Buona Pasqua

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La mattina di Pasqua le donne, giunte nell’orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro.

Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme, messa all’imboccatura dell’anima, che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro.
È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuna con il suo sigillo di morte, chiusa in un mutismo che sembra invincibile.

Quella mattina il Risorto ha mostrato alle donne che è possibile il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la scoperta della parola che genera una primavera di rapporti nuovi.
E che se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adoperasse per rimuovere il macigno dal sepolcro accanto, si ripeterebbe nuovamente il miracolo del terremoto che contrassegnò la prima Pasqua di Cristo.
Festa dei macigni rotolati.
Festa del terremoto.

Il Vangelo ci dice che i due accadimenti supremi della storia della salvezza, morte e risurrezione di Gesù, furono entrambi caratterizzati dal terremoto.

Dunque non dal ristagno.

Fino a quando nelle nostre città la costruzione del Regno non sarà organizzata dagli amici del cambio, dagli appassionati della rivolta, dai poveri che si ribellano, dai condannati alle piccole croci quotidiane, da chi vi rimane schiacciato sotto, da chi è ingiustamente spogliato di tutto come Cristo, da chi viene abbeverato con l’aceto e il fiele di una vita insostenibile, avremo sempre aurore senza mattino.
E i macigni continueranno ad ostruire i nostri sepolcri, lasciandoci privi di una memoria spiritualmente eversiva.

Voglio recuperare tutta la speranza che irrompe da quella “creazione nuova” che è il corpo resuscitato di Gesù e dirvi con gioia: coraggio, non temete.
Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

* * *

Buona Pasqua con le belle parole di Monsignor Antonio Bello, vescovo pugliese, per tutti don Tonino. Chi l’ha conosciuto, parlando di lui, si commuove e racconta che colpiva soprattutto per la sua semplicità, la sua capacità di stare in ascolto e di saper poi arrivare al cuore di ognuno con le parole.
Stimato da molti, da molti altri invece è stato messo in discussione e contrastato. Fecero scalpore anche alcune sue prese di posizione pubbliche come la vicinanza agli operai delle acciaierie di Giovinazzo in lotta per il lavoro, la partecipazione alla marcia di Comiso per dire no ai missili, l’opposizione all’installazione degli aerei militari a Crotone e a Gioia del Colle. E poi le campagne per il disarmo, per l’obiezione fiscale alle spese militari, soprattutto la marcia pacifica a Sarajevo partita da Ancona il 7 dicembre 1992 con circa 500 persone di diversa nazionalità, credenti e non, di cui fu ispiratore e guida nonostante il cancro lo stesse consumando. Nel discorso pronunciato nel cinema di Sarajevo, parlò di resistenza attiva, difesa popolare nonviolenta e di un ONU rovesciata, quella dei popoli, della base. Ne parlò come di germi destinati un giorno a fiorire.
Nel 2007 è stato avviato il processo della sua beatificazione e canonizzazione e lo scorso 25 novembre è stato dichiarato venerabile. In realtà, intorno alla sua figura continuano ad esserci, anche all’interno della Chiesa, pareri e pensieri discordanti e qualcuno ha espresso perplessità e contrarietà alla sua eventuale beatificazione per via dei suoi scritti giudicati “poco ortodossi.”
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VB

 

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