CRIMINALITA’ ALBANESE E POLITICHE AMERICANE

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

Articolo rimosso su richiesta dell'autore, John Kleeves

Commenti (10)

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    1. Leonzo 18 giugno 2005

      Oh, caspiterina, mi ero sbagliato, esiste già un commento di JK al felicissimo intervento di Francesca Fiorentino. Per tutti quelli che come me non sono stati così fortunati da scoprirlo: andate a dare un'occhiata su 'archivio articoli' di giugno, e divertitevi un po'.

    1. Leonzo 18 giugno 2005

      Sarebbe forse il caso che l'esimia professoressa Francesca Fiorentino tenga e continui a tenere le sue impeccabili geometrie social-antropologico-accademico-culturali in una bella e fresca blablaula universitaria. Quantomeno sarebbe forse il caso che JK si dia una mossa per risponderle per le dovute rime (è un augurio). Non lo faccio io stesso solo perché non spetta a me, non perché non ne sia in grado, alles klar?

      Aggiungo solo una cosa: chi ha detto, chi? che l'uomo della strada sia necessariamente solo un pagliaccio? Se non è razzismo anche questo, sono io un pagliaccio, anzi dirò di più: io sono John Kleeves.

    1. FrancescaFiorentino 15 giugno 2005

      Scusandomi per gli errori e i refusi all'interno del commento postato colgo l’occasione per aggiungere alcune note che sono rimaste inavvertitamente escluse .



      Note

      - E noto che quando si fa ricerca la citazione delle fonti , teoriche e statistiche, è di fondamentale importanza per dare credibilità scientifica all’articolo.



      - L’Epistemologia è una branca della filosofia che studia i processi di conoscenza e fornisce criteri circa le caratteristiche che una teoria dovrebbe avere per essere un’asserzione scientifica a tutti gli effetti.



      - Si veda,per approfondire la legge in materia di immigrazione: L. 39/90 “Legge Martelli”; L. 286/98 “Legge Turco-Napolitano”; L. 40/98 “Disciplina sull’immigrazione e norme sulla condizione di straniero”; e la Legge Bossi-Fini, che introduce il controllo militarizzato delle frontiere.



      - Si veda, in tema di minori stranieri e immigrazione clandestina, l’interessantissimo testo dal titolo “Il male minore”, di G. Petti, Ed. Ombre Corte



      F.F.

    1. FrancescaFiorentino 15 giugno 2005





      ….il come e il perché conosciamo stabilisce il cosa conosciamo….







      (Salvini A.)















      Già, forse la questione è davvero più complessa… perché la realtà in

      cui siamo immersi è costituzionalmente complessa, e non risponde alla

      logica causalistica lineare (causa-effetto, per intenderci) antico

      retaggio di un positivismo oramai obsoleto e superato, persino in quegli

      ambiti della scienza considerati da sempre come "esatti" ….

      L'errore che scorgo alla base dell'analisi del nostro esimio professor

      Kleeves e seguaci, non sta (solo ed unicamente) nella citazione di dati

      aleatori desunti da non si sa bene quale fonte, piuttosto che

      nell'assunzione di se stesso quale unico referente scientifico . L'errore del

      nostro è l'errore del cosiddetto "uomo della strada", di colui cioè che

      si fa ingannare dai ragionamenti di senso comune, dalle scorciatoie

      della ragione, per arrivare in perfetto stile antipopperiano, alla conferma

      dei propri assunti. Egli si trova così, schiavo incatenato di

      pregiudizi e stereotipi, a privilegiare un punto di vista (il suo), un

      interesse, che è palesemente contenuto nel linguaggio attribuzionale di cui si

      avvale, connotato altresì da giudizi di valore (e dunque non

      scientifici) assurti erroneamente a dogmi esplicativi. Ancora. L'errore che sta

      alla base del ragionamento del Prof. Kleeves, e di molti che come lui che

      si improvvisano sociologi o scienziati dell'ultima ora, risiede proprio

      nell'approccio conoscitivo: è cioè un errore di tipo

      epistemologico…egli ha in mente una teoria e la vuole a tutti i costi dimostrare

      dimenticando che:







      -ogni teoria è scientifica solo nella misura in cui può essere

      falsificata (Popper)









      -ogni teoria, o modello esplicativo, devono, per essere validi, tenere

      conto dei criteri di adeguatezza e validità esplicativa locale, non

      possono cioè presentarsi esaustivi nello spiegare la realtà nel suo

      complesso. " Se un modello (o una teoria) è adeguato per spiegare un certo

      problema, diverrà inutilizzabile su altri piani di realtà o per altri

      oggetti configurati entro altre categorizzazioni conoscitive (A.

      Salvini, 1988, p.31). Il presunto "complesso di inferiorità" cui attinge il

      Nostro potrà dunque essere utilizzato per scrivere un articolo circa le

      problematiche sessuali dell'uomo moderno occidentale ma non può essere

      applicato in un percorso conoscitivo inerente una tematica quale la

      criminalità.







      In buona sostanza, se non si rispettano queste regole minime ogni

      teoria o modello teorico, perderà di valore, divenendo discorso di senso

      comune, smarrendo così il senso della propria funzione principale, quella

      cioè di essere essenzialmente strumento conoscitivo ed operativo.

      Ritornando alla complessità e ai processi di conoscenza , non dobbiamo

      dimenticare quanto Heisenberg aveva scoperto e successivamente

      formulato nel noto " Principio di indeterminazione". Nella sua formulazione più

      comune, questa teoria dice che non è possibile misurare

      contemporaneamente e con arbitraria precisione la posizione e l`impulso (e quindi la

      velocità) di una particella. O meglio quel che Heisenberg ha dimostrato,

      è che qualsiasi misura induce un errore sull'oggetto osservato.

      Tradotto in altri termini bypassando consapevolmente considerazioni su cui non

      mi voglio dilungare molto, si può dimostrare che il principio di

      Heisenberg non deriva da difficoltà tecnologiche, ma rappresenta una

      caratteristica della natura delle cose e dei processi conoscitivi, da cui

      deriva l'impossibilità di osservare un sistema senza alterarne i parametri

      osservati. Nel momento in cui osserviamo qualcosa stiamo modificando il

      nostro oggetto di conoscenza. Conoscere è un atto interpretativo e non

      un processo neutro di tipo "fotografico" volto a rappresentare una

      realtà esterna a noi, solida e monolitica.

      Ciò vale a maggior ragione in un ambito così complesso quale quello del

      comportamento umano, e della devianza in particolare. Come è noto (ma

      forse non all'esimio prof. Kleeves e seguaci) le moderne teorie

      esplicative del comportamento deviante, hanno da tempo abbandonato

      quell'approccio di lombrosiana memoria che sembra accompagnare l'analisi del

      Nostro, per accedere a più idonei sistemi esplicativi di appannaggio

      antropomorfista (cfr A.Salvini, 1998) propri dell'approccio costruzionista ed

      interazionista. Secondo questo modello, ogni comportamento, per essere

      compreso, deve essere collocato all'interno della matrice dei

      significati che lo ha generato e non può prescindere dall'ossevatore stesso che

      nel processo conoscitivo modifica l'oggetto stesso della sua

      conoscenza, più o meno consapevolmente. Anche la scienza è un modo di vedere la

      realtà, dove per realtà intendiamo i diversi sguardi prospettici che si

      intersecano in una "fusione di orizzonti". Il problema non è come si

      possa uscire dal cerchio delle nostre interpretazioni soggettive. Al

      contrario la soluzione sta proprio nella presa di coscienza della nostre

      pre-supposizioni. In tale ottica si pongono le più moderne teorie

      sociologiche e in particolare quelle sviluppate attorno agli studi sulla

      devianza. Harrè, Lemert, De Leo, Salvini, per citarne solo alcuni, hanno

      proposto un modello di analisi del fenomeno delinquenziale che, esulando

      dal tentativo di trovale il "delinquococco", sposta l'attenzione ai

      processi sociali, alle interazioni umane (formali ed informali), ai

      contesti entro cui queste si collocano e ai significati che in essi assumono

      i comportamenti. Comprendere la devianza è un'impresa scientifica

      massiccia e ridurre il problema ad un'analisi semplicistica quale quella

      fatta dell'esimio professore non ci porta molto più lontano dai discorsi

      dell'uomo della strada. Il paradigma della complessità diviene qui un

      utile strumento per comprendere questo fenomeno. Becker Lemert, Bandura e

      Matza ci forniscono utili concetti per in tal senso. Dagli anni '60

      circa si incomincia così a parlare di carriera deviante, di disimpegno

      morale, di neutralizzazione della norma ed etichettamento sociale.. Senza

      entrare nel merito di ognuna di queste teorie , ciò che pare utile

      sottolineare ai fini della nostra analisi, è lo spostamento del focus

      attentivo, operato questi studiosi, dal tentativo di trovare le cause

      all'interno dell'individuo (Lombroso) ad una maggiore attenzione ai processi

      relazionali, sociali e soprattutto conoscitivi. Si va così a costruire

      un concetto di devianza intesa non più come comportamento patologico

      della persona bensì come processo che coinvolge differenti attori sociali

      (ecco dunque la complessità) che si struttura all'interno di un tessuto

      normativo e relazionale storicamente e culturalmente collocato,

      all'interno del quale è importante, ai fini della comprensione del fenomeno,

      prestare attenzione sia al comportamento (che il contesto connota come

      deviante) che alla risposta sociale che ne consegue. Ciò che viene così

      a costituirsi è un'immagine della devianza come "carriera", costituita

      cioè da una serie di tappe. Un processo attivo che si sviluppa e si

      dipana attraverso varie fasi, concatenate a livello di significato ma

      suscettibili di interruzione o prosecuzione a seconda di diversi e

      importanti fattori tra i quali la risposta sociale stessa. Non esiste un gene

      della devianza, professore, la cui spiegazione possa essere trovata nel

      passato storico di una nazione. La devianza è un percorso che parte

      dalla violazione di una norma, socialmente riconosciuta e condivisa, una

      violazione la cui caratteristica fondamentale è quella della visibilità

      sociale (si veda Lemert, devianza primaria e secondaria), e che si

      inserisce all'interno di una serie di possibili risposte formali. Goffman,

      appartenente alla famosa scuola di sociologia di Chicago, sottolinea

      bene nelle sue opere come spesso è nella risposta sociale stessa che si

      struttura la carriera deviante. Sono proprio le leggi, le errate e

      superficiali teorie pseudo-scientifiche e di senso comune nonché le

      istituzioni stesse create dalla società per prevenire, reprimere e curare la

      devianza a divenire la ragione che sostiene e supporta la devianza

      stessa .







      E proprio a tale proposito vale la pena sottolineare come l'equazione

      clandestino= criminale è del tutto aleatoria e foriera di conseguenze

      nefaste. Se il fenomeno della clandestinità introduce quello

      dell'illegalità e della criminalità è perché forse, come sostiene Dal Lago, è

      necessario ripensare in maniera sostanziale al fenomeno migratorio, alle

      teorie interpretative a e alle conseguenti politiche di gestione

      dell'immigrazione stessa. Viviamo comodamente e acriticamente in un'epoca dove

      la gente si riempie la bocca di concetti quale quello di

      "globalizzazione" senza tuttavia essere riusciti a giungere ad una normativa civile e

      coerente in materia di Stranieri e migrazioni. Va da sé che l'immagine

      dello Straniero come Nemico, all'origine della filosofia politica

      moderna e dell'origine stessa di stato moderno, è alla base di monche e

      ideologiche rappresentazioni identitarie di chiara fattura xenofoba. In

      questo nostro Occidente "civilizzato" la normativa e la politica in

      materia di immigrazione ha ancora a che fare con paradigmi di esclusione

      dello Straniero, non riuscendo a ripensare il legame sociale in modo più

      costruttivo. Il risultato è che ancora oggi, quando si parla di

      immigrazione, si evocano scenari apocalittici che necessitano di feroci

      interventi polizieschi. Il mondo contemporaneo, come suggerisce Pier Aldo

      Rovatti, è attraversato dall'ansia di ricostruire identità chiuse e

      perfette, religiose, etniche, territoriali o economiche che siano. Il

      migrante, lo straniero che viola i confini territoriali minaccia i confini

      identitari della Nazione e del Singolo. Da questa premessa scaturiscono

      discorsi giuridici e prassi operative (politiche e sociali) che a

      partire dalla paura dello straniero, del Diverso, lo fa diventare il Nemico

      da odiare, la causa della crisi sociale, un problema di ordine politico

      da gestire solo ed esclusivamente a livello di polizia locale o

      internazionale.

      Il ragionamento è Migrante = clandestino = criminale.

      Il pregiudizio di fondo che muove l'analisi dell'esimio professore è

      proprio quello che appartiene al senso comune: se uno è clandestino

      allora vuol dire che è fuori legge, dunque è pericoloso. Ecco allora che il

      Professore, insieme ad altri piccoli uomini della televisione o del

      mondo politico, si fanno d'un tratto grandi uomini, assurgendo al ruolo di

      "imprenditore morale" colui cioè che a vario titolo difende e

      "vendica" la società e i suoi simili, e che tramite discorsi e azioni

      trasforma e legittima opinioni di senso comune in azioni di violenta

      repressione, avallato da un sentire morale socialmente condiviso, legittimato da

      uno pseudosapere scientifico.E' infatti proprio grazie ad analisi quale

      quella illustrata dal professore che si arriva a conseguenze estreme

      quali quelle previste dalla legge Bossi-Fini: militarizzare il controllo

      delle frontiere e impedire l'accesso ai clandestini (criminali) anche a

      suon di mitragliate… E cosa c'è di tanto diverso tra la violenza

      perpetrata attraverso questo comportamento e quella da lei giudicato come

      inaccettabile? Professore mi dica, esiste una violenza accettabile? Quale

      la differenza tra questo atteggiamento e il comportamento perpetrato

      dai tanto odiati albanesi, se non l'arroganza di chi si pone dalla parte

      del giusto, della legge e della democrazia e per questo si sente in

      diritto di esercitare un'altrettanto esecrabile violenza mosso dal

      superiore interesse dello stato nel tentativo di riportare lo status quo. Ma

      questo è un classico esempio di disimpegno morale, una bieca forma di

      autogiustificazionismo che oltre a non aggiungere in termini

      intellettuali nulla al discorso scientifico in corso, non risolve il diffuso e

      generalizzabile problema della criminalità. Ancora sono qui chiederle

      professore, se secondo lei (domanda retorica poiché desumo la risposta dal

      suo scritto) esiste una criminalità più buona di un'altra, se per caso

      lei pensa che le stragi che hanno toccato in altri tempi il nostro

      Paese (penso alla strategia della tensione dei famosi anni di piombo) e i

      delitti e le esecuzioni di mafia che ancora oggi colpiscono le nostra

      cultura (ricorda negli ultimi tempi quante persone sono morte a

      Secondigliano e dintorni?) sono forse forme di criminalità migliore rispetto a

      quella da lei analizata?









      Che male che fa professore sentire discorsi come il suo. Soffro,

      intellettualmente , culturalmente e soprattutto come persona.









      E poi Professore, la prego, non citi il Kanun senza possedere

      conoscenze approfondite in merito. Piuttosto incominci a leggere qualche libro

      di penna albanese. Sa, non tutti in Albania usano utilizzano come unico

      prolungamento della mano il Kalashnikov…. conosce ad esempio "Aprile

      spezzato" di Ismail Kadarè? E dello stesso le potrei citare, come

      utilelettura d'approfondimento, anche un altro testo dal titolo Il generale

      dell'armata morta", che racconta le gesta dei soldati italiani nella

      terra delle aquile….









      Riassumendo e concludendo non voglio assolutamente negare il problema

      della criminalità tuttavia dando una rapida scorsa ai dati statistici

      provenienti da fonti riconosciute (www.giustizia.it), e non da

      giornaletti locali che sbattono il mostro in prima pagina con l'unico fine di

      vendere qualche copia in più, non ci pare che l'allarme del professore

      abbia serie e concrete ragioni di esistere. La criminalità albanese non

      supera quella italiana ….ma che glielo dico a fare?!

      Ripeto….Un crimine è una violazione del patto sociale. Come può esserci

      una criminalità buona (quella italiana?) ed una cattiva (quella

      albanese?) suvvia professore…. Faccia il serio!!!

      Aggiungo in ultimo, per entrare nel merito della problematica albanese

      e precisando che da anni mi occupo del fenomeno della devianza e della

      criminalità essendo esperta in psicologia giuridica, che dagli anni '90

      l'Italia in collaborazione con il governo albanese ed alcune ONG

      locali, ha messo in atto un piano di intervento massiccio (più o meno

      opinabile ma questo è un altro discorso) finalizzato ad interrompere dapprima

      il flusso di scafi nel canale d'Otranto (infatti quelli provenienti

      dall'Albania sono quasi del tutto scomparsi) e poi volto alla

      strutturazione programmi di rimpatrio assistito per quei giovani (minorenni) che si

      trovano in Italia senza permesso di soggiorno. Sono così stati avviati

      interventi atti a incentivare la permanenza dei giovani albanesi in

      patria attraverso l'incremento di corsi di formazione professionale con

      avviamento al mondo del lavoro che andando ad incidere su uno dei fattori

      che sottostanno al fenomeno migratorio (il miglioramento delle proprie

      condizioni di vita) rivelano l'interesse anche del governo albanese a

      gestire il problema della criminalità e degli esodi di massa in maniera

      intellettualmente ed operativamente più adeguato di un mero e

      superficiale intervento di operazione poliziesca.









      …e ora mi fermo qui, perché ho come la sensazione che lei professore, e

      i lettori di questo sito, non abbiano alcun interesse ad approfondire

      la questione, intenzionati solo ed unicamente a cercare assensi volti a

      confermare il proprio punto di vista, poco o per nulla interessati ad

      aprirsi a nuovi orizzonti conoscitivi.









      Cordiali Saluti

      Francesca Fiorentino









      Suggerimenti bibliografici









      - Ciacci M. (a cura di) Significato e interazione: dal behaviorismo

      sociale all'interazionisno simbolico, (1983) Il Mulino, Bologna







      - Lemert E.M. , Devianza problemi sociali e forme di controllo, (1981),

      ed. Giuffrè, Milano







      - Goffman E. La vita quotIdiana come rappresentazione, (1969), Il

      Mulino, Bologna.







      - Goffman E. Stigma, l'identità negata, (1970), Laterza, Bari.







      - Salvini, Fiora, Pedrabissi, Pluralismo teorico e pragmatismo

      conoscitivo, 1993, Ed. Giuffrè.







      - Berger e Luckmann, La realtà come costruzione sociale, 1971







      - Matza, Come si diventadevianti, 1969







      - Leyens, Psicologia del senso comune, 1969, Ed. Giuffrè.









      - Alessandro Dal Lago Non Persone -L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli 1999
















    1. frankbach 15 giugno 2005

      Ok, è vero ciò che dici: difatti Albanesi e Kosovari non sono la stessa cosa, visto che i secondi si ritengono in qualche modo diversi dai primi.

      Gli stessi Macedoni, ai tempi di Filippo ed Alessandro Magno si ritenevano ben diversi dagli altri popoli illirici, in quanto "loro si erano abbeverati alla fonte della cultura greca". Ora come ora, come segnalavo prima, i Macedoni sono per metà slavi e per metà illirici, avendo costumi "ibridi".

      Saluti

      FB

    1. eresiarca 15 giugno 2005

      Ottima osservazione. Qui ormai a forza di dover "rispetattare", nessuno rispetta più quelli che - fino a prova contraria - sono i "padroni di casa", liberi quindi di "preoccuparsi"...

      I toni dell'articolo di JK sono forti, ma la sostanza non è campata in aria, tutt'altro.

    1. Leonzo 15 giugno 2005

      Effettivamente sono rimasto anch'io un po' deluso dall'analisi storico-sociale della questione, deluso naturalmente in quanto ammiratore di John Kleeves e della sua penna giustamente velenosa. Forse però più dai modi, dall'aggressività usata che dalla sostanza stessa dell'articolo. Voglio dire che, pur ammettendo che sia tutto vero quanto viene detto, si sa che alla violenza non si risponde con la violenza, altrimenti è la guerra, o almeno... sono coltellate. Non a caso la reazione immediata del nostro amico lettore albanese...

      Impensabile comunque che non ci sia un fondo di verità in tutto questo marciume, lo dico sempre rispettando la presenza e l'opinione di chi si è sentito attaccato senza vederne il motivo. Probabilmente sarà vero che Enton non ne veda il motivo, ma resta il fatto che noi sì, al contrario di lui. Chiedo solo dunque che si rispetti ora questo nostro stesso motivo messo in evidenza da Kleeves di avere paura degli albanesi - o insomma di alcuni di loro -, visto che questa in teoria rimane la nostra terra, anche se terra di idioti e asserviti al Potente. Come chiedo che si rispetti la storia di un popolo che certamente non ha meno dignità del nostro, non è più barbaro. La civilizzazione non c'entra un cazzo con la dignità, non dimenticate di dare un'occhiata agli USA. Il resto non mi interessa.

    1. eresiarca 14 giugno 2005

      Mah, forse la questione è un po' più complessa, considerata che l'Albania è stata turchizzata ed islamizzata (in parte).

      Enton cita cose tutte molto interessanti (le nozioni sull'Illiria e gli Illiri), senonché commette lo stesso errore di chi considerasse gli abitanti dell'odierna Turchia diretti eredi della civiltà greca solo perché un tempo la penisola fu centro di cultura greca abitato da popolazioni greche e/o grecizzate; oppure la popolazione dell'odierna Toscana diretta discendente degli Etruschi, come se in Italia non fosse successo nulla, in seguito, in termini di apporti etnici... Gli Illiri dei libri che cita non sono gli albanesi di oggi, né etnicamente né, tanto meno, culturalmente.

    1. frankbach 14 giugno 2005

      Volevo anch'io informare Kleeves che gli albanesi non sono slavi nè turchi, ma illirici, proprio come i pirati che 2000 e passa anni fa infestavano le coste dell'Adriatico.

      Attualmente l'unico altro popolo illirico a metà è costituito dai Macedoni, differenti per il 50% dagli omonimi che 2300 anni fa conquistavano la Grecia e poi l'Asia.

      Con le invasioni slave, l'unica enclave illirica rimase l'Albania, ed il Kosovo confinante, seppur albanese nella lingua e nei geni, seguì un diverso percorso etnico, venendo "assimilato" nella galassia panslava che ruotava intorno alla Serbia, almeno sino ai recenti eventi culminati nella guerra del 1999.

      Per quanto riguarda gli Albanesi in Italia, purtroppo sono veramente pochi quelli sinceramente intenzionati ad integrarsi. Altri vengono abbagliati dai miraggi del consumismo e scelgono la scorciatoia dell'illegalità. La maggioranza oscilla tra le due posizioni, finchè riesce a trovare un qualche equilibrio.

      Cordiali Saluti

      FB

    1. enton 14 giugno 2005




      Inizio dicendo che sono disgustato nonchè offeso da quello che leggo in questi due articoli ...( per non parlare della seconda parte che è una stronzata totale )







      Lei signore ha una conoscenza davvero limitata dell'albania ..., il suo articolo dimostra quanto lei è ignorante ( badi bene uso il termine ignorante alla franceswe , anche se nel suo caso potrebbe andare bene anche quello di uso comune ) in materia ed è mosso da sentimenti di odio , prepotenza e cattiveria nei confronti di un popolo che è piu' antico di quello che lei crede ed è il discendente diretto degli antichi Illiri ( ma ovviamente lei non lo sa , come puo' saperlo con tutta quella cattiveria che la distingue ) .... . Intanto vorrei portare degli esempi che dimostrano il contrario di quello che dice questo signore.


      Lei scrive :

      Un pericoloso complesso di inferiorità.

      Gli albanesi non sono degli europei, non sono degli “ slavi “ come spesso viene detto per fuorviare ; sono una etnia turca, una delle tante, questa arrivata nel XIV secolo con l’avanzata dell’Impero Ottomano. Io direi anzi che sono una delle peggiori, assieme ai ceceni.





      ( Questo per dimostrare quanto lei è ignorante ) Prima di passare agli eventi della prima guerra, e' interessante osservare che l'intervento romano in Illiria, pur trattandosi sempre di una guerra, non e' caratterizzato da eccessiva agressivita', e questo da entrambe le parti. Diverso e' il comportamento dei romani nella guerra contro cartagine; cio' accade perche' e' antico il buon rapporto tra i due popoli; in molti romani scorre sangue di avi illirici. I legami di sangue esistenti tra illiri e gli italici risalgono agli inizi dell'era del ferro. Gli Illiri sono i primi, in Europa, ad entrare nell'era del ferro. Cio' permette loro, con armi piu' evolute e resistenti, di sconfinare ed assoggettare i popoli vicini. E' in questa fase che gli illiri si insediano lungo i due litorali dell'Adriatico.

      Il glottologo italiano, Giuseppe Sergi, mette tra le prime civilta' piu' evolute quella degli illiri.

      Sergi afferma: ... durante la prima eta' del ferro, delle tribu che si sogliono chiamare illiriche, passando attraverso le Alpi orientali invasero il Veneto e discesero fino al Bolognese, ed alcune si spinsero fino all'odierna Lazio. Ma avvenero anche delle immigrazioni marittime attraverso l'Adriatico, meno numerose. Sembra che si inoltrasero nell'Apulia e nella Basilicata, come attesta un sepolcreti di Ticino, indicando le immigrazioni illiriche, che sono i documenti piu' antichi precedenti alle invasioni Celtiche

      ( Le prime e le piu' evolute civilita', Torino 1926).



      La tesi che ha messo d'accordo gli storici piu' noti e' la dimostrazione della discendenza illirica dei veneti - (1° vol., pag. 196). Per quanto riguarda questa testimonianza lo studioso C. Pauli:... c'e' nell'antico veneto un linguaggio illirico affine all'albanese e al messapico - (Altitalische Forschungen, II°, pag.200, 1894).



      Non e' meno importante l'affermazione dell'altro noto storico Ettore Pais: ...i piu' antichi popoli delle coste orientali d'Italia sono giunte dall'Illiria. I Iapigi, illirici, hanno attraversato le alpi orientali, percorrendo quella stessa via che tenero i Veneti che erano del pari un popolo di stirpe illirica. -

      (Storia della Sicilia e della Magna Grecia, pag. 60).



      Oramai si ritiene comunemente che in Italia durante il X e il IX sec. a.C. fiori' una cultura preellenica dovuta ad una vasta invasione illirica.

      Un altro autorevole storico, Gaetano De Sanctis, conferma:... I Iapigi dell'Italia meridionale debbono la loro origine ad una invasione illirica.



      Inoltre de Sanctis conclude: Il popolo illirico (albanese), stabilendosi nella Puglia, s'era avanzato vittorioso nelle regioni vicine, mentre una tribu' dell'Illiria settentrionale aveva tolto agli italici quel terreno che ancora tenevano sulla sinistra del Po - (Storia deli Romani, vol.I, pag.168.)



      Lo stesso si pronuncia anche Wolfgang Helbig: ...tanto le epigrafi quanto i nomi dimostrano che i lapigi parlavano una lingua indoeuropea, e presentano al tempo stesso una singolare affinita' con l'odierno albanese, che e' l'ultima conservazione di un antico dialetto illirico -

      ("Hermes" Studien uber die alteste italische Geschichte, XI°, Pag.257, ed.1876)



      Per concludere sull'importanza dell'Antica Albania, capace di diffondere cultura attraverso una lingua scritta, occorre citare una tra le figure di spicco della glottologia del XX sec., il Prof. L. Ceci:

      ... la lingua dei Messapi e dei Iapigi ha congruenza piena, nei piu' importanti fenomeni fonetici, morfologici e lessicali, con l'albanese.

      Percio' il messapico ci rappresenta, per l'antichita' dei suoi monumenti, l'antico illirico o uno degli antichi dialetti illirici, come l'albanese ci rappresenta la fase piu' recente dell'antico illirico, o di uno degli antichi dialetti illirici, come albanese ci rappresenta la fase piu' recente dell'antico illirico, o di uno degli antichi dialetti illirici. non ci sono dubbi quindi che i messapi e i Iapigi - rami della medesima famiglia - siano venuti dall'Illiria nell'Italia del Sud, proprio come le antiche leggende dicono. -

      (Per la storia della civilita' italica,, pag.12, Roma 1901).



      Gli scavi archeologici, sia in Albania che in Italia, hanno provato un intenso rapporto culturale e commerciale tra i due popoli, sia prima dell'eta' storica, precedente la civilta' greca.

      Il commersio per mare, tra le due sponde dell'Adriatico, e' praticato sin dall'epoca neolitica; per questa ricostruzione ha ottenuto notevoli riscontri il Professore A. Jatta - ( La Puglia preistorica).

      Grazie ai velocissimi lembi, gli illiri impiegano solo poche ore ad attraversare il braccio di mare che divide l'Albania dall'Italia, con risultati soddisfacenti per i commercianti dell'epoca.

      Reperti di oggetti dell'era neolitica sono stati rinvenuti sia nel sottosuolo albanese che in quello italiano, rilevando un comune stato di sviluppo e civilta'.

      La diffusione, nel bacino Adriatico, del culto di Diomede, congiunto a quelle delle acque e dei cavalli, documenta l'influenza preellenico-illirica, lungo le coste Orientali degli Appennini.

      Tra l'altro gli illiri, prima delle colonizzazioni elleniche della Magna Grecia, introdussero in Italia i vocaboli Graeci e Ulixes.



      Sono scientificamente attribuite alla civilta' illirica, i reperti dell'antica ceramica Apula, rinvenute a Teano, Benevento, Suessula, in Campania, Lazio ed Etruria.

      La civilta' illirica estesa anche al territorio Veneto, e' testimoniato dalle iscrizioni paleovenete rinvenute in Cadore, nella Carinzia, nella vasta Necropoli di Santa Lucia d'Isonzo, nella Caverna di S.Canziano, nei sepolcreti di Vemo, di Pizzughi e Nesazio, come pure nelle vallate di Rezia (Alto Adige, Tirolo, Grigioni).



      Il popolo illirico, per lo sviluppo delle popolazioni preistoriche europee, e' considerato fondamentalmentedalllo storico dell'eta' classica, Plinio, che riferisce una leggenda secondo la quale da nove giovani e da nove vergini illiriche nascono dodici popoli. da Plinio conosciamo anche l'esistenza di una colonia illirica tra Ancona e Rimini con capoluogo amministrativo di Truento, unica colonia fondata dalla tribu' illirica dei Liburni in Italia.

      ... Truentum cum amne quod solum Libuornorum in Italia relicum est -

      (Plinio - Natura - Historia, III, pag.102;pag.110)





      ***



      Conferma l'estensione geografica dei possedimenti illiriche sulle coste italiche dell'Adriatico; come specificato da autorevoli studiosi sull'antichita', essa si espande anche nell'entroterra della Penisola Balcanica.

      Vale la tesi, da piu' storici proposta, che anche i macedoni dell'antichita' erano di stirpe illirica, e che sono con il passare del tempo vennero ellenizzati.



      Il fatto e' che, fino al XIX sec. d.C., diverse citta' dell'antica Macedonia, come Kavala e Tessalonico, erano abbitate, prevalentemente dagli illiri ( albanesi).

      Proprio nella citta' di Kavala, da una famiglia albanese, nacque l'ultimo faraone d'Egitto, Me'he'med Ali, il trisavolo dell'ultimo re d'Egitto, Faruk.



      L'ultimo faraone d'Egitto, l'albanese Me'he'med Ali, riuscira' ad opporsi con successo persino a Napoleone Bonaparte ed anche al Sultano Turco, ritornando a far risplendere l'Egitto, nel XIX sec. d.C., dopo lunghi secoli di agonia.



      Ritardando all'epoca trattata occorre ricordare che gli storici greci dell'eta' classica ritenevano i macedoni, assolutamente di non stirpe ellena, ma con riluttanza, considerando i macedoni appartenenti alla popolazione ellenica solo molto dopo l'epopea di Alessandro Magno, per trarre profitto dalla sua grandezza.



      Tanto piu' che, e' stato verificato, che la civilta' illirica si e' estesa persino nelle isole dell'Egeo.

      Intorno al 1300 a.C. la civilta' Cretese-Micenea viveva la sua fase di declino ed e' in questo periodo che anche Creta viene sottomessa ad una civilta' diversa. e' notevole soppratutto, nella parte centrale dell'isola, un forte elemento pre-dorico che ha lasciato traccia di se nella costituzione della lingua del Paese. Questo cambiamento, al principio dell'epoca del ferro, viene attribuito ad una civilta' altretanto evoluta e che porto con se' le nuove forme d'armi lavorato con il nuovo metallo, il ferro. La spada di tipo illirico che era gia' diffusa anche nel territorio della Grecia Continentale, preellenica.



      Una massiccia invasione di Creta da parte della tribu illirica dei Dardani si registra durante il regno in Egitto di ramses II. piu' avanti, all'incirca nel 1193 a.C., Ramses III riesce, con molte difficolta' ad arestare l'invasione dell'Asia Minore da parte di una coalizione illirica- Hittita.



      Percio', e' da ritenere che gli illiri, come discendente dei Pelasgi, popolavano gran parte della penisola Balcanica, compreso il territorio greco, gia' prima che arrivassero gli elleni. Diversamente nn si spiega la presenza della lingua illirica in diversi dialetti greci durante il X e IX sec. a.C. -



      Non puo' che essere presa con molta considerazione l'affermazione riportata nell'Enciclopedia Europea, che precisa: illirico - Si ritiene oggi communemente che nell'albanese sia presente un fondo originario illirico. Una remota componente di origine illirica e' riconoscibile anche nella formazione di quei dialetti greci che furono poi detti Dorici - (vol. V, pag.1057).



      La... remota componente di origine illirica nei dialetti greci, non e' niente altro che la lingua degli antenati degli illiri, dei Pelasgi che popolavano l'odierana Grecia e vennero assimiliati dagli elleni dove fiori' la loro potentissima cultura.

      E' comunemente ritenuto che in Grecia e in creta la civilta' illirica sia preellenica. Questo e' stato provato durante gli ultimi tentativi di decifrare dei testi epigrafici preellenici dove sono stete notate diverse voci che hanno il loro riscontro esclusivamente nell'albanese odierno. Il che dimostra che gli antenati degli albanesi, e degli stessi illiri, erano affini con gli abitanti preellenici della grecia, i Pelasgi.









      Allora mi chiedo come puo' un popolo cosi antico , sopravissuto nel tempo a nutrire un complesso di inferiorità , come da lei riportato ??











      Questo caro signore e cara redazione è solo un esempio di quante cazzate ci sono in quel articolo, non puo' essere altrimenti che tale articolo non abbia visto la gloria che lei si aspettava ...., tutto il resto ( compresa la seconda parte ) è un insieme di menzogne e stupidaggini ...








      Pur non essendo un giornalista , cerchero di improvisarmi tale , chiedendo alla redazione la possibiltà di difendere il mio popolo e la mia storia tramite un articolo...





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