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CRONISTA SENZA TREGUA

DI JAMES MEEK

Anna Politkovskaja proviene dall’alta società sovietica, quell’élite metropolitana che conosceva il mondo meglio delle fabbriche negli Urali e che garantiva ai suoi figli un buon posto nelle caotiche burocrazie di Mosca. Superati i quarant’anni e avuti due figli, Anna Politkovskaja si è trovata sola sulle colline cecene, in fuga nell’oscurità della notte. Scappava dai servizi di sicurezza russi, l’Fsb, che volevano arrestarla. Ma sugli altopiani di una regione senza legge e immersa nel sangue poteva cadere vittima di qualunque cosa: banditi ceceni, squadre della morte del governo di Mosca o di Grozny, una frattura al collo. Era l’Europa, ed era il 2002.
“Ho camminato tutta la notte”, racconta. “Volevo continuare a vivere. E’ stato terribile. Ho raggiunto il villaggio ceceno di Stary Atagi all’alba. Ci sono rimasta un giorno e una notte, tenendo la testa bassa”. Continua a parlare per un po’, poi sembra riprendere il controllo di sé. Forse teme che raccontare a uno sconosciuto uno dei tanti episodi della sua vita in cui ha rischiato di andare in prigione o di fare una brutta fine sia irrilevante per la seria professione del giornalista. “Ma questi sono solo dettagli”, taglia corto.

 

Nell’atmosfera tranquilla dell’appartamento di un editore londinese, sul volto della Politkovskaja – una delle più coraggiose tra i tanti coraggiosi giornalisti russi – si possono leggere le diverse stagioni della sua vita, e il suo impegno in ciascuna di esse: la studentessa degli anni settanta, la giovane cronista sovietica onesta e curiosa, la giornalista che ha abbracciato le libertà della perestrojka alla fine degli anni ottanta, la veterana dei recenti conflitti russi, pronta a tornare più volte in Cecenia, facendo infuriare la leadership del Cremlino che cerca di trasformare Vladimir Putin in un khan infallibile.

La sua serietà non traspare solo dall’espressione accigliata, dagli occhiali austeri e dai capelli bianchi. Sono la tensione, la rabbia e l’impazienza di tutto il corpo a rendere evidente che la coscienza delle continue ingiustizie compiute nel suo paese non k lascia mai. Non può metterla a tacere come riescono a fare molti giornalisti britannici, perfino quelli più impegnati e radicali.
E’ una sorpresa, quindi, sentirla prendere in giro il fotografo che vuole convincerla a posare. “I fotografi fanno sempre così”, spiega nel suo inglese esitante. “Costringono le persone a fare cose che normalmente non fanno”. Il fotografo è piuttosto infastidito, e mi rendo conto che Anna – 46 anni – è ancora giovane. Ed è ancora piena di speranza. La sua foto sulla quarta di copertina del nuovo libro, La Russia di Putin (che sarà pubblicato in Italia da Adelphi), è così consapevolmente tragica e l’argomento così cupo che le chiedo se secondo lei ci vorranno generazioni perché il suo paese diventi veramente libero. “Non vorrei mai dover dire che serviranno generazioni”, risponde. “Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo è rispettato”.

Alla scoperta del mondo

Anna Politkovskaja è nata a New York dove i suoi genitori ucraini erano diplomatici sovietici all’Onu – nel 1958, cinque anni dopo la morte di Stalin. Rispedita a casa per studiare, dopo la scuola è entrata nella facoltà di giornalismo dell’università statale di Mosca, una delle più prestigiose dell’Urss. Tra gli altri vantaggi, lo status diplomatico dei suoi genitori le dava la possibilità di consultare libri che all’epoca erano al bando, permettendole di scrivere una tesi di laurea su una poetessa quasi proibita, l’emigrata Marina Cvetaeva.
Dopo la laurea, Anna ha lavorato per il quotidiano Izvestija e poi è passata al giornale della linea aerea Aeroflot. “I giornalisti avevano biglietti gratis tutto l’anno: potevamo prendere qualsiasi aereo e andare dove volevamo. Ho girato in lungo e in largo il nostro enorme paese.
Venivo da una famiglia di diplomatici, ero una lettrice accanita, un po’ secchiona. Non sapevo niente della vita”.
Con l’arrivo della perestrojka, Anna Politkovskaja è passata alla stampa indipendente, che in quegli anni cominciava a emergere e ad affermarsi: prima la Obshaja Gazeta, poi la Novaja Gazeta. Nessuna delle cose terribili accadute dopo l’arrivo al potere di Mikhail Gorbaciov, nel 1985, l’ha convinta che sarebbe stato meglio salvare l’Unione Sovietica.
“Da un punto di vista economico la vita diventò molto difficile”, racconta, “ma politicamente fu tutt’altro che uno shock. Era pura felicità, quella di poter leggere, pensare e scrivere tutto ciò che volevamo. Era una gioia. Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà”. Ma appena i nuovi paesi dell’ex Unione Sovietica hanno cominciato a camminare sulle loro gambe, è scoppiata una serie di guerre intestine. La più feroce, che continua ancora oggi, è quella per riconquistare il controllo della piccola regione della Cecenia. E Anna Politkovskaj a è diventata una delle croniste più tenaci del conflitto.

Il prezzo dei conflitti

I russi parlano di due guerre cecene: la prima, dal 1994 al 1996 sotto la presidenza di Eltsin, è finita con un accordo di pace e il ritiro delle truppe di Mosca, grazie alla pressione dei mezzi d’informazione e dell’opinione pubblica. All’epoca della seconda invasione, nel 1999, Putin ha cercato di impedire che i giornalisti lo mettessero in imbarazzo raccontando i misfatti russi in Cecenia. Se, come ritiene Anna Politkovskaja, fermare la prima guerra cecena è stato il maggiore successo dei reporter russi negli anni relativamente liberi di Eltsin, la seconda guerra cecena è stata il loro più grande disastro.
Un tempo voce indipendente tra tante altre, la Novaja Gazeta è oggi uno dei pochi mezzi d’informazione russi che non si è lasciato intimidire e non segue la linea del Cremlino.
Ad Anna Politkovskaja la seconda guerra cecena è costata innanzitutto il suo matrimonio. Un giorno del 1999 dopo un reportage su un attacco russo a Grozny in cui erano stati colpiti un mercato e un reparto di maternità ed erano rimaste uccise decine di persone, tra cui donne e bambini – tornò a Mosca e il marito le disse: “Non ce la faccio più a sopportare tutto questo”. Qualche mese fa ha rischiato la vita quando, in viaggio verso Beslan subito dopo il sequestro degli ostaggi nella scuola, qualcuno le ha versato del veleno in una tazza di tè. E in questi anni ha ricevuto molte minacce di morte da soldati russi, combattenti ceceni e altri gruppi armati che operano ai margini della guerra. I sequestri, le uccisioni extragiudiziarie, le sparizioni, le torture e gli stupri l’hanno convinta che sono proprio le scelte politiche di Putin ad alimentare il terrorismo che dovrebbero eliminare. “Ancora oggi, la tortura è praticata in qualunque centro dell’Fsb in Cecenia. Il cosiddetto “telefono”, per esempio, che consiste nel far passare la corrente elettrica attraverso il corpo di un detenuto. Ho visto centinaia di persone che hanno subito questa forma di tortura. Alcune sono state seviziate in modo così perverso che mi riesce difficile credere che i torturatori siano persone che hanno frequentato il mio stesso tipo di scuola e letto i miei stessi libri”.

Anna non si pente delle volte in cui ha messo da parte il suo ruolo di giornalista per assumerne un altro – di negoziatrice durante l’assedio al teatro di Mosca e di potenziale negoziatrice a Beslan, prima di essere avvelenata. “Sì, sono andata al di là dei miei doveri di cronista”, spiega. “Ma sarebbe del tutto sbagliato sostenere che da un punto di vista giornalistico è stata una brutta mossa. Rinunciando al mio ruolo ho imparato tante cose che non avrei mai capito continuando a essere una semplice cronista”. Ha parole dure per quello che considera il guanto di velluto dell’occidente nei confronti di Putin e della Russia. “Il più delle volte dimenticano la parola Cecenia. La ricordano solo quando c’è un attentato. E allora tutti si stupiscono. Ma di fatto nessuno parla di cosa succede realmente in Cecenia, e dell’aumento del terrorismo. La verità è che i metodi di Putin stanno generando un’ondata di terrorismo senza precedenti nella nostra storia”. La “guerra al terrore” di Bush e Blair ha aiutato enormemente Putin, sostiene Anna Politkovskaja. Molti russi hanno provato un piacere perverso nel vedere le foto degli abusi americani nel carcere di Abu Ghraib.
“L’ho sentito ripetere molte volte. In Russia la gente ne parla con orgoglio: “Noi quelli lì li abbiamo trattati così prima degli americani, e avevamo ragione perché sono terroristi internazionali”.
Putin ha cercato di convincere la comunità internazionale che anche lui sta combattendo il terrorismo globale, che anche lui partecipa a questa guerra così di moda. E c’è riuscito: per un periodo è stato il migliore amico di Blair. E’ stato spaventoso quando, dopo Beslan, ha cominciato a sostenere che si poteva quasi vedere la mano di bin Laden. Che cosa c’entra in questa storia bin Laden? E’ stato il governo russo a creare e allevare quelle belve.

L’unico modo in cui l’occidente può recuperare la sua autorità morale, sostiene Anna, è quello di trattare Putin come tratta Aleksandr Lukashenko, il presidente della Bielorussia – non le sanzioni, ma una forma di isolamento più personalizzata. “Com’è possibile parlare del mostruoso numero di vittime e del terrorismo in Cecenia, e poi stendere un tappeto rosso davanti a Putin, abbracciarlo e dirgli: “Noi siamo con te, sei il migliore”? Questo non dovrebbe succedere. Capisco che il nostro paese è un grande mercato, che è molto allettante. Me ne rendo perfettamente conto. Ma noi non siamo persone di serie B, siamo gente come voi, e vogliamo vivere”

James Meek, “The Guardian”
Tratto da “Internazionale” nr. 566 – www.internazionale.it
Fonte:www.disinformazione.it
23.11.04

Pubblicato da Davide