Animali e umani che convivono hanno un microbioma molto simile. E questo vale anche per l’antibiotico-resistenza

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Si sa ormai da tempo che l’insieme dei microrganismi che abitano nel nostro intestino ha un ruolo fondamentale sul buon funzionamento del sistema immunitario. Anche gli animali domestici che vivono con noi hanno ovviamente il loro microbiota che, come accade a noi umani, si può squilibrare per vari motivi, come ad esempio l’utilizzo improprio e inopportuno degli antibiotici.
Una ricerca presentata al Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive lo scorso aprile suggerisce che può esserci un rapporto tra antibiotico resistenza e animali domestici. In sostanza gli animali da compagnia, cani e gatti, potrebbero avere un ruolo come serbatoi di batteri resistenti agli antimicrobici. Lo studio è stato condotto dalla dott.ssa Giuliana Menezes dell’Università di Lisbona e dalla dott.ssa Sian Frosini del Royal Veterinary College del Regno Unito e colleghi. I ricercatori hanno riscontrato che in 4 famiglie portoghesi i geni di resistenza trovati negli animali domestici corrispondevano a quelli trovati nei campioni di feci dei loro proprietari. Inoltre in due delle famiglie i microbi degli animali domestici corrispondevano a ceppi di Escherichia coli trovati nel campione di feci del loro proprietario.

È un lavoro scientifico che, seppur piccolo, ha dato l’opportunità di ribadire l’importanza di un uso limitato degli antibiotici sia nell’uomo che negli animali. Invece, al contrario, molto spesso c’è un uso inopportuno degli stessi che sta causando nel tempo una pericolosa forma di resistenza. Centinaia di migliaia di persone muoiono, infatti, ogni anno a causa di infezioni da agenti patogeni resistenti agli antibiotici attualmente disponibili e alcuni studi stimano che nel 2050 le infezioni resistenti alle cure potrebbero fare 10 milioni di vittime all’anno e diventare la prima causa di morte al mondo. È un problema globale che coinvolge anche l’utilizzo di farmaci in agricoltura e negli allevamenti intensivi dove animali sensibili vengono obbligati a vivere in spazi ristretti e sporchi senza mai vedere la luce del sole oppure in gabbie privati spesso della possibilità di muovere un passo. In queste condizioni si ammalano di frequente, anche perché nutriti con alimenti non sempre di qualità. Da qui il ricorso ripetuto agli antibiotici.

Al di là del problema dell’antibiotico-resistenza, si tratta di animali che non vivono in condizioni di benessere, ma che soffrono molto e che, ovviamente, passano tale carico (di sofferenza e farmaci assunti) alla propria carne e alle proprie ossa. Il tutto arriva poi nei nostri piatti o nelle ciotole dei nostri amici a quattro zampe e da loro, di nuovo, a noi dal momento che stanno uscendo sempre più studi che dimostrano che in parte condividiamo lo stesso microbioma (oltre a quello sopra citato ne rammento un altro che riguarda il microbiota cutaneo).
Le politiche nazionali possono e devono avere un ruolo determinante nel limitare l’uso di sostanze di sintesi in agricoltura e zootecnia e nello stabilire metodi più rispettosi di coltura e allevamento, ma gli interessi in gioco sono grandi e la politica è lenta. DUNQUE intanto partiamo da noi: scegliamo bene da chi farci curare e come, cosa mangiare e da chi comprare, che cibo dare ai nostri animali e da chi farli seguire quando non stanno bene. Perché tutto è collegato e anche dalla loro salute dipende la nostra.
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VB

 

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