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LA FRONTIERA DEL COLORE

DI GUIDO CALDIRON

Una Corte di giustizia del Mississippi tornerà a processare uno dei leader del Ku Klux Klan locale, l’ex predicatore battista Edgar Ray Killen, che ha oggi 79 anni, che nel 1964 fu tra i responsabili dell’omicidio di tre giovani del movimento per i diritti civili degli afroamericani, venuti da Chicago a sostenere le lotte dei neri del Sud, avvenuto nella contea di Neshoba. Killen fu già processato all’epoca dei fatti ma la giuria, composta solo da bianchi, condannò i razzisti solo per reati minori e non per omicidio. La strage del Mississippi, avvenuta l’anno prima dell’uccisione di Malcolm X e della grandi rivolte nei ghetti neri delle città del Nord, colpì profondamente l’opinione pubblica americana e oggi la riapertura del processo suscita grandi attese. Abbiamo chiesto all’americanista Sandro Portelli di aiutarci a capire il contesto dell’epoca e il significato che assume la memoria di quella stagione negli Stati Uniti di oggi.
Dopo quarant’anni nel Mississippi si riapre un caso giudiziario emblematico. Pensi che l’America troverà il modo di riflettere, a partire da questa vicenda, dell’eredità del movimento per i diritti civili e delle nuove discriminazioni?

Non saprei, mi sono venute in mente due riflessioni, tra loro contraddittorie. La prima è che i cinquant’anni che ci sono voluti agli Stati Uniti per riconoscere che Sacco e Vanzetti erano innocenti e che il loro fu, più che un processo politico, un vero e proprio linciaggio di Stato, rendono quasi vano questo riconoscimento. La seconda riguarda il nostro “caso Priebke”. Per la vicenda dell’ex ufficiale delle Ss si è detto: «E’ passato così tanto tempo, che cosa può importare più?». Mentre invece quella ferita è ancora aperta. Questo per dire che in simili situazioni, quando c’è una decisione giudiziaria a distanza di decenni, si tratta sempre di scelte ambivalenti. Certo, nel caso della decisione presa nel Mississippi in questi giorni, mi sembra molto importante che un tribunale del Sud degli Stati Uniti prenda atto non solo del delitto che è stato commesso, ma anche del fatto che l’assassino è stato lasciato in libertà dallo stesso sistema giudiziario per decenni. Un elemento su cui soffermarsi credo sia proprio quello rappresentato da questa lunghissima impunità garantita agli assassini – che poi non ha riguardato solo l’omicidio dei tre militanti del movimento per i diritti civili uccisi nella contea di Neshoba nel 1964, ma anche tanti altri casi analoghi, come quello di Medgar Evers (il segretario della National Association for the Advancement of Colored People, ucciso nel 1963) o dello stesso Martin Luther King – Purtroppo non sono affatto certo che questa vicenda porterà a una ripresa della riflessione su questi temi negli Stati Uniti. A differenza di quanto avvenuto nel nostro paese con Priebke, penso piuttosto che la riapertura del caso del Mississippi serva a mettere in pace le coscienze, a metterci una pietra sopra: la giustizia prima o poi arriva, l’America riconosce i propri errori e non se ne parli più.

La riapertura del processo contro l’ex leader del Klan in quella zona, cade in un momento particolare. Vale a dire all’indomani della rielezione di George W. Bush che, soprattutto negli Stati del Sud, ha potuto godere dell’appoggio dell’estrema destra religiosa. Non c’è il rischio che negli Stati Uniti si rimettano in discussione le conquiste ottenute proprio dal movimento per i diritti civili degli afroamericani quarant’anni fa?

Ci troviamo in una situazione piuttosto ambigua. Infatti da un lato oggi gli Stati Uniti hanno un Segretario di Stato donne e nera, Condoleeza Rice, cosa che all’epoca di Kennedy era assolutamente impensabile. In qualche modo questo è un evidente effetto, sebbene distorto dal nostro punto di vista, di quel movimento di tanti anni fa. Il razzismo ha attenuato, soprattutto a livello istituzionale, nei comportamenti ufficiali, le sue forme più brutali, il rifiuto a priori dell’altro in virtù del colore della sua pelle e quindi oggi è possibile che in un governo di destra la minoranza di afroamericani che si identificano con questa politica, il giudice Thomas, la Rice, lo stesso Powell, possono trovare uno spazio anche al livello più alto delle istituzioni. E’ un po’ ciò che un tempo si definiva “tokenism”, vale a dire poter mostrare un nero in una posizione visibile per far vedere che una determinata azienda non era razzista e così via. Sui comportamenti più profondi, il razzismo continua a però a farsi sentire. Ad esempio nella recente discussione intorno alla convalida o meno dei voti espressi in Ohio per le presidenziali, è emerso come i maggiori ostacoli all’esercizio del diritto di voto sono stati posti nei collegi dove era presente una maggioranza di elettori afroamericani. La redistribuzione dei distretti elettorali, realizzata nel corso della prima amministrazione Bush, è stata fatta per spezzare il potenziale elettorale dei distretti che avrebbero potuto eleggere un afroamericano. Perciò in questa progressiva erosione sotterranea del diritto di rappresentanza politica, passa una delle nuove forme del razzismo nel paese. Inoltre rimane ancora oggi quella che si potrebbe definire come la “condizione di sospetto”. C’è un’espressione usata ancora oggi dagli afroamericani che, con un gioco di parole, dice che uno può essere arrestato perché “guida con la pelle nera”, esattamente come lo si è se si “guida in stato di ubriachezza”. Un nero al volante di una macchina è automaticamente sospetto, un nero che corre per strada non ne parliamo e lo stesso vale per un nero che gira in un quartiere di bianchi. E in qualche misura ci si è anche illusi del fatto che, siccome oggi gran parte del razzismo si orienta oggi nei confronti degli arabi o dei musulmani, questo potesse attenuare un po’ la discriminazione nei confronti dei neri. Personalmente non credo però che ci si possa aspettare qualcosa del genere, questo perché il razzismo è un atteggiamento mentale che si diffonde in maniera generalizzata. Non si deve ad esempio dimenticare il fatto che, solo recentemente e senza che nessuno reagisse, ci sono stati negli Usa degli attacchi antisemiti molto duri. mossi dalla destra radicale cristiana che ha accusato i media di essere corrotti perché “controllati dagli ebrei”. Quindi direi piuttosto che c’è una crescita di questi fenomeni di discriminazione e di razzismo, anche se talvolta in forme diverse rispetto al passato: oggi sono forse meno visibili, ma certo altrettanto profonde.

Tornando all’omicidio del 1964 dei tre ragazzi venuti dal Nord per sostenere le lotte dei neri del Sud, viene da chiedersi se oggi sarebbe ancora possibile che dei giovani tra loro diversi, due bianchi e un nero, uno ebreo e due cristiani, scegliessero di sostenere una battaglia dall’altra parte del paese.

Il primo grande cambiamento che è intervenuto rispetto ad allora, riguarda il rapporto tra la comunità ebraica e quella afroamericana. Negli anni Sessanta la comunità ebraica americana, fortemente liberal, partecipa intensamente alle lotte per i diritti civili. Poi, nel corso degli anni, sono intervenuti una serie di fattori complessi, non ultime le posizioni più che discutibili assunte verso gli ebrei da un parte del nazionalismo nero, fino alle ricadute sugli ebrei degli Usa delle politiche del governo Sharon, che hanno segnato una rottura netta tra le due comunità tradizionalmente più progressiste del paese. Sul piano più generale, non credo che oggi sia più pensabile uno slancio ideale del tipo di quello che sostenne all’epoca il movimento per i diritti civili. Non solo perché il clima è cambiato, ma soprattutto perché il paese è molto più frammentato rispetto ad allora. La politica delle identità ha permesso una presenza di gruppi un tempo ignorati e marginalizzati, ma ha anche creato molti più ostacoli alle alleanze tra comunità e alla formazione di movimenti trasversali. Del resto, se questa possibilità ci fosse ancora, la vedremmo attivarsi in reazione al forte attacco alle libertà civili che è in corso negli Stati Uniti. Un’America che era consapevole del fatto che la discriminazione nei confronti di una minoranza era un problema generale della democrazia, oggi accetta cose come il “Patriot Act” con l’idea che: «Tanto non mi tocca».

Con l’attentato di Oklahoma City, che fece più di 160 vittime nell’aprile del 1995, l’estrema destra statunitense raggiunse il grado più alto di conflittualità con il sistema. Oggi, con le correnti estremiste religiose che hanno sostenuto la rielezione di Bush, si può dire che questi ambienti sono invece più vicini all’establishment?

Direi piuttosto che oggi le istituzioni sono più vicine all’estrema destra. Negli Usa siamo in presenza di una radicalizzazione fortissima a destra dello Stato. Detto questo, è chiaro come la possibilità di riassorbire quest’estrema destra, attraversata da forti componenti paranoiche, che vivono nel sospetto di continui complotti, non è completa. Addirittura, proprio rispetto alla riapertura del processo al Klan nel Mississippi c’è chi pensa che Bush sia “uno strumento della congiura comunista” perché non ha abrogato le leggi sui diritti civili promulgate da Johnson.

Mentre dagli Usa arriva la notizia del MIssissippi, le pagine dei giornali europei sono piene di citazioni dell’ultimo libro di Samuel Huntington che sposta la frontiera del suo “scontro di civiltà” all’interno degli Stati Uniti, denunciando i rischi del multiculturalismo e considerando in particolare i latinos come una minaccia. E’ questo il nuovo volto del razzismo?

Non c’è dubbio che nei confronti dei latinos vi sia un intreccio curioso tra razzismo e classismo, nel senso che il razzismo colpisce le componenti popolari di questa comunità, mentre la borghesia latina ha più facilità di integrazione di quanto non avesse e di quanto non abbia tuttora la stessa borghesia afroamericana.
Al caso di Condoleeza Rice fa da pendant il caso di Alberto Gonzales, che è un latino, texano, di estrema destra, teorico della tortura, favorevole all’abolizione delle Convenzioni di Ginevra che è diventato il Ministro della Giustizia degli Stati Uniti. Quindi anche per i latinos vale quanto detto prima per gli afroamericani. Quanto a Huntington, trovo le sue tesi assolutamente sconcertanti. Anche perché lui continua a ragionare come se gli occidentali fossero solo gli anglosassoni, come se cioè i latinoamericani non appartenessero all’Occidente. Sposta la frontiera del “conflitto di civiltà” all’interno degli Usa perché ritiene una parte della popolazione di questo paese come “non occidentale”, quasi che fosse lì “abusivamente”. E in questo che credo che emerga una vera e propria identificazione razziale del concetto di Occidente.

Guido Caldiron
Fonte:www.liberazione.it
9.01.05

LE FAMIGLIE QUARANTANNI DOPO

Con il nuovo processo, si riaprono le ferite di due delle madri
delle vittime. Il ricordo di Fannie Lee Chaney e di Carolyn Goodman
Dopo 40 anni, dopo tutte le cerimonie, le visite in Mississippi, le interviste (…) è giunta la notizia: ed è stato così che due madri, separate da 80 miglia ma legate l’una all’altra dalla storia, si sono accorte di ciò che era ovvio. Benché i loro figli non avessero fatto più ritorno, a tornare era stata una dolorosa parte della loro vita e della storia dei diritti civili.

Entrambe ultraottantenni, fino a ieri tiravano avanti con dignità e con un pizzico di rassegnazione, avendo creduto per tanti anni che un giorno, forse, qualcuno sarebbe stato condannato per l’omicidio dei loro figli, Andrew Goodman e James Chaney e del loro amico Michael Schwerner. Questi giovani (Goodman e Schwerner erano bianchi newyorkesi, mentre Chaney era di colore e veniva dal Mississippi) furono uccisi nel 1964 durante un’iniziativa elettorale del Mississippi, un crimine che sconvolse la coscienza di un paese. Giovedì scorso, Edgar Ray Killen, ritenuto dalla polizia un ex leader del Ku Klux Klan, è stato accusato di questi omicidi: nella giornata di ieri, Killen si è dichiarato non colpevole.

Nelle prime ore della mattina di ieri, nel suo lindo bungalow di Willingboro, New Jersey, Fannie Lee Chaney, 82 anni, ha parlato di suo figlio James e della recente riapertura del caso. La signora Chaney ha lasciato il Mississippi nel 1965 dopo che qualcuno aveva sparato contro la sua abitazione (…). Ha detto di conoscere Killen, la prima persona in 40 anni ad aver ricevuto un’accusa di omicidio per questo caso. Era un predicatore che si recava spesso a casa di una signora bianca presso la quale la signora Chaney prestava servizio come domestica poco dopo gli omicidi. Un giorno un giovanotto entrò in cucina, dove la signora Chaney stava lavando i piatti, e le chiese se avesse sentito le parole del predicatore: «Dio benedica le mani nere».


Sì, le aveva sentite.

«Eccome», ha confermato la signora con una punta di rabbia «e non potrò mai dimenticarle».

Carolyn Goodman, 89 anni, vive ancora nello stesso appartamento dell’Upper West Side dove ha cresciuto suo figlio: si preparava meticolosamente una colazione (…) mentre il telefono squillava in continuazione e un’amica si indaffarava per organizzarle una ridda di interviste. Intendeva chiarire una volta per tutte che aveva sempre cercato la giustizia, non la vendetta.

«Non credo nella legge del taglione», spiega la dottoressa Goodman, psicologa clinica. «Voglio che sia fatta giustizia e che lui e le altre persone coinvolte non rimangano a piede libero».

Ricorda così di quando un uomo coinvolto nell’omicidio, di cui non ricorda il nome, suonò al campanello di casa sua diversi anni fa, implorando il suo perdono.

«Certo che l’ho perdonato», ha detto, stupendosi che qualcuno potesse dubitarne (…).

Schwerner era cresciuto nei sobborghi di Pelham, New York. I suoi genitori sono morti negli anni Novanta, ed è quindi toccato a suo fratello, Stephen A. Schwerner, ricevere questa notizia. Ha affermato di auspicare un’analisi più attenta del caso, ma ha rifiutato di descrivere le sue reazioni personali. «La famiglia Schwerner ha deciso di non discutere di questi argomenti», ha affermato (…).

La voce di Schwerner non tradisce alcuna nota di rabbia, nemmeno quando afferma (…) che «se fossero stati uccisi tre neri, forse il caso non avrebbe nemmeno fatto notizia (…)».

Docente di lettere all’Antioch College di Yellow Springs, Ohio, e oggi in pensione, Schwerner ha anche tenuto un corso sul movimento in difesa dei diritti civili, parlando anche del tragico coinvolgimento della sua famiglia.

«E’ importante che gli studenti capiscano», ha affermato, «che non è storia antica, ma che sono coinvolte persone ancora in vita e che c’è ancora tanta, tanta strada da fare».

Anche i Chaney e i Goodman hanno fatto di tutto per tenere aperto il caso, ognuno a modo proprio.

Sia la dottoressa Goodman sia la signora Chaney vivono da sole. La Goodman è stata sposata due volte ed entrambi i mariti sono morti da molto tempo. Il marito della signora Chaney se n’è andato di casa anni fa e non ha mai più fatto ritorno. Entrambe le madri tengono in casa diversi ritratti dei loro figli: nel suo labirintico appartamento pieno di libri, la dottoressa Goodman ne ha almeno una decina, tra fotografie e quadri.

Un tempo si frequentavano: i Goodman erano attivisti per i diritti civili e aiutarono i Chaney a trasferirsi a New York City alla fine degli anni Sessanta.

Ma ormai, come ricorda la dottoressa Goodman, si parlano quasi solo quando si incontrano a qualche manifestazione, e hanno costituito due fondazioni diverse per tenere viva la memoria di questo caso.

La dottoressa Goodman ha contattato anche i media per chiedere una riapertura del caso. La Fondazione Andrew Goodman, afferma, raccoglie donazioni per coprire i costi di un documentario che sta realizzando, dal titolo “Freedom Now”.

La Goodman attribuisce la sua longevità in parte anche al suo impegno in difesa dei diritti civili e all’apprezzamento ricevuto dai giovani (…).


E’ stata in Mississippi l’ultima volta la scorsa primavera, ed è stata rincuorata di vedere che c’è amicizia tra bianchi e neri. Recandosi in quei luoghi, non ha però visitato il posto esatto dove è stato ucciso suo figlio. «Ho visto la bara quando l’hanno fatta scendere dall’aereo. Già questo è stato abbastanza difficile». Anche per questo non vuole assistere al processo Killen.

«Non ci andrò se l’unico motivo per andarci è sedermi tra il pubblico per assistere», spiega, ma aggiunge di aver sempre creduto che tenere alta l’attenzione sul caso fosse importante (…).

«Qui c’è metà del mio mondo», ha detto al suo figlio minore, David, quando l’ha chiamata dall’Ecuador, dove si trova in vacanza. L’altro figlio, Jonathan, abita in Israele.

La signora Chaney, fiaccata da due infarti, preferisce rimanere lontana dal Mississippi e non è altrettanto ottimista sui progressi ottenuti nell’ambito delle relazioni interrazziali.

Ormai è l’altro suo figlio, Ben Chaney, 52 anni, a occuparsi di tenere aperto il caso e a presiedere la Fondazione James Earl Chaney, da lui stesso costituita nel 1989 per raccogliere fondi per ripristinare la tomba del fratello, che era stata profanata.

Chaney afferma che dopo la morte di suo fratello, per un certo periodo, ha odiato i bianchi ed è stato in carcere per 13 anni per aver partecipato all’omicidio di tre uomini bianchi in Florida e South Carolina nel 1970. È stato rilasciato nel 1983 e ieri ha dichiarato di avere molti amici bianchi, alcuni anche in Mississippi.

«Non sono ancora arrivato allo stadio del perdono, ma a quello della comprensione», precisa. «Capisco le forze che determinano questi omicidi e alcuni dei moventi di queste persone: il primo fattore motivante è la paura».

In luglio, la signora Chaney è stata sulla tomba di James a Meridian. «I neri, a quanto vedo, ora hanno case e lavori migliori in alcuni casi. Ma per il resto non è cambiato nulla».

Il viaggio l’ha messa a disagio proprio come 40 anni prima, quando la minacciavano, e come è avvenuto sempre in tutte le altre visite, come quando andò a trovare sua sorella, negli anni Settanta, e un gruppo di bianchi si presentò a casa loro.

«Erano giornalisti?» chiese la signora Chaney alla sorella. No, erano solo dei bianchi che ti cercavano, le rispose la sorella.

«Ecco perché non torno a vivere laggiù», ha spiegato la signora Chaney con voce delicata (…).

In seguito, ha trovato lavoro in una casa di riposo (…). Pur avendo vissuto a New York per 30 anni, ha mantenuto intatto il suo accento del Mississippi. Qualche anno fa, sua figlia l’ha portata nei sobborghi del sud-ovest del New Jersey, dove ora vive sola.

Quando le si fa notare che assomiglia molto a James, anche se è passato così tanto tempo, il suo volto si illumina e le sfugge una risata.

Ma poi le ritorna in mente il padre di James, che un giorno le telefonò annunciandole che stava per lasciarla. Era domenica, e da quel giorno non è più tornato.

«E’ per questo che sono diventata così, come mi vedete oggi», ha detto flebilmente, guardando attraverso le persiane. «Io sono stanca e James è morto».

Randal C. Archibold e Michelle O’Donnell (con la collaborazione di Anthony Ramirez)
Traduzione dal “New York Times” di Sabrina Fusari 

Fonte:www.liberazione.it
9.01.05

Pubblicato da Davide