Andrea Cereda: umano troppo umano

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Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

Accingendomi a preparare l’intervista ad Andrea, mi sono sentito un po’ come l’esploratore che parte per lidi sconosciuti, avendo però molti indizi sul fatto che ci sarebbero state grandi scoperte. Indizi che mi si sono evidenziati nell’incontro propedeutico, e che riguardano una sua intimità gelosamente conservata come il più prezioso dei beni.

Persino nel suo aspetto arcigno si può ravvisare una specie di altolà. Ma come sappiamo tutti, e come facciamo in tanti, ci si difende quasi sempre con le unghie e con i denti prima di dare a qualsivoglia persona, libero accesso al salotto buono dei nostri pensieri.

Il giorno del secondo incontro, per l’intervista vera e propria, mi presento al suo cancello intorno alle 15.30. E’ una giornata di sole abbagliante in cui la luce e il tepore appena percepito sulla pelle ci fanno immediatamente pensare ad una primavera incipiente, anche se è pieno inverno…

Nel suo soggiorno immerso anch’esso in una luce abbacinante fanno bella mostra di sé splendidi dipinti, che mi spiega, sono regali di amici. Ho pensato che è un uomo fortunato, perché opere ben fatte, si regalano solo a persone per cui si prova un profondo sentimento di stima e amicizia.

Quella che segue è l’intervista, o meglio la conversazione che è intercorsa tra di noi…

****

Allora Andrea, sei pronto per il “terzo grado”?

Introduco l’intervista con una domanda di prassi.

  • Claudio Vitagliano (C.V.) – Puoi dirmi, molto sinteticamente, chi sei umanamente e artisticamente parlando?

Andrea Cereda (A.C.) – “E’ sempre difficile definire sé stessi. Soprattutto per quanto riguarda la parte “umana”. Ritengo di essere una persona che conosce alcuni suoi punti di forza, ma soprattutto le proprie debolezze. Cerco comunque nel mio piccolo di far fronte a queste fragilità nella speranza di non caderne preda. Artisticamente invece mi sento molto libero: avendo lavorato per anni in un’agenzia di pubblicità, non mi pongo limiti nell’utilizzare un linguaggio anzichè un altro per esprimere un concetto. Uso la strada che, a mio avviso, meglio si presta al messaggio che voglio comunicare.”

  • C. V. – La prima volta che ci siamo visti, eri intento a saldare, stavi terminando una scultura. Mi e’ parso di ravvisare, diciamo così, un fare fanciullesco nei tuoi modi. L’arte è anche gioco?

A. C. – “Quando lavoro ad un’opera, sono sempre molto felice, perché in quel momento i problemi che devo affrontare per realizzarla, mi tengono distante da tutte quelle problematiche e preoccupazioni davanti alle quali l’esistenza (quella reale, intendo) quotidianamente ci pone. L’arte, come tutti i lavori, è una cosa seria e va fatta con passione. E perché no, con divertimento. Diversamente, non farebbe per me.”

  • C.V. – Ho colto anche una forma di pudore nella tua persona, sbaglio?

A.C. – “Una certa riservatezza sul manifestare appieno il proprio essere un pò c’è. Fare arte per me è un modo alternativo per esprimere il mio modo di pensare senza aver bisogno di dichiararlo a parole.”

  • C.V. – Nell’arte contemporanea, ci sono infinite forme di espressione; perché la scultura e non la pittura ad esempio?

A.C. – “Perché la scultura è una forma espressiva che mi è congeniale, ma ho anche dipinto, soprattutto nei primi anni di attività artistica. Non disdegno tuttavia anche un mix di mezzi, se utili al progetto.”

  • C.V. – Io credo, e tanti come me, che espletare la pratica artistica sia un po ‘ come scrivere, ovvero mettere in campo un racconto, sviluppato magari nel corso del tempo. Ecco, il tuo tema qual è?

A.C. – “Tematica principale e presupposto fondamentale del mio fare artistico è l’essere umano, la sua natura, i suoi drammi e le sue gioie. Esprimo questi concetti con opere che suggeriscono storie aperte, che fanno si che sia l’osservatore a decidere in base alla propria sensibilità ed il proprio vissuto, quale sia il finale. Perché ritengo che un’opera d’arte sia come uno specchio, nel quale ognuno vede sé stesso, la propria essenza.”

  • C.V. – C’è stato un momento preciso della tua vita in cui hai sentito il richiamo della…vocazione,un evento insomma che ti ha fatto capire che la tua strada era l’arte?

A.C. – “Da piccolo dicevo che da grande avrei fatto il pittore (allora il termine “artista” non era così di moda come ora), poi la vita mi ha portato altrove. Ho fatto il pubblicitario per molti anni in un’agenzia milanese, ma solo nel 1999 mi è tornato forte il desiderio di fare quello che da bambino desideravo. Ho iniziato dipingendo per poi passare alla scultura concettuale / installativa.”

 

  • C.V. – Quasi tutti noi, da ragazzi, abbiamo avuto un grande artista, o anche più di uno, a cui ci siamo ispirati. Posso chiedere se questo vale anche per te?

A.C. – “Si certo. Da bambino, dopo aver visto uno sceneggiato televisivo RAI, che trattava la vita di Modigliani, rimasi folgorato dalla raffinatezza delle sue figure femminili, con questi colli lunghissimi ed un’eleganza rara. Poi successivamente, studiando Storia dell’Arte all’Istituto D’Arte di Monza, mi catturò l’Espressionismo tedesco, con i suoi segni decisi, quasi brutali; e poi Picasso, per le sue capacità eclettiche di reinterpretare le forme classiche.
E’ strano come l’eleganza e il garbo di Modigliani si accordino nel mio sentire con la brutalità dell’Espressionismo. Forse è proprio la dualità dei due opposti che ha fatto presa su di me.”

  • C.V. – Qual è l’epoca più feconda della storia dell’arte?

A.C. – “Non esiste, secondo me, un’epoca più feconda dell’altra: ogni epoca presenta forme espressive che sono specchio del suo tempo, così le tecniche utilizzate per formulare i concetti, che, seppur contemporanei, alla fine altro non sono che quelli che da sempre fanno parte dell’esistenza. L’arte come testimone della vita.”

  • C.V. – Il luogo in cui installi le sculture, lo spazio circostante intendo, diventa parte integrante dell’opera?

A.C. – “La differenza fra una scultura e un’installazione è proprio quella di far sì che lo spettatore si senta parte integrante della rappresentazione che viene messa in scena. Prendiamo ad esempio i “Sette palazzi celesti “ di Anselm Kiefer, esposti permanentemente all’Hangar Bicocca: si entra in una dimensione quasi surreale, dove il limite tra la tranquillità e l’inquietudine si assottiglia a tal punto da far si che il coinvolgimento dello spettatore sia totale.”

Andrea Cereda: umano troppo umano
Andrea Cereda, “Noi siamo lacrime”
  • C.V. – Cambiamo argomento : guardando indietro nel tempo, più o meno dalla fine degli anni 50 alla fine degli anni 80 del secolo scorso, notiamo che gran parte della produzione artistica contemplava per la messa in opera, quasi esclusivamente il ricorso all’ausilio della ragione. Ecco, secondo te, la bellezza in quanto una delle categorie distintive dell’arte, è stata definitivamente riabilitata?

A.C. – “Dagli anni 50, la bellezza fine a sé stessa ha perduto parte del suo valore culturale, ma ha lasciato spazio all’efficacia espressiva. La propensione a cercare nuove formule rappresentative, ha spostato l’attenzione dal “dichiarato” al “sottinteso” o addirittura al “criptico”. Questo
però non è da intendere come un fatto negativo, piuttosto come un tentativo di spostare la percezione oltre il visto a vantaggio del sentito. Comunque, per rispondere alla domanda circa la riabilitazione della bellezza… beh, direi che la bellezza, come valore etico e non solo estetico, non è mai tramontata.”

  • C.V. – Vediamo se ho capito qualcosa. Penso che per te, scolpire sia un modo per cercare uno spazio di riflessione, dal momento che la nostra esistenza è sommersa da un profluvio di informazioni, suoni e immagini che riduce la nostra individualità a voce trascurabile della quotidianità.. sbaglio?

A.C. – “No non sbagli, fare ciò che faccio per me significa essere libero, libero soprattutto di dire, attraverso le mie opere, ciò che sento. E’ la mia voce.”

  • C.V. – C’è una soluzione per tornare ad ascoltare noi stessi e gli altri, in una realtà debordante di sollecitazioni come quella che viviamo soprattutto noi in occidente?

A.C.- “Ascoltare le nostre sensazioni, scevri dai condizionamenti, è il primo passo verso la conoscenza di noi stessi e quindi degli altri, dal momento che, come diceva Publio Terenzio Afro : niente di ciò che è umano mi è alieno”.

  • C.V. – Parliamo di qualche tuo lavoro. Nell’opera intitolata “Via Crucis”, potremmo vederci, oltre che la vicenda di Cristo, anche la fatica dell’uomo contemporaneo che deve affrontare il Calvario per poter ritrovare se stesso. Puoi commentare questa mia riflessione?

A.C. – “Ho sempre ritenuto la Via Crucis un dramma umano più che un fatto religioso. “Via Crucis: Mistero Divino, dramma umano”, infatti, è il titolo di quest’opera composta da una parte artistica realizzata in lamiera e filo di ferro e da immagini fotografiche prese dal web di situazioni reali che dimostrano inequivocabilmente il calvario quotidiano dell’Umanità.”

Andrea Cereda: umano troppo umano
Andrea Cereda, “Via Crucis”
  • C.V. – Riflettendo su “eat” invece; e cioè, sul fatto che noi siamo ciò che mangiamo, mi è venuto in mente che siamo probabilmente anche ciò che compriamo. La domanda è : a tuo avviso, siamo costituzionalmente consumatori, o è in atto una trasformazione antropologica?

A.C. – “Eat parla di come il soddisfacimento dei nostri bisogni, il più delle volte indotti, non faccia altro che gli interessi dei grandi gruppi economici. Comunque si, siamo principalmente consumatori. Forse la soluzione sarebbe quella di essere un po’ più critici verso ciò che ci inducono a consumare, che si tratti di cibo o altro.”

  • C.V. – In “Sacrifice- Morti bianche” invece, proponi un argomento di attualità, una piaga che sembra non voglia rimarginarsi. Ecco, la domanda banale che voglio farti è questa : è possibile un’arte che si occupi del sociale? … e ancora, la politica e l’arte parlano due lingue inconciliabili o è possibile farle incontrare?

A.C. – ” “Sacrifice – Morti bianche” è un’opera di denuncia e come tutte le opere della medesima natura serve allo scopo di sensibilizzare le persone e soprattutto le istituzioni. L’arte, per come la intendo io, ha l’obbligo di occuparsi di temi sociali; non è suo compito fornire soluzioni, ma certamente il suo scopo è quello di dare visibilità a problemi che dovrebbero poi essere risolti dalla politica”.

Andrea Cereda, “Sacrifice – Morti bianche”
  • C.V. – Nel corso della mia prima visita, ad un certo punto, mi hai detto che la tua fortuna è quella di non essere obbligato a vendere le tue opere. Puoi chiarire qual è il tuo pensiero sul mercato dell’arte contemporanea?

A.C. – “Non dipendere economicamente solo dall’arte che faccio, mi dà la libertà di esprimermi al di là delle logiche di mercato. Se qualcuno acquista uno dei miei lavori sono felice, non solo per il risvolto economico, ma soprattutto perché significa che ne condivide lo spirito ed è disposto a crederci.”

  • C.V. – La mia convinzione Andrea, è che il mercato, così come è venuto a configurarsi negli ultimi anni, risponde quasi esclusivamente a logiche di mercato che tengono poco in conto l’effettiva qualità delle opere trattate. Sulla possibilità di ridimensionare il ruolo di galleristi, critici e curatori, per dare vita ad un modo alternativo di praticare la compravendita, tu come ti poni?

A.C. – “Credo che il Gallerista, sebbene oggi il mercato sia molto orientato al web, rappresenti ancora una figura di riferimento importante. I galleristi e i curatori con i quali collaboro non hanno con me solo un rapporto commerciale, sono persone con cui umanamente mi trovo bene. Persone con cui mi confronto e dialogo, e questo per me è un punto importantissimo a cui non sono ancora pronto a rinunciare.”

  • C.V. – Sotto il cielo, regna tra le cose dell’arte la confusione totale, di cui quasi sempre ne fa le spese chi di essa dovrebbe essere il fruitore. Dovremmo tornare a tuo avviso ad adottare paradigmi condivisi per poter giudicare un’ opera?

A.C. – “Acquistare un’opera per il solo valore economico attribuitogli non ritengo sia il metodo più giusto. Un’opera deve prima di tutto comunicare un’emozione, deve cioè servire a instaurare un legame, uno stretto rapporto personale tra chi l’ha realizzata e chi decide di portarsela a casa.
A volte sento dire: ma io l’arte contemporanea non la capisco.. L’arte contemporanea non va capita, va sentita. Se non la senti, vuol dire che non sta parlando con te. Adieu!

Andrea Cereda: umano troppo umano
Andrea Cereda, Eat

C.V. – Già da ragazzo, mi rendevo conto che in Italia, l’arte fosse una materia ritenuta di secondo piano. Pensi che la scuola contribuisca efficacemente ad accorciare le distanze tra essa e il grande pubblico?

A.C. – “Sebbene l’arte da sempre rappresenti un mezzo potente per la sua forza comunicativa, tempo fa la si riteneva (come professione soprattutto) un’attività secondaria. Oggi non è più così. Le si dà molta più attenzione, anche grazie ai media che sono più attenti di prima all’argomento. Credo anche che la scuola possa fare decisamente di più.”

  • C.V. – Parlando invece dell’immenso patrimonio artistico del nostro paese, pensi che le istituzioni ne garantiscano in maniera ottimale la conservazione e la divulgazione?

A.C. – “Questo è un tasto dolente. Quanti capolavori sono sepolti nei magazzini dei nostri musei senza che nessuno possa mai fruirne? Moltissimi. Ma per poter permettere l’accesso al pubblico di tutta la sterminata produzione artistica presente e passata, servono molti soldi. E soprattutto la determinazione nel volere che ciò accada.”

  • C.V. – A Londra, in tutte le gallerie e musei, c’è sempre la coda, che siano mostre itineranti o permanenti, a pagamento o gratuite. In Italia invece la gente corre solo quando gli eventi vengono iper pubblicizzati, perchè?

A.C. – “Il perché non lo so dire con certezza. Forse perché in Italia l’arte è comunque in ogni dove. Oltre che nei musei e nei magazzini degli stessi, la si trova anche nelle piazze, nelle facciate dei palazzi, e potremmo quindi pensare che essendo perennemente sotto i nostri occhi non susciti più nelle persone il dovuto stupore. La si dà quasi per scontata. La si trascura, si trascurano i messaggi che la sua bellezza etica può trasferirci. Così non rinnoviamo il nostro interesse nei suoi confronti, fino a quando ci accorgeremo magari di averla perduta per sempre. E solo allora la rimpiangeremo.”

  • C.V. – Credi che lo Stato potrebbe fare di più per aiutare i giovani artisti meritevoli, sostenendoli, perchè no, anche economicamente?

A.C. – “Credo che sarebbe una buona idea riconoscere, a chi opera in questo campo, un supporto concreto maggiore rispetto a quello che c’è adesso. L’arte è espressione di un popolo, e le istituzioni dovrebbe rendersi conto che valorizzarla fa parte del processo di crescita del Paese.”

  • C.V. – Per l’ultima domanda, cito l’opera che più di altre mi pare rivelatrice del tuo universo interiore. In “Noi siamo lacrime”, che tu mi hai descritto in maniera quasi commovente, c’e’ tutto il tuo universo di affetti. Pensi che l’arte, in quest’epoca di nichilismo ostentato come se fosse una medaglia al valore, possa aiutare gli uomini a ritrovare quel senso smarrito di comunità votata al bene?

A.C. – “L’opera “Noi siamo lacrime” è stata una tappa importante del mio percorso artistico. Ha segnato il passaggio da una raffigurazione estetico-formale ad una più intima e concettuale. è un ritratto di famiglia. Rappresenta le persone della mia sfera affettiva. Mi piace però pensare che un’opera di questa natura, pur partendo da un punto di vista personale, riesca a raggiungere un sentimento universale, toccando la sfera emotiva di ciascuno di noi.”

Intervista di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

19.02.2023

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Andrea Cereda: umano troppo umano

Andrea Cereda. Arriva al mondo dell’arte passando per l’esperienza maturata nel campo della pubblicità. Per realizzare i suoi lavori utilizza ferro e lamiere di vecchi bidoni industriali scoloriti, arrugginiti, combusti, assemblati fra loro e tenuti insieme da cuciture o da saldature “urgenti”, come ama definirle l’artista. Le sue opere partono da considerazioni che riguardano principalmente le grandi tematiche dell’uomo e si fondano su un’idea estetica che in fase di realizzazione lascia molto spazio all’istinto compositivo. Nato a Lecco nel 1961, Andrea Cereda vive a Robbiate, in Brianza. La sua attività espositiva inizia nel 2001, da allora molte le mostre sia in Italia che all’estero. Da anni collabora con le sue opere alle edizioni Pulcinoelefante.

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