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ISTRUZIONE E CAPITALE (PARTE SECONDA)

DI ROSANNA SPADINI E TONGUESSY

comedonchisciotte.org

“L’eguaglianza non è più una virtù” potrebbe essere assunto come il motto che ha contraddistinto la massiccia e articolata reazione anti-keynesiana di fine secolo: dopo un cinquantennio nel quale l’eguaglianza era stata, in qualche misura, il valore sociale prevalente – l’”idea regolativa” sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili -, si registrava, esplicitamente, una rottura.[1]

Tale rottura era imputabile alla diversa valutazione sull’eguaglianza, diventata improvvisamente ostacolo al “progresso economico”. Il neoliberismo si stava facendo largo, ed imponeva i propri standard.

La prima vittima di tale rottura è la credibilità, ovvero il rapporto diretto tra cittadini e Stato. Cittadini “diseguali” non hanno alcun motivo di rispettare chi causa tale diseguaglianza attraverso la mirata creazione di leggi e sistemi di valori. E’ il passaggio epocale dalla modernità alla postmodernità che trascina nel fango decenni di fattiva (seppur problematica) collaborazione tra le forze in campo. Tutto l’afflato modernista viene potentemente ridimensionato: i suoi valori fondanti (ciò che ha permesso la creazione dell’Italia come potenza industriale internazionale) vengono azzerati e si assiste ad un inarrestabile deterioramento del tessuto sociale.

L’avvenuto mutamento dei precedenti rapporti di potere (che causa enormi sofferenze negli strati più bassi a causa della loro progressiva esclusione dai processi sociali), porta ad un aumento della conflittualità. Conseguentemente il nuovo standard relazionale, nato dalla cesura insanabile tra cittadini e Stato, diventa la protervia: indifferenti alle affollate manifestazioni di dissenso oggi i vertici proseguono con la realizzazione dei progetti politici in agenda.

Se l’eguaglianza prevedeva la considerazione del dissenso in quanto “uguale” al consenso, le nuove regole impongono una rivisitazione morale. Mentre le manifestazioni oceaniche nel periodo “modernista” facevano cadere i governi oggi, in piena era postmoderna, li fanno rimanere ben saldi al potere. La nuova morale insegna che il “fittest to survive” non è l’animale sociale che sa rispettare i propri limiti e solidarizzare con i propri simili, ma il bipede che si fa largo a sgomitate e sgambetti e scavalca chiunque pur di raggiungere i risultati prefissati. Qualcuno ci rimetterà ma, a quel punto, sarà colpa sua.

Se l’istruzione in Italia, come suggeriva Calamandrei, era centrale nella realizzazione del sogno modernista (quindi egualitario) in quanto asse portante della creazione della classe media, volano del sistema industriale, risulta abbastanza agevole pensare che, una volta entrati nella postmodernità, ci dovesse essere un ripensamento totale sulle sue politiche gestionali. Se l’eguaglianza non è più una virtù, il sistema che la supporta va adeguatamente modificato. E, a tutti gli effetti, l’istruzione è stata cambiata per dare ampi spazi al nuovo Nomos.

Non essendo più interessato a mantenere in vita la middle class, il capitalismo postmoderno si incarica di liquidare il sistema scolastico che, negli anni passati, ne ha permesso la creazione. Vengono così sferrati poderosi attacchi concentrici all’hard core dell’istruzione: il corpo statale che lo sostiene da una parte viene cinto d’assedio dall’informazione che lo vuole fancazzista e mangiapane a sbafo, mentre dall’altra è sottopagato e costretto a continui e spesso inutili corsi di aggiornamento per mantenere viva la speranza di quella promozione che una volta era rappresentata dallo scatto di anzianità.

Al grido di “meno Stato e più Mercato” si è da tempo scatenata una campagna denigratoria nei confronti dei dipendenti pubblici, ed in particolare contro quelli che permisero la creazione dei quadri tramite un’adeguata istruzione. L’ordine parte da lontano ed ha le parole del diktat di Draghi e Trichet che, nella famosa lettera “segreta”, così tuonano: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi…. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione).”[2]

Ovviamente per performance si intende discriminazione salariale, primo passo verso il dumping.

Dal blog di Beppe Grillo una delle firme più note del giornalismo italiano, Massimo Fini, interpretando al meglio il pensiero della BCE, così sintetizza la situazione politica ed economica italiana: c’è il blocco A dei disperati e c’è “il blocco B, è costituito da chi vuole mantenere lo status quo, da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d’acquisto, da una gran parte di dipendenti statali … Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile.” [3]

Questa doppia azione politica e propagandistica ha come risultato la demotivazione all’insegnamento da una parte e l’identificazione in quel corpo statale, nella vulgata popolare artatamente manipolata, del responsabile della mancata realizzazione del sogno di eguaglianza modernista.

Ma non solo: mentre quel corpo assumeva il ruolo chiave nell’insegnamento modernista (nella tradizione del Maestro A. Manzi l’istruzione aiutava i cittadini ad essere integrati nel nuovo sistema urbanizzato), in quello postmoderno attuale tale ruolo viene negato, dato che una certa dose di analfabetismo di ritorno è indispensabile per potere cacciare la vecchia middle class nel girone dantesco del lumpenproletariat.

Una recente ricerca internazionale mette l’Italia al primo posto in Europa per il cosiddetto «analfabetismo di ritorno». Spiega il prof T. De Mauro che “solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”[4]

Il che è esattamente il contrario di ciò che intendeva promuovere la nostra Costituzione (e, per inciso, anche il modello modernista ed egalitario legato allo sviluppo industriale), mentre soddisfa completamente le necessità del capitale postmoderno: lo status dell’acefalo consumatore compulsivo non si misura certamente dal grado di cultura ma dalla capacità di sopravvivere alla crisi possedendo narcisisticamente gadget tecnologici che lo fanno apparire dimentico della propria ignorante solitudine, “subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”

La scuola, dipinta da Calamandrei come “l’organo centrale della democrazia” viene così ridimensionata dato che la democrazia stessa, basata sull’uguaglianza, non è più una virtù. Le voci degli insegnanti oggi forniscono informazioni che si confondono con la ridondante massa di concetti e significati dell’attuale era postdemocratica antiegalitaria, e la loro eco si perde nel rimbombo assordante del postmoderno che confonde processi veri e virtuali, realtà e reality.

Rosanna

L’avvento della dimensione postmoderna ha certamente intasato la sacralità del sogno modernista, ciò che era ritenuto “sacro” in quel mondo ora è ritenuto “superfluo, inutile e noioso”. Scoppiava una guerra (Vietnam) e i giovani si tuffavano in quel mondo reale fetido di sangue e napalm, fino a provarne il gusto amaro della morte, manifestando per le piazze con la determinazione di chi voleva contribuire attivamente alla conclusione veloce di quelle sofferenze.

Martin Luther King, il pastore battista dell’ “I have a dream”, gridava al mondo la sua rabbia, dando vita al più straordinario movimento per i diritti civili dei neri e i giovani partecipavano al suo sogno, alle sue marce oceaniche, presi dall’emozione manifestavano per una società in cui bianchi e neri potessero vivere a fianco pacificamente.

Il movimento studentesco diventava attore sociale cosciente in grado di assumersi la responsabilità di una contestazione globale del sistema, lamentando la manipolazione culturale di massa in cui, attraverso il falso mito della “neutralità della scienza” veniva consentita la trasmissione dell’ideologia della classe dominante, cioè quella della competizione sociale e del mito selettivo della carriera.

Ma quei giovani comunque lottavano, manifestavano, si mettevano in gioco, coscienti di quello che avveniva intorno a loro, immersi corpo e anima nella densità della storia, interessati alle molteplici attività sociali. Ora invece i giovani sono abbagliati da un iperrealismo scenografico, dove scompaiono le opposizioni tra verità e inganno, tra vita quotidiana e spettacolo, dove il reale e la propria immagine si assomigliano perfettamente, sono una cosa sola, dove la realtà appare ridotta ormai ad un rimando di segni e simulacri.

Nella “società della conoscenza” dunque, dove la ridondanza delle informazioni investe ogni giorno i nostri tablet, monitor, cellulari, determinando la scomparsa di senso del reale, la scuola vecchia maniera, dotata di docenti “colti” ma pur sempre inadempienti nei confronti di “wikipedia”, con la sua la didattica “moderna” appare superata anni luce dalla cultura del progetto flessibile e modulare, indicata dalla Riforma dell’Autonomia Scolastica del 1999, diretta espressione senza ambiguità delle esigenze neoliberiste nell’ambito dell’istruzione, dove lo studente, dotato di un proprio portfolio valutativo si trova solo a dover percorrere un cammino culturale privatistico, che lo abituerà alla solitudine del cittadino, privo di diritti e di lavoro fisso. Dove in un rapporto culturale di diritto privato, vivrà relazioni “economiche” di domanda e offerta formative, debiti e crediti, somministrazione di verifiche strutturate e preconfezionate (Invalsi), valutazioni interne ed esterne.

Da ultimo arriva il progetto di Riforma scolastica del governo Renzi “La buona scuola”, simulacro operativo del massacro definitivo della cultura, governata dal principio d’incoscienza, che ha precisi scopi basilari, piuttosto significativi: – presidi che assumeranno direttamente dopo una fantomatica “consultazione collegiale” e che interverranno sulla carriera e sugli stipendi; – il Sistema Nazionale di Valutazione che imporrà i criteri invalsiani della scuola-quiz, con l’introduzione del Registro Nazionale del personale per conteggiare le sedicenti “abilità” di ognuno, fissandole in un Portfolio con i presunti “crediti” sulla cui base i presidi premierebbero i più fedeli; – la cancellazione degli scatti di anzianità sostituiti da scatti per “merito” che riceverebbe solo il 66% dei “migliori” di ogni scuola o rete di scuole (perché proprio il 66%?) sui quali la parola decisiva l’avrà il preside, come un Amministratore delegato alla Marchionne;

– poi un accorato appello agli investimenti privati, “potenziando i rapporti con le imprese”, ma anche chiedendo il “microcredito” dei cittadini, cioè un ulteriore aumento dei contributi imposti ai genitori per le spese essenziali delle scuola, visto che lo Stato, come scrive Renzi, “non ce la fa” da solo; – sedicenti “innovatori naturali”, che invece di insegnare si occupano dell’aggiornamento obbligatorio altrui, nonché il “docente mentore”, supervisore della valutazione della scuola e del singolo.

Nell’ultima legge di Stabilità poi, il governo Renzi e la maggioranza approvano gli ennesimi tagli all’istruzione pubblica (1,4 miliardi a scuola, università e ricerca), con un colpo di coda regalano ulteriori 200 milioni alle scuole private, in barba a quanto previsto dall’articolo 33 della nostra Costituzione, in base alla quale: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“. Da anni questo dettato costituzionale viene disatteso e aggirato. Il risultato è che, mentre abbiamo la classe di insegnanti meno pagati d’Europa, alla scuola pubblica viene chiesto di arrangiarsi, di far fronte ai tagli e il privato invece viene come sempre privilegiato.

Però nonostante i modelli e i contenuti del postmoderno ci portino altrove, il mestiere dell’insegnante dovrà operare una resistenza difficile, se non impossibile, perché il suo compito resterà sempre quello di accendere le coscienze, destare emozioni, liberare le passioni, scardinare i luoghi comuni, smontare le “false flag” del mondo contemporaneo, abilitare la capacità critica, smontare l’indifferenza degli adolescenti per la realtà, facilitare l’integrazione tra le varie classi sociali ed anche tra le varie culture, e infine formare il cittadino di una democrazia che non c’è più.

E mentre la cultura umanistica diventa ogni giorno sempre più espressione di nicchia della società contemporanea, trascurata dai media distrattori delle coscienze di massa, l’insegnante dovrà anche individuare il vero nemico sociale da abbattere, quell’avvilente mondo della tv composto dai De Filippi, tronisti, veline e vite in diretta, per evidenziarne la povertà culturale e metterlo a confronto magari con la complessità emotiva della poesia di Montale o della filosofia di Nietzsche. La società dello spettacolo glielo permetterà?

Rosanna Spadini e Tonguessy

Fonte: www.comedonchisciotte.org

8.12.2014

[1] M. Revelli “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi” pag.4

[2] http://www.corriere.it/economia/11_settembre_29/trichet_draghi_italiano_405e2be2-ea59-11e0-ae06-4da866778017.shtml

[3] http://www.beppegrillo.it/2013/02/gli_italiani_non_votano_mai_a_caso.html

[4] http://mondodigitale.org/blog/2014/05/29/analfabetismo-di-ritorno-tullio-de-mauro-spiega-la-regola-del-meno-cinque/

Leggi anche: Istruzione e capitale (parte prima)

Pubblicato da Davide

  • Stodler

    Ogni settore deve regredire, quello scolastico che aveva già i suoi gravi problemi, deve essere demolito. Il futuro? Basta vedere quel che succede in Messico, dove chi tenta di emanciparsi, gli studenti che provengono dalle classi sociali più basse, sono stati fatti sparire, forse per beghe locali, ma alla fine indicative dello stato delle cose. Toccherà anche a noi?

  • Tonguessy

    L’attuale modello prevede un progressivo allontanamento da molti precetti modernisti quale la democrazia. Se osserviamo gli sviluppi degli ultimi anni non possiamo non notare un tentativo neanche tanto abbozzato di ritorno ai vecchi feudi con tanto di "diritto divino" da parte del potente di turno di gestire la situazione come meglio gli aggrada (i recenti fatti di Roma ne sono un’evidente prova). Ovviamente l’istruzione era il fiore all’occhiello del tentativo democratico di rovesciare questa logica, offrendo ai più meritevoli il diritto di occupare posizioni sociali rilevanti. Rendere inutile l’istruzione attraverso i meccanismi spiegati (riduzione dei sussidi, ingresso dei privati, svalutazione del titolo di studio etc…) serve a riprogrammare l’immaginario collettivo: qualsiasi processo democratico assume la caratteristica valenza di precarietà, vetustà, mancanza di prospettive che caratterizzano l’istruzione oggi.
    Insomma si colpisce l’istruzione per colpire la democrazia. Trota docet……

  • tania
    Mi
    fa piacere leggere l’accenno alla questione della “società della conoscenza” .
    Però , mi dispiace , ma devo anche dire che trovo molto fragile , anzi dire
    proprio infondato , l’assunto di fondo dell’articolo che vuole legare a doppio
    filo Moderno , il suo sistema d’istruzione e l’uguaglianza .

    Il
    Moderno si sviluppa in simbiosi con lo sviluppo di un costituzionalismo (
    formale ) , con l’impulso ad una burocratizzazione eccetera e con il principio
    della delega del potere , un principio di separazione tra governanti e governati
    . La genealogia di questo principio ricopre tutto il Moderno . Risale fino al
    meccanicismo rappresentativo dell’autorizzazione del sovrano in quanto unico
    attore politico , che è al centro della costruzione di Hobbes nel Leviatano . Si
    ripropone nell’idea hegeliana secondo la quale la rappresentanza della società
    civile nello Stato richiede l’intervento organico di una classe universale
    costituita dagli intellettuali , siano essi funzionari pubblici o portavoce
    degli interessi della società . Si avvicina pian piano alla concezione liberale
    che fa della proprietà e della capacità ( fondata sulla conoscenza ) le uniche
    due fonti della cittadinanza attiva . In epoche più vicine a noi è stato
    sistematizzato dai teorici della democrazia elitaria che hanno identificato il
    regime democratico con la concorrenza tra politici di professione sul mercato
    della rappresentanza .
    Ora , è vero che Lo Stato borghese , che combina la
    rappresentanza politica con l’istruzione di massa , si apre virtualmente alla
    partecipazione dell’uomo comune o del cittadino qualsiasi al dibattito politico
    , e di conseguenza alla contestazione del proprio monopolio del potere ; ed è
    senz’altro vero che a seconda della propria efficacia nella riduzione delle
    disuguaglianze , lo Stato contribuisce all’inclusione di categorie che in
    precedenza non avevano accesso alla sfera politica , e dunque all’instaurazione
    di un “diritto ai diritti” ( secondo la famosa formula arendtiana ) . Ma
    l’enigmatico obiettivo “meritocratico” che regge questi sistemi di istruzione è
    di per se un principio di selezione delle elitè e di esclusione della massa da
    qualsiasi possibilità di controllare realmente le procedure amministrative e di
    partecipare agli affari pubblici . La creazione di una gerarchia del sapere è
    insita alla formazione e sviluppo del Moderno . E creando una gerarchia di
    sapere , che è ance una gerarchia di potere , eventualmente rafforzata da altri
    meccanismi oligarchici , lo Stato esclude inevitabilmente la possibilità di
    partecipazione dei lavoratori alla gestione del bene comune . Questo è il vero
    legame a filo doppio tra Moderno , il suo sistema d’istruzione e la sua , insita
    , formazione di DISuguaglianza .
    PS : a scanso di equivoci , non sto facendo
    né un’apologia generale delPostModerno, né una critica generale del Moderno , né
    viceversa ( concetti per altro relativi per molti aspetti )

  • tania
    Devo dire anche , aggiungo , che mi sembra
    contradditorio leggere nello stesso articolo , contemporaneamente , una (
    giusta e bella ) critica alla società dell’odierno homo consumens , un’apologia
    della classe media del periodo fordista e le sue ( presunte ) virtù democratiche
    e partecipative . Lo trovo incoerente perché in realtà classe media , homo
    consumens , e a-partecipazione democratica , si possono
    considerare praticamente sinonimi .

  • SanPap

    perché proprio il 66%?

    azzardo una risposta: misurate le prestazioni dei prof, se si ipotizza che si distribuiscano secondo una distribuzione normale, esse sono sintetizzabili mediante un valore medio (che misura la prestazione media) e da uno scarto quadratico medio (che misura di quanto si discosta mediamente la prestazione del singolo dal valore medio); divisi i professori in buoni, mediocri e cattivi i primi sono quelli che hanno raggiunto un punteggio compreso tra la media – lo scarto quadratico medio e la media + lo scarto quadratico medio, e costituiscono il 68,3 % del numero complessivo dei prof.

    Ma 68,3 non è 66 …

    un’altra ipotesi è che 66 è stato scelto in quanto il doppio di 33 (una garanzia)

  • MarioG

    Ebbene, sia demolito e ricostruito da zero. Cosi’ com’e’ resta ormai inservibile.

  • MarioG

    Il problema attuale non e’ l’enigmatico obiettivo meritocratico (che poi ha ben poco di enigmatico), e’ la fattiva denaturazione degli scopi di tutto il baraccone. Che di fatti sono diventati quello di un impieghificio da un lato e un diplomificio e servizio sociale assistenziale dall’altro. Rimango dubbioso sull’enigmatica possibilita’ della ‘massa’  di controllare le procedure amministrative (ma di quale livello?).

  • tania
    Può essere ( ma anche no ) che il Problema Attuale sia quello , e non so cosa
    sia la natura degli scopi del baraccone . Io mi sono
    limitata a criticare l’assunto di fondo dell’articolo ( di questo articolo
    )

  • Tonguessy

    Tania, sono assolutamente d’accordo con te. Il rapporto tra moderno  postmoderno è estremamente complicato. Parlando del solo moderno è vero tanto che l’istruzione ha permesso lo slittamento di intere classi sociali verso l’alto (fordismo culturale) quanto l’inevitabilità che una gerarchia del sapere crea la gerarchia del potere. Quest’ultimo fattore è stato sintetizzato nella massima marxiana "la cultura dominante è la cultura della classe dominante". Ma tale dominio non è prerogativa di un periodo storico particolare, è piuttosto un assunto generale.
    Nei due articoli abbiamo cercato di spiegare alcuni aspetti fondamentali (e su cui è stato scritto troppo poco) del legame tra istruzione e capitale. Nel feudalesimo l’istruzione era lasciata alle elites, ed è proseguita almeno fino alla rivoluzione industriale (grand tour). Poi le fabbriche per potere funzionare hanno avuto bisogno di manodopera specializzata, e di manodopera tout court. Quindi sono state costruite enormi infrastrutture. Nello sforzo di costruire tali infrastrutture va letto la meritocrazia modernista (ed in netto contrasto con la meritocrazia brunettiana) e quindi l’allargamento dei cordoni della borsa a favore della classe operaia.
    Nanche noi stiamo facendo apologia al Moderno o Postmoderno, stiamo solo cercando di inquadrare i termini della questione con il taglio tipico del materialismo storico.

  • Tonguessy

    Apologia della classe media? Ma dove? Tutt’al più abbiamo messo in luce i meccanismi del fordismo culturale (oltre che produttivo a cui è intimamente legato).
    Potrei quindi muoverti la critica seguente: desideri forse che non si instauri alcun meccanismo perequativo per evitare che la classe operaia venga aggredita dal morbo del consumismo?

  • Tonguessy

    Non so da quale cappello magico sia stato tirato fuori quel numero. Comunque sia esiste un processo di matematizzazione delle prestazioni, il che è uno dei punti cardine del neoliberismo: si aumenta la discriminazione salariale per creare la società dell’esclusione. Il vecchio scatto di anzianità era impersonale, generico e non faceva discriminazioni: si supponeva che chiunque, dopo un prestabilito periodo temporale, avesse acquisito maggiori capacità. Oggi invece non è il tempo speso nel fare certe lavorazioni (reali o astratte) a generare conoscenza, ma la dimostrazione (in base a principi e metodi non negoziabili) che si è aderito al modello predisposto. E’ una discriminazione su base burocratica. La matematica (e la statistica in modo particolare) sono il deus ex machina del caso.

  • haward

    E se il "Sogno egualitario modernista" fosse stato uno dei principali
    cavalli di Troia per arrivare dove stiamo giungendo, trionfalmente, oggi? E se
    la "modernità" illuministico-positivistico-marxista-liberale fosse, in realtà,
    un colossale bidone? E se, quindi, date certe premesse (tra cui il mito
    massonico-razionalistico-naturalista dell’Egalitè) non si poteva che ottenenere
    le disgustose conseguenze odierne? 

  • SanPap

    assolutamente d’accordo

    il numero è saltato fuori probabilmente dal calcolo statistico che ho riportato (qualcosa del genere è già utilizzato per valutare l’operato di un prof. in classe: se in una classe un terzo degli alunni consegue buoni voti, si considera che abbia raggiunto i suoi obiettivi, o se preferisci che gli altri due terzi siano dei cretini da non prendere in considerazione)

    il 66% è un "risparmio", ha segato via un terzo degli insegnanti che avrebbero diritto di essere considerati tra i migliori, e quindi ricevere il premio.

    Nella PA si sta diffondendo l’utilizzo dell’MBO (Management By Objectives) naturalmente applicato a in modo risibile perché applicarlo seriamente costa, e anche molto.

    Per mettere in atto un sistema di valutazione MBO occorre definire quali siano gli obiettivi da raggiungere (mi pare evidente), ad es. facendolo precedere da una analisi Zero Budget: si fa un elenco degli interessati all’MBO e si chiede loro di fare tre cose  1) elencare ciò produce  2) che cosa si aspetta che ciascuno degli altri faccia per lui   3) dare un voto a quanto prodotto da ciascun degli altri

    I punti 1 e 3 permettono di valutare ciò che ciascuno produce, il punto 2 a capire quali siano i risultati che ci si aspetta che siano prodotti. A questo punto si può iniziare (c’è dell’altro ad fare, ad es. insegnare ai valutatori a valutare) a costruisce un sistema MBO.

    Il metodo Zero Budget è un metodo feroce, che spesso fa scoprire a qualcuno che ciò che produce è considerato dagli altri spazzatura. Ci sono altri metodi meno drastici, ma uno occorre adottarlo se non si vuole leggere tra gli obiettivi da raggiungere: far prendere ai "sottoposti" (direbbe Fantozzi) tutte le ferie previste nell’anno. (se un "sottoposto" non fruisce entro l’anno delle ferie che gli spettano, può chiedere che gli siano pagate, e allora addio spending review !). Boiate, fumo negli occhi.

  • Tonguessy

    Beh, mi pare che tu stia correndo troppo. E’ stato sbagliato pensare l’istruzione come metodo democratico (chiunque poteva accedervi) per scombinare un po’ le classi e dare l’opportunità ai pià meritevoli di acquisire posizioni di merito? Se pensi che sia sbagliata l’istruzione democratica forse pensi sia migliore l’istruzione medievale, relegata in buona sostanza nelle aree ecclesiastiche (In nome della rosa)? Servi della gleba analfabeti da una parte (la quasi totalità della popolazione), elites di preti e marchesi letterati dall’altra? Sarebbe questo il modello migliore per contrastare  " il mito
    massonico-razionalistico-naturalista dell’Egalitè"?

  • Primadellesabbie

    Scusatemi la franchezza ma mi sembra abbiate dato un taglio marcatamente "sindacale" a questa seconda parte.

    É vero che la scuola pubblica ha garantito in passato un buon livello di istruzione ma non ne farei il punto di partenza del discorso perché, vista la deriva della società, bisogna chiedersi a che prezzo l’ha impartito e dove é finito oggi sia il livello che l’istruzione.
    Non ho la pretesa di esaurire l’argomento, ma non avrei esitazione ad indicare il personalismo innato degli insegnanti come un problema da prendere in considerazione (trasferisce problemi datati di generazione in generazione, favorisce un tipo umano "succube" che spiega la passività e le tensioni attuali, ecc.) , poi le pluridecennali e mai finite discussioni metodologiche, l’ambizione di impartire "cultura", la poca attenzione al patrimonio culturale degli altri popoli (é un antidoto alla globalizzazione spazzatura).
    L’impiego pubblico in genere ha avuto tutto il tempo di rendersi efficiente, agile, utile e gradito alla popolazione, perché ha perentoriamente seguito la direzione opposta e non accenna ad invertirla?
    Non può lamentarsi se verrà spazzato via.
    Diverso é il discorso per i cittadini.
    I provvedimenti che vedo descritti (indici di efficenza, ecc.), porteranno senz’altro allo sfacelo di qualsiasi servizio.
  • Tonguessy

    ogni amministrazione ha il proprio inferno in cui calare i dipendenti. Ho trovato molto interessante il libro "Valutare e punire" di Valeria Pinto che riguardo la ricerca universitaria scrive:
    "Nell’intreccio tra carriera, pubblicazioni e business delle riviste scientifiche (si paga per leggerle, ma anche per pubblicarvi e pr accedere ai data base che le indicizzano: negli ultimi anni i costi sono cresciuti di alcuni multipli) vengono a profilarsi così meccnismi che hanno similarità con quelli che hanno portato alla crisi economica attuale. Assomigliano a una bolla speculativa..di numeri tossici che minacciano la scienza si parla ormai ampiamente nella discussione internazionale" (pg65).
    Cioè si adotta il sistema speculativo (si pompa una dato fenomeno fino a farlo scoppiare) ben sapendo che non rappresenta una soluzione generale a lungo termine (come è stata l’istruzione del dopoguerra) ma un affare per pochi a brevissimo termine.
    Chi gestisce il MBO è poi chi ne beneficia in prima persona: ne determina i parametri di ingresso ed i criteri di valutazione, ne garantisce i processi e la realizzazione e ne intasca i principali benefici. Sono paraventi neoliberisti che scardinano la società dell’appartenenza per creare la società dell’esclusione che è la cifra della postmodernità.

    " Boiate, fumo negli occhi." Questo è l’indifferenziato postmoderno: non si distingue più nulla e qualsiasi cosa fa riferimento a qualsiasi significato. Per quanto il postmoderno riuscirà a prenderci per il naso?

  • Tonguessy

    L’impiego pubblico in genere
    ha avuto tutto il tempo di rendersi efficiente, agile, utile e gradito
    alla popolazione, perché ha perentoriamente seguito la direzione opposta
    e non accenna ad invertirla?

    Personalmente vedo nuclei di resistenza attiva un po’ dappertutto. La domanda, se vuoi, te la posso rovesciare addosso: perchè non sai andato al potere per cambiare questo stato di cose terribile? Con questa domanda magari ritrovi  lo stesso senso di importenza che gli operatori dell’istruzione si sentono addosso. Certamente c’è una percentuale che in qualche modo non si oppone alla deriva in atto, ma mi pare che tu parli di impiego pubblico come totalità.
    Ti invito a leggere la convrsazione con SanPap ed il mio ultimo commento con la trascrizione su come scientificamente stanno facendo funzionare il cosiddetto (ed inevitabile) sistema di valutazione: sono costi elevati per prestazioni in declino, burocratizzazione come metodo di esclusione e premialità come punizione in senso protestante (chi è più vicino a Dio ha più soldi), quindi senso di colpa per chi quella premialità non ce l’ha. E’ un sistema di valori, non si tratta solo di metodi. Purtroppo chi decide oggi non subisce più alcuna critica che lo possa rimuovere (ci stiamo avviando verso un nuovo medioevo, come scrivevo nell’articolo) e quindi anche se ci fosse una contestazione globale non si raggiungerebbe granchè. Serve qualcosa di più potente della "massa critica". Succederà…..

  • haward
    Quello che voglio intendere non è sicuramente mettere in dubbio i principi,
    bellissimi. Come si può contestare "Ama il prossimo tuo come te stesso"? Il
    punto è un altro, e cioè, l’intento di chi ha imposto il sistema egualitario era
    genuino e disinteressato? Oppure si cercava di perseguire altri obiettivi,
    mascherati dai buoni principi, per arrivare ad oggi?

  • Tonguessy

    Personalmente reputo le intenzioni dei Padri Costituenti oneste ed interessate solo a portare benessere nella società. Poi ci sarebbero molte considerazioni da fare su come l’ossatura costituzionale sia stata tradotta nelle leggi che governano il Paese. A partire dall’art 1 sulla sovranità popolare e come sia stata trasformata in sovranità (molto) limitata e ceduta a Washington prima e Bruxelles dopo.

  • Primadellesabbie

    Approfitto del fatto che "mi rovesci addosso" per affermare il, non solo mio, diritto a sceglier il modo di combattere e quale battaglia combattere, e di poter comunque esprimere le mie opinioni. Forse che non puoi avere opinioni sulla guerra anche se non hai combattuto e se non intendi recarti a combattere, pur avendone diverse a disposizione?

    Nella complicata società in cui viviamo, poi, l’attitudine con cui sono svolte le varie mansioni finisce per coinvolgere immancabilmente, prima o poi, la vita di ciascuno.
    Sarebbe ora di smetterla di cercare di spiazzare l’altro, la scelta legittima e corretta é, se del caso, di non sedersi allo stesso tavolo a discutere.
    Sono sicuro che quanto affermi risponde a realtà, dati i presupposti e le ambizioni che si intravedono dalle scelte, non può che essere così.
    Guardo cosa fa notare tania e il tuo scambio con Haward che richiama qualcosa che é impossibile non vedere e che é comunque all’origine dell’impasse in cui ci troviamo.
    Osservo che siamo in una fase avanzata di accanimento terapeutico, con la partecipazione attiva di troppi attori chiaramente incompetenti ma regolarmente titolati, su un paziente che forse sarebbe il caso di lasciar guarire o morire secondo leggi che ci sfuggono, per la presunzione insita nella cultura che ci possiede (noi in particolare che detestiamo fino al disprezzo le soluzioni trovate da altri). Cultura che, così com’é, é giunta al capolinea e, da un pezzo, fa carte false pur di non prenderne atto.
  • haward

    Ti ricordo che la Costituzione è stata scritta a partire dal 1946, vale a dire
    con gli Americani in casa. Io non voglio, assolutamente, sminuire la portata e
    il valore del dettato costituzionale ma, esclusivamente, far riflettere in
    merito allo scarto esistente tra l’enunciazione dei principi e la possibilità di
    applicazione.

  • Tonguessy

    Sei andato ad una profondità che l’articolo non ha voluto sondare. Certamente le osservazioni tue e degli altri sono sensate, ci mancherebbe. Ma lo scopo dell’articolo non era di scovare il marcio nel progetto modernista dal rinascimento in poi, quanto nel mettere in relazione l’istruzione ed il capitale e vedere come quest’ultimo avesse regolato l’andamento del primo.
    Poi sul fatto che l’attuale cultura sia arrivata al capolinea, non so. L’unico capolinea che riconosco è quando un’altra cultura prende il sopravvento sul sistema economico e relazionale preesistente demolendolo e sostituendolo. Oggi mi pare che siamo ancora lontani da quel capolinea, e quello che noto è una serie di wishful thinking. Forse è l’unica arma di dissenso che ci viene ancora concessa: la preghiera che tutto questo disastro crolli nel più breve tempo possibile. E’ facile ed è altrettanto semplice che cliccare "Mi piace" su facebook.
    Ci sarebbe da scrivere un’altra serie di articoli al riguardo…..e no,  non sto dicendo che sia stupido o inutile. E’ un discorso complesso sul senso del sogno e sul valore del sacro.

  • ottavino

    Io sono d’accordo con quello che diceva: "l’approdo finale della civiltà occidentale è la follia spirituale".

    Troppo uso (sbagliato) dell’intelletto, intellettualismo, totale mancanza di ricerca della verità, enorme confusione.
    Noi dovremmo fare solo autocritiche. Niente bilanci, niente analisi (politica, sociologica, ecc).
    In breve: la logica che ci è stata inculcata e che testardamente continuiamo ad usare, è sbagliata. E’ proprio quella logica che ci ha condotto in questo cul de sac in cui ci troviamo.
  • Primadellesabbie

    "…la logica che ci è stata inculcata e che testardamente continuiamo ad usare, è sbagliata…"


    Hai preso in pieno il centro del bersaglio.

    Uno dei rarissimi occidentali ammessi tra i conoscitori della tradizione indiana, scriveva, attorno agli anni ’50, che nella notte dei tempi, quando fu introdotta la logica come meccanismo dialogico specifico, tra altri, mai si sarebbero aspettati che una cultura (a cominciare dai greci) l’adottasse come mezzo esclusivo di ragionamento oltre che di possibilità comunicativa.

    Ti accenno solamente, che, a mio parere, a questa scelta si deve gran parte della litigiosità priva di via d’uscita, la schematizzazione sistematica, il tutto o niente binario e la…feminilizzazione dei rapporti umani.
  • Rosanna

    @ottavino

    La tua tesi ricorda quella di Emanuele Severino, secondo il quale tutta la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo, inteso come l’identificazione dell’essere col nulla. Il pensiero occidentale, conquistata la sua piena espressività con Leopardi, non affermerà mai direttamente l’identificazione dell’essere con il suo opposto, eppure questa identificazione scorre sotterranea lungo tutta la storia dell’Occidente. Concetti quali nichilismo, divenire, poíesis, tecnica, hýbris, volontà di potenza, arte, sono l’inconscia espressione di questa folle identità.

    La storia dell’Occidente sarebbe dunque la storia dell’inoltrarsi del pensiero lungo il sentiero della notte, dice Severino (Democrazia, tecnica, capitalismo), indicato per la prima volta da Parmenide. Il vertice di questo sentiero sarebbe la nostra epoca, quella che vede nella tecnica la nuova matrice dell’esistenza dell’uomo. La storia dell’Occidente è dunque la storia della dialettica tra l’eterno e il divenire, dialettica che, però, deve tramontare, perché il divenire sia l’unica verità. Ma perché la tecnica diventi l’espressione più coerente del divenire, gli immutabili della metafisica debbono tramontare, Dio stesso deve morire.

    La tematica verrà proposta nel terzo articolo, che dovrà sondare il rapporto esistente, più o meno invasivo, ma comunque sempre responsabile, tra la tecnologia e l’educazione …
    come vedi anticipi sempre i tempi …

  • Rosanna

    La mia risposta naturalmente è indirizzata anche a Primadellesabbie,
    che ha suscitato il dibattito e proposto una chiave di lettura molto interessante,
    ma anche molto ampia e profonda …

  • SanPap

    ancora per poco; non c’è rimasto molto da saccheggiare.

    Alle ultime elezioni ho fatto il rappresentante di lista per il Movimento; nell’ultima mi è sono toccati in sorte alcuni seggi in un quartiere ultrapopolare; c’era un bisbiglio diffuso, indistinto, tutti parlavano delle stesse cose: voti in cambio di favori; e ripicche se i favori non erano arrivati. Prima un’elezione muoveva 500.000, 600.000 posti di lavoro, ora non muovono più neanche le persone dal letto su cui sono sdraiate a guardare il soffitto.

    Bisogna ripartire da zero, dal basso, dalla scuola, bisogna ricreare le coscienze; ci vorrà tanto tempo e una fatica immane, forse occorrerà bruciare una generazione (speriamo solo in senso figurato).

    Nel mio piccolo ho iniziato da un paio d’anni, faccio del volontariato insegnando matematica e fisica ai ragazzi che non hanno mezzi per pagarsi una ripetizione; ogni anno non solo cresce il numero di quelli che non si possono premettere una ripetizione ma anche di quelli che non si possono permettere di acquistare i libri su cui studiare.

    La delusione che alcuni provano per il Movimento è in fondo derivata da proprio da questo, il Movimento ha da proporre voti di scambio, ma una crescita dura, molto dura.

  • Tonguessy

    Nel mio piccolo ho iniziato da un paio d’anni, faccio del volontariato
    insegnando matematica e fisica ai ragazzi che non hanno mezzi per
    pagarsi una ripetizione; ogni anno non solo cresce il numero di quelli
    che non si possono premettere una ripetizione ma anche di quelli che non
    si possono permettere di acquistare i libri su cui studiare.

    Ecco, questa è la prova dl fallimento dello Stato nel sostenere il proprio ruolo così come la Costituzione prevede. Onore a te e ai volontari che popolano lo stivale ma questo, ancora una volta, getta del fango su tutto il sangue versato per scrivere quei precetti di società condivisa che promuove l’inclusione dell’individuo.
    Ricreare le coscienze era esattamente lo scopo, e trovarci a riparlarne adesso con l’urgenza dei tempi attuali segna ancora una volta il solco che separa l’attuale classe politica da quella che aveva sperimentato sulla propria pelle gli orrori della guerra.

  • MarioG

    Un terzo articolo?
    Ci terrete amcora a lungo con la suspance del finale?

  • Rosanna

    Lo so che lei MarioG è particolarmente ansioso di sapere come va a finire …

    non finisce bene, glielo dico subito, però lei potrà consolarsi col fatto che il dopo euro verrà gestito dalle destre, e dunque forse loro saranno in grado di proporre una scuola migliore di quella uscita dal dopoguerra e dalla carta costituzionale (che pure si ispirava nella sua istanza liceale alla riforma gentiliana), quindi porti pazienza … vede la storia, come di Montale:

    La storia non si snoda
    come una catena
    di anelli ininterrotta.
    In ogni caso
    molti anelli non tengono.
    La storia non contiene
    il prima e il dopo,
    nulla che in lei borbotti
    a lento fuoco.
    La storia non è prodotta
    da chi la pensa e neppure
    da chi l’ignora. La storia
    non si fa strada, si ostina,
    detesta il poco a poco, non procede
    né recede, si sposta di binario
    e la sua direzione
    non è nell’orario.
    La storia non giustifica
    e non deplora,
    la storia non è intrinseca
    perché è fuori.
    La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
    La storia non è magistra
    di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
    a farla più vera e più giusta.

  • tania
    Nell’attuale miseria
    etica , materiale , sociale eccetera non mi permetterei di criticare nessun
    tentativo perequativo , sotto qualsiasi forma . Però penso anche che i
    meccanismi perequativi possono iniziare a diventare veri , sostanziosi ,
    duraturi , sociali , partecipativi eccetera eccetera quando
    vengono elargiti ( più che in sussidi , in incentivi al consumo eccetera ) con
    forme di retribuzione "in natura" : la scuola , l’assistenza sanitaria ,
    l’energia pulita , i brevetti , i servizi e così via . Per
    iniziare ….

  • MarioG

    Eh, come corre! Lei si figura gia’ il dopoeuro!
    Bello lo stornello!

  • Primadellesabbie

    "scopo dell’articolo…mettere in relazione l’istruzione ed il capitale e vedere come quest’ultimo avesse regolato l’andamento del primo"


    Mi pare che non occorra dimostrare che viviamo in una civiltà dominata dalla scienza e dalle sue applicazioni.

    Ora, la scienza ha la vocazione a risolvere i problemi pratici. L’uomo appare felice di vedersi offrire la soluzione a quanti più problemi di questo ordine sia possibile, ma si da il caso che ne debba affrontare anche di altro genere, non meno urgenti, in campi nei quali la scienza é, e sarà sempre, impotente.

    Questi ultimi, che per brevità riunisco nel termine esistenziali, incombono ad ogni passo, a misura di ciascuno e, se deliberatamente aggirati, possono riservare brutte sorprese.

    La scienza e il denaro si sono messi assieme nell’industria, e hanno gradatamente monopolizzato il mondo intero, compresa la scuola dalla quale si aspettano e pretendono la complicità necessaria a rassegnare i giovani all’unica prospettiva che vedono e indicano, e se si deprimono o impazziscono: affari d’oro.

    Il fatto che non si individuino più problemi da risolvere e, per procedere si debba volgersi indietro e proporre modi di vita del passato (richiamando problemi scomparsi per poi poterli risolvere o acuire problemi la cui soluzione é a portata di mano o immergersi nella futilità, dimostra, a mio parere, che siamo al capolinea.

    Resterebbe da trattare della resistenza a rinunciare alla possibilità di vivere la vita per intero, delle sacche di resistenza che pretendono di dedicarsi anche a quella fondamentale e caratterizzante dimensione umana nella quale la scienza ed il denaro nulla possono.


  • Tonguessy

    Ovviamente concordo. Ma resta il dramma del "surplus", ovvero di ciò che ti resta una volta finita la "retribuzione in natura": la dacia in mezzo ai boschi, oppure l’ultimo tablet? E perchè preferire uno all’altro?
    Forse è sbagliato tale "surplus" e bisogna arrestare il tutto giusto lì?
    Sto parlando di colonizzazione dell’inconscio collettivo, quella deriva che fa spendere le domeniche pomeriggio nei lager commerciali. Volontariamente, senza che i manganelli di qualche squadra speciale forzino i malcapitati verso quelle scelleratezze.
    Perchè una nazione genera molta ricchezza, comunque la si vuole vedere. Ed il modello perequativo prevede una certa dose di ricchezza (intesa secondo i moderni canoni) anche per le classi subalterne. Ricchezza individuale, oltre che sociale (nella migliore delle ipotesi).
    A quel punto che si fa, secondo te?

    PS: Lenin nel suo "Che fare?" si pone grosso modo lo stesso problema.

  • SanPap

    ho letto che ci sarà un terzo articolo e vorrei aggiungere una considerazione che penso sia importante e che non ho visto menzionata (se mi è sfuggita, abbi pazienza): la scuola non solo non crea più coscienze ma crea falsi dis-qualcosa;

    mi spiego meglio; il processo è simile a quello del lavoratore che lavorava nel paradiso dei lavoratori e lo criticava: vivi nel paradiso dei lavoratori, com’è possibile che tu lo critichi, devi essere matto e ti si aprivano le porte del manicomio; ora abbiamo: sei inserito in una scuola che funziona bene, la presenza di un gruppetto di tuoi compagni che traggono profitto da quanto loro insegnato lo dimostra, quindi non sai leggere ? sei un dislessico, hai difficoltà a fare i calcoli ? soffri di discalculia (e se non riesci a pronunciare questa cacofonia sei pure dislessico), non sai tenere la penna in mano sei disortografico (ti hanno detto che dovevi imparare a scrivere secondo il metodo naturate, e tu lo hai fatto; il tuo metodo naturale era impugnare la penna con le dita "a culo di gallina", ora ti dicono che scrivi "a zampe di gallina", le zampe si trovano sotto il culo, la tua scrittura è coerente con quanto ti è stato insegnato, sono loro che dis-sociati) e quindi hai bisogno di un sostegno adeguato, di comitati di genitori, di stanziamenti pubblici, di leggi e classificazioni locali, regionali, nazionali, europee ed intercontinentali, presto galattiche

    Ti prego dis-bambino scrivi scuola con la c e lascia che sia Boole a dire 1+1 = 10, altrimenti di mettono dis-marchio che te lo porti dietro per tutta la dis-vita

  • Truman

    C’è molto di occidentale nei discorsi qui sopra, dove con occidentale intendo un certo modo saputo di ragionare in base a sillogismi e conseguenze. C’è forse anche l’illusione che la conoscenza sia classificabile e organizzabile in modo sistematico. C’è molto Aristotele e Cartesio, direi.

    Però dopo il Parmenide che piace tanto a Severino per raccontare sempre le stesse cose, il Parmenide che ci privò del numero zero per secoli, arriva Socrate, che ci dice “io so di non sapere”.

    Perchè non c’è solo il problema degli studenti che diventano analfabeti di ritorno, c’è anche quello un sistema scolastico sempre meno aperto al dubbio. Presumibilmente perchè il dubbio si lascia inscatolare con estrema difficoltà nei test Invalsi. Il dubbio è poco commerciale.

    A volte ho la sensazione che l’istruzione possa essere uno dei maggiori disturbi dell’intelligenza, che essa tenda a convogliare l’infinita complessità del reale in schemini programmati, semplificati, come piacciono al potere. L’istruzione può anche essere un modo per uccidere mondi, forse mondi fantastici, forse futuri alternativi che non si concretizzeranno mai, perchè nemmeno saranno pensati.

    Bisognerebbe forse ripensare l’istruzione come un cammino, come un’esperienza. Sempre ricordando Jerome Bruner, il quale faceva notare che un’istruzione che pretenda di preparare alla vita, invece di essere essa stessa vita, è destinata al fallimento.

    E sempre Bruner faceva notare che l’istruzione è sempre stata un problema politico.

    E allora bisogna attaccare una politica fallita per cercare di ridar vita alla scuola, tenendo presente la lezione di Hegel e Marx, il momento migliore per cambiare le cose è quello del disastro. Dalla coscienza di errori disastrosi si potrebbe ripartire per una scuola che pensi per la prima volta ai bisogni degli studenti, invece che a quelli del sistema, o dei genitori, o dei bidelli, o delle tante aziende che vorrebbero fare business sulla scuola.

    Insomma credo che la scuola pubblica possa avere ancora parecchio senso, se si ricerca davvero di mettere in pratica la Costituzione del ’48. Molti buoni esempi ci sono nel recente passato, ad esempio la scuola di Barbiana.

    Vale forse la pena di ricordare che il sistema italiano delle scuole materne negli anni scorsi veniva visto come il migliore del mondo, presumibilmente per la sua capacità di stimolare la fantasia dei bambini. Al salire del livello l’efficacia decresceva progressivamente.

    Ho la sensazione che nella progressione dei vari livelli di insegnamento non si sia consolidata l’idea che bisogna anche disimparare, riorganizzare le conoscenze in un sistema più ampio, abbandonando qualcosa che andava bene per un sempliciotto, ma diventa grottesco ad un livello più elevato. I cicli didattici insomma implementano abbastanza bene le aree di sviluppo prossimale di Vygotskij, ma dovrebbero aggiungere l’utile strumento del cancellino.

    Sempre ricordando il dubbio metodico e l’esperienza personale.

     

  • tania
    Personalmente non sono nemmeno interessata ad
    imparare ad usare un tablet o uno smartphone ; mi muovo il più possibile con i
    mezzi pubblici e ho una vecchia panda ,  presa usata ,
     di quelle con i finestrini a manovella , che ho intenzione di
    usare fino al suo ultimo cenno di vita .  Ma questo riguarda
    solo il mio carattere  e come sappiamo il nodo sul tappetto è
    appunto liberare la ricchezza collettiva ( materiale e immateriale ) dall’
    “osceno appetito” della forma merce . In questa prospettiva non sono ammesse
    “classi subalterne” e la ricchezza  prodotta ha effetti
    assolutamente positivi , emancipativi  . Insomma l’ homo
    consumens si plasma su altre razionalità , risponde presente alle necessità del
    capitale ( che non a caso elogia sempre le funzioni della “classe media” )
    .

  • Primadellesabbie

    Prologo.

    L’aspetto più prezioso e delicato di una società é la…gerarchia. O meglio il modo in cui si forma la gerarchia e, conseguentemente, la gerarchia.

    L’abitudine ad immaginare la dinamica come un continuo confronto tra chi comanda e chi ubbidisce ci ha fatto perdere il senso dell’importanza enorme, che ha la gerarchia, in ogni caso, nel bene e nel male.

    I modi per ottenere una gerarchia sono veramente molti. Metto due esempi abbastanza estremi.

    I trecento eroi che Leonida ha potuto schierare alle Termopili sono impensabili senza la solida gerarchia formatasi durante la vita da ladruncoli sbandati, alla quale erano costretti negli anni dell’adolescenza gli spartani, cacciati da casa a vivere nei boschi, a questo scopo.

    Al Principe Eugenio di Savoia, che sconfisse i mussulmani, fu dato il comando effettivo di eserciti a 16 anni o giù di lì, come si usava a quei tempi.

    Provocazione relativa alle responsabilità della scuola (se volete considerarla così).

    Senza la complicità attiva della scuola "democratica", questo sistema non avrebbe mai potuto disporre di una gerarchia strutturata in modo da poter realizzare il dominio esclusivo della dimensione scientifico industriale.

    La scuola fornisce la gerarchia, il materiale umano, tarpato a misura tale da poter essere usato a questo scopo, distruggendo e scartando tutto ciò che non sia utile a questo progetto (questo é il delitto).
    Il modello di gerarchia "pilotata", che si realizza pervicacemente in una classe (dalla prima elementare in poi) dell’attuale sistema di istruzione, é una mostruosità funzionale ad una società che ha come finalità uno sviluppo orizzontale tra le coordinate scienza e industria, e imprigiona l’umanità in questa dimensione fino a far cadere nell’oblio, qualsiasi altra dimensione e possibilità.
  • Rosanna

    @Primadellesabbie,

    capisco il tuo punto di vista, ma se l’essere umano è un animale sociale, ut ipse dixit, necessariamente la società deve essere organizzata in classi, compito della democrazia e della carta costituzionale del secondo dopoguerra è stato quello di “rendere l’uguaglianza una virtù”, e in buona parte ci sono riuscite.

    Oggi però la democrazia non è più funzionale alle élites: il neoliberismo confligge profondamente con i processi democratici, che sono diventati obsoleti e ingombranti per le sempre più veloci transazioni finanziarie. Oggi la democrazia non serve più, la scienza ha partorito la virtualità che permette la creazione di enormi guadagni, ma per garantire il controllo autoritario delle oligarchie finanziarie occorre disattivare i processi democratici che potrebbero minare il tutto.

    E’ vero che una gerarchia del  sapere  è stata anche una gerarchia del potere, però io mi preoccuperei di osservare con maggiore e ansiosa diffidenza la scuola che verrà, non tanto quella che sta morendo giorno dopo giorno sotto i nostri occhi e che è stata la migliore che l’Italia abbia avuto in tutta la sua storia nazionale (certo perfettibile).

    Ti faccio solo un esempio, riguardo alla libertà di insegnamento: quale libertà avranno quegli insegnanti che verranno reclutati direttamente dal preside, il giudizio del quale potrà incidere sulla loro carriera e sul loro stipendio?

    Potranno avere la stessa libertà di espressione e di scelta didattica che abbiamo ancora noi, ma ancora per poco?

    Dunque come sarà quella scuola in cui gli insegnanti avranno la bocca censurata da veti incrociati, e che dovranno rispettare il diktat unico dominante? Io non credo assolutamente possa essere meglio di quella di oggi …

  • Primadellesabbie

    Una storiella per riflettere sulla gerarchia:

    Una persona facoltosa decide di comperare un pappagallo, ma vuole un pappagallo "speciale". Per questo si reca nel più famoso negozio di pappagalli, e chiede che gli siano mostrati gli esemplari più straordinari di cui dispongono. Il proprietario gli mostra un uccello molto bello, spiegandogli che quello é in grado di parlare tutte le lingue conosciute:
    – quanto costa?
    – 100.000 dollari.
    poi gli indica un uccello altrettanto bello, per il quale la matematica e la fisica non hanno segreti:
    – e questo quanto costa?
    – 300.000 dollari.
    A questo punto il cliente scorge un terzo pappagallo che si trova nella stessa saletta, e chiede, indicandolo:
    – e quest’altro quanto costa?
    – 1.000.000 di dollari.
    – caspita! E cosa sa fare?
    – per la verità non lo abbiamo ancora capito, ma quando i pappagalli parlano tra di loro, ci siamo accorti che gli altri due lo chiamano "professore"!
  • Rosanna

    Simpatica la storiella,

    la condivido perfettamente, anche perché mi trovo spesso in disaccordo con i professori che conosco, ma devo anche dire che nonostante la loro ottusità da piddini, il loro riprovevole attaccamento agli ultimi privilegi che li riguardano da vicino (ancora per poco),

    la scuola è rimasta l’unica oasi di democrazia ancora esistente, in cui se il tuo superiore dice delle fregnacce, ti puoi alzare e contraddirlo apertamente, senza paura di subire qualche sorta di mobbing, di  pratica persecutoria o di violenza psicologica.

    Per quanto durerà ancora?

  • Primadellesabbie

    @ Rosanna

    Condivido appieno i tuoi timori sul futuro, se dovessero andare in porto quelle dilettantesche follie.
    La mia attenzione si rivolge ad un’estensione degli spazi esistenziali propri della nostra specie, che questa nostra cultura non tollera, avendo fatto della miopia un vizio.
  • Tonguessy

    Abbiamo già avuto modo di scambiarci le opinioni relativamente all’istruzione tempo addietro. Per me, che appartengo irrimediabilmente alla classe lavoratrice, l’istruzione ha come priorità l’acquisizione di quelle conoscenze che permettono un facile ingresso nel mondo del lavoro. Poi c’è la cultura, quella conoscenza che permette al lavoratore di controbattere puntigliosamente le argomentazioni del padronato (in senso lato) da un lato e crescere umanamente dall’altro. L’istruzione quindi assolve (nella mia personale agenda) a diverse funzioni.
    Poi c’è il metodo che non è meno importante dei fini. Probabilmente quando gli scopi sono ben chiari (così come espressi nella Costituzione) anche i metodi ne traggono vantaggio (e il "dubbio metodico" dove lo lasciamo?). Ma oggi che i fini sono confusi a dir poco (uno degli aspetti non valutati nell’articolo è la saturazione del mercato degli specialisti per cause diverse) si assiste necessariamente anche alla rivisitazione dei metodi. Perchè un insegnante sottopagato e additato come causa del mancato "pareggio di bilancio" (o qualsiasi altra tragedia neoliberista) dovrebbe veicolare quella "capacità di stimolare la fantasia" (o la capacità critica, o l’organizzazione logica etc..) come se fosse investito da quell’impulso che animò i Padri Costituenti?
    I tempi sono decisamente cambiati, virati verso il grigio uniforme dei progetti a brevissimo termine. Istruita dall’High Frequency Trading l’istruzione sta elaborando l’High Frequency Culture, ovvero l’interfaccia istantanea verso il virtuale digitale, cifra dell’indifferenziato postmoderno, simulacro del reale. E’ una specie di Red Shift che ci informa sullo stato dell’universo culturale, sempre più digitalizzato, sempre più disumanizzato.
    Lo scontro (impari e dagli esiti scontati) è quindi tra la vecchia fatica dell’apprendere con discernimento e la facilità del copia/incolla da wiki. Ma lo scontro è anche tra le vecchie relazioni umane e quelle postmoderne, abbondantemente digitali. Techne sta dirottando l’antico Nomos verso il progetto globale di Gates e Soros, Jobs e Buffett. Urge un neologismo: Neomos.

  • Tonguessy

    Qui mi trovi in totale disaccordo. Andiamo per ordine.
    1- Non è vero che il capitale elogi sempre le funzioni della “classe media". Non si spiegherebbe sennò la progressiva scomparsa della medesima, cacciata senza molti riguardi verso il lumpenproletariat. Il capitale postmoderno non ha più bisogno della middle class, prendiamone atto. Tutta la produzione si sta spostando dagli articoli per middle class ad articoli di lusso, l’unico settore non in crisi e che, nell’idiota sogno neoliberista, è capace di quel trickle down che poi, per gocciolamento, dovrebbe investire anche le classi inferiori. Balle.
    2-Marx diceva che "la cultura dominante è la cultura della classe dominante". Quindi in netto cointrasto con ciò che affermi su ricchezza materiale ed immateriale senza "classi subalterne".
    Tanto in ambito materiale che immateriale esistono le classi e si sono storicamente combattute: le lotte ideologiche erano esattamente il risultato di quello stato di cose. Oggi si dice che le ideologie sono morte proprio per esorcizzare qullo scontro materiale ed immateriale a tutto vantaggio, ovviamente, della classe dominante che porta i propri valori "materiali ed immateriali"
    3-il downgrade è un sistema per opporsi alla tecnologizzazione dei rapporti. Neanch’io ho lo smartphone (li odio) e ho un’auto con vent’anni di vita che userò "finchè morte non ci separi". Ma ha l’alzacristalli elettrico. Dici che dovrei mettere le manovelle?

  • tania
    😀 ma no , il tuo alzacristalli elettrico va
    benissimo , ci mancherebbe . Vanno benissimo anche il computer a bordo , il
    tablet , l’ultimo aggeggio superfunzionale , il treno superveloce e la navicella
    spaziale . Ho scritto che il problema è la forma merce della ricchezza , non
    ricchezza in sé . Anzi , in termini marxiani classici , la base materiale
    necessita di essere sviluppata fino al punto in cui essa possa semplicemente
    negare la propria brutale e invadente presenza e andarsene via in buon ordine
    dalla coscienza , come un servo che soddisfi con discrezione ogni bisogno
    rimanendo invisibile . La questione è che ad un certo livello la forma merce di
    questa ricchezza collettiva diventa oggettivamente improduttiva per i bisogni
    umani : per continuare a perpetuarsi necessita di bolle e crisi , scarsità ,
    mercificazione della natura , alienazione e sacrifici umani . La svolta della
    dialettica marxiana è che solo materialmente ci libereremo dalla“silenziosa
    coazione” del materiale . Libertà non significa essere liberi da determinazioni
    , ma essere determinati in modo tale da avere una relazione libera e
    trasformativa con ciò che ora ci determina ; e il comunismo , che ci
    concederebbe di fare proprio questo in termini materiali , è , in questo senso
    , l’acme della libertà umana . Certo manca il soggetto politico che si faccia
    portatore di queste istanze libertarie e democratiche  , ma
    questa è un’altra faccenda .

    Circa la cosiddetta “classe media”,
     dovremmo in realtà prima affrontare un discorso a margine (
    dal mio punto di vista , non ha ormai più senso affrontare il tema della
    “classe” secondo il nazionalismo metodologico , ha senso invece solo secondo
    l’ottica del sistema-mondo , eccetera eccetera ) ma  sono
    ovviamente d’accordo con te sulla sua progressiva scomparsa , sulla sua
    proletarizzazione , e la progressiva polarizzazione della società “in due classi
    contrapposte” . Almeno in Occidente ( in Cina stiamo assistendo invece ad un
    processo inverso , alla formazione  di una consistente classe
    media ) . Ma questa progressiva scomparse non dipende dalla volontà del
    capitale , non c’è nulla di volontaristico , un disoccupato o un clochard non
    producono plus valore . La produzione dei propri seppellitori è strutturale
    alle dinamiche capitaliste . Preciso a scanso di equivoci che non si tratta di
    una questione soggettiva : soggettivamente comunisti o anarchici sono più
    facili da riscontrare tra le fila della classe media e da molti anni , come
    noto , il proletario o il sottoproletario sono più facilmente attratti dalle
    forze politiche reazionarie . Ma al contrario ,
     oggettivamente , il proletariato come classe porta con sé un
    potenziale rivoluzionario . mentre la classe media una funzione reazionaria :
    securitaria , terrorizzata di perdere i privilegi acquisiti , e passiva : il suo
    massimo grado di libertà desiderabile è la libertà inerte , la libertà di
    consumare i vacui prodotti di cui il capitale la fornisce e la ingrassa .