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IL MAESTRO DELL'INDICIBILE

DI MIGUEL MARTINEZ
Kelebek

Un rabbino ortodosso viene picchiato violentemente vicino ad Auschwitz e spogliato, davanti alla polizia polacca che guarda senza intervenire.

La cosa non fa notizia.

Perché la vittima dell’aggressione è il rabbino antisionista Moishe Arye Friedman, che aveva già subito una più modesta aggressione in Italia alcuni mesi fa (si vedano i post di settembre 2006 sul blog di Sherif).

Friedman era andato, assieme a un piccolo gruppo di ebrei Satmar, a commemorare, in veste del tutto privata, un rabbino della loro comunità.

E’ stato riconosciuto e massacrato da un gruppo di israeliani. Il capo del gruppo, Yehuda Meshi-Zahav, tornato in Israele senza che la polizia polacca lo avesse nemmeno fermato, si vanta:

“L’abbiamo pestato per bene, un pestaggio di quelli che non facevamo da tanto tempo. Gli abbiamo strappato il cappotto e il cappello, in modo che non sembrasse un ebreo”.

Per l’aggressione, Meshi-Zahav, secondo quanto racconta il quotidiano Ma’ariv, è stato onorato con una speciale lettura della Torà in una sinagoga.

Ho avuto l’onore di conoscere personalmente Moishe Arye Friedman.

Un gentiluomo mite, dalla voce bassa, incredibilmente coraggioso, che sembra uscito direttamente dall’Impero austroungarico. E mi è venuto in mente che mi trovavo davanti al Maestro dell’Indicibile, cioè alla persona che osa dire ciò che non si può dire.

Sul suo conto è stato detto di tutto: era in albergo a New York con la moglie quando i giornali hanno annunciato al mondo che la moglie e madre dei loro sette figli lo aveva “lasciato a causa del suo antisionismo”.

Friedman è stato accusato persino di essere un “negazionista della Shoah” per aver partecipato a un recente convegno in Iran.

Questa accusa è doppiamente falsa.

Friedman, molto semplicemente, dice che lo sterminio c’è stato, “perché lo abbiamo vissuto”, e lo ha detto chiaramente anche durante il famoso convegno.

Secondo, e questo è un punto più sottile ma importante, non c’è mai stato un convegno “negazionista” in Iran.

Ricordiamo – cosa che i media non fanno – come è nata la vicenda.

Tutto è partito dalle vignette blasfeme danesi, con l’orgia di autocompiacimento con cui gli europei rivendicavano il “valore assoluto della libertà di espressione”. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha risposto, dicendo che in Occidente c’era qualcosa per cui non valeva la libertà di espressione: l’olocausto.

E così ha cercato di combinare una sorta di beffa all’Occidente: l’Iran è l’unico paese che permette ad alcuni europei, perseguitati solo per ciò che scrivono e dicono, di riunirsi e parlare liberamente. E così ha ospitato un convegno in cui i revisionisti, o negazionisti, potevano dire ciò che volevano. Senza che l’Iran prendesse posizione in merito.

Friedman, poi, è stato presentato come un “antisemita”, o – come al solito – come un “ebreo odiatore di sé”.

Questa accusa è totalmente falsa.

Friedman non è un pacifista, non è un uomo di sinistra, non ha nulla a che fare con la critica umanitaria al sionismo o alla prassi israeliana. Per cui le critiche secondo cui lui non sarebbe un pacifista, un uomo di sinistra e tutto il resto lasciano il tempo che trovano.

Friedman è un tradizionalista, che vive in una dimensione totalmente religiosa, e quindi perfettamente incomprensibile al laico medio occidentale.

Per capire l’antisionismo religioso, basta immaginarsi una situazione simile in ambiente cattolico.

Non è facile capire cosa sia il cattolicesimo oggi, a parte un erogatore di matrimoni su scala industriale e di interferenze nella vita privata di gente che non è cattolica.

Ma se prendiamo un catechismo scritto un secolo fa, troveremo definizioni molto chiare. Il cattolico è una persona che, attraverso fede, opere e accedendo ai sacramenti somministrati secondo regole rigorose, e confidando nella grazia, cerca di raggiungere la contemplazione eterna di Dio dopo la morte.

Mettiamo che il Papa si alzi una mattina e dichiari che un cattolico può credere in quello che vuole, anzi, che la fede religiosa è stata una zavorra che ha reso i cattolici passivi e ritardati, e che il vero scopo della Chiesa è quello di restaurare il Sacro romano impero e trasformarlo in un arsenale nucleare capace di tenere per sempre a bada comunisti e musulmani.

Bene, il cattolico credente riterrebbe tale sconvolgente evento il più grave pericolo mai corso dalla Chiesa. Nessuna persecuzione esterna sarebbe lontanamente paragonabile a questo pericolo interno. E quindi il primo dovere di ogni cattolico sarebbe di cercare di abbattere il Sacro romano impero rinato.

Oggi le posizioni di Friedman sono minoritarie, ma sono state le posizioni della grande maggioranza dei rabbini dell’Europa orientale fino allo sterminio nazista; e sono comunque le posizioni di un’area sorprendentemente ampia della comunità ortodossa, anche se note a pochi per la difficoltà che ha ogni mondo tradizionalista e intellettualmente autosufficiente di comunicare con il mondo esterno.

Nella concezione degli ortodossi antisionisti, il giudaismo consiste nell’essere un “popolo di sacerdoti”, che deve vivere diversamente da ogni altro popolo, realizzando quel complesso che si chiama “Torà”: non solo il libro – attimo in cui l’Eternità ha parlato alla vita fuggente – ma l’insieme di commenti sul libro, di regole dedotte dal libro, di uno stile che permea ogni gesto e momento della vita, e divinizza il mondo.

Una diversità che ha sicuramente fatto paura e impressione a molti, come fanno paura a noi gli imam barbuti, che non stringono la mano alle donne e non mangiano la porchetta. Ma che è anche pienamente compatibile con la convivenza distaccata con gli altri esseri umani, perché il suo punto di riferimento è nel sacro e non nella politica.

Un giudaismo senza Dio e senza Torà, dicono gli ebrei antisionisti, non ha più senso di un’associazione di ex-preti cattolici diventati atei. Senza Dio e senza Torà, l’ebraismo si riduce a una “cultura” fatta di ricette di cucina (le cui fondamenta religiose sono però andate perse); e senza la Torà e la forza positiva che significava, la storia del giudaismo diventa semplicemente autocommiserazione per “ciò che ci hanno fatto gli altri”.

Il sionismo, per gli ortodossi, si presenta come un invito a tutti gli ebrei di abbandonare la Torà e dedicarsi alla politica e alla guerra.

Non sono più Dio e le sue regole a unire, ma un mito razziale, che trasforma gli archetipi biblici in eroi militari e fa di confini terreni un idolo da adorare e per cui versare il sangue, proprio e altrui.

Anzi, sottolineano gli ebrei antisionisti, la missione dichiarata di Herzl era di liberare gli ebrei dal giudaismo, da lui considerato una perversione dello spirito. Ma porre fine agli ebrei in quanto tali, trasformandoli in Gentili “come tutti gli altri”, significa compiere un genocidio spirituale.

Per gli ebrei antisionisti, quindi, Israele è il vero olocausto, il vero sterminatore di ebrei, colpevole della morte spirituale di una percentuale della comunità ben più alta di quella che ha subito morte fisica nella Seconda guerra mondiale.

Proprio per questo, occorre che il “resto d’Israele”, piccolo o grande che sia, resista.

Per farlo, Friedman e gli altri rabbini della sua comunità hanno scelto di testimoniare ovunque una cosa: che ciò che fa Israele non è colpa del giudaismo; e che Israele è la negazione e il principale nemico del giudaismo. “Testimoniare ovunque” vuol dire ovunque: Friedman non è un pacifista di sinistra, che sceglie dove parlare in base a qualche astuto calcolo di correttezza politica.

Dove gli si apre una porta, lui compie ciò che ritiene sia il suo assoluto dovere religioso.

Quello di testimoniare. Che Israele è la negazione del giudaismo.

Una risposta, se ci pensate, che smonta alla radice quel presunto “antisemitismo mascherato da antisionismo” denunciato dal presidente Napolitano.

Chiaramente, non molti hanno il coraggio di aprire le porte a Rav Friedman.

E quelli che hanno il coraggio di farlo, sono spesso persone ai margini del Grande Discorso Politicamente Corretto. E’ facile quindi trovare che Friedman ha avuto “contatti” con questi o con quelli, di destra o di sinistra o islamici.

A lui non importa assolutamente nulla degli accostamenti che i commissari telematici si possono divertire a fare.

Sul tema dell’antisionismo religioso, è un dovere – laicissimo – leggere il libro di Yakov M. Rabkin, Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, Ombre corte, 2005.

L’articolo che segue è tratto dal quotidiano israeliano Ma’ariv. Traduzione di Gilad Atzmon.

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Meshi Zahav ha picchiato l’ebreo che baciò Ahmadinejad

Avishi Ben Haim

Un uomo dei Neturei Karta che aveva partecipato al convegno di negazione dell’olocausto tre mesi fa e che è stato fotografato mentre baciava il presidente Ahmadinejad, è stato violentemente pestato da un gruppo di ebrei ortodossi, guidato dal fondatore della ZKA [NdT: un gruppo di rabbini specializzati nel raccogliere e rintracciare i resti di corpi ebraici dopo gli attentati suicidi], il rabbino Yehuda Meshi Zahav.

Il fatto è avvenuto la scorsa settimana in Polonia, dove migliaia di ebrei si sono raccolti per celebrare la festa del rabbino e zaddik chassidico, Elimelech di Lizsensk. Il venerdì, alcuni dei partecipanti avevano visitato i campi di morte di Auschwitz e Birkenau. Al loro ritorno a Lizsensk, hanno appreso che tra i partecipanti alla celebrazione c’era un certo Moishe Arye Friedman dei Neturei Karta. La voce si è subito diffusa tra il gruppo di ortodossi israeliani. In quel momento, i partecipanti ortodossi israeliani erano molto indignati con i Neturei Karta per la loro partecipazione al convegno, e questo includeva anche alcuni antisionisti. Yehuda Meshi Zahav, accompagnato da un volontario della ZKA, andò a cercare l’uomo. Quando lo trovarono, e lui confermò di essere Friedman da Vienna, lo assalirono, lo riempirono di pugni e di calci e gli ruppero gli occhiali.

“Gli abbiamo dato dei pugni veramente forti”, ammette Meshi Zahav, “gli abbiamo strappato il cappello e il cappotto nero in modo che non sembrasse ebreo, tanto non gli serviva”. Altri ebrei chassidici parteciparono all’attacco, gridando tutti, “va da Ahmadinejad”.

Impedirono anche a Friedman di avvicinarsi alla tomba del rabbino Elimelech. La polizia locale è intervenuta ed è riuscita a salvare Friedman [NdT: da altre testimonianze, sembra invece che non sia intervenuta].

Meshi Zahav spiegò ieri, “noi eravamo ancora sotto l’impressione di Auschwitz, e avevamo sentito che era venuto per provocarci. Ogni pugno che gli davo, sentivo che stavo parlando a nome del popolo ebraico, e questo fatto da solo ha fatto sì che il viaggio valesse la pena”.

Come premio per il pestaggio di Friedman, a Meshi Zah’hav è stata concessa la Aliyah La Torah (elevazione alla Torà).”

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com/
Link: http://kelebek.splinder.com/1173790193#11335811
13.03.2007

Pubblicato da God