DI ALESSIO MANNINO
Movimento Zero
Birmania: questione di business. Da una parte c’è una dittatura di bolsi gerontocrati con le stellette, protetta dalla Cina capitalcomunista febbricitante per le Olimpiadi che la consacreranno definitivamente come superpotenza mondiale. Un regime in affari con l’India (per il gas, così prezioso per l’immane fabbisogno di New Delhi), con Israele che la rimpinza di armi, con multinazionali come la Unocal e la Total (per i gasdotti costruiti o in progettazione passando sulla pelle di etnie dissidenti come i Karen), con la Thailandia (fedele alleato degli Usa) per dighe e impianti idroelettrici. L’embargo americano deciso da Clinton nel 1997 e rinnovato da Bush nel 2003 è un ricatto a metà, più una spada di damocle che non una chiusura netta. Uno strumento di pressione che ha retto fino a oggi, quando la crisi economica ha fatto sollevare la popolazione, in testa dei pacifici bonzi buddisti.
Dall’altra c’è un popolo in rivolta per ragioni economica: il prezzo della benzina. I monaci, la gente per strada. La repressione miete vittime. Ma non come nel 1988, quando furono uccisi in piazza centinaia, forse migliaia di persone. E questo perché il padrone cinese ha impartito un ordine preciso ai suoi manutengoli birmani: non esagerare. E infatti sembra che adesso il governo di generaloni si avvii a una soluzione diplomatica del caos in cui versa il Paese. Il terzo attore è l’Occidente con le sue brame di conquista economica. Ricchezze minerarie e posizione strategica. Un mercato ancora chiuso ai prodotti della globalizzazione trionfante. Di qui l’offensiva propagandistica che mira ad annettere la Birmania al totalitarismo del Ventunesimo Secolo, la falsa “democrazia” made in Washington. Gli ideologi dell’esportazione della democrazia sono tutti eccitati al pensiero di un Irak 2, col piacere doppio di non dover usare le armi e impelagarsi in un’altra guerra.
Mettersi il nastro rosso in solidarietà coi monaci ribelli? Giustificare il potere militare eterodiretto dal dragone cinese? Noi siamo per la libertà dei popoli di farsi la propria storia. Di rovesciare o di innalzare i regimi come gli pare. Di autodeterminarsi senza che nessuno imponga dall’esterno il destino altrui (magari con la pelosa propaganda mediatica manovrata dalle oligarchie occidentali, a cui i soliti pseudo-pacifisti a corrente alternata si accodano). Noi vorremmo una Birmania libera dai cinesi, dagli americani, da noi occidentali, da tutto e da tutti fuorché dai birmani, unici depositari del diritto alla sovranità e all’indipendenza.
Non strumentalizziamo quei monaci. Non intromettiamoci. Denunciamo invece gli interessi delle bande di rapinatori di professione, cioè le grandi aziende (cinesi, statunitensi, italiane o indiane non fa differenza) che vogliono trasformare una dittatura militare in una dittatura delle multinazionali. Vedrete che la cricca militare resterà al suo posto. Tutti i peana alla democrazia si diraderanno ben presto quando la cricca occidentale otterrà maggiore flessibilità nelle importazioni e nei contratti. Fra cricche ci si intende.
E così la Birmania finirà di nuovo nel dimenticatoio in cui era. Sbugiardando la facile e ipocrita indignazione di questi giorni.
Viva la Birmania libera (dalle multinazionali e dagli appetiti di ogni altro Paese)!
Alessio Mannino
Fonte: http://www.movimentozero.org
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29.09.2007
Affus 30 settembre 2007
Chiamiamolo comunismo
di Massimo Introvigne
Diceva Napoleone che ci vuole coraggio per chiamare gatto un gatto e sconfitta una sconfitta. Oggi ci vuole ancora più coraggio per chiamare comunista un comunista. La parola, giustamente, fa paura. Il maggiore specialista accademico mondiale del comunismo, Robert Service, nel suo recente Compagni! lo ha definito il peggiore cancro che abbia attaccato nella storia l'organismo umanità, esibendo come prova un costo umano certamente superiore ai cento milioni di morti. Perfino in Cina e in Vietnam si dibatte se il termine «comunista» designi ancora adeguatamente l'attuale regime misto di autoritarismo e mercato. Sono rimasti tre i Paesi in cui partiti che si definiscono orgogliosamente comunisti tengono in piedi i governi: Cuba, la Corea del Nord e l'Italia.
L'anomalia italiana, unica in Occidente, spiega un curioso atteggiamento dei media e in particolare della televisione e della radio di Stato a proposito di quanto sta accadendo in Birmania (ribattezzata dal regime Myanmar). Mentre in America o in Francia si parla tranquillamente delle origini comuniste del regime di Rangoon, il telespettatore italiano che ignori tutto della Birmania ha scoperto negli ultimi giorni che è governata da una «dittatura», così da essere autorizzato a pensare che nel lontano Paese asiatico siano al potere i nipotini di Pinochet. Un giornale radio ha perfino parlato di «dittatura fascista», forse inducendo qualcuno a controllare nei libri di storia se dopo la marcia su Roma i quadrumviri non abbiano fatto un salto in Birmania per fondare il fascio di Rangoon.
Non è proprio così. Dal 1962 al 1988 il regime birmano è un tipico regime comunista, guidato da un gruppo di militari marxisti il cui capo, il generale Ne Win (morto nel 2002), promuove una disastrosa «via birmana al socialismo», imponendo un'economia rigorosamente collettivista che riduce il Paese alla fame mentre la repressione fa qualche migliaio di morti. Nel 1988 i birmani - già allora guidati dalla Lega per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Ky, figlia del padre dell'indipendenza nazionale - non ne possono più e scendono in piazza. Ne Win è estromesso dal potere, sostituito da una giunta militare che elimina prudentemente dal suo partito il nome «socialista» - sostituito da un richiamo vagamente minaccioso a «legge e ordine» - e promette libere elezioni. Quando nel 1990 la LND vince le elezioni, i generali ne arrestano i dirigenti e tornano a un sistema che assomiglia come un fratello gemello al vecchio regime comunista, salvo che non si parla più di comunismo e s'incoraggiano gli investimenti stranieri offrendo anche il lavoro semi-gratuito di detenuti comuni e politici. Ma non è questione di nomi. Tutti gli uomini forti dell'attuale governo vengono dal vecchio Partito del Programma Socialista (cioè, dal Partito comunista birmano) di cui l'attuale presidente, il generale Than Shwe, è stato il braccio armato nella repressione del 1988. Dal punto di vista della retorica, dei diritti umani, della (non) libertà di stampa e di associazione la Birmania rimane un regime di matrice comunista. Se si eccettua la presenza delle multinazionali straniere, l'attività economica resta ampiamente nelle mani dello Stato. I morti fatti dalle truppe che sparano sulla folla in Birmania non sono vittime di una generica «dittatura», ma di un regime post-comunista che è «post» solo in quanto almeno si vergogna d'invocare il nome del comunismo, pur mantenendone la sostanza. In Italia non ci si vergogna neppure del nome.
Il Giornale n. 230 del 2007-09-29
2)
Russia, Cina e la Total dietro agli oppressori
Altri nove morti tra la folla, contro cui si è sparato ancora. Fra loro ci sono forse un giapponese e un tedesco perché la giunta militare del Myanmar sembra avere scatenato una sorta di “caccia” ai giornalisti stranieri. Tutto sembra indicare che ci si stia avviando verso una ennesima soluzione violenta della crisi. Nessuno sembra in grado di andare oltre le buone parole per fermarla e la ragione di ciò sta nei potenti protettori di cui la giunta continua a disporre. Ed è purtroppo storia vecchia. All’inizio di quest’anno, quando gli Stati Uniti proposero all’Onu una risoluzione per condannare il regime militare di Myanmar come “minaccia alla sicurezza internazionale”, fu il voto contrario di Cina, Russia e Sudafrica a bloccare tutto. Adesso, che sta scorrendo il sangue, sono di nuovo Cina e Russia, assieme all’Indonesia, a mettersi di mezzo. Anche se Pechino spergiura di avere interesse alla “stabilità”, in un Paese ai suoi confini: gli stessi oltre i quali dopo il 1949 trovarono rifugio unità dell’esercito nazionalista sconfitto da Mao, che da lì cercarono di riaprire un fronte anticomunista fino a anni ’70 inoltrati. Sia la Cina che la Russia, si sa, guardano con sospetto a un coinvolgimento dell’Onu in questioni di diritti umani, che potrebbe costituire un pericoloso (per loro) precedente. E la Cina in particolare non può che guardare con inquietudine all’esempio della “rivoluzione zafferano” dei monaci buddhisti, visti i problemi che le creano in casa i Falung Gong e i Dalai Lama. Ma ci sono anche interessi più concreti. Dal punto di vista strategico, per esempio, la Cina è stata compensata dell’aiuto che ha fornito al regime birmano negli ultimi vent’anni con la base navale dell’isola di Coco, nel Mare delle Andamane. La stessa Cina è poi, assieme a Russia, Ucraina e India, una delle grandi fornitrici di armi al regime militare birmano, fra i primi quindici del mondo. Quanto ai russi, si sa che hanno prestato aiuto al regime birmano nella costruzione del reattore nucleare di May Myo. E si sa che le imprese cinesi, indiane e asiatiche in genere hanno approfittato a mani basse delle occasioni di business offerte dal massiccio esodo delle imprese europee e nord-americane in seguito alle sanzioni. Le quali sanzioni non hanno però impedito alla francese Total e all’americana Chevron di operare sul gasdotto di Yadana, tra Birmania e Thailandia. Contro la Total è anche in corso un’azione legale presso tribunali francesi e belgi perché quell’opera è stata realizzata con l’uso di manodopera in condizione di schiavitù. Va poi ricordato che nel 1999 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro decise di espellere Myanmar in seguito a una denuncia della Confederazione internazionale dei sindacati liberi. Cosa lamentavano? Che almeno 800.000 cittadini birmani erano stati costretti dal loro governo ai lavori forzati.
di Maurizio Stefanini
L’INDIPENDENTE 28 settembre 2007