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BAMBINI DELLA POLVERE

DI JOHN PILGER
New Statesman

Mentre l’esercito israeliano cerca di imprigionare un’intero popolo, sono i giovani a soffrire maggiormente. La metà dei palestinesi uccisi negli ultimi sei anni sono bambini.

Israele sta distruggendo ogni concetto di Stato della Palestina e gli si permette di imprigionare una nazione intera. Lo si vede dagli ultimi attacchi nella striscia di Gaza, le cui sofferenze sono diventate la metafora di una tragedia imposta ai popoli del Medio Oriente ed oltre. Questi attacchi, riferiti da “Channel 4 News” erano “mirati a figure chiave tra le milizie di Hamas” e ad “infrastrutture di Hamas”. La BBC ha descritto uno “scontro” tra le suddette milizie e un caccia F-16 israeliano.

Consideriamo tale scontro. La macchina su cui viaggiavano alcuni militi di Hamas è stata fatta esplodere da un missile lanciato da un cacciabombardiere. Chi erano questi militanti? Per quanto mi riguarda, tutte le persone di Gaza “militano” per resistere ai loro carcerieri ed aguzzini. Mentre la “infrastruttura di Hamas” altro non era che il quartier generale del partito che lo scorso anno aveva vinto democraticamente le elezioni in Palestina. Riferirlo così avrebbe dato un’impressione errata, avrebbe significato che le persone in quella macchina e tutte le altre, incluse quelle con vecchi e neonati, che negli ultimi anni si sono “scontrate” con cacciabombardieri sono state vittime di un’ingiustizia mostruosa. Sarebbe troppo vicino alla verità.“Alcuni dicono – continua il commentatore di Channel 4 – che Hamas se l’è cercato (questo attacco)…” Forse si riferiva ai razzi lanciati su Israele dalla prigione di Gaza, razzi che non avevano ucciso nessuno. Secondo la legge internazionale un popolo occupato ha tutti i diritti di usare le armi contro le forze occupanti. Ma di questo diritto non se ne parla mai. Il giornalista di Channel 4 parlava di “guerra infinita” suggerendone di equivalenti. Ma qui non si tratta di una guerra. Si tratta della resistenza di un popolo tra i più poveri e vulnerabili della terra ad una prolungata, illegale occupazione imposta dalla quarta potenza militare al mondo, le cui armi di distruzione di massa oscillano tra le bombe a grappolo a bombe termonucleari, e finanziata dal proprio strapotere.

Soltanto negli ultimi sei anni, scrive lo storico Ilan Pappé, “le forze israeliane hanno ucciso 4.000 palestinesi, di cui la metà bambini”.

Vediamo come funziona questo potere. Secondo documenti ottenuti dalla Stampa Internazionale Riunita, “un tempo Israele finanziava Hamas per cercare di dividere e diluire l’appoggio dei palestinesi alla forte e laica PLO (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) usandolo come valida alternativa religiosa”, parole di un ex ufficiale della CIA.

Oggi Israele e Stati Uniti hanno invertito la loro tattica e appoggiano apertamente i rivali di Hamas, Al-Fatah, con mazzette di milioni di dollari. Di recente Israele ha lasciato che 500 guerriglieri di Al-Fatah raggiungessero segretamente la striscia di Gaza attraverso l’Egitto, dove erano stati addestrati da un altro cliente americano, la dittatura del Cairo. Lo scopo di Israele è di minare il governo palestinese eletto e di provocare una guerra civile. Non ci sono riusciti del tutto. In tutta risposta, i palestinesi hanno formato un governo di unità nazionale di Hamas e Al-Fatah. Gli ultimi attacchi servivano a distruggere questa alleanza.

Con il caos assicurato nella striscia di Gaza e la Cisgiordania murata, il piano di Israele, scrive l’accademico palestinese Karma Nabulsi “è una visione alla Hobbes di una società anarchica, mozza, violenta, impotente, distrutta, impaurita, dominata da milizie e bande rivali, da ideologie religiose ed estremiste, spezzettata in tribalismi etnici e religiosi, pervasa di collaborazionisti… Guardate all’Iraq di oggi…”

Il 19 maggio il Guardian ricevette questa lettera da Omar Jabary al-Sarafeh, un residente di Ramallah: “Terra, acqua e aria sono sotto la continua sorveglianza di un sofisticato sistema militare che fa di Gaza una specie di Truman Show. In questo film ogni attore di Gaza ha un ruolo predefinito e l’esercito israeliano dirige la regia… La striscia di Gaza deve essere vista per quello che è… un laboratorio israeliano sostenuto dalla comunità internazionale dove esseri umani sono usati come cavie per collaudare i più drammatici e perversi sistemi economici di soffocamento e sopraffazione”.

Lo stimato giornalista israeliano Gideon Levy ha descritto la fame che spazia tra il milione e un quarto degli abitanti di Gaza e le “migliaia di feriti, disabili e traumatizzati psichici che non ricevono alcuna cura… Ombre di esseri umani vagano per le macerie… essi sanno soltanto che l’esercito israeliano tornerà e sanno che cosa significherà per loro: più imprigionamenti nelle loro stesse case per settimane, più morte e distruzione in proporzioni mostruose”.

Ogni volta che torno a Gaza sono consumato da una specie di malinconia, mi sento come se violassi un luogo segreto di lutto. Spirali di fumo sono sospese nel cielo dello stesso Mar Mediterraneo conosciuto dai popoli liberi, ma non qui. Lungo spiagge che i turisti riterrebbero pittoresche si trascinano i carcerati di Gaza; code di figure seppiate si trasformano in silouhette, marciando sui bordi dell’acqua tra l’andarivieni ondeggiante di liquami. Acqua ed elettricità vengono tagliate, di nuovo, quando i generatori sono colpiti, ancora. Icone commemorative, sfregiate da proiettili, sono disegnate sui muri, una ricorda una famiglia di 18 persone, tra uomini, donne e bambini, che si sono “scontrate” con una bomba israelo/americana da 500 libbre lanciata sul loro condominio mentre dormivano. Presumibilmente erano militanti.

Più del 40 per cento della popolazione di Gaza sono bambini sotto i 15 anni. In uno studio sul campo nella Palestina occupata, svolto per il British Medical Journal e durato quattro anni, il dottor Derek Summerfield scrisse che “due terzi dei 621 bambini uccisi a posti di blocco, per strada, mentre andavano a scuola, o nelle loro case, sono morti per ferite da armi di piccolo calibro, dirette, in più di metà dei casi, alla testa, al collo, al petto – ferite da cecchino”. Un mio amico alle Nazioni Unite li chiama “bambini della polvere”. La loro meravigliosa fanciullezza, il loro chiasso, le loro risatine, il loro fascino preludevano a un incubo.

Ho incontrato il dottor Khalid Dahlan, uno psichiatra a capo di diversi progetti comunitari per la sanità infantile a Gaza, che mi ha parlato del suo ultimo sondaggio. “La statistica che personalmente trovo insopportabile” – dice – “è che il 99.4% dei bambini studiati soffrono di trauma. Quando si guardano i vari tassi di esposizione a trauma si vede che il 99.2% delle case dei bambini studiati è stata bombardata, che il 97.5% è stato esposto a lacrimogeni, il 96.6% ha visto sparatorie, il 95.8% ha assistito a bombardamenti e funerali e quasi un quarto ha assistito al ferimento o alla morte di loro famigliari”.

Ha aggiunto che bambini in tenera età, alcuni di soli tre anni, devono confrontarsi con la dicotomia causata da queste condizioni. Sognano di diventare dottori e infermieri, ma poi subentra una visione apocalittica di se stessi come prossima generazione di kamikaze. Si sentono invariabilmente così subito dopo un attacco israeliano. Per alcuni ragazzi i loro eroi non sono più calciatori, ma una confusione di “martiri” palestinesi e perfino i nemici “perché i soldati israeliani sono i più forti e hanno elicotteri Apache”.

Poco prima della sua morte, Edward Said rimproverava amaramente i giornalisti per quello che lui chiamava il loro ruolo distruttivo nel “separare il contesto della violenza palestinese, risposta di un popolo disperato e orribilmente oppresso, dalla terribile sofferenza da cui deriva”. Proprio come l’invasione dell’Iraq era “una guerra mediatica” lo stesso si può dire del grottesco conflitto “a senso unico” in Palestina. Come sottolinea un’innovativa ricerca della University Media Group di Glasgow, ai telespettatori si dice raramente che i palestinesi sono vittime di un’occupazione militare illegale; il termine “territori occupati” è spiegato di rado. Soltanto il 9 per cento dei giovani intervistati nel Regno Unito sanno che sono gli israeliani gli occupanti e che i coloni illegali sono ebrei; molti credono che siano palestinesi. L’uso ricercato del linguaggio da parte dei giornalisti televisivi è cruciale nel mantenimento di tale confusione e ignoranza. Parole come “terrorismo” e “brutale assassinio a sangue freddo” descrivono le morti israeliane, quasi mai quelle palestinesi.

Ci sono meritevoli eccezioni. Il giornalista sequestrato della BBC, Alan Johnston, è una di queste, eppure, tra la valanga di servizi riguardanti il suo sequestro, non si è parlato delle migliaia di palestinesi sequestrati da Israele, molti dei quali non vedranno le loro famiglie per anni. Non ci sono appelli per loro. A Gerusalemme, l’Associazione della Stampa Straniera documenta sparatorie e intimidazioni che riguardano la categoria fatte da soldati Israeliani. In un periodo di otto mesi, otto giornalisti, incluso il capo dell’ufficio della CNN di Gerusalemme, sono stati feriti da soldati israeliani, alcuni di loro seriamente. In ogni singolo caso, l’associazione ha protestato, e in ogni singolo caso non ci fu risposta soddisfacente.

La censura per omissione è molto diffusa nel giornalismo occidentale per quanto riguarda Israele, specialmente negli Stati Uniti, dove Hamas è descritta come “un gruppo terrorista che ha giurato la distruzione di Israele” e che “rifiuta di riconoscere Israele e vuole combattere e non parlare”. Questa tesi sopprime la verità: che Israele vuole la distruzione della Palestina. Inoltre, le proposte da lungo avanzate da Hamas per una tregua di 10 anni sono state ignorate, insieme al recente speranzoso cambiamento di ideologia all’interno di Hamas che equivale ad una storica accettazione della sovranità di Israele. “La carta (di Hamas) non è il Corano” ha detto un alto ufficiale di Hamas, Mohammed Ghazal. “Storicamente crediamo che tutti i palestinesi appartengono alla Palestina, ma ora stiamo parlando della realtà, di soluzioni politiche… Se Israele arriverà al punto di poter parlare con Hamas, non credo che ci sarebbero problemi nel negoziare con gli israeliani (per una soluzione)”.

L’ultima volta che ho visto Gaza, guidando verso il posto di blocco e il filo spinato, sono stato premiato dallo spettacolo di bandiere palestinesi mosse dal vento dietro le mura della recinzione. Erano bambini che le facevano sventolare, mi fu riferito. Fanno aste con bastoni legati insieme e uno o due di loro scalano un muro e tengono la bandiera tra di loro, in silenzio. Lo fanno quando ci sono in giro stranieri perché credono che loro lo diranno al mondo.

L’ultimo libro di John Pilger, “Freedom Next Time”, è pubblicato in edizione tascabile da Black Swan (£8.99). Il suo primo film per il cinema, “War on Democracy”, uscirà il 15 giugno.

John Pilger
Fonte: http://www.newstatesman.com/
Link: http://www.newstatesman.com/200705280029
28.05.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Pubblicato da God