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LA SCIA DI MENZOGNE DI UN GRANDE CACCIATORE DI NAZISTI

DI GUY WALTERS
timesonline.co.uk

Simon Wiesenthal, famoso per la sua ricerca di giustizia, catturò meno criminali di guerra di quanti abbia mai vantato e inventò buona parte della sua storia di sopravvissuto all’Olocausto

Il nome di Simon Wiesenthal è diventato sinonimo di caccia ai nazisti fin dai primi anni Sessanta. Aveva la reputazione di un santo. Nominato quattro volte al Premio Nobel per la pace, insignito del titolo di Cavaliere onorario dell’Impero britannico, della Medaglia della Libertà del presidente U.S.A., della Légion d’honneur francese e di almeno altre 53 onorificenze, gli sono spesso stati attribuiti circa mille e cento “scalpi” nazisti. È ricordato, soprattutto, per i suoi sforzi volti a rintracciare Adolf Eichmann, uno dei più famigerati criminali di guerra.

La sua reputazione, però, è costruita sulla sabbia. Era un bugiardo, e nemmeno tanto bravo. Dalla fine della seconda guerra mondiale alla sua morte nel 2005, ha mentito ripetutamente tanto sulla sua presunta caccia a Eichmann quanto sui suoi altri exploit nella caccia ai nazisti. Ha anche architettato storie esagerate sulla sua vita durante la guerra e rilasciato false affermazioni sulla sua carriera universitaria. Le incongruenze che si riscontrano tra le sue tre principali biografie e tra queste e i documenti coevi sono talmente numerose da rendere impossibile trarne un racconto affidabile. Lo scarso riguardo di Wiesenthal per la verità è tale che tutto ciò che ha scritto o detto può essere messo in dubbio.

Qualcuno potrebbe pensare che sono duro nei suoi riguardi e che corro un rischio professionale in quest’apparente alleanza con le vili schiere dei neonazisti, dei revisionisti, dei negazionisti e degli antisemiti. Io mi situo saldamente al di fuori di tali squallidi circoli, e la mia intenzione è lottare per strappare alle loro grinfie le critiche a Wiesenthal. La sua è una figura complessa ed importante. E se è esistito un movente per la sua duplicità, è probabile fosse radicato nei suoi buoni propositi. Di fatto, le sue menzogne non sono le uniche scioccanti scoperte che ho fatto nel corso delle mie ricerche sulla fuga dei criminali di guerra nazisti. Infatti, ho riscontrato la mancanza di volontà politica a dare loro la caccia. Sarebbe stato possibile assicurarne molti alla giustizia se i governi avessero destinato risorse, anche solo esigue, alla loro ricerca.

È anche grazie a Wiesenthal che l’Olocausto è stato ricordato e documentato in modo adeguato, e questo è forse il suo lascito più grande. È vero che assicurò alla giustizia alcuni nazisti, ma il loro numero non si avvicina neppure a quello asserito, e nel novero di sicuro non figura Eichmann. Non c’è spazio, qui, per fare l’autopsia alle sue pretese in quanto cacciatore di nazisti, quindi mi limiterò ad alcuni episodi relativi a prima e durante la guerra, che sono al cuore del mito di Wiesenthal.

Wiesenthal nacque nel 1908 a Bučač, in Galizia, che allora faceva parte dell’Impero asburgico e ora si trova in Ucraina. Dopo la prima guerra mondiale, Bučač cambiò di mano frequentemente tra le forze polacche, ucraine e sovietiche. Nel 1920 l’undicenne Wiesenthal fu attaccato da un cavaliere ucraino che con una sciabola gli squarciò la coscia destra fino all’osso. Wiesenthal considerava la cicatrice come parte di una lunga serie di prove del fatto che una “potenza invisibile” – che lo voleva vivo per uno scopo preciso – lo proteggeva da morte violenta.

Il suo retaggio era l’ideale per ogni aspirante affabulatore. Come molti in Galizia, Wiesenthal aveva trascorso l’infanzia immerso nel genere letterario polacco delle ‘bufale’ narrate intorno alla tavola la sera. Nella Bučač degli anni Venti, la verità era un concetto relativamente elastico. A 19 anni si iscrisse ad architettura presso l’Università Tecnica di Praga, dove scoprì il sua vera vocazione di cantastorie e calcò le scene come cabarettista.

I suoi studi andavano meno bene. Sebbene molte biografie, compresa quella sul sito internet del Simon Wiesenthal Center, affermino che conseguì la laurea, in realtà non portò mai a termine il corso. Secondo alcune biografie, prese un diploma di ingegnere civile al Politecnico di Leopoli in Polonia, ma dagli archivi di stato della città non risulta che vi abbia mai studiato e il suo nome non compare nell’albo prebellico degli architetti e dei costruttori della Polonia. Per tutta la vita sostenne fraudolentemente di avere una laurea; la sua carta intestata ne fa orgogliosa mostra.

Anche i suoi drammatici racconti sulla seconda guerra mondiale presentano grandi discrepanze. Wiesenthal si trovava a Leopoli quando la città fu presa dai nazisti. Sosteneva di essere stato arrestato, assieme ad un amico ebreo di nome Gross, alle 4 del pomeriggio di domenica 6 luglio. Questa è una delle poche date che rimangono costanti nella sempre mutevole storia della sua vita, ma ogni volta che è così specifico, in genere sta mentendo.

I due vennero portati a forza in prigione e furono allineati in un cortile con una quarantina di altri ebrei. La polizia ausiliaria ucraina cominciò a giustiziare un prigioniero alla volta con un colpo alla nuca, avanzando verso Wiesenthal. Questi fu salvato dallo scampanio della chiesa che annunciava il vespro. Incredibilmente, gli Ucraini interruppero l’esecuzione per recarsi a pregare. I sopravvissuti furono condotti in cella, dove Wiesenthal afferma di essersi addormentato. Fu svegliato da un amico ucraino della polizia ausiliaria che salvò lui e Gross dicendo loro di fingere di essere spie russe. Furono interrogati brutalmente — Wiesenthal perse due denti — ma infine furono liberati dopo aver pulito l’ufficio del comandante.

La storia di questa fuga sensazionale – una delle più famose narrazioni della guerra di Wiesenthal e certamente una storia che ha contribuito ad affermare la nozione della sua missione divina — è in tutta probabilità una totale invenzione. È certo che gli Ucraini effettuarono progrom brutali a Leopoli all’inizio del luglio 1941, ma essi furono seguiti da una pausa e non ripresero fino al 25 luglio. Secondo la testimonianza che Wiesenthal rese agli investigatori dopo la guerra, egli fu in realtà arrestato il 13 luglio e riuscì a scappare “grazie ad una mazzetta”. Spostando l’arresto al 6 luglio, come fece in seguito, la sua storia si adattava meglio alla tempistica dei progrom.

Alla fine di quell’anno, Wiesenthal si trovava a Janowska, un campo di concentramento nella periferia di Leopoli. Gli fu assegnato il compito di dipingere insegne naziste su motori ferroviari sovietici, e così fece amicizia con Adolf Kohlrautz, l’ispettore tedesco dell’officina, che era segretamente antinazista. Il 20 aprile 1943, a quanto pare, Wiesenthal fu nuovamente selezionato per un’esecuzione di massa. Le SS di Janowska lo scelsero tra alcuni ebrei perché fosse giustiziato in una tetra celebrazione del 54° compleanno di Hitler. I prigionieri camminarono in silenzio verso un’enorme buca profonda quasi 2 metri e lunga 460. All’interno si potevano scorgere alcuni cadaveri. Furono costretti a spogliarsi e vennero sospinti in fila indiana lungo un corridoio di filo spinato noto come “il tubo” per essere giustiziati uno ad uno sul bordo della fossa.

Un fischio interruppe gli spari, seguito dal grido: “Wiesenthal”! Una SS di nome Koller corse avanti e disse a Wiesenthal di seguirlo. “Barcollavo come un ubriaco”, Wiesenthal rievocò in seguito. “Koller mi diede due schiaffi e mi riportò sulla terra. Stavo percorrendo il tubo in senso inverso, nudo. Dietro di me, il suono degli spari riprese ma finirono molto prima che io arrivassi al campo”. Ritornato all’officina, trovò un Kohlrautz raggiante che aveva convinto il comandante del campo che era essenziale mantenere Wiesenthal in vita per dipingere un manifesto raffigurante una svastica e le parole “Ringraziamo il nostro Führer”.

Secondo Wiesenthal, il 2 ottobre 1943 Kohlrautz lo avvertì che il campo e suoi prigionieri sarebbero stati presto liquidati. Il Tedesco diede a lui e ad un amico dei pass per recarsi in una cartoleria in città accompagnati da una guardia ucraina. Riuscirono a scappare dal retro mentre l’Ucraino li attendeva davanti al negozio.

Ancora una volta sembrava aver ingannato la morte in modo miracoloso. Ma di questa storia esiste solo la sua versione. Secondo Wiesenthal, Kohlrautz fu ucciso nella battaglia di Berlino nell’aprile 1945. Tuttavia raccontò ad un biografo anche che Kohlrautz fu ucciso sul fronte russo nel 1944. E in un affidavit dell’agosto 1954 sulle persecuzioni da lui subite in tempo di guerra, omise del tutto questo racconto. Sia in questo documento che nella testimonianza agli americani del maggio 1945, fece menzione di Kohlrautz senza dire che il Tedesco gli salvò la vita.

Da questo punto della guerra in poi è impossibile stabilire in modo affidabile il corso degli eventi vissuti da Wiesenthal. Gli almeno quattro resoconti estremamente diversi sulle sue attività tra l’ottobre 1943 e la metà del 1944 — che comprendono anche un suo presunto ruolo da ufficiale partigiano — pongono seri interrogativi. Alcuni, come Bruno Kreisky, ex cancelliere austriaco, accusarono ripetutamente Wiesenthal di essere un collaboratore della Gestapo negli anni Settanta e Ottanta. Le affermazioni di Kreisky erano supportate da prove non dimostrate provenienti dai governi polacco e sovietico. Wiesenthal gli fece causa e vinse.

Qualunque sia la verità, nel novembre 1944 Wiesenthal era a Gross-Rosen, un campo vicino a Breslavia. Alla sua biografa Hella Pick, raccontò che era costretto a lavorare scalzo nella cava del campo e presto scoprì che la squadra di cento prigionieri assegnati a quel kommando si riduceva di uno al giorno. Dopo qualche giorno fu sicuro che si stava avvicinando il suo turno. “Il mio carnefice era dietro di me”, raccontò, “pronto a fracassarmi la testa con una pietra. Mi girai e l’uomo, sorpreso, la fece cadere. Mi schiacciò le dita dei piedi. Gridai”.

A quanto pare, la repentina reazione e il grido di Wiesenthal gli salvarono la vita perché quel giorno c’era una qualche ispezione — pensò che poteva essere della Croce Rossa — e così fu portato in barella al centro di pronto soccorso. Il dito gli fu tagliato senza anestesia mentre due uomini lo tenevano fermo. Il giorno seguente, disse Wiesenthal, era in agonia. “Il dottore tornò e vide che avevo una bolla infettata sulla pianta del piede. Così la incisero e la cancrena sprizzò per tutta la stanza”.

Ancora una volta, uno dei “miracoli” di Wiesenthal dà adito a dubbi. Primo, la storia non compare in alcuna altra biografia o dichiarazione. Secondo, se davvero quel giorno ci fosse stata un’ispezione della Croce Rossa a Gross-Rosen, allora le SS avrebbero temporaneamente sospeso tutte le esecuzioni, ma, in realtà, alla Croce Rossa non era permesso accedere ai campi di concentramento in quel periodo. Terzo, le conseguenze mediche sembrano completamente inverosimili.

Poco tempo dopo, secondo il racconto di Wiesenthal, dopo che Gross-Rosen fu evacuato, egli riuscì a percorrere a piedi oltre 170 miglia verso ovest fino a Chemnitz. Camminare con un piede in cancrena e un dito amputato di recente deve essere stato atroce. Invece di indossare una scarpa, aveva la manica di un vecchio cappotto avvolta attorno al piede con del filo di ferro. Usò un manico di scopa come bastone. Dei seimila prigionieri che lasciarono il campo solo quattromila e ottocento raggiunsero Chemnitz. Con il piede infetto, Wiesenthal fu fortunato ad essere uno di loro.

Da Chemnitz, i prigionieri finirono al campo di Mauthausen vicino a Linz, in Austria. Wiesenthal ci arrivò nella gelida notte del 15 febbraio 1945. In The Murderers Among Us (‘Gli assassini tra noi’), racconta come lui e un compagno di prigionia, Prince Radziwill, congiunsero le braccia per riuscire a percorrere le ultime quattro miglia in salita fino al campo. Lo sforzo era eccessivo e crollarono nella neve. Una SS sparò un colpo che atterrò tra i due. Poiché non si alzarono, furono presi per morti e lasciati lì con una temperatura sotto lo zero. Quando arrivarono i camion che raccoglievano i corpi di chi era morto durante la marcia, Wiesenthal e Radziwill, privi di conoscenza, erano così congelati che furono gettati su una pila di cadaveri. Al forno crematorio, comunque, i prigionieri che li scaricarono si resero conto che erano vivi. Gli fu fatta una doccia fredda per scongelarli e Wiesenthal fu portato al Blocco VI, il “blocco della morte” per i malati in fin di vita.

Nel 1961, quando fu intervistato per l’archivio del museo Yad Vashem dal giornalista israeliano Haim Maas sugli anni della guerra, Wiesenthal accennò al fatto che l’infezione al piede a quel punto era diventata bluastra e si era diffusa fino al ginocchio. Rimase nel blocco della morte per tre mesi fino alla fine della guerra. Troppo debole per alzarsi dal letto, affermò che sopravvisse – incredibilmente – con 200 calorie al giorno, oltre a qualche pezzo di pane o di salsiccia portatogli di nascosto da un amichevole Polacco.

Mauthausen fu liberato il 5 maggio 1945. Sebbene pesasse appena 45 chili, Wiesenthal arrancò all’esterno per salutare i carri armati americani. “Non so come sono riuscito ad alzarmi e camminare”, raccontò poi. Ma se poteva camminare, ciò doveva significare che la sua gamba gravemente infetta era stata curata duranti i tre mesi precedenti o mediante l’amputazione o con degli antibiotici. Sappiamo che la prima non ebbe luogo, mentre la terapia antibiotica certamente non era un trattamento normalmente offerto agli ebrei malati nei campi di concentramento nazisti. Ancora una volta, pare che sia avvenuto un miracolo.

La rapidità della guarigione di Wiesenthal è così sbalorditiva da mettere in dubbio che egli fosse malato come affermava. Appena 20 giorni dopo la liberazione, scrisse al comandante del campo statunitense chiedendo se poteva essere coinvolto assistendo le autorità U.S.A. che investigavano sui crimini di guerra. Affermando di essere stato in 13 campi di concentramento – in realtà era stato in non più di sei – Wiesenthal fornì una lista di 91 nomi di persone che riteneva fossero responsabili di “sofferenze incalcolabili”.

Secondo la maggior parte dei resoconti, Wiesenthal chiese se poteva unirsi agli investigatori, ma essi rifiutarono dicendogli che non stava abbastanza bene. Dopo aver riacquistato un po’ di peso, tornò e fu assegnato ad un capitano con cui poi sostenne di aver catturato il suo primo “scalpo”, una piagnucolosa guardia SS di nome Schmidt. “Ce ne furono molti altri nelle settimane che seguirono”, scrisse Wiesenthal in seguito. “Non serviva andare lontano. Quasi gli inciampavamo addosso”.

Un curriculum vitae che Wiesenthal compilò dopo la guerra non cita il suo lavoro con gli Americani, ma include il suo incarico di vice presidente della Commissione centrale ebraica per la zona statunitense con base a Linz. Il compito della commissione era redigere elenchi di sopravvissuti che altri sopravvissuti potevano consultare nella ricerca dei propri parenti.

Per almeno un anno dopo la guerra, l’altro compito di Wiesenthal fu esercitare forti pressioni in favore degli ebrei; divenne il presidente dell’Organizzazione internazionale dei campi di concentramento di stanza a Parigi. Inoltre contraffece contratti con la Berihah, che faceva uscire clandestinamente dall’Europa gli Ebrei alla volta della Palestina.

Solo nel febbraio 1947 formò l’organizzazione che l’avrebbe reso famoso, il Centro di documentazione ebraica a Linz. Lo scopo era raccogliere informazioni sulla soluzione finale nella prospettiva di assicurare gli atti di accusa dei criminali di guerra. Wiesenthal sosteneva di aver fondato il centro a causa di un’osservazione antisemita fatta da un ufficiale americano, che gli fece capire che gli alleati non avrebbero mai dato la caccia ai nazisti nella misura in cui ciò era necessario.

Tristemente, i fatti gli diedero ragione. Con un gruppo di trenta volontari viaggiò nei campi dei rifugiati raccogliendo, tra gli ex prigionieri dei campi di concentramento, prove sulle atrocità subite. In tutto, la squadra di Wiesenthal compilò 3.289 questionari, un’impresa molto più impressionante di qualsiasi azione portata a termine dagli alleati.

Wiesenthal è morto nel 2005 all’età di 96 ed è stato sepolto in Israele. I tributi e gli elogi funebri furono numerosi ed esagerati, e a quel tempo sarebbe stato volgare sminuire i molti aspetti positivi del ruolo da lui svolto. Era, nel profondo, un uomo di spettacolo, e quando trovò un ruolo come capo mondiale dei cacciatori di nazisti, lo recitò bene. Come succede nel caso di molte performance popolari, i critici non potevano dire al pubblico che il Grande Show di Wiesenthal era poco più che un’illusione. In definitiva, era un’illusione allestita per una buona causa.

Guy Walters
Fonte: http://entertainment.timesonline.co.uk
Link: http://entertainment.timesonline.co.uk/tol/arts_and_entertainment/books/book_extracts/article6718913.ece
19,07.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

Estratto da Hunting Evil (‘A caccia del male’) di Guy Walters, la cui pubblicazione è prevista, per i tipi di Transworld, il 30 luglio al prezzo di £18,99. Chiamando The Sunday Times BooksFirst al numero +44 0845 271 2135 è possibile ordinarne delle copie al prezzo di £17,09, spedizione inclusa (in GB).

Pubblicato da Davide

  • nessuno

    Niente di nuovo

  • francesco67

    Che noia questo articolo, come se ci importasse della vita di questo cacciatore di bufale. Vediamo quando pubblicate qualcosa di serio su Faurisson.

  • nessuno

    Nel riconfermare che per me questa notizia non è una novità
    E un bene che “chi ammira” Simon Wiesenthal per la presunta opera si renda conto che era l’ennesimo millantatore giudeo osannato come eroe,
    ma che è solo servito a creare l’industria dell’olocausto e quella dei giudei buoni

  • mendi

    Interessante, alcune cose non le sapevo.

  • Affus

    è chiaro che sbarcava il lunario facendo la spia tedesca in incognito e, per non essere scoperto, veniva arrestato e maltrattato come tutti.
    Alla fine però , all’ultimo istante, una mano amica lo tirava fuori dall’esecuzione, pronto per un altra missione….

  • yiliek

    Questo si che si chiama complottismo vero :-)!!!

  • Erwin

    Trovo miserabile il commento finale dell’autore quando dice..” In definitiva, era un’illusione allestita per una buona causa. “…

    Praticamente un BUGIARDO (wiesenthal) diventa improvvisamente UTILE (con le sue bugie) per una “causa”.

    Quindi tale “buona causa” (l’eliminazione dei testimoni delle malefatte ed invenzioni dei bugiardi quali wiesenthal) è supportata da “prove” fornite da professionisti della menzogna che un tribunale ordinario non prenderebbe neppure in esame.

    Nella lista infinità delle attività del wiesenthal ( non citate dall’autore di questo articolo) abbiamo la “certificazione” (!) dell’autenticità (!) del “diario di FRANK ANNA” !Come si vede chiaramente è TUTTO e SOLO un rapporto INCESTUOSO tra ebrei.

  • dana74

    chissà perché l’autore insiste che si debba dare caccia ai nazisti e non possa essere applicata la regola che Obama ha riservato ai torturatori della CIA, ovvero “eseguivano ordini”…così come chi dal nevada spara con il joystick sul Pakistan, Afganistan, Palestina senza subire nessun “Tribunale di Norimberga”.
    PER Hiroshima e Nagasaki non ho visto “condannati” né assassini, ma eroi della patria.