CRONACHE DEL GRANDE NULLA

Non so bene che lavoro faccio. So che tra poco saranno otto anni che lo faccio. In otto anni non ho ancora capito, ma dicono che sia il problema minore. Tempo fa ho letto un articolo di David Graeber su Internazionale in cui si dice che questo è il secolo del lavoro stupido. Dice Graeber: “È come se esistesse qualcuno che inventa lavori inutili solo per farci continuare a lavorare”. E poi: “La classe dirigente ha capito che una popolazione felice e produttiva con un sacco di tempo libero è un pericolo mortale per i suoi privilegi”. E ancora: “Una volta, mentre contemplavo la crescita apparentemente infinita delle responsabilità amministrative nei dipartimenti accademici britannici, ebbi l’impressione di stare assistendo a una possibile visione dell’inferno. L’inferno è un insieme di individui che spendono la maggior parte del loro tempo a lavorare su un compito che non gli piace e per il quale non sono particolarmente bravi”.

Ecco, il lavoro che faccio da otto anni è un lavoro che non mi piace e per il quale non sono particolarmente bravo. È inoltre un lavoro del quale la collettività potrebbe fare a meno. Infatti non credo che se la mattina non mi alzassi dal letto per correre in ufficio, il mondo sarebbe un posto peggiore. Eppure so che se la mattina non mi alzassi dal letto per correre in ufficio, ci sarebbe un altro al posto mio che invece si alzerebbe eccome, e correrebbe in ufficio a svolgere lo stesso lavoro, un lavoro che però non piacerebbe neppure a lui e per il quale non sarebbe particolarmente bravo. Quindi so già quali sono le obiezioni: ritieniti fortunato di avere un lavoro e non rompere le scatole, è sempre meglio avere un lavoro stupido che non averne affatto, e via di questo passo. Dico subito che sono d’accordo, come sono d’accordo col Dr. House quando dice che lo scopo nella vita non è eliminare l’infelicità, ma mantenerla al minimo.

Che lavoro faccio? Ho un contratto su cui è scritto che sono un impiegato con mansioni di supporto e assistenza operativa qualificata d’ordine. La società per cui lavoro è una società partecipata con trecento dipendenti, cioè è una società nella quale una quota di capitale sociale è di proprietà di un ente pubblico. Tecnicamente non sono un dipendente pubblico, di fatto lavoro in un contesto di pubblica amministrazione (la maggior parte delle persone con cui divido l’ufficio sono impiegati assunti dallo Stato tramite concorso). I miei compiti sono di supporto nelle attività giornaliere di cui si occupa il dipartimento in cui lavoro. La parola supporto regola con precisione scientifica la mia posizione rispetto ai dipendenti pubblici, che è una posizione di retroguardia, sempre un passo indietro, nessuna assunzione di responsabilità, nessun diritto di orientare le scelte, di indirizzare i cicli di produzione dei servizi.

In tutto questo tempo ho lavorato nelle seguenti aree: comunicazione istituzionale e marketing, politiche attive del lavoro, strategie di animazione territoriale, economato, progetti europei, gestione e coordinamento del personale assegnato agli uffici dipartimentali. I nomi con i quali indico ciascuna di queste aree sono ingannevoli, perché in ciascuna di queste aree il lavoro che ho svolto è sempre stato a grandi linee lo stesso, ossia quello del passacarte salariato che deve inventare ogni giorno un modo per non farsi sopraffare dalla noia e dalla prostrazione. Ora, se vi guadagnate da vivere facendo qualcosa del genere, provate a spiegare in due parole a vostra madre che lavoro fate. Io, in otto anni, non ci sono ancora riuscito.

L’edificio che ospita il dipartimento è un cubo con in mezzo un buco quadrato. Se immaginate un cubo con in mezzo un buco quadrato potete anche immaginare che ogni piano (i piani sono tre) è composto da quattro lunghi corridoi. Ho cominciato abbastanza presto a chiamarlo il Grande Nulla. Ora, dopo otto anni, quando penso al Grande Nulla, lo penso come un cubo di Rubik, lo penso cioè come un posto in cui è facile perdere l’orientamento, anche se, dopo otto anni, l’orientamento non lo perdo più. Da otto anni incontro ogni giorno della gente che mi chiede: “Scusi, dov’è l’uscita?” E capita che ogni tanto rivolga la domanda a me stesso, e quando mi faccio questa domanda penso al cubo di Rubik. Allora la risposta che mi do è sempre la stessa: “La soluzione esiste, ma è difficile”.

Il contratto iniziale che ho avuto con la mia società prevedeva un part-time a venticinque ore settimanali. Il primo giorno di lavoro sono arrivato in ufficio con un completo marrone di velluto a coste e la cravatta, perché il responsabile delle risorse umane mi aveva raccomandato di indossare il completo e la cravatta, almeno il primo giorno, “per riguardo verso i nuovi colleghi”. L’ufficio era composto da cinque impiegate, la capoufficio si è presentata e mi ha detto: “Non abbiamo una scrivania per te, siediti al mio posto e aspetta”. Dopo una settimana ero ancora lì ad aspettare. Solo che nel frattempo non ero riuscito a restarmene seduto, insomma mi ero messo a dare una mano alle mie nuove colleghe per riordinare degli elenchi in Excel sforzandomi di trovarlo un lavoro interessante. Fin dal primo giorno ho avuto l’impressione che lì la mia presenza fosse superflua, che ero stato assunto all’unico scopo di giustificare la somma di denaro che mi avrebbero versato ogni mese, che non mi era riconosciuto alcun tipo di professionalità, che in cambio dello stipendio dovevo solo fare un piccolo sacrificio: rinunciare a essere libero per cinque ore al giorno.

Il mio stipendio, oggi, dopo quasi otto anni, è quello di un impiegato di concetto. Faccio quadrare i conti grazie a un’indennità temporanea di funzione dovuta al fatto che abbastanza presto mi hanno destinato alla validazione delle ferie del personale, più una miseria di assegno familiare che mi spetta perché ho un figlio di quattro anni. Lavoro trentasei ore settimanali, sei ore il lunedì, il mercoledì e il venerdì, nove ore il martedì e il giovedì. Se nel Grande Nulla l’organizzazione del lavoro fosse più razionale, il tempo che impiegherei effettivamente a sbrigare le pratiche che mi sono assegnate sarebbe all’incirca di sei ore. Le restanti trenta potrei occuparle in una maniera più proficua per me stesso e per la collettività.

Nella biografia dello scrittore olandese Willem Frederik Hermans c’è una vicenda interessante. Hermans insegnava geografia all’Università di Groninga. Nel 1972 fu sospettato di trascurare l’insegnamento a vantaggio della scrittura. A quanto si sa fu addirittura istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulla faccenda. Secondo i risultati dell’indagine, Hermans fu accusato di usare la cancelleria dell’università per scrivere i suoi romanzi. Il fatto costrinse Hermans a dare le dimissioni, in seguito alle quali si trasferì a Parigi per dedicarsi completamente alla scrittura. Come fece pronunciare a uno dei suoi personaggi tempo dopo, aveva abusato della sua posizione all’Università di Groninga “per fare qualcosa di utile con questa carta costosa che normalmente scomparirebbe, senza essere letta, nel cestino della cartastraccia, inquinando l’ambiente”. Quest’uomo, da otto anni, è il mio eroe. Come Hermans, anch’io aspiro a occupare le restanti trenta ore lavorative “per fare qualcosa di utile con questo tempo costoso che normalmente scomparirebbe, senza essere in alcun modo produttivo, nell’oblio del vuoto burocratico, inquinando la mia mente”.

Sono abbastanza consapevole che sto dicendo qualcosa che, nell’epoca e nella società in cui vivo, risulta essere in larga parte incomprensibile. Sto dicendo che a causa di una strutturazione del lavoro caotica, velleitaria, e di un’insensata filosofia produttiva, impiego trentasei ore a svolgere un lavoro che potrebbe occuparmi al massimo mezza giornata la settimana, o che al limite potrei svolgere comodamente da casa, senza contribuire, con i miei sessanta chilometri di spostamenti quotidiani, al traffico di Roma, all’inquinamento atmosferico e allo stress della collettività. La cosa che trovo sconcertante è che conosco impiegati nel Grande Nulla il cui tempo lavorativo effettivo già nelle condizioni attuali è inferiore alle sei ore settimanali. La conseguenza è che molte di queste persone si lasciano convogliare dall’ozio più sfiancante, trascorrono i loro infiniti tempi morti in attività puramente passive, come giocare a Ruzzle, o appassionarsi sui social network alle vite di emeriti sconosciuti, molti li vedo oziare sulle scale masticando sigarette spente, bere esorbitanti quantità di caffè al distributore automatico, fingere di parlare al telefono, fissare il vuoto celeste per ore.

In effetti, in un contesto del genere, esiste un importante problema di diffusione di malattie mentali depressive dovute alla consapevolezza dell’inutilità del proprio lavoro. Nel corso degli anni ho visto persone sane dare, col passare del tempo, segni di disordine emotivo piuttosto seri, vedo ogni giorno uomini passeggiare lungo i corridoi discutendo animatamente con se stessi, altri ammalarsi di narcolessia depressiva e sonnecchiare tutto il tempo davanti a un computer spento, altri ancora li vedo sorridere solo quando confabulano con una piantina coltivata in un piccolo ritaglio di terra tra l’ingresso degli uffici e la strada. Molti impiegati mi hanno confidato che la loro principale paura è ammalarsi di questo tipo di cose. A fronte di ciò c’è anche una buona fetta di personale che dà mostra di essere non dico felice, ma perfettamente a suo agio, che ha buoni rapporti sociali, che si spende nel lavoro o che addirittura trova gratificante la materia di cui si occupa.

Il fatto che per gran parte del mio tempo lavorativo io svolga compiti inutili è qualcosa di strutturato, è un processo di cristallizzazione del lavoro tipico dell’era contemporanea e delle società occidentali. Nonostante la conclamata inutilità del mio lavoro, sono tenuto a essere presente in un ufficio dal quale non posso allontanarmi se non per un numero limitato di ore annue. Il mio controllore è un badge elettronico in cui è presente una foto della mia faccia così com’era otto anni fa e un numero di matricola. È mio dovere timbrare il badge in entrata e in uscita ogni giorno e verificare che i miei colleghi facciano altrettanto, il badge è il sistema che geolocalizza il mio corpo, è la sentinella che mi impedisce qualsiasi tipo di spostamento al di fuori dell’edificio in cui lavoro.

Sul sito web di un’azienda che si occupa della vendita di sistemi di rilevazione delle presenze ho trovato questa frase promozionale: “Oltre al risparmio di tempo per calcolare le ore lavorate e stampare un prospetto dettagliato da inviare alla gestione delle paghe, le nostre soluzioni vi permettono di controllare le entrate in ritardo, le uscite anticipate, le assenze ingiustificate, gli straordinari non autorizzati, riducendo così i costi sulla forza lavoro”. In realtà, ciò che viene rilevato da questi sistemi non è tanto le ore lavorate, quanto le ore di detenzione a cui ciascun lavoratore dà il suo assenso in cambio di una contropartita in denaro, non essendo affatto sottinteso che alle ore di detenzione corrispondano altrettante ore lavorate con profitto. Questo modello si fonda ancora su un’idea del lavoro di tipo coercitivo, non si cura cioè del raggiungimento degli obiettivi di produzione, ma mira al controllo fisico (e quindi alla proprietà) delle persone.

Ho fatto un calcolo: se considero che faccio questo tipo di lavoro per duecentoventi giorni l’anno (trecentosessantacinque giorni esclusi sabati, domeniche, ferie e festività varie) per una media di sette ore al giorno, mi risulta che lavoro per millecinquecentoquaranta ore l’anno, che fanno sessantaquattro giorni pieni. Questo tipo di dato viene chiamato anno-uomo, una definizione che trovo abbastanza sinistra ma efficace. La schiavitù da lavoro improduttivo di cui faccio parte non riguarda solo i settori della pubblica amministrazione, ma intere aree professionali occupate soprattutto nelle cosiddette società di servizi, cioè a occhio e croce un miliardo di persone in tutto il mondo, un miliardo di esseri umani che non hanno problemi a sfamare se stessi e i propri familiari ma che non conoscono l’utilità del proprio lavoro, che non contribuiscono in alcun modo al progresso, che per ogni anno della loro vita spendono in media sessantaquattro giorni (notti comprese) a svolgere attività senza valore sociale, senza scopo, senza significato, un miliardo di persone che potrebbero avere una possibilità di essere felici se liberate dal giogo del lavoro inutile e impiegate secondo le loro reali capacità.

Di recente, leggendo La morte in banca di Giuseppe Pontiggia (Mondadori), mi sono appuntato questo:

“Incontrava a volte l’amico bancario e, facendolo parlare, ritrovava in lui la propria crisi, le stesse speranze deluse. Eppure non poteva accettare le conclusioni dell’altro. Certo, questo era strano: si irritava ancora, ad ascoltarle. Non poteva accettare che proprio la crisi, che gli aveva aperto gli occhi, gli imponesse una nuova finzione, impedendogli di vedere oltre. Che il fallimento fosse mentale. Ne provò una stretta d’angoscia. Ecco, era quella la morte: la morte in banca. Che era poi una delle infinite morti nella vita”.

In definitiva, ho uno stipendio, ho un contratto sicuro, posso fare debiti, faccio parte di una minoranza di lavoratori che godono di ogni tipo di tutela. Una percentuale elevata di persone disoccupate, sfruttate, sottopagate o malamente impiegate può, a ragione, ritenermi una persona fortunata, come erano ritenuti fortunati i bancari degli anni Cinquanta di Pontiggia. Ma, in fondo a tutto, la domanda essenziale rimane una: a chi conviene, realmente, che la gente si ammali e muoia ogni giorno di questo genere di fortune?

Andrea Pomella

Fonte: http://www.minimaetmoralia.it

Link: http://www.minimaetmoralia.it/wp/cronache-dal-grande-nulla/

26.06.2014

28 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
stefanodandrea
stefanodandrea
28 Giugno 2014 20:45

Bello.Però le alternative sono due: 1) il duro lavoro di fatica: imparare a costruirsi una baracca, raccogliere legna per scaldarsi, magari illecitamente, coltivare l’orto, allevare animali, nessuna tutela o quasi, farsi tutto da sé, imparare un mestiere che ti faccia entrare un po’ di moneta necessaria (costruire canne in bambu’ per la pesca a mosca da vendere su internet sul mercato mondiale è la scelta che ha fatto un mio conoscente); e questa attività, se non sei bravo ad inventarti un mestiere particolare, ti prende molto tempo; 2) eliminare i "lavori inutili" e inventarsene di utili. Sarebbe utile rifare tutte le nostre strade dissestate? E bonificare tutti i laghi e i fiumi? E prestare assistenza ad anziane e a famiglie con disabili in età post-scolare? E costruire parcheggi e metropolitane per togliere le auto dalle strade e farvi tornare i bambini? ma chi farà mai cose del genere, se non nuovi partiti?Quindi, finito il lavoro utile o unitile, i nostri doveri non sono finiti. Dobbiamo anche militare e creare partiti. Le assurdità che viviamo le cambia chi ha il potere e prende le decisioni: dovete prendere ilpotere, ammoniva il poeta. Quindi dobbiamo dedicare tempo ad organizzarci per perprendere il potere, occupando… Leggi tutto »

Mariano6734
Mariano6734
29 Giugno 2014 0:51

Articolo che mi ha coinvolto molto, anche per seri motivi autobiografici.
Due osservazioni:

1) L autore considera questo tipo di lavoro "improduttivo" e inefficiente e sostiene che lo si potrebbe organizzare meglio. Ma se fosse invece giá organizzato al meglio? voglio dire, ma davvero l obiettivo di questi lavori (vorrei dire tutti…) sia la produzione?
2) Che tristezza. È con grande tristezza che mi pare di capire che per tutto ció che pare di desiderare l autore é un lavoro che sia piú produttivo e piú utile. Cioé chiede che la sua "schiavitú" sia piú utile al padrone. Proprio l idea di vivere senza schiavitú, la capacitá di sognarsi la libertá…come civiltá l abbiamo proprio persa.
Roma
Roma
29 Giugno 2014 1:49

Anch’io lavoro in un azienda del grande nulla, anche la mia azienda è "partecipata". Le tue parole descrivono esattamente la mia condizione lavorativa. Questo accade solo dove c’è il pubblico. Queste aziende sono solo serbatoi di voti. Non importa a nessuno quello che fai. L’importante è che non rompi i coglioni e che in cambio dello stipendio dai il voto al Partito. Sono aziende totalmente inutili, dove vige uno scellerato patto fra il Partito e i lavoratori: il Partito ti assicura un tozzo di pane purchè tu sia governativo, e quando serve dai un aiutino agli amici.

neutrino
neutrino
29 Giugno 2014 8:06

Ringrazia Lord Keynes!

Georgejefferson
Utente CDC
29 Giugno 2014 8:53

Gia,ringrazia Keynes,per i miliardi di disoccupati alla fame,in un mondo di merda pieno di lavoro "utile" che non si puo fare perche "mancano i biglietti di carta".Proprio lui,che non hai letto ma i ragazzini riassumono in "stampa carta e salvi il mondo".Una stronzata,ma va di moda negli aforismi delle patatine.

Cartesio
Cartesio
29 Giugno 2014 10:35

Le riflessioni di Pomella sono stimolanti, penso che in molti in qualche modo possano assimilare la situazione dell’autore alla propria. E, in qualche modo, anch’io. Ma ritengo inutile usare l’articolo come spunto per fare valutazioni  sulle mancanze della politica, che non si prodiga per rendere il lavoro più umano, utile, produttivo. No, fare considerazioni  di questo tipo è assolutamente inutile, anzi sterile. Tra un fantastilione di anni forse la politica saprà occuparsi efficacemente anche di questo, se il mondo non sarà morto prima, ma per ora preferisco scorrere le parole di Pomella e provare una specie di sollievo mentre mi trovo a riflettere su come la vita sia una breve licenza tra due fasi di eterno oblio, e che come tale andrebbe dedicata appieno a godere di una sana felicità, ad adagiarsi su un giaciglio di soddisfazione  e a poggiare la testa su un cuscino di serenità. Tutto questo è un sogno, qualcuno si affretterà a dire per giunta economicamente e finanziariamente insostenibile, ma almeno finché sogno non esiste badge che mi segreghi in ufficio per un numero di anni-uomo (fatti da 69 giorni equivalenti nel mio caso) a discrezione della signora Fornero, non c’è Google che mi ricordi che… Leggi tutto »

pasquale50
pasquale50
29 Giugno 2014 10:44

Questo uomo si è accorto che il suo lavoro non è un lavoro ma un posto di reddito; invece di gioire perchè in fin dei conti è uno dei pochi giovani tutelati,  che può fare sogni  e progettarsi la vita..scrive e si lamenta della sua miserabile condizionie di lavoratore occidentale moderno seduto alla scrivania. Vorrei ricordare a questo uomo che una settimana non dura 36 ore..una persona con un reddito perchè quello è..è solo un reddito, dovrebbe impiegare il resto delle ore settimanali giornaliere ovvero oltre le 48 ore a fare qualcosa di utile per sé e per gli altri.. Mio padre aveva un posto di reddito..ma finite le sue 6 ore giornaliere, si toglieva la giacca e la cravatta e andava a fare il falegname, aveva 5 operai sotto di lui, 5 giovani a cui insegnava e dava un futuro.. Possibile che la troppa sicurezza ti renda infelice..non riesci a capire che la vita è oltre l’orario d’ufficio.. In fin dei conti un bambino va 36 ore alla settimana a scuola ed è tutto tranne che felice di come passa il tempo in quel luogo pubblico, sa che ci deve andare perchè glielo impongono mamma e papà e perchè… Leggi tutto »

robotcoppola
robotcoppola
29 Giugno 2014 10:54

Articolo interessante all’inizio ma che non coglie le cause del problema nel proseguo, rimanendo intrappolato negli effetti collaterali, in un loop infinito, senza possibilità di trovare le possibili soluzioni di uscita.Interessante perché l’autore si rende conto dell’inutilità del suo lavoro e di gran parte di quelli attivi attualmente. Proviamo a formulare alcune domande chiave sul problema. D-> Perché la nostra società è fondata sul lavoro schiavista ?R-> Perché è necessario al fine del controllo di pochi verso molti. D-> Cosa genera la "necessità" del lavoro schiavista ?R-> L’enorme richiesta di energia per soddisfare i nuovi "bisogni" dell’epoca moderna. D-> È attualmente l’unica strada possibile per garantire il soddisfacimento dei nuovi "bisogni" di cui sopra ?R-> Assolutamente NO! Il sistema piramidale di potere, al fine di mantenere i privilegi acquisiti dai suoi vari livelli, si oppone con tutte le forze a NUOVI approcci risolutivi che garantirebbero di ottenere gli stessi bisogni con energie molto più basse e/o con nuove fonti illimitate, ostacolando tutti gli scienziati che intraprendono quelle strade PROIBITE (Vedi Nikola Tesla,  Martin Fleischmann, Stanley Pons, Giuliano Preparata, Emilio Del Giudice, Sergio Focardi, Andrea Rossi …). Il motivo è semplice, la scoperta di un metodo iper efficiente o di una… Leggi tutto »

pasquale50
pasquale50
29 Giugno 2014 11:24

MI dispiace queste riflessioni non sono per nulla stimolanti; la politica non risolve nulla anzi in genere è essa stessa la causa dei posti di reddito

..in cambio di voti (ben lo sa il PD)..poi cosa sia la politica se non lo svilimento della arte democratica del singolo individuo..ancora non l’ho capito.
Quello che mi fa pensare è che la maggior parte degli italiani stanno troppo bene e si dimenticano dei loro fratelli che invece non hanno nulla, nessuno o quasi…
Credono che la vita debba essere un cuscino roseo..si dimenticano che esiste attorno a loro molta sofferenza fisica e morale; questi mai si sognerebbero di riscoprire le parole cooperazione, aiuto, solidarietà….
Probabilmente gli anni della guerra sono troppo lontani e la vita nei comfort occidentali ormai la diamo così per scontata..peccato non durerà oltre due lustri.
La fuga non ha risolto e non risolverà mai nulla, ma noi italiani ci siamo così tanto affezionati!.
dana74
dana74
29 Giugno 2014 11:36

splendido articolo, ha descritto con il suo esempio la patologia di questa società tanto evoluta. Lo ha fatto perfino con una nota di ironia anche se l’argomento è tragico di per sé. Un’ottima riflessione per cominciare a ribaltare sta società

dana74
dana74
29 Giugno 2014 11:47

"Cioé chiede che la sua "schiavitú" sia piú utile al padrone." no per la collettività dice lui

Mariano6734
Mariano6734
29 Giugno 2014 12:44

o al suo padrone o alla collettivitá. Non é questa il punto che volevo sottolineare.
Esprimendomi meglio avrei potuto dire solo che l autore "chiede solo che la sua schiavitú sia piú utile".

neutrino
neutrino
29 Giugno 2014 17:09

Io Keynes non l’ho mai letto. Ma ogni tentativo di imbrigliare la libera iniziativa umana e renderla strumento di politiche "collettivistiche" nella storia si e’ rivelato disumanizzante. Nel caso italiano, poi, cioe’ di una nazione che non ha mai completato la transizione da una struttura sociale aristocratica alla modernita’, nel nome delle politiche economiche anti-cicliche si e’ semplicememente sperperato denaro sottratto ai cittadini per curare gli interessi privatissimi di politici e delle loro clientele, non importa a che costo sociale ed economico. Non mi stupisce affatto che pure chi questo denaro alla fine lo riceve, subisca sulla sua pelle l’effetto delle contraddizioni tra una economia formalmente "di mercato" ma effettivamente oligarchica e feudale. E’ ironico, inoltre, che si tenti di allargare il giudizio su questo tipo di alienazione all’economia di mercato, senza accorgersi che questi sono gli effetti perversi dell’ingerenza eccessiva del potere "pubblico" sull’economia degli individui. In una realta’ di mercato i problemi sarebbero altri, e non desidero certo minimizzarli, anzi. Ma tipicamente non il turbamento psicologico di chi percepisce uno stipendio senza restituire un valore analogo con il suo lavoro. Per la cronaca, io ho vissuto simili situazioni, per brevi periodi, nella mia vita lavorativa. Per fortuna nel… Leggi tutto »

Tonguessy
Tonguessy
29 Giugno 2014 17:28

 Questa l’analisi dell’oncologo Enzo Soresi: "Secondo le statistiche del Ministero della Sanità lo stress legato al lavoro è la seconda malattia professionale più diffusa nell’Unione Europea dopo il mal di schiena. In Europa ne è affetto un lavoratore su 4…intorno al 50% dell’assenteismo è riconducibile allo stress nell’ambiente di lavoro…..le ragioni di insoddisfazione sono rappresentate in primo luogo dalla mancata realizzazione….Il disagio psichico che lo stress induce è responsabile di sintomi funzionali che successivamente possono evolvere verso patologie d’organo" (Il cervello anarchico, pg.98). Viene da chiedersi se la fiera dell’inutile che la società postmoderna ha eletto a liturgia funzionale possa generare situazioni diverse da quelle descritte in questo bell’articolo. L’inutile come valore fondante della società non può portare molto distante da quanto denunciato da Pomella. Aggiungiamoci pure che secondo Marx la cultura (dell’inutile) dominante è la cultura della classe dominante. Siamo dominati da persone che si considerano inutili che hanno sviluppato un sistema sociale inutile. Oggi l’80% dei salariati sono impegnati nel terziario: non producono qualcosa come nel primario (2% dell’agricoltura) e secondario (20% dell’industria), ma "offrono servizi". Come quelli descritti nell’articolo. Per finire mi viene da chiedermi se i lavoratori dell’ex URSS avessero sentimenti simili, o si sentissero parte… Leggi tutto »

Georgejefferson
Utente CDC
29 Giugno 2014 18:12

"imbrigliare la libera iniziativa umana" Non e’ Keynes. "nella storia si e’ rivelato disumanizzante" Il disumanizzante non e’ l’idea di socialita,ne la cooperazione.Il disumanizzante e’ barbarie che non centra nulla con le politiche espansive,se fatte bene,e quando servono,poi devi definire quale storia,e quale conosci,e qale e’ data conoscere.Sarebbe facile ribaltare il concetto: Ogni tentativo di imbrigliare la libera cooperazione umana nella storia si e’ rivelato disumanizzante e foriero di accumulazione di capitali illegittimamente (vedi rubati) da parte di pochi oligarchi sulle spalle di milioni di poveri. …"Nel caso italiano, poi, cioe’ di una nazione che non ha mai completato la transizione da una struttura sociale aristocratica alla modernita" A eccolo,l’apologeta della modernita,ma senza definirla,quale sarebbe la modernita?Non avere burocrazia e ruberie?Vuoi una lista dei "paesi civili"Con annesse porcherie immense e oscene con annessi dossier e approfondimenti?E come mai quelli non li citi?Non te li rivela "la repubblica"?E come mai? … nel nome delle politiche economiche anti-cicliche si e’ semplicememente sperperato denaro sottratto ai cittadini per curare gli interessi privatissimi di politici e delle loro clientele, non importa a che costo sociale ed economico. E questa fregnaccia da dove viene?La repubblica o l’espresso? Italia e ruberie annesse,il piu alto tasso di crescita… Leggi tutto »

Ossimoro
Ossimoro
29 Giugno 2014 18:57

Non è chiaro. Sta dicendo che nel suo ufficio non si è liberi di votare chi si vuole? 

E come si dimostra di  aver ricambiato con il voto "richiesto"? si deve portare qualche prova del voto dato in aiuto agli amici?

Ossimoro
Ossimoro
29 Giugno 2014 19:32

Però oggi quello che faceva suo padre dopo le sei ore quotidiane in ufficio ė considerato illegale. Un dipendente pubblico ha l’obbligo dell’esclusività dell’attività lavorativa. Se vuole svolgere qualsiasi altra attività non d’impresa (es istruttore di nuoto, di pallavolo, ecc) dev’essere preventivamente autorizzato (con tempi e modalità a volte talmente lunghi da indurre a desistere). Ad un impiegato pubblico è praticamente vietato intraprendere qualunque altro lavoro. È vietato criticare il datore di lavoro anche al di fuori dell’orario e dell’ufficio.  Non può andare a prendere un caffè al bar senza essere debitamente preventivamente autorizzato, e il tempo trascorso all’esterno (quello del caffè) va recuperato. Non ė facile costruirsi un’alternativa al di fuori di esso…  E in un periodo di crisi economica e di assenza di lavoro per tante persone, cercare realizzazione in un secondo lavoro potrebbe anche apparire "ingiusto" poiché egoistico (oltre che difficile da realizzare!). Viene comunque da chiedersi se ad es. fare il commesso di negozio, il garzone di bottega, il barista siano invece molto più stimolanti… Forse ė anche la ripetitività, giorno dopo giorno, che conduce all’insoddisfazione del "lavoratore subordinato", costretto a vendere parte del proprio tempo per avere dei pezzi di carta che gli consentono di… Leggi tutto »

Georgejefferson
Utente CDC
29 Giugno 2014 19:43

Perche,produrre e lavorare significa solo realizzare manufatti tangibili?Allora una insegnante di sostegno al disabile o una persona che assiste un anziano

non e’ produrre o lavorare?Non sarebbe il caso di distinguere caso per caso il "lavoro inutile"?E magari convertire l’impiegato che non serve in lavori,che so,di sistemazione idrogeologica

del territorio,o pitturare una scuola fatiscente piuttosto che licenziare in toto o non rinnovare

rollover dei neo pensionati con al seguito masse di giovani disoccupati?E come mai la disoccupazione in se,non e’ quasi mai osteggiata come "inutile"?

pasquale50
pasquale50
29 Giugno 2014 20:43

Certo che oggi è illegale , ma nel dopo guerra , bisognava ricostruire l’Italia..e vi erano persone che avevano anche 3 lavori..

Io ho preso ad esempio mio padre..perchè non amava il suo lavoro nel pubblico e quindi si era inventato un’alternativa…che lui reputava utile e formativa.
L’alternativa oggi che in Italia mancano posti di lavoro è proprio la solidarietà, la coperazione e aiutare gli altri a ritrovare la strada o allegerli dai tanti fardelli a cui la vita sottopone.
Non ho mai detto che la realizzazione avviene  nel crearsi un secondo lavoro e credo sia davvero riduttivo credere ancora alle soglie del 2015 che la realizzazione della nostra vita avvenga in operazioni che sono ripetitive e molte volte poco stimolanti..
Quando capite che voi non siete il vostro lavoro..siete già a metà della strada
Tonguessy
Tonguessy
29 Giugno 2014 20:55

Calmati. Non ho mai detto che l’artista o l’antropologo siano categorie da abolire. Tutt’al più questo è ciò che viene fatto oggi, e tanti saluti ad un presunto 80% di sincera operosità culturale. Come ben sai, ma fingi di non sapere, quell’80% di addetti sono in gran parte utilizzati come passacarte. Non producono nulla di significativo. Oppure hai l’alternativa di smontare la descrizione e dimostrare che quello che descrive l’articolo non è minimamente vero. La vedo dura. 

Sto dicendo che se il lavoro può essere alienante, lo è quando manca di significative relazioni tra il lavoratore ed il lavoro stesso. Si produce senza sapere a cosa serve ciò che si produce, e questa è la norma. Ovviamente l’insegnate di sostegno non rientra nella suddetta categoria. E si, la disoccupazione, la sottoccupazione, il precariato sono forme di pressione sulle masse di lavoratori che non possono contare più su nulla (ormai la trasformazione è avvenuta da tempo) se non su di un salario per sopravvivere. E quando riescono a sopravvivere i costi umani di quell’operazione arrivano e si fanno sentire, come dimostra la statistica del Ministero. Cosa ci sarebbe di sbagliato in quello che ho scritto? 
Georgejefferson
Utente CDC
29 Giugno 2014 21:30

Lo so benissimo. Di sbagliato…ma e’ solo una mia opinione,e’ che non tieni conto,nel metodo dialettico di esprimerti,per quanto riguarda questo frangente,che il tutto si presta ad interpretazioni errate e superficiali.Ma non per il significato del discorso in se,ma per gli anticorpi creati dal sistema di potere costituito che forgia il paradigma nella quasi totale superficialita di ragionamento. Dicotomia come forma spontanea naturalizzata di risposta.Si pone una critica al bianco,allora sei favorevole al nero ecc ecc.. Nel sistema odierno ogni critica ai "lavori inutili" e’ funzionale all’infuenza diffusa del darwinismo sociale come sistema mondo unico legittimo,chiaramente per scopi di interessi dei poteri forti costituiti.Vedi anche qua…quello appena detto NON SIGNIFICA (dicotomia indotta) che non bisogna porre critiche ai lavori inutili (i cosidetti passacarte).Ma che bisognerebbe (solo a mio avviso,intendiamoci,senza imposizioni) porre anche larghe premesse per sbarrare il campo avverso che strumentalizza tutto ed ogni discorso,si diffonde funzionale alle strategie politiche in atto.Vedi consenso nelle privatizzazioni selvagge,vedi consenso allo "stato minimo"troncando ogni possibilita di ideale di costruzione umana di auto organizzazione emancipativa generale. Guarda anche io rispondo spesso provocando in dicotomia,e lo faccio a volte per appunto provocare e porre attenzione a questo fatto. Dopo ognuno e’ libero di pensare cio… Leggi tutto »

Tonguessy
Tonguessy
30 Giugno 2014 7:19

non tieni conto,nel metodo dialettico di esprimerti,per quanto riguarda questo frangente,che il tutto si presta ad interpretazioni errate e superficiali. Ne sono perfettamente consapevole. Ci sono due limiti quando si affrontano argomenti del genere: la media del pollo e la teoria del cigno nero. La media del pollo ti dice che due polli mangiati da due persone fanno un pollo a testa. Poco importa se in realtà solo uno si sia mangiato due polli e l’altro abbia saltato il pasto. E qui entra la teoria del cigno nero: non puoi affermare qualcosa finchè non hai verificato con precisione che è esattamente così. Se dici "tutti i cigni sono bianchi" vuol dire che hai esaminato tutti i cigni presenti nel mondo e non hai visto alcun cigno nero. La cosa è paradossale, perchè questo tipo di verifica impedisce qualsiasi affermazione. Quindi dire che tutti i cigni sono bianchi è un’affermazione superficiale. Ma in buona sostanza è un’affermazione vera. Credimi, questi sono i limiti invalicabili di ogni ragionamento. Il linguaggio è fatto così, e non possiamo che prenderne atto. Ognuno di noi usa tanto la media del pollo che la teoria del cigno nero. Il problema non è questo. Potrei citare la… Leggi tutto »

yago
yago
30 Giugno 2014 12:27

Un lavoro inutile non nuoce a nessuno. Molti burocrati invece con il loro lavoro fanno solo danni e costringono chi ha qualche iniziativa a desistere.

C’è poi la burocrazia dell’ ufficio complicazione affari semplici e qui la produttività è enorme. Spesso mi viene da pensare agli omini indaffarati a scrivere leggi assurde , prive di buon senso , incomprensibili a chiunque non conosca il burocratese e spesso contraddittorie. Sembrano marziani eppure vivono nel mondo reale e  talmente rincoglioniti che forse non se ne rendono neppure conto. 

Roma
Roma
1 Luglio 2014 11:51

Beh, non esageriamo, ho detto che i posti pubblici sono serbatoi di voti, non
che sono un campo di concentramento! Diciamo che se sei politicamente allineato
hai più facilità in tutto, in primis nel fare un pochino di carriera. Sei
politicamente allineato quando non fai mai nessuna critica all’organizzazione
del lavoro, quando sei iscritto ad un sindacato, quando arrivi al mattino con
una copia di un quotidiano "giusto", quando fuori orario (ma anche in orario se
sei un fedelissimo) vai alle riunioni del Partito, quando puoi vantarti di far
volontariato, quando hai fatto un adozione a distanza, quando fai gli scioperi
d’ordinanza, ecc.

raulmattei
raulmattei
2 Luglio 2014 6:48

Tutto condivisibile, sensazioni provate in prima persona e descritte magistralmente.

Però non capisco una cosa: perchè non ti licenzi?
Abbiamo a disposizone una vita breve, con l’unica certezza che dobbiamo morire. Possibile che si baratti la propria esistenza per la tranquillità di un posto fisso?
E ancora: perchè dare la colpa agli altri? Nessuno ti costringe, in fondo è una tua libera scelta.
Se nessuno accettasse condizioni come quelle descritte semplicemente non esisterebbero condizioni come quelle descritte. 
greiskelly
greiskelly
2 Luglio 2014 22:52

Carissimo Andrea,il tuo discorso è comprensibilissimo. Ti immagino in quel cubo in mezzo ad un bellissimo paesaggio, con le sbarre sui vetri. Lì dentro devi stare per 36 ore a settimana.Senza avere nulla da fare, per di più. Poi sei libero di andartene. Sei lì che ti affacci da quella finestra e ti chiedi se tutto questo abbia davvero senso, per portare a casa uno stipendio… insomma il tuo tempo che potrebbe essere libero, data la mansione che richiede poco tempo, sei costretto a stare dentro per giustificare quella paga, che arriverebbe comunque. Anch’io mi chiedo che senso abbia. Mentalmente è peggio la tua condizione, rispetto a chi dentro a quel cubo svolge qualche mansione la maggior parte di quel tempo, dal momento che non può pensare di stare lì dentro "per nulla" ma almeno qualcosa la fa. Ma fisicamente hai ancora tante energie da vendere quando esci.Questo è indubbiamente un vantaggio tuo. Inoltre potresti occupare parte di quel tempo con la lettura, sempre che si riesca. Chi viene spremuto sul lavoro, esce come uno straccio, dopo aver fatto qualcosa che la maggior parte delle volte non gli interessa neppure, ed è lì anche lui solo per la paga. Anche… Leggi tutto »

superfrankie
superfrankie
5 Luglio 2014 12:28

Sbagli. Nel grande privato é lo stesso, banche e assicurazioni ad esempio. Ma poi parliamoci chiaramente, io preferisco così che essere comunque schiavo 8 ore, ma sodomizzato dall’inizio alla fine come molti che non sanno cosa fare prima. Quanti conosci a cui piace il loro lavoro e riescono a farlo con i modi e tempi che vogliono? I liberi professionisti stanno ancora peggio perché con l’economia di mercato globalizzata vivi solo per lavorare, bella roba. La cosa giusta sarebbe lavorare solo 6 ore e fare tutto come racconta l’autore, poi potersi dedicare ad altro, altrove. A parità di stipendio però

superfrankie
superfrankie
5 Luglio 2014 12:29

Si lo ringrazio, perché col nuovo mantra liberista attuale dovrò lavorare 7 giorni su 7, per arricchire ancora qualche miliardario, e in cambio di un tozzo di pane.