Home / ComeDonChisciotte / LA CINA SI DIRIGE VERSO UN ALLARME ROSSO SOCIALE? (PARTE PRIMA)

LA CINA SI DIRIGE VERSO UN ALLARME ROSSO SOCIALE? (PARTE PRIMA)

DI FRANCESCO SCISI
Asia Times

La disuguaglianza economica e le manifestazioni di protesta in Cina sono diventate un argomento frequente sulla stampa occidentale. L’eccezionale numero di 74.000 manifestazioni, in tutta la Cina, nel 2004, dalle 58.000 dell’anno precedente, è comparso improvvisamente su molti giornali, dato che il più recente “coefficiente Gini” della Cina è di 0,45, il che suggerirebbe che la disuguaglianza economica in Cina ha di fatto superato quella degli Usa e della Gran Bretagna malgrado il loro cosiddetto “spietato modello anglosassone di capitalismo”. (Il “coefficiente Gini”, sviluppata dallo statistico italiano Corrado Gini, è il coefficiente della diseguaglianza del reddito che va da 0 a 1, dove “0” corrisponde a una società dove tutti hanno esattamente lo stesso reddito, e “1” a una società dove una sola persona ha tutto il reddito e gli altri non ne hanno nessuno).Osservando tali statistiche si può essere tentati di pensare che la società cinese stia andando in pezzi, e infatti sono apparsi molti libri e articoli che lo suggeriscono. Tuttavia, come accade per molte cose in Cina, la prima impressione può essere fuorviante.
La cifra 0,45 è stata resa nota dal giornale ufficiale “People’s Daily” che la descriveva come “allarme giallo” e asseriva che se le cose vanno avanti così, la Cina raggiungerà il livello di “allarme rosso” in cinque anni [1]. Usando una simile logica potremmo estrapolare le cifre delle manifestazioni di protesta per suggerire che, se queste crescono altrettanto rapidamente del “coefficiente Gini”, potrebbero superare le 80.000 quest’anno, le 100.000 e più fra un anno o due, e così via, danneggiando il tessuto sociale della Cina nei prossimi cinque anni, quando il “coefficiente Gini” avrà raggiunto e superato il livello di ”allarme rosso”.

Le cifre summenzionate sembrano trovare conferma in altri numeri più prontamente disponibili: il 66% di tutti i depositi bancari appartiene al 10% della popolazione, col 20% della popolazione che detiene l’80% della totalità dei depositi. I contadini, che sono la maggioranza della popolazione cinese, guadagnano meno di 300 dollari US l’anno, mentre gli abitanti di Shanghai, la più ricca città cinese, guadagnano oltre 4.000 dollari l’anno [2]. La regione costiera della Cina dove vivono circa trecento milioni di abitanti, produce circa il 70% del PIL. Se compariamo questi numeri diventa chiaro che stiamo parlando dello stesso gruppo, cioè del 20% della popolazione, che ammonta a circa 260 milioni di persone, grosso modo la popolazione della regione costiera; e il 10 % che detiene il 66% di tutti i depositi sono i 130 milioni di persone benestanti che vivono nelle città costiere dell’est. Il resto del paese è rimasto indietro.

L’”Asian Wall Street Journal”, in un recente editoriale, metteva in guardia dal
sottovalutare le riforme economiche basandosi su queste cifre [3]. “E’ quasi assiomatico che durante i periodi di forte crescita, alcuni migliorano la loro situazione a un ritmo più alto di altri…” dice il Journal, sottolineando che il processo di riforma della Cina ha già raggiunto la più grande riduzione sostenuta della povertà nella storia scritta del mondo. Dalle stime della Banca Mondiale, la Cina nel 2001 aveva 29 milioni di poveri assoluti, a confronto degli 80 milioni del 1993 e dei 250 milioni del 1979, quando iniziarono le riforme economiche. Ciò fa apparire insignificante l’aumento del coefficiente Gini nel medesimo periodo. Nel 1980, dopo un anno di riforme era 0.33; nel 1992, quando l’ultimo leader del Partito Comunista Deng Xiaoping promosse nuove riforme, in seguito al suo famoso “viaggio a sud”, ossia dopo la repressione di Tienammen, era 0.37, e nel 2003, quando furono introdotte successive riforme secondo gli impegni WTO della Cina, era 0.4.

Per cui sarebbe erroneo dire semplicemente che quelle proteste e il divario nei redditi stanno spingendo la Cina verso il disastro, che il boom della Cina ha i giorni contati e che sarà seguito, come nel 1920, da una nuova guerra civile e dal potere dei “signori della guerra”, con una futura dinastia che lotta per stabilirsi sulle macerie del vecchio regime.

[Anche in Cina si protesta]

Piuttosto, è importante notare che la leadership cinese è preoccupata per quei fatti, e che noi li conosciamo solo perché i media ufficiali cinesi, obbedendo alle direttive del partito, li hanno pubblicati. Se così non fosse, noi non li avremmo mai conosciuti. Quindi la domanda che dobbiamo porci è: perché il regime vuole che la gente sia a conoscenza del problema della disuguaglianza? Non è perché quelle cifre sarebbero comunque saltate fuori, o perché l’instabilità sociale è aumentata al punto da non potere essere più nascosta: nell’universo Cina accadono molte cose che passano inosservate nel resto del mondo.

I migliori Servizi Segreti riuscirebbero forse a ottenere informazioni riservate sullo scoppio di eventi sporadici, ma non riuscirebbero mai a tracciare un quadro completo delle decine di migliaia di proteste che avvengono nel paese, e tantomeno a divulgarle con autorevolezza sulla stampa internazionale. Se non fossero i cinesi a parlarne, noi non ne sapremmo niente. Ma la pubblicazione di questi dati non deve farci pensare che i leader della Cina siano diventati improvvisamente più “trasparenti”. Il loro messaggio è diverso. Il regime cinese ci sta dicendo che ci sono più proteste e un maggiore divario nella ricchezza perché è sicuro di avere la situazione sotto controllo e crede che questi eventi non possono scuotere la barca né ora, né nei prossimi cinque anni.

Vi sono molte ragioni per interpretare le cifre della protesta con prudenza. Primo, la cifra di 74.000 riguarda solo le dimostrazioni che coinvolgono più di 100 persone; gli innumerevoli piccoli assembramenti fuori dagli uffici governativi locali non vi sono compresi. Se il Governo, a qualsiasi livello, dovesse reprimere violentemente queste proteste, non ci sarebbero in Cina forze di Polizia sufficienti per controllare i disordini, che darebbero vita ad altri disordini maggiori.

Nella realtà, i manifestanti vengono facilmente comprati: si distribuiscono un po’ di soldi, si garantiscono le richieste e la gente è ammansita. Questa tattica crea un circolo virtuoso (o vizioso, secondo i punti di vista): le proteste forniscono soldi e questo genera altre proteste. Naturalmente il risultato di pacificazione non è garantito. In alcuni casi la polizia è costretta a intervenire: rompe qualche testa e gli organizzatori vengono individuati ed arrestati. Ai primi di ottobre, i media ufficiali hanno reso noto che fino a quest’anno sono rimasti feriti 1826 poliziotti, e 23 sono stati uccisi mentre cercavano di sedare i disordini. Secondo il resoconto ufficiale, quindi, il numero totale degli infortuni occorsi alla Polizia era di 1 ogni 35 proteste. Se questo ragionamento è valido,possiamo concludere che lo scontro violento con un risultato spietato non è la regola. In altre parole la Cina ha imparato che le proteste possono essere gestite pacificamente, e questa potrebbe essere una delle principali ragioni per cui il Governo è tranquillo nel rendere note le cifre.

L’altra ragione per raccontare alla Cina e al mondo questa realtà è di creare il consenso necessario a promuovere l’idea di una “società armoniosa”, slogan politico della nuova “leadership”. La “società armoniosa” non è semplicemente uno slogan politico rispolverato dai tempi di Confucio; esso infatti sottolinea lo sforzo economico di ridistribuire la ricchezza all’interno e di incoraggiare i consumi, due sfide cruciali per la Cina nei prossimi anni. Il signor Wang Jian della Commissione per lo Sviluppo e le Riforme dello Stato (SDRC), il maggiore ente cinese di pianificazione, indica che le regioni Orientali della Cina si trovano a risolvere un rompicapo: da una parte necessitano di maggiori terreni per costruire abitazioni e fabbriche, dall’altra questa è la terra più fertile utilizzata per produrre grano [4]. Minore terra all’agricoltura, creerebbe in Cina, a lungo andare pressione sul mercato mondiale del grano.

Ciò era vero anche in Giappone al tempo della rapida industrializzazione, spiega Wang Jian, sebbene il numero della popolazione cinese sia molto maggiore di quello giapponese. “Non c’è grano sufficiente sul mercato mondiale per sfamare la popolazione cinese”, conclude Wang. Questo potrebbe al momento non essere vero, – importanti esportatori di grano come gli Usa, il Canada, l’Australia e l’Argentina hanno al momento una produzione ridotta, infatti gli l’USA e l’Europa stanno letteralmente pagando i produttori di grano perché sotto-producano, – ma dal commento di Wang traspare un profondo significato, cioè che la Cina deve gestire il problema del grano in maniera diversa da come ha gestito, per esempio, quello del petrolio, dove ha una crescente dipendenza dalle importazioni.

Per inciso, la questione della confisca delle terre a scopi industriali e la divergenza di opinioni riguardo al compenso sono la ragione più importante delle recenti proteste. La faccenda è molto complicata. perché se l’industria paga troppo, si ridurrà l’incentivo per lo sviluppo industriale, e i governi locali non hanno denaro per dare la differenza ai contadini a cui hanno requisito le terre. “I governi locali hanno scarse fonti di entrate per finanziare le infrastrutture materiali e le spese sociali,” scrive David Dollar, economista della Banca Mondiale, spiegando alcune delle ragioni per cui i Cinesi hanno compensi bassi per i terreni requisiti.

Sviluppare l’ovest, come soluzione.

Il problema della scarsità di terra fertile è stato reso più acuto da un inquinamento crescente che rovina sia l’acqua che la terra. Wang Jian, che a metà degli anni ottanta era il primo sostenitore dello sviluppo economico lungo le coste, ora raccomanda un uso più attento della terra. E’ anche importante sviluppare le aree centrali e occidentali dove c’è abbondanza di terre e quasi un miliardo di persone. Sfortunatamente l’idea di sviluppare l’ovest ha circolato per almeno un decennio, ma fino a questo punto non ha prodotto molto. Però gli sforzi continuano. Pare che la Cina stia pensando alla creazione di nuove città lungo il fiume Yangtze, e forse anche lungo i canali che presto attraverseranno il paese portando acqua dal sud al nord della Cina col gigantesco progetto di deviazione delle acque dal sud al nord. Questa operazione favorirà l’ovest; per esempio, il Governo potrebbe provare a spostare popolazione e industrie nel Qinghai, un provincia grande quanto l’Europa dell’ovest con solo cinque milioni di abitanti; ma vi sono molti problemi associati a questo tipo di spostamento su larga scala, non ultime le sensibilità politiche. Il Governo è preoccupato della reazione della comunità internazionale verso ciò che potrebbe essere visto come una massiccia invasione del Quighai,- una volta parte del Tibet storico,- dagli Han cinesi.

Senza dubbio, portare ricchezza, sviluppo, produzione e città nelle regioni dell’ovest è una delle maggiori sfide a lungo termine della Cina. Il buon esito del progetto creerebbe una specie di “Costa Ovest” della Cina, una sponda per lo sviluppo del commercio con gli Stati dell’Asia Centrale che potrebbe concorrere alla stabilità e al benessere di quella regione, dove il fondamentalismo islamico può altrimenti diventare dominante. Per raggiungere questo obiettivo la Cina deve imparare a cooperare meglio con la comunità internazionale, sospettosa dell’invasione Han delle aree abitate da minoranze etniche; con le stesse minoranze etniche offese dai colonizzatori Han; e coi musulmani e i popoli dell’Asia centrale che temono la dominazione cinese dell’Asia Centrale.

Questi sono i grandi problemi di lungo termine coi quali ogni governo della Cina, democratico o no, dovrà confrontarsi. Ma se il Governo cinese fosse democratico (“una testa, un voto”) sarebbe molto più difficile di quanto lo è oggi, ottenere che centinaia di milioni di contadini affollati in Henan,Hebei, Hunan, e Hubei si precipitino verso l’ovest desertico, come i pionieri americani sciamarono nelle spopolate praterie dell’ovest americano nel 19mo secolo.

In un periodo di crescita veloce con molti poveri che lottano per arricchirsi e arrampicarsi sulla scala del successo, sembrerebbe assiomatico dare una mano al signor Gini e al suo coefficiente di uguaglianza economica e stabilità sociale aprendo subito l’ovest alla rapida colonizzazione da parte dell’est. Questo spostamento potrebbe immediatamente far diminuire la pressione sociale dando una chance e il sogno del “go west” a milioni di contadini.

Francesco Scisi
Fonte:www.atimes.com

Link: http://www.atimes.com/atimes/China_Business/GJ20Cb01.html
Data: 20 Ottobre 2005

Traduzione dall’inglese a cura di LUCIANA OCCHIPINTI per www.comedonchisciotte.org

NOTE:

[1] People’s Daily, edizione inglese, 21 settembre 2005, Party school journal warns against China’s widening income gap

[2] Definiti in questo modo non necessariamente in base al loro commercio ma ai quartieri in cui vivono, sebbene dovrebbero essere considerate persone che vivono nella campagna. http://english.people.com.cn/200509/20/eng20050920_209692.html

[3] AWSJ, 23 Settembre 2005, “Letting the Gini Out of the Bottle”. http://english.people.com.cn/200509/20/eng20050920_209692.html

[4] Wang Jian “Guanyu jianshe jieyuexing shehuide san dian sikao”, documento interno della China Study Society for Macroeconomics, numero 6, 2005. http://english.people.com.cn/200509/20/eng20050920_209692.html

[5] David Dollar “China’s Economic Problems (and Ours)”, The Milken Institute Review, third quarter 2005.

VEDI ANCHE: LA RIVOLUZIONE CINESE PER TUTTI E PER NESSUNO (PARTE SECONDA)

Pubblicato da God