stati probabilmente uccisi da alcuni militari, non importa quale sia la loro nazionalità.
Questo è ciò che conta. Chi li ha ammazzati, non importa se italiano (com’è probabile e come stabiliranno le indagini) o greco (come sostenevano i giornali italiani ieri, cosa secondo me alquanto improbabile), non doveva stare lì con un mitra in mano, pagato da noi o da altri subalterni greci. Subalterni a un sistema che spende soldi in spese militari per poi dire che mancano per ospedali, pensioni, università. Ma non sono questi gli unici paradossi della famosa “questione intricata”, che a me sembra semplice: i militari italiani non dovevano stare lì, sul ponte di una nave commerciale privata, e non possono aprire il fuoco contro innocenti pescatori. Pescatori e non pirati, perché i pirati in Kerala non ci sono.

A seguito, Sulla crisi diplomatica italo-indiana. Intervista a Gianandrea Gaiani, (eurasia-rivista.org);Tendenzialmente, sia in India che in Italia non scarseggia l’inclinazione a difendere i propri militari: si rivendica l’impunità per uccidere sul proprio territorio e non si concede facilmente ad altri questo lusso. Di qui i problemi degli ormai famosi (in India direi “famigerati”) marò italiani e le difficoltà della diplomazia della Farnesina: a quanto pare, ci istruiscono i nostri media, all’estero si può aprire il fuoco impunemente contro un pescatore a un tot di miglia dalla costa, sostenendo di aver respinto dei pirati all’arrembaggio. Questo delirio si chiamerebbe “diritto internazionale”.

Squillano sui giornali le trombe soffiate da astrusi alfieri dell’impunità militare, un’impunità che dovrebbe farci ricordare le lamentele italiche per gli aviatori americani mai incolpati di alcunché per la strage del Cermis. Alle teorie degli esperti di diritto internazionale giornali come La Nazione stamani affiancano inquietanti dichiarazioni di militari, tratte da Facebook, che chiedevano carta bianca per fare irruzione in India o almeno farla pagare agli indiani che vivono in Italia. Tutto questo, oltre a collocarsi tra il ridicolo e il favoreggiamento del razzismo strisciante nella nostra società, conforta ovviamente le autorità indiane nelle loro scelte di trattenere gli italiani per sottoporli a processo, oltre a allungare i tempi diplomatici nuocendo agli interessi degli stessi soldati detenuti. L’ “ora d’odio” non ha pagato all’epoca delle pressioni diplomatiche italiane contro il Brasile nel caso Battisti: contro l’India, paese con una fortissima tradizione anticoloniale, “giornalate” come quelle di questi giorni sono un vero e proprio suicidio mediatico. Comunque auguri.
Per come la vedo io, affidare all’India le indagini per i morti indiani su navi indiane potrebbe riaffermare un principio che non è giuridico ma è umanitario: che non basta essere pagati per proteggere delle merci per avere il diritto di uccidere delle persone, con la scusa che “forse”, “eventualmente”, “potrebbero essere dei pirati”.

Intermezzo milanese

C’è qualcuno che pensa che i due pescatori indiani e le loro famiglie potrebbero ottenere giustizia in Italia? Prendiamo un caso più vicino e più recente: quello del “cileno” ucciso pochissimi giorni fa a Milano da un agente della polizia municipale. Quanti si ricordano di quel caso, già sommerso e seppellito dalle chiacchiere sullo spread? Chi ha mai visto la sua faccia, chi si ricorda il suo nome? Forse non aveva neanche un nome, perché nei tg lo chiamavano solo “il cileno”. Pensate che i familiari di lontani e poveri pescatori che guadagnavano un euro al giorno possano avere qualche possibilità di ottenere giustizia in un paese distante migliaia di chilometri con un’opinione pubblica che ha già assolto i due militari? (Detto per inciso, la fantasia dei giornali italiani non aveva suggerito l’ipotesi che il cileno fosse un pirata, però anche qui erano spuntate le armi ma poi erano sparite. Mancavano invece le miglia marine come spartiacque del limite entro il quale si può con ogni titolarità crivellare di colpi un poveraccio in fuga che urla “non sparate”).

Deliri giornalistici: l’India vista male e da lontano

Intanto da ieri i giornali italiani fanno il gioco delle tre carte con una nave greca (ma non ho letto di conferme delle autorità greche riguardo alle attività di questa nave, che per ora sembra un asso nella manica degli italiani) e dipingono le acque del Kerala come infestate da pirati: neanche i tigrotti di Mompracen erano di quelle parti e gli atti di pirateria si registrano più al largo della costa indiana, da pirati che hanno per l’appunto le loro basi sulle coste della Somalia. Ancora sul fronte dei deliri giornalistici, apprendiamo che i due soldati detenuti in India, in attesa di divenire “eroi italiani”, sono “due papà coraggiosi”, “due papà premurosi”. Come tutti “tengono famiglia”: la strategia giornalistica funziona in questo modo ma non aiuta a capire meglio le cose e si sgretola davanti al fatto che qualche figlio ce lo avevano anche i pescatori Jalastine e Pinku, quindi siamo al pari. La disinformazione lascia passare l’idea che i due militari abbiano appena passato un giudizio sommario o starebbero per essere condannati a morte, laddove la giustizia indiana, nel rispetto di un sistema di procedura penale diffuso ovunque, li ha sottoposti a un semplice fermo di tre giorni, che verrà esteso ancora in attesa di approfondire la loro situazione. Non li hanno neanche messi in una cella, ma in un bungalow circondato dalle splendide palme del Kerala, con ampia disponibilità di cibo e sigarette. “Non ci hanno fatto vedere la nave crivellata”, si lamentano i giornali italiani, ma è anche vero che fino a ieri la rappresentanza italiana in Kerala era composta da fricchettoni, alcuni dei quali amici miei, che di solito non frequentano caserme e palazzi di giustizia, in qualsiasi paese si trovino. Di passaggio si erano visti un console e un paio di vescovi indiani che fanno notoriamente le veci dello stato italiano (il Vaticano ha per ora la rassegna stampa più aggiornata sul caso e la sua diplomazia sarà il terzo che gode tra i due litiganti: ci scommetterei), ma solo oggi qualcuno che conta si è fatto vedere, mentre il ministro degli esteri arriverà a giorni ma se ne andrà a Delhi, che rispetto al Kerala è su un altro pianeta. Insomma, gente, ci vuole un po’ di tempo per avere qualche foglio legale e in cancelleria bisogna mandarci gli avvocati: questa è la procedura penale in India e per quanto possa sembrare strana, pare vada rispettata (come diceva Bud Spencer in un noto film). In ogni caso smettiamola di spaventare i bambini e i cuori puri con la pena di morte (quella che i nostri boys elargiscono a piene mani nei luoghi in cui la loro presenza viene richiesta dalle necessità del capitalismo globalizzato): a me risulta che la pena capitale, che si rischia tra l’altro con più frequenza negli Usa piuttosto che in India, non sia stata finora applicata nel subcontinente indiano neanche nel caso di Ajmal Kasab, l’unico detenuto del commando che ha provocato il 26 novembre 2008 centosessantacinque morti e più di trecento feriti negli attentati di Mumbai (per capirci è l’uomo più odiato d’India).

Il gioco delle tre carte con la nave greca

Intanto al posto dell’olandese volante ha fatto la sua comparsa un mercantile greco fantasma: è il tertium datur che potrebbe guadagnarsi la responsabilità dell’assassinio dei pescatori. Le cose non cambierebbero molto: stessa faccia, stessa razza, direbbero i miei cosmopoliti amici in malayalam (non è una parolaccia, è la lingua del Kerala) Per ora questa nave veleggia solo sulla blogsfera italiana e non dà notizie di sé nel mondo anglofono. Però chissà che non guadagni anche questa sponda: i greci come capri espiatori in questo periodo funzionano bene. Magari consegnarsi alle autorità indiane al posto degli italiani potrebbe essere l’ennesimo sacrificio chiesto in cambio dello sblocco del super prestito europeo. Comunque la vogliamo mettere, le cose sono le stesse. Uccisi da europei e da militari, cioè da colonialisti europei. Se non si tiene a mente questo elemento, non si capisce nulla di quel che sta succedendo a Kochi in questi giorni (come fanno i sapientoni di geopolitica internazionale che parlano di elezioni in Kerala e di beghe tra Congress, Bharatiya Janata Party e Sonia Gandhi: a proposito, detto per inciso, al potere in Kerala c’è un partito comunista che stravince da anni e anni ogni elezione garantendo la proprietà della terra ai contadini e la possibilità di far educare i loro figli anche nelle scuole cattoliche. Magari domani i nostri giornali possono farci una bella paginata sopra, l’idea ve la regalo). Questo elemento è significativo per gli indiani. Per gli italiani dovrebbe contare qualcosa, oltre la solidarietà verso le vittime, anche il fatto che questi soldati sono inviati a proteggere interessi privati e sono pagati con i soldi pubblici da uno stato che a quanto si dice non ha un euro per sanità, pensioni e welfare sociale. Non è una cosa da poco, visto che all’ordine del giorno al senato oggi c’era proprio il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, che destra e sinistra concordemente plaudono (provvedimento approvato con 223 sì, 35 no e 2 astenuti). E non venite a dire che lo fanno per garantirci il petrolio, con quel che costa. Quanto alle loro paghe, facciamo una bella operazione trasparenza con gli insegnanti degli asili, gli operai e i precari dei call-centre: ne vedremo delle belle. Sui giornali circolano cifre che vanno dalla misera cifra di 2000 euro al mese ai 500 al giorno. I pescatori del Kerala guadagnano pressappoco un euro al giorno.

Di pirati e castelli di carta

Si continua a parlare di pirati, almeno in Italia. Ora, le navi dei pescatori in Kerala sono migliaia e intrecciano continuamente nelle acque costiere, dentro e fuori il limite del tirassegno consentito. Talvolta si avvicinano ai grandi mercantili per allontanarli dalle loro reti, che potrebbero recidere (è quello che probabilmente stava facendo la Saint Antony). Le coste del Kerala sono poi controllatissime dalle autorità marittime indiane. Non si sono mai registrati casi di pirateria per quel che ne so io, e per quel che ho letto (non sono un esperto ma ne so più di un giornalista italiano, avendo vissuto e lavorato da quelle parti per svariati mesi). Due casi di pirateria in un solo giorno è uno scoop che solo i nostri media possono vantare. Ma sì, prendiamola così: mettiamola nella più benevola (per la creduloneria italiana) ipotesi che la nave tricolorata abbia mitragliato una nave di pescatori (forse senza colpirli) e che l’ipotetica e fantasmagorica nave greca abbia mitragliato un’altra (o la stessa) nave di pescatori, per giunta colpendola. Siamo ai limiti dell’assurdo, di peggio si potrebbe solo arrivare a pensare che non fossero pescatori ma pirati. Ma bisogna per l’appunto sostenere che fossero pirati: altrimenti come giustificare il fatto che gente armata e pagata da noi fosse lì? Bisognava infatti tutelare le merci dai pirati. Ma proviamo a crederci. Siamo quasi nella migliore tradizione della scienza investigativa italiana, siamo prossimi alla teoria del malore attivo di Pinelli. Siamo al ridicolo o alla cattiva coscienza. Ma non importa. Prendiamola per buona, diamo la colpa ancora una volta ai greci e sventoliamo il tricolore. Ci credete? Vi sentite a posto con la vostra coscienza? E con la vostra intelligenza? Se sì, abbandonate la lettura di questo articolo. Tutto risolto?

No, invece. Perché gli indiani non ci credono e hanno il dovere di non crederci e di portare avanti le loro indagini. Fossi in loro non ci crederei neanch’io. E infatti non ci credo ma sarei felice di sapere che in mio nome (malgrado tutto, c’è chi potrebbe pensare all’estero che come italiano io condivida le scelte dei governi del paese in cui sono nato) non siano stati ammazzati due pescatori del Kerala di origini Tamil. Io me lo auguro che i due soldati italiani non abbiano ucciso i due pescatori. Mi risulta difficile crederci, ma quasi lo vorrei. Not in my name. Ma sono scettico, perché di solito in questo mondo chi uccide porta una qualche divisa e chi muore è disarmato. Ma se anche le cose stessero in maniera diversa da come sostengono gli indiani, l’unico modo per sapere come le cose sono andate davvero è lasciare che siano gli indiani a condurre le indagini. Non che anche la loro giustizia non conosca abusi. Ce ne hanno eccome. Non che anche i loro poliziotti non uccidano a casaccio. Non che sia una bella situazione finire nei guai con le autorità locali anche da quelle parti. Vi assicuro che non scherzano e che è facile, come ovunque, come anche da noi, ritrovarsi in una montatura. Ma in questi frangenti loro hanno più possibilità per andare in fondo alle cose. Perché da noi la verità, come in tanti altri casi in passato, come nel caso del Chermis, o come nel caso delle tanti morti all’interno di caserme e prigioni (Cucchi e Bianzino, per citarne solo un paio), non emergerebbe mai.

Riassumiamo la questione. Dimentichiamoci le lenzuolate dei giornali, le sparate nazionaliste del fascista al microfono di turno, quelle dei suoi omologhi indiani del BJP, le menate contro Sonia Gandhi… sono tutte figure di un balletto delle parti ridicolo che non mi interessa. Lo ripeterò fino alla noia: quel che conta è che due lavoratori disarmati che guadagnavano una miseria facendo un lavoro bellissimo e dignitoso sono stati uccisi in nome di interessi di classe (che non sono i nostri) da gente venuta da lontano, pagata con i soldi tolti alle scuole e agli ospedali. Che sia Italia (probabile) o Grecia (tant’è), lo vedremo. In ogni caso questo è ingiusto, è ignobile.
Ma il peso più grave è ancora sulle spalle degli indiani, e non sui politici o sui parlamentari ma sui poveri pescatori che devono guadagnarsi il pane sfidando il neocolonialismo e la violenza degli stranieri: ancora una volta gli europei si presentano in India con le vesti del generale Dreyer e dei suoi cecchini. La risposta degli indiani non può passare dai soliti slogan del BJP o dello Shiv Sena ma deve recuperare tutta la radicalità dei freedom fighter industani: Down with imperialism. Inquilab Zindabad.

PS: Il presidente del consiglio Monti parlando davanti a una platea di ufficiali ha pronunciato il termine Kerala sbagliando l’accento, come se fosse una parola piana e non sdrucciola. Probabilmente il professore sull’India non è granché preparato, ma una cosa buffa, che la dice lunga sull’indipendenza critica dei nostri mezzi di informazione, è il fatto che immediatamente alcuni telegiornali italiani, a cominciare da La7, hanno “copiato l’errore” dal professore, spostando l’accento sulla penultima sillaba.

Alberto Prunetti
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/02/004204.html#004204
24.02.2012

Pubblicato da Davide

  • Tao

    SULLA CRISI DIPLOMATICA ITALO-INDIANA

    DI STEFANO VERNOLE
    eurasia-rivista.org

    Intervista a Gianandrea Gaiani*, sulla crisi diplomatica apertasi tra Italia e India a seguito dell’arresto di due militari italiani. Sono accusati dell’omicidio di due pescatori, morti mercoledì scorso a bordo del peschereccio St.Antony, in acque internazionali a largo delle coste indiane.

    Le chiedo innanzitutto un suo parere su come realmente si sarebbero svolti i fatti: chi materialmente ha ucciso i due pescatori indiani? E’ plausibile la versione di Nuova Delhi, che ne attribuisce la responsabilità ai due marò italiani?

    La verità non è ancora ben definita, non è ancora ben chiara, quindi è difficile poter dare delle risposte complete a questa domanda, però io guardo i riscontri oggettivi: questi pescatori indiani hanno lamentato di essere stati colpiti da raffiche di armi automatiche a due miglia e mezzo dalla costa indiana, dal porto di Kochi, quindi più o meno all’altezza dell’ancoraggio che c’è davanti al porto e che viene usato dalle navi che vi entrano. La nave italiana, la Enrica Lexia, si trovava a oltre trenta miglia dalle coste indiane, aveva subito un avvicinamento ostile che poteva far presupporre un’azione pirata quattro ore prima, forse anche di più, intorno a mezzogiorno e mezza, in acque internazionali, al largo quindi; come hanno detto i nostri, questo attacco si è risolto con qualche raffica in mare che ha fatto allontanare il peschereccio. Invece l’attacco di cui parlano i pescatori, che avrebbe provocato i due morti, è avvenuto nelle acque indiane, a due miglia e mezzo, e non trentatré, dalla costa, e soprattutto è avvenuto verso sera, quasi al tramonto; quindi non combacia il luogo e non combacia il posto.

    Cosa c’è invece di ambiguo nella posizione indiana? Tantissime cose, ad esempio il fatto che, guarda caso, l’ International Maritime Bureau (IMB) ha reso noto di aver avuto una segnalazione di tentato attacco pirata proprio in quel posto, a due miglia e mezzo al largo del porto di Kochi, da una petroliera greca, la Olympic Flair , che ha dato l’allarme all’IMB, al centro di soccorso marittimo di Mumbai, e alla Guardia costiera indiana. Allora non si capisce per quale ragione la nave che è stata coinvolta in un supposto attacco, nel luogo dove i pescatori dicono di aver subito queste raffiche che hanno ucciso due pescatori, viene lasciata tranquillamente andare per la sua strada, mentre invece viene invitata a presentarsi nel porto di Kochi la nave italiana che aveva anche lei comunicato un tentato attacco, ma in un luogo diverso, in acque internazionali e diverse ore prima. Qui non c’è un errore o un misunderstanding, qui c’è una malafede, confermata dal fatto che gli indiani si sono rifiutati finora di effettuare autopsie ed esami balistici dei proiettili trovati sulla barca, sul peschereccio e sui corpi dei due cadaveri. Questo crea più di un motivo per dubitare della buona fede degli indiani. Perché tutto questo, sul piano delle procedure di indagini, non viene fatto in modo professionale? Il motivo, come ho anche scritto sul “Sole 24 Ore”, può essere, a mio parere, uno solo: l’India, che si vuole presentare come una grande potenza, che è uno dei paesi emergenti, che vuole svolgere un ruolo di potenza navale nell’Oceano Indiano ed è in prima fila nel combattere la pirateria somala, vuole nascondere la pirateria domestica, che ha in casa. E’ vero infatti che nel subcontinente indiano sono frequenti gli attacchi ai mercantili, anche se sono attacchi diversi da quelli della pirateria somala, non sono organizzati, non si sequestrano navi ed equipaggio per chiedere riscatti; è una pirateria, quella indiana, più da cialtroni, di pescatori che di notte salgono a bordo delle navi alla fonda nel largo dei porti, razziano valori e contanti e se ne vanno. Questo tipo di pirateria è molto frequente lungo le coste del Bangladesh, ma ci sono in media almeno una decina di casi all’anno denunciati, più forse altri non denunciati, al largo dei porti dell’India; pertanto attribuire questa azione agli italiani serve a coprire probabilmente una realtà che l’India vuol nascondere, e cioè che anche lei ha i suoi pirati, anche se sono pirati raffazzonati che attaccano le navi alla fonda dentro le acque territoriali.

    Se appare abbastanza evidente l’ingenuità della Marina italiana che ha consentito il fermo dei nostri due militari da parte della polizia indiana, ritiene che il Governo italiano, tanto esaltato dai mass media per la sua presunta autorevolezza in campo internazionale, si sia mosso tempestivamente e con la dovuta efficacia? Non era subito evidente la pericolosità di questa crisi diplomatica con l’India? Se dovesse protrarsi, ritiene possibili anche ripercussioni economiche per le nostre aziende che operano in India?

    Andiamo con ordine. Io credo che la Marina abbia subito questa vicenda. Il comandante della nave mercantile non risponde alla Marina militare mentre i nuclei militari a bordo dei mercantili hanno una loro catena di comando, rispondendo alla base italiana che c’è a Gibuti, che è quella che gestisce questi team imbarcati sui mercantili, la quale risponde alla Difesa, al Comando della Marina a Roma, al COI, Comando Operativo di vertice Interforze. I marines italiani “San Marco” a bordo, non sono agli ordini del comandante della nave mercantile, il quale mantiene il comando della sua nave. Quindi quando il comandante della nave “Enrica Lexia” ha ricevuto la richiesta dalla guardia costiera indiana per entrare nel porto di Kochi per fornire dei chiarimenti, è lui che ha deciso di entrarci, facendo un errore madornale. Quindi il problema è l’ingenuità di fondo dell’armatore, ma soprattutto un vuoto di potere, un vuoto esecutivo del Governo italiano e del Ministero degli Esteri, perché nel momento in cui abbiamo deciso di imbarcare nuclei armati sopra navi mercantili per proteggerli da aggressori esterni, da pirati, bisognava mettere in atto delle procedure per cui una nave mercantile che viene attaccata in acque internazionali non si fa invitare da nessun paese ad entrare nelle sue acque territoriali per fornire chiarimenti. Il diritto internazionale parla chiaro: se una nave, di qualunque nazione, in questo caso italiana, viene attaccata o ha un incidente in acque internazionali, vale il diritto di bandiera, e cioè l’inchiesta la fa la legge italiana, non la fa la legge del paese più vicino con le sue coste. Questa è una legge che è precisa, internazionale e che il nostro governo, la Farnesina, avrebbe dovuto precisare ai mercantili che imbarcano scorte militari – io mi auguro lo abbiano fatto – o magari invece, solo ingenuamente, il comandante della nave ha ceduto alle richieste indiane. Ci dovrebbero essere delle procedure precise in questo senso e la Marina le ha subite, perché nel momento in cui la nave è entrata in quel porto indiano e la polizia è salita a bordo, addirittura qualcuno ha detto armi in pugno, di fatto il fallimento è stato della Farnesina. Il nostro ambasciatore in India avrebbe dovuto provare ad impedire tutto questo, perché la nave italiana è territorio italiano, perché un militare non può essere processato o interrogato dalla giustizia civile di un paese straniero. Gli unici che possono processare od inquisire i militari sono le autorità dello stato stesso del militare o i tribunali internazionali dell’ONU qualora si ravvisino reati o accuse di crimini contro l’umanità o crimini di guerra.

    Per cui il comportamento indiano è totalmente arbitrario, non c’è nessuna legge che preveda che un nostro militare debba rispondere ad un giudice indiano o di qualunque altro paese, né che possa essere detenuto. Anche se per ora sono solo ospiti in un bungalow e non dentro ad un carcere, potrebbero presto cambiare le cose. L’errore qui è stato dell’Italia, della diplomazia italiana, del Ministero degli Esteri.

    Per quanto riguarda il Governo, qui ci sono due problemi. Uno è quello pratico che abbiamo visto adesso, cioè la totale incapacità del nostro Governo di far valere il nostro diritto. Il secondo problema è mediatico. Gli unici che hanno parlato ai media internazionali sono stati gli indiani, per almeno due o tre giorni. Questo ha consentito che tutta la stampa mondiale desse un ampio risalto alla tesi indiana, alle opinioni e alla valutazioni indiane che, come abbiamo visto, hanno nascosto un comportamento non solo ambiguo per quanto riguarda il problema della petroliera greca che, probabilmente, è la nave coinvolta nell’incidente. Un comportamento sfacciatamente illecito nei confronti dell’Italia e dei diritti degli italiani e soprattutto dei militari.

    Uno dei motivi per cui l’Italia sta mantenendo un atteggiamento morbido con l’India sono probabilmente i rapporti economici. E’ vero che noi abbiamo tanti affari con l’India ma anche l’India ha tanti affari con noi, ad esempio l’India ha bisogno della nostra tecnologia per costruire la sua portaerei. E’ anche vero che ci sono tantissimi lavoratori indiani che lavorano in Italia e che la gran parte delle navi mercantili che battono bandiera italiana hanno a bordo marinai indiani. Quindi è vero che l’atteggiamento morbido che ha l’Italia verso l’India, che sta compiendo un sopruso, può essere anche determinato dal giro di affari che abbiamo con quel paese, però credo che queste considerazioni economiche, per un Governo che decidesse di usare più coraggio e di salvare l’onore della Patria, debbano essere un’arma a doppio taglio, nel senso che anche l’India ha interessi a mantenere rapporti con noi. Non siamo solo noi ad essere interessati a fare business con loro, ma c’è anche un interesse indiano ad acquisire nostre tecnologie e anche nostri investimenti, di avere nostre imprese laggiù; quindi credo che l’aspetto del business dovrebbe essere un’arma da utilizzare in maniera quantomeno paritaria. Non solo un’arma con la quale l’India ci può imporre di “calare le braghe” ma anche un’arma che potremmo usare per indurli a cambiare atteggiamento.

    Credo che purtroppo adesso partiamo da una situazione in salita, in grande difficoltà, C’è una possibilità, e la notizia è di qualche ora fa, rappresentata dall’invio del sottosegretario Staffan De Mistura, che è un uomo di grande esperienza internazionale e che potrebbe forse cambiare le cose.

    Le ultime dichiarazioni del sottosegretario agli esteri indiano, Preneet Kaur, dimostrano ancora una volta che, di fronte ad un tentativo italiano di ammorbidire i toni, di trovare un’intesa, c’è una risposta indiana molto dura, e questo è anche un po’ il frutto del fatto che l’Italia non ha mostrato una grande determinazione nel voler risolvere la crisi, anche alzando i toni.

    I nostri soldati, ricordiamolo, rischiano di essere processati in una situazione senza precedenti, in un paese che per altro prevede la pena di morte; noi italiani andiamo a fare pressioni sugli USA perché applicano la pena di morte e poi lasciamo che i nostri militari vengano interrogati e forse processati da un paese che la applica.
    Il rischio più importante sul piano militare, è che tra i soldati italiani – e ricordiamo che questi due marò sono due soldati in missione, non erano là in vacanza – questa situazione porti la gran parte di loro a pensare, in maniera giustificata, per non dire giusta, che il loro lavoro e la loro tutela sono sacrificabili. Che li porti a sentirsi abbandonati da uno Stato che invece gli ha mandati in quella missione e che quindi ha il dovere di tutelarli. Se questo dovesse succedere, è un rischio pericolosissimo perché di fatto vai a demotivare e a far sentire figli di nessuno coloro che difendono l’Italia e gli italiani. Questo credo sia alla fine di tutto il danno peggiore che l’Italia, con il suo atteggiamento “calabraghista”, corre. Abbiamo tanti militari impegnati all’estero e sarebbe un pessimo segnale se pensassero di essere sacrificabili per due affari o per due contratti di export o per ragioni di opportunità diplomatica.

    Non ritiene surreale che la Marina militare italiana debba essere impiegata per fare da scorta a navi private? Questa triste vicende non potrebbe essere l’occasione per portare all’attenzione pubblica il problema della pirateria, in particolare dell’occupazione straniera della Somalia, che inevitabilmente genera questo tipo di conseguenze?

    La Somalia non mi pare che sia occupata, magari lo fosse! Se la Somalia fosse occupata da dei paesi che mantengono un regime di occupazione non ci sarebbero i pirati. Purtroppo la Somalia è terra di nessuno, è in mano ai signori della guerra, ad un finto governo che non controlla forse neppure gli uomini che dice di avere ai suoi ordini, è in mano a milizie islamiste che sono tra l’altro anche jihadiste per loro definizione, ha eserciti stranieri come quello del Kenya o dell’Etiopia che occupano alcune regioni ma senza riuscire a controllarle. Io credo che sia il caos somalo che ha determinato la pirateria, ma al di là questo io credo che il problema della pirateria in Somalia sarebbe risolvibile in 48 ore: invece di spendere un paio di miliardi di euro all’anno per navi da guerra che stanno laggiù per far finta di scortare navi mercantili e a far finta di contrastare i pirati, contro i 160 milioni di dollari che i pirati incassano dai riscatti, faremmo prima a dare direttamente in tasca ai pirati 160 milioni di dollari perché la smettano di attaccare le navi mercantili. Almeno spenderemmo meno. La mia è ovviamente una battuta.

    Ma credo che il problema serio sia che le flotte internazionali che sono là si limitano a fare contrasto in mare ai pirati quando basterebbero 48 ore per spazzare via con le armi qualunque tortuga di pirati lungo la costa. Del resto il diritto internazionale lo consente, una risoluzione dell’Onu di alcuni anni fa prevedeva anche l’impiego di forze militari internazionali a terra contro i pirati, quindi attacchi sulla costa. Basterebbe la volontà per spazzarli via a cannonate dai mari e dalle coste. Però nessuno lo fa, schiacciati come siamo da logiche politically correct. Il problema dei pirati anzi lo foraggiamo, basti pensare che i pirati quando vengono catturati, siccome nessuno li vuole processare, spesso vengono poi anche liberati dopo essere stati nutriti. Insomma, la gestione della guerra, chiamiamola così, contro i pirati somali, è una vergogna per l’intero mondo civile perché ci stiamo facendo prendere in giro forse da 4-5 mila somali che sequestrano, spesso uccidendo, usando violenza a dei civili; perché i marinai imbarcati sui mercantili sono dei civili, ricordiamolo.

    Detto questo, che riguarda un po’ il preambolo alla domanda che mi ha fatto, io credo che l’impiego della marina, dei marinai del San Marco per proteggere i mercantili sia una misura utile anche se non esclusiva, nel senso che tutti i paesi hanno dovuto affrontare il problema di proteggere i mercantili perché le flotte da guerra non sono in grado di proteggerli tutti. La gran parte dei paesi hanno optato per l’imbarco di guardie private, di security contractors, società private, ex militari di solito, che fanno questo mestiere.
    La Francia ad esempio imbarca dei suoi soldati sui suoi mercantili. L’Italia ha scelto una legge che consente entrambe le cose, ma finora gli unici ad essere impiegati sono i fanti di Marina, perché il regolamento che dovrebbe accompagnare la legge per consentire l’imbarco di guardie private non è stato ancora messo a punto. E’ anche emerso che c’è una forte resistenza nella Marina a consentire che questo lavoro venga affidato a dei privati, cioè che gli armatori possano affidarsi anche a delle guardie private. E’ una gestione che la Marina cerca di avere per sé.

    L’impiego di contractors privati, o di militari armati come nel caso francese, sui mercantili è un sistema che ha risolto il problema nel senso che tutte le navi che hanno a bordo personale di scorta militare o civile non sono mai state sequestrate e quando c’è stato qualche tentativo di attacco i pirati hanno subito cambiato idea appena hanno visto che dalla nave gli sparavano addosso dei professionisti che sapevano sparare e che spesso sapevano centrare il bersaglio.

    Quello delle scorte è un sistema di difesa passiva che protegge le navi ma non risolve ovviamente il problema della pirateria, non elimina i pirati, non li insegue, non gli dà la caccia, protegge la singola nave. E’ un sistema efficace che ha un costo per gli armatori, competitivo rispetto alle polizze assicurative che devono pagare per proteggersi il carico, la nave e l’equipaggio dal transito in acque controllate dai pirati. Tutto questo va bene finché queste navi mercantili mantengono la loro sovranità nazionale, rimangono in acque internazionali o ormeggiano in paesi dove c’è un accordo in base al quale i nostri militari possono scendere e aspettare la nave successiva.

    I militari italiani hanno questa base, per questo tipo di attività, a Gibuti, poi scendono dalle navi alle Seychelles, oppure nello Sri Lanka oppure in Oman, a seconda delle rotte che percorrono le navi che entrano o escono dal Mar Rosso, e poi salgono sulle navi che fanno il percorso opposto. Nel momento in cui, come è accaduto per la “Enrica Lexia”, una nave viene convinta da un altro stato, viene invitata ad entrare nelle sue acque internazionali per subire addirittura un processo, un’ azione penale, a questo punto è chiaro che ci si trova in una situazione difficilmente gestibile perché abbiamo non solo i marinai ma addirittura i militari finiti in una situazione ingestibile e che è illecita sul piano internazionale.
    Finisco con una domanda: se fossero stati altri soldati, non italiani, ma francesi, inglesi, americani, – in tal caso ci sarebbero già due portaerei e una mezza flotta davanti al porto di Kochi –, l’India avrebbe avuto lo stesso atteggiamento irrispettoso ed irriverente in violazione di qualunque legge internazionale che ha avuto in questo caso con gli italiani?

    Stefano Vernole
    Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/
    Link: http://www.eurasia-rivista.org/intervista-a-gianandrea-gaiani-sulla-crisi-diplomatica-italo-indiana/13837/
    23.02.2012

    *Gianandrea Gaiani ha seguito sul campo tutte le missioni militari italiane. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital.

  • xcalibur

    Vediamo ora se la grande credibilita’ e considerazione internazionale di cui gode il Prof. Monti varra’ a riportare a casa i due maro’ dal grilletto facile e magari, gia’ che c’e’,
    riuscira’ pure a farsi riconsegnare dagli USA i marines responsabili
    della strage del Cernis…

  • anacrona

    … si si alice nel paese delle meraviglie 😉

  • anacrona

    Il problema della pirateria ha origine da pescatori che non hanno più acque per pescare dato che sono state inquinate dai rifiuti tossici e radioattivi dei paesi del G7 … Craxi diceva che i bidoni italiani si scaricavano in somalia … Poco altro è importante. Punto!

  • luca

    Crisi diplomatica??
    Dopo averli presi, bastava evirarli, mettere i gingilli in bocca e spedirli in italia. Il tutto in silenzio

  • NerOscuro

    Dei due articoli, l’unico che presenta i fatti in maniera più equilibrata è il secondo. L’articolo di Prunetti è la solita congerie di luoghi comuni sulle forze militari e di attacchi odiosi al commercio e alla libertà di impresa in quanto tale: molta aria per i denti

    i militari italiani non dovevano stare lì, sul ponte di una nave commerciale privata, e non possono aprire il fuoco contro innocenti pescatori

    Innocenza dei pescatori a parte che sicuramente si avvicinavano per portare ghirlande di fiori, secondo Prunetti i militari non possono difendere le navi e i cittadini italiani che vi lavorano dalla pirateria. Bene, chi deve farlo? Devono metterci dei mercenari privati? A che titolo? Scommetto che Prunetti si può offrire di difendere l’odiota categoria dei marinai mercantili portando ghirlande di fiori da scambiare con i festanti innocenti pescatori. Codesti pescatori sono così intelligenti da cercare normalmente di allontanare le navi di quella stazza andandoci contro! Come tutti sanno, le navi mercantili non sono mica dotate di radio, quindi bisogna ingaggiarle in una specie di corpo a corpo (scafo a scafo) per farle spostare con la stessa agilità di uno scooter che evita un pedone.

    I pirati in kerala non ci sono

    Il buon Prunetti ha detto così e bisogna credergli. Se facessimo crollare proprio ora il suo castello di affermazioni apodittiche, il botto sarebbe grosso. Il resto dell’articolo continua cianciando di antimilitarismo d’antan, contro il nostro sistema giudiziario e carcerario (ci fa entrare pure Cucchi!). Il solito minestrone ideologico riscaldato nel quale l’Italia e tutto ciò che italiano è il male a prescindere e poco importa che due militari paghino per una serie di inefficienze di cui probabilmente non sono del tutto responsabili.

  • catzuFelics

    Vabbè, lascio anche qui il link al mio post sulla pirateria (somala) e l’informazione incompleta che ne danno i media.

    http://cat-so-infelix.blogspot.com/2012/01/di-pirati-e-di-perle-di-verona.html