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“L’EPICA LOTTA PER IL PREDOMINIO MONDIALE”

La guerra globale degli USA per impadronirsi delle risorse energetiche mondiali.

DI NIGEL H MAUND

Panoramica

La guerra per le materie prime è fondamentale per la conquista dell’egemonia politica mondiale e per la stessa sopravvivenza economica degli USA, in qualità di unica iperpotenza, oltre a risultare determinante per convincere il resto del mondo a modellarsi sul suo esempio. Un’eventuale contrapposizione culturale, economica e politica non solo mette a rischio l’attuale egemonia USA ma può trasformarsi in una sfida della nascente potenza asiatica industriale e geopolitico con l’esito finale dell’eclissi del potere americano.

Come consumatore del 25% della produzione mondiale di petrolio, nonché come maggior importatore mondiale, gli USA sono estremamente sensibili alle vicissitudini economiche del prodotto. Considerata la geografia del paese, la politica dei trasporti e la sua struttura logistica, risulta evidente come nessun altro paese al mondo sia più vulnerabile degli USA a qualunque grave ostacolo nei rifornimenti o a un rialzo dei prezzi eccessivo e prolungato. Le applicazioni dei motori all’idrogeno o elettrici, gli sviluppi nucleari ecc., malgrado le grosse somme investite in ricerca e sviluppo, sono ancora molto lontane nel tempo, da un punto di vista commerciale e tecnologico, per costituire una valida alternativa al petrolio.Il petrolio è solo un componente, anche se il più importante, della lotta per le risorse terrestri. Molti altri materiali sono strategicamente importanti nel gioco mondiale delle potenze economiche: il platino, il nickel, il rame, il cobalto, l’uranio, il vanadio, il cromo, il manganese, il ferro, il molibdeno, il tungsteno, e anche materiali come il piombo e lo zinco. Gli USA sono costretti a importare molti di questi elementi: platino, nickel, vanadio, uranio, cromo, ferro e manganese. Tre sono fondamentali per costruire l’acciaio, il ferro, il nickel e il manganese. Il vanadio può essere aggiunto ai rimanenti.

La Cina, per continuare nella propria inarrestabile crescita, con una popolazione pari a 4 volte quella degli USA, e cioè un miliardo e duecento milioni di persone, pone una domanda potenziale tale da premere immensamente sui prezzi e le disponibilità di tutte le materie prime. L’India, con una popolazione di un miliardo di persone, si sta lentamente accodando alla gara per la crescita. Altri paesi asiatici già si trovano su questa strada: Singapore (4 milioni); Taiwan (22 milioni); e Corea del Sud (47 milioni) guidano la cordata, seguiti da Tailandia (61 milioni), Malaysia (20 milioni), e Vietnam (78 milioni) con le Filippine (85 milioni) e l’Indonesia (220 milioni) in coda. Tutti questi paesi si trovano all’interno del polo di attrazione e di influenza dell’economia cinese, e hanno una componente interna di immigrati cinesi che dominano l’economia locale. Il Giappone sta seriamente riconsiderando quale sarà il suo posto nel futuro. Il mondo del dopo guerra è cambiato in modo significativo e, con esso, anche i suoi paradigmi. Il futuro apparterrà quasi sicuramente alla Cina e alla grande Asia. Gli USA, in larga misura, hanno ormai superato i loro giorni migliori. La “Guerra al terrorismo” non è altro che una grossa cortina fumogena, del resto del tutto trasparente, che cerca di nascondere la vera guerra:

“LA GUERRA PER LE RISORSE MONDIALI E LA SOPRAVVIVENZA ECONOMICA DEGLI USA COME POTENZA MONDIALE”.

L’egemonia del Dollaro USA, quale valuta di riserva mondiale con la quale vengono scambiate tutte le merci mondiali, è fondamentale. Dato l’enorme indebitamento degli USA, che ha raggiunto limiti inconcepibili, il dollaro USA è sotto una minaccia potenziale molto grave rappresentata dai banchieri/governi asiatici, i quali possiedono enormi surplus di dollari sotto forma di Buoni del Tesoro Americano. Se il dollaro dovesse fallire gli USA seguirebbero lo stesso destino, con tutto ciò che ne consegue. Il cuore della strategia americana di sopravvivenza economica è costituito dal controllo strategico delle riserve mondiali di petrolio. Privi di questa possibilità sia il dollaro che gli USA sono sicuramente destinati a un rapido declino. Di conseguenza non c’è prezzo, in termini di spesa e di perdite umane, che gli USA non siano disposti ad affrontare in questo gioco dalle poste così gigantesche.
Gli USA non hanno, quasi letteralmente, nessun’altra alternativa, tenuto conto che non sono stati in grado di riconvertirsi per ridurre gli enormi consumi interni, diminuire la loro dipendenza dalle materie prime di importazione, sviluppare un sistema di trasporto su rotaia alternativo al trasporto su gomma, riequilibrare una economia totalmente sbilanciata a favore delle automobili e dei veicoli pesanti. Purtroppo, per raggiungere i loro obiettivi, gli USA hanno perso il loro primato morale e sabotato il vero significato della Democrazia, con conseguenze imprevedibili per il mondo e i suoi abitanti.

Per oltre 55 anni gli USA e lo stato di Israele, con la loro politica medio orientale, hanno alimentato il terrorismo invece di affrontarne le cause per tentare di eliminarlo. Ma non è questo il loro scopo, dal momento che, in tal caso, non perseguirebbero il loro interesse. Fino a quando Israele e gli stati fantoccio, Stati Uniti e Gran Bretagna, non saranno chiamati a rispondere dei loro atti davanti alla comunità internazionale, il terrorismo continuerà sempre perché le sue cause non verranno rimosse. Chi comanda lo sa ma non si preoccupa delle conseguenze per la gente ordinaria, dal momento che preferisce invocare leggi da stato di polizia invece di affrontare un problema che è stato creato interamente da loro stessi. La scusa del terrorismo funziona benissimo come cortina fumogena per poter condurre una guerra su tutto il pianeta con gli obiettivi a lunga scadenza come il controllo delle riserve mondiali di petrolio e quello di affidare a Israele il compito di “intervenire tramite interposto stato” in un Medio Oriente completamente diviso e neutralizzato.

Il Grande Gioco (del Petrolio)

Il petrolio, e le fonti energetiche in generale, stanno rapidamente emergendo sulla scena principale dell’economia e della politica mondiale. Veramente gli USA avevano cominciato a perseguire questo tipo di politica già negli anni ’30 sotto la presidenza di Herbert Hoover. Hoover non aveva bisogno di consiglieri perché lui stesso era un ingegnere minerario che aveva viaggiato molto. Una lettura molto istruttiva al riguardo, che tratta in breve della storia del petrolio, è il libro di Daniel Yergin, scritto nel 1990, e intitolato “The Prize” . Nel 19esimo e 20esimo secolo l’Asia Centrale e poi il Golfo Persico (o arabo) sono stati al centro della scena per quello che è stato colloquialmente chiamato il “Grande gioco” fra la Gran Bretagna e la Russia dello Zar nel periodo 1850-1900, poi dal 1930 fino ai giorni nostri fra USA, UK Russia e Cina, con l’India e il Pakistan in parti minori ma di importanza crescente.

Il petrolio fu cominciato a essere estratto in quantità commerciali per la prima volta in Pennsilvania, dove il piccolo consorzio di George Bissell, spinto dalla scoperta del professor Silliman che il petrolio poteva essere frazionato in una grande varietà di sottoprodotti potenzialmente molto utili, aveva finanziato la perforazione di un pozzo profondo 20 metri, individuato in una certa località da parte del “Colonnello” Edwin Drake. Il kerosene derivato dal petrolio, con la sua luce viva e pulita, sostituì immediatamente il grasso di balena nei lumi che venivano utilizzati per illuminare le case del Nord America. La domanda salì alle stelle ed ebbe inizio così la petrolio-mania. Vennero scoperti altri pozzi, vi furono problemi di sovrapproduzione e notevoli variazioni dei prezzi a causa dell’andamento della domanda-offerta e di grosse attività speculative. La Standard Oil Company, di Rockefeller (SOHIO e SOCAL), riuscì rapidamente a mettere un po’ di ordine e di organizzazione, in un’ industria sempre più essenziale, mediante pratiche commerciali sistematiche, intelligenti e talvolta senza scrupoli, in un settore economico che si era evoluto senza regole, caotico, “a disposizione di tutti” con grossi sprechi e disordini. Comunque, l’abbondanza di petrolio, lo sviluppo della motorizzazione USA, in particolare il modello T di Henry Ford, consentì alla crescente popolazione USA, in massima parte immigrata, di possedere un’automobile, rendendo così gli USA il più grande produttore e consumatore mondiale di petrolio e suoi derivati. All’aumento esponenziale dei consumi corrispondevano le nuove prospezioni e scoperte. Pozzi di petrolio vennero scoperti in Oklahoma, Texas e negli Stati del Golfo. Tuttavia le prime produzioni erano piuttosto primitive e prive di ogni controllo, ostacolate da leggi mal concepite e spesso insulse. La sovrapproduzione era la regola, poiché la competizione fra pozzi vicini provocava la politica del “impoverisci il tuo vicino” e avvicinava più velocemente il punto di esaurimento per ottenere subito il massimo della produzione. Un danno maggiore fece la pratica di lasciar fuoriuscire i gas che si trovavano all’interno dei pozzi. La pressione dei gas naturali che si trovano all’interno dei pozzi è vitale per consentire il massimo sfruttamento del petrolio esistente. A Edmonton, in Canada, dove i lampioni a gas della città erano accesi giorni e notte, la produzione si è fermata al 40% delle disponibilità totali. Il resto ancora oggi non è sfruttato.

Le politiche di spreco e la tecnologia approssimativa di un’industria appena nata, combinata con il rapido sviluppo dell’economia USA, la più grande del mondo negli anni 30, hanno impedito che i migliori campi petroliferi degli USA, a causa della massima produzione momentanea, fossero sfruttati in modo ottimale. La maggio parte dei campi furono presto sovra sfruttati e esauriti. Alla fine della seconda guerra mondiale, durante la quale gli USA dovettero aprire al massimo i rubinetti del petrolio per sostenere lo sforzo bellico, i campi petroliferi USA erano tutti in declino, avendo superato da tempo “il picco di Hubbert”. Sia Truman che Winston Churchill si resero ben presto conto che il nuovo “centro di gravità” del petrolio era diventato il Medio Oriente. Il controllo del Medio Oriente era diventato un problema chiave per la strategia mondiale delle due nazioni durante la guerra fredda, ed era essenziale per la sopravvivenza delle loro economie, del “mondo libero” e della loro influenza politica.

Le relazioni con il mondo arabo nel periodo post prima guerra mondiale erano più che buone. Tuttavia nel 1948 ci fu la creazione dello stato di Israele, senza una soluzione alternativa per i palestinesi, ignorati dalle politiche USA e UK. Da quel momento in poi le decisioni USA nei confronti dei paesi arabi sono state sempre più condizionate dall’imponente lobby ebraica americana, immensamente potente, e dalla mania per la sicurezza da parte di Israele. Le cose sono arrivate a un punto tale che oggi gli stati arabi non hanno più alcuna fiducia negli USA che viene considerato uno stato fantoccio degli israeliani, il che è semplicemente vero, piaccia o non piaccia. La Casa regnante Saudita è corrotta senza speranza di recupero, e politicamente molto debole. La famiglia reale è un fantoccio in mano agli americani fin quando durerà il petrolio. Dopo verrà abbandonata al suo destino e il paese finirà in pezzi. L’enorme differenza fra i ricchi e i poveri, la composizione di età della popolazione, il conservatorismo religioso estremista dei Wahabiti, e un alto tasso di disoccupazione sono le premesse di una instabilità sempre maggiore che può tradursi in un potenziale vuoto politico. L’Arabia Saudita ha svolto per oltre 45 anni la funzione di calmieratore dei prezzi, grazie alla sua capacità di produrre a comando le quantità volute di petrolio. Un improvviso turbamento di questo difficile equilibrio può provocare una situazione di panico per un mercato già di per sé piuttosto nervoso.

Risulta molto significativa la distribuzione dei campi petroliferi, sia in termini geografici che di grandezza relativa. Al primo posto troviamo i campi super giganti dell’Arabia Saudita di Gawar e Majid, Sulieman, e quello Venezuelano del lago Maracaibo. Si tratta di riserve con oltre 500 miliardi di barili di petrolio. Sono tutti giacimenti scoperti prima della seconda guerra mondiale sottoposti, da allora, ad uno sfruttamento intenso sempre più marcato. Storicamente ci sono solo 7 giacimenti di questo tipo, 6 dei quali si trovano in Medio Oriente. Due si trovano in Arabia Saudita, uno fra Kuwait e Irak, due in Irak, Kirkuk e Mosul, e uno in Iran. Con il controllo, attraverso l’ARAMCO ( saudita, ma con grossa influenza americana) e la casa regnante saudita (La famiglia reale più 8.000 membri), dei giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita, del Kuwait, che è uno stato satellite degli USA/UK, dell’Irak (USA e UK) e con il previsto “cambio di regime” in Iran, gli obiettivi espliciti del triumvirato USA/UK/Israele appaiono del tutto evidenti, e cioè il controllo diretto di sei dei sette giacimenti super giganti del mondo. Con il “cambio di regime” previsto per il Presidente Chavez, nell’occhio del mirino CIA, si scopre il vero scopo di assicurarsi il controllo dell’ultimo giacimento super gigante, non situato in Medio Oriente. Infine, come ottavo super gigante, vi sono i giacimenti in Alaska, ma si tratta di una zona già sotto controllo USA.

Da ragazzo, negli anni ’60, mi ricordo di alcuni esperti delle BBC che parlavano in TV di una imminente crisi del petrolio. I timori sembravano un po’ fuori posto dal momento che la crisi paventata non si è poi manifestata. Tuttavia oggi appare evidente di come le nere previsioni di allora siano diventate realtà. La rapida e notevole crescita della Cina e del Sud Est asiatico, passate da un’economia agricola a una industriale e dell’informazione, esercita una forte domanda sui mercati mondiali delle materie prime e sulle capacità di trasporto delle flotte marine. Gli USA, dal momento che non sono riusciti ad adottare nessuna forma di conservazione delle risorse e delle fonti energetiche, sono diventati dei drogati del consumo di dimensioni mostruose. Ben lontana dal richiedere una politica di risparmio la gente si precipita invece a comprare dei voraci fuori strada piuttosto che delle parsimoniose utilitarie. Quando verrà il momento della verità esso sarà per gli americani come una dura doccia fredda. Il problema è che ormai i principali giacimenti petroliferi si trovano al massimo della loro produzione e alcuni hanno già superato il famoso “picco di Hubbard”. Le pubblicazioni tecniche al riguardo considerano in questo situazione sia il gigantesco deposito saudita di Gawar, grande oltre 200 km, sia il giacimento venezuelano di Maracaibo. In quello saudita ci sono comparse di acqua all’interno del serbatoio principale, chiaro segnale di declino della capacità produttiva.

Tutto ciò significa che la tanto declamata crisi di rifornimenti, prevista anni fa, a causa della domanda mondiale crescente, con Cina e India sempre più affamate di risorse per alimentare le loro economie in crescita, a causa degli USA e l’Europa che non rallentano i loro consumi, alla fine è arrivata. Nessun altro giacimento supergigante è stato più scoperto dopo quello dell’Alaska negli anni ’70. Giacimenti più piccoli vengono alla luce però con un tasso di scoperta ben inferiore a quello dei consumi. Le speranze per il futuro risiedono nel Caucaso e nell’Asia Centrale, e, si potrebbe osare dire, nell’Antartico. Le vaste riserve di petrolio che si possono ricavare dalle sabbie o dalle rocce scistose, specialmente nel bacino del fiume Orinoco, in Venezuela, e in Athabasca, Canada, che ammonterebbero a 500 volte le attuali riserve mondiali di petrolio, rappresentano un’altra grossa possibilità, però, per essere convenienti, il prezzo di un barile di petrolio dovrebbe aggirarsi sui 100/120 dollari. Un prezzo simile farebbe crollare l’economia mondiale.

L’Europa, priva di risorse petrolifere, gioca il ruolo del complice passivo, ed è ben felice che gli USA e il Regno Unito facciano il lavoro sporco in Medio Oriente, che lei non vuole fare, rimanendo fuori dalla ribalta e dai riflessi negativi. Intanto silenziosamente e rapidamente volge la sua attenzione verso le risorse minerarie e petrolifere della Russia e delle ex repubbliche sovietiche dell’Azerbaijan, Kazakhistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Nella ricerca di nuovi approvvigionamenti sono venute alla ribalta le regioni del Caspio e dell’Himalaya.

Altri giacimenti più piccoli, ma non per questo insignificanti, fra i 100 e 500 miliardi di barili, si trovano sul delta del fiume Niger, nella instabile e volatile Nigeria, in Congo, sulle acque territoriali del Gabon e dell’Angola. I giacimenti della Libia nel Sahara sono stati lasciati moribondi, in termini di sviluppo moderno, sotto il controllo del famoso e politicamente inaffidabile e capriccioso colonnello. Comunque una certa moderazione, e senza dubbio qualche piano segreto, l’ha convinto ad aprirsi alla comunità internazionale, e consentire degli investimenti stranieri, per i quali la Francia, l’Italia, la Germania e il Regno Unito hanno iniziato la corsa.

Gli altri fattori importanti

Un ulteriore fattore che complica le politiche interne e internazionali degli USA è rappresentato da alcuni aspetti pericolosi della sua economia per i quali devono incolpare solo se stessi. Si tratta soprattutto della mancanza di una qualsiasi programmazione economica negli ultimi 50 anni, e della più grande espansione del credito che il mondo abbia mai visto. A meno che gli USA non diventino una dittatura, il che è possibile, lo scrivente si aspetta che gli USA si ricordino al più presto di uno dei suoi più grandi Presidenti: Andrew Jackson, che agendo per il pubblico interesse, eliminò la banca centrale e riportò saldamente l’America al “gold standard”, cioè alla parità con l’oro. Quando alla fine scoppierà la bolla dell’epico indebitamento di Alan Greenspan, il pubblico americano si sveglierà piuttosto bruscamente e la Federal Reserve Bank verrà abolita una volta per tutte dai cittadini infuriati. In effetti le parole Federal Reserve Bank sono piuttosto inappropriate e ingannevoli. Non vi è niente di federale e non si tratta nemmeno una Banca di riserva. La sua nascita risale a un incontro, avvenuto nel 1913 nell’isola di Jeckill, fra John Pierpoint Morgan, Vanderbilt e Nelson Aldrich, con la connivenza del “consigliere” di Woodrow Wilson colonnello House. La Banca ha un Consiglio di amministrazione composto dai delegati dei suoi maggiori azionisti, finanzieri plutocratici, che ora comprende la Rothschild, la Citibank (Rockfeller è anche il capo del Council on Foreign Relations – CFR – il cui staff è presente e domina in ogni amministrazione USA; esempio Henry Kissinger), la Bank Of America e la Salomon Brothers ecc. Si tratta di una gigantesca banca privata, che non solo emette tutta la valuta USA, ma puntella le valute utilizzate negli affari e scambi internazionali come il dollaro USA. La Fed tratta anche tutte le imposte USA, delle aziende del governo e private.

Il ciclo economico, con il suo andamento di crescita e di arresto, dipende dalla politiche di questa istituzione. Fino al 1982 la Fed è riuscita frenare l’emissione di moneta e la crescita del credito entro limiti ragionevoli. Però con Carter prima e con Reagan poi, il debito pubblico ha preso a volare per poter finanziare, fra le altre cose, il grosso deficit di bilancio della difesa. Paul Volcker, allora presidente della Fed, mise in azioni i freni, alzando i tassi di interesse, per dimostrare al mercato che troppo era troppo. Con il gentile e accomodante Greenspan invece il tasso di crescita creditizio ha messo la quinta marcia, gonfiando il mercato borsistico oltre misura, a un ordine di grandezza mai visto. Questo ha permesso che si aprissero le chiuse di una alluvione di acquisizioni e fusioni che hanno gonfiato al massimo la bolla speculativa degli anni 1997-2000, periodo durante il quale i crimini e le imperizie aziendali si sono manifestati su scala senza precedenti. Il valore delle azioni aveva perso ogni giustificazione finanziaria. ENRON e WORLDCOM-MC1 sono stati solo la punta dell’iceberg dei crimini finanziari che furono ben presto insabbiati dai mercati innervositi che cercavano di nascondere il proprio immenso cesto pieno di panni sporchi. Il cielo non permetta al pubblico di venire a sapere quanto sia stata sistematica la pratica criminale delle aziende ai livelli più alti della società USA. Il mercato più bizzarro è stato quello del NASDAQ, dove il valore di molte azioni come Amazon.com e EBay.com era matematicamente infinito, esempio perfetto della “esuberanza irrazionale” secondo la citazione di Greenspan. Quando la bolla finalmente scoppiò nel 2000/2001, il gentile Greenspan abbassò ancor di più i tassi, indirizzando le migliaia di miliardi di dollari nel campo immobiliare e dei beni di consumo predisponendo così la base per un’altra bolla figlia, una baby bolla che fra poco vedremo crollare. Si è trattato di una bella mossa, perché adesso i sempre compiacenti distributori di denaro hanno costruito nuovi derivati e varianti, “hedge funds” con “suoni di campanello, campane e majorettes che ballano”, schemi di ammortamento che farebbero impallidire come un fantasma qualunque banchiere vecchio stile. Nel mondo della finanza spazzatura, del cibo spazzatura, delle bibite spazzatura, della musica rap spazzatura, dove lo status di azioni spazzatura va benissimo, adesso abbiamo anche gli ammortamenti spazzatura. Spazzatura, spazzatura, e sempre più spazzatura, nel paese in cui non esiste più né responsabilità né prudenza finanziaria. Chiaramente il governo degli USA è così corrotto e venale che nessuno si importa più di niente. Certamente l’idea di proteggere le azioni e le proprietà dei cittadini è morta già dai tempi dei Padri Fondatori.

L’intero boom delle azioni, dei buoni del tesoro, del mercato immobiliare è stato finanziato da una enorme espansione del credito alimentato da una quantità di biglietti emessi in proporzioni che confondono la mente per la sua audacia. Questa volta Greenspan l’ha veramente fatta grossa. Non contento del boom delle “equities”, ne ha creato uno migliore con il mercato dei Buoni e con quello del mercato immobiliare. Gli agenti immobiliari hanno cominciato subito a scavare nel filone d’oro appena creato. Mentre i redditi reali sono rimasti praticamente inalterati, in mezzo a questa enorme inflazione di titoli e valori, chiunque gestisca uno sportello automatico è in grado di generare liquidità che nasce dal nulla ma che va ad aggiungersi al debito preesistente. Tutto viene finanziato con l’emissione continua di Buoni del Tesoro della Fed, soprattutto verso la Cina e il Giappone. Questo bel circolo virtuoso, nel quale noi compriamo le vostre merci e voi comprate i nostri biglietti spazzatura realizzando anche dei profitti durante lo scambio, va benissimo, almeno fino a quando i margini di guadagno compenseranno le grosse perdite nominali della valuta. La differenza fra i buoni a corto e a lungo termine era di 250 punti base, adesso si è ridotta a 50/70 punti base. Se la bella e felice relazione simbiotica fra i vari mercati all’improvviso si dovesse sciogliere, come sembra probabile, e il consumatore finanziato dalle macchinette rimane senza soldi per far tintinnare le campane, che cosa succede?

Basta guardare che cosa succede per sostenere il dollaro quando tutto il resto fallisce. Un brusco aumento dei tassi di sconto, indispensabile per sostenere il dollaro, non è una misura molto gradita viste le orrende conseguenze con tassi al 6% o al 7%, ma cosa altro rimane…PETROLIO?

Oppure, gli USA si decidono a rovesciare il tavolo e dichiarare che tutti i loro debiti sono estinti? Eccettuate chiaramente le banche che, se non pagate i debiti, sono pronte a togliervi la casa e gli altri beni immobili o finanziari.

Nigel H Maund
Fonte:www.informationclearinghouse.info

Link: http://www.informationclearinghouse.info/article8411.htm
30.03.05

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di Vichi

Pubblicato da Davide