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ISTRUZIONE E CAPITALE (PARTE SECONDA)

DI ROSANNA SPADINI E TONGUESSY

comedonchisciotte.org

“L’eguaglianza non è più una virtù” potrebbe essere assunto come il motto che ha contraddistinto la massiccia e articolata reazione anti-keynesiana di fine secolo: dopo un cinquantennio nel quale l’eguaglianza era stata, in qualche misura, il valore sociale prevalente – l’”idea regolativa” sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili -, si registrava, esplicitamente, una rottura.[1]

Tale rottura era imputabile alla diversa valutazione sull’eguaglianza, diventata improvvisamente ostacolo al “progresso economico”. Il neoliberismo si stava facendo largo, ed imponeva i propri standard.

La prima vittima di tale rottura è la credibilità, ovvero il rapporto diretto tra cittadini e Stato. Cittadini “diseguali” non hanno alcun motivo di rispettare chi causa tale diseguaglianza attraverso la mirata creazione di leggi e sistemi di valori. E’ il passaggio epocale dalla modernità alla postmodernità che trascina nel fango decenni di fattiva (seppur problematica) collaborazione tra le forze in campo. Tutto l’afflato modernista viene potentemente ridimensionato: i suoi valori fondanti (ciò che ha permesso la creazione dell’Italia come potenza industriale internazionale) vengono azzerati e si assiste ad un inarrestabile deterioramento del tessuto sociale.

L’avvenuto mutamento dei precedenti rapporti di potere (che causa enormi sofferenze negli strati più bassi a causa della loro progressiva esclusione dai processi sociali), porta ad un aumento della conflittualità. Conseguentemente il nuovo standard relazionale, nato dalla cesura insanabile tra cittadini e Stato, diventa la protervia: indifferenti alle affollate manifestazioni di dissenso oggi i vertici proseguono con la realizzazione dei progetti politici in agenda.

Se l’eguaglianza prevedeva la considerazione del dissenso in quanto “uguale” al consenso, le nuove regole impongono una rivisitazione morale. Mentre le manifestazioni oceaniche nel periodo “modernista” facevano cadere i governi oggi, in piena era postmoderna, li fanno rimanere ben saldi al potere. La nuova morale insegna che il “fittest to survive” non è l’animale sociale che sa rispettare i propri limiti e solidarizzare con i propri simili, ma il bipede che si fa largo a sgomitate e sgambetti e scavalca chiunque pur di raggiungere i risultati prefissati. Qualcuno ci rimetterà ma, a quel punto, sarà colpa sua.

Se l’istruzione in Italia, come suggeriva Calamandrei, era centrale nella realizzazione del sogno modernista (quindi egualitario) in quanto asse portante della creazione della classe media, volano del sistema industriale, risulta abbastanza agevole pensare che, una volta entrati nella postmodernità, ci dovesse essere un ripensamento totale sulle sue politiche gestionali. Se l’eguaglianza non è più una virtù, il sistema che la supporta va adeguatamente modificato. E, a tutti gli effetti, l’istruzione è stata cambiata per dare ampi spazi al nuovo Nomos.

Non essendo più interessato a mantenere in vita la middle class, il capitalismo postmoderno si incarica di liquidare il sistema scolastico che, negli anni passati, ne ha permesso la creazione. Vengono così sferrati poderosi attacchi concentrici all’hard core dell’istruzione: il corpo statale che lo sostiene da una parte viene cinto d’assedio dall’informazione che lo vuole fancazzista e mangiapane a sbafo, mentre dall’altra è sottopagato e costretto a continui e spesso inutili corsi di aggiornamento per mantenere viva la speranza di quella promozione che una volta era rappresentata dallo scatto di anzianità.

Al grido di “meno Stato e più Mercato” si è da tempo scatenata una campagna denigratoria nei confronti dei dipendenti pubblici, ed in particolare contro quelli che permisero la creazione dei quadri tramite un’adeguata istruzione. L’ordine parte da lontano ed ha le parole del diktat di Draghi e Trichet che, nella famosa lettera “segreta”, così tuonano: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi…. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione).”[2]

Ovviamente per performance si intende discriminazione salariale, primo passo verso il dumping.

Dal blog di Beppe Grillo una delle firme più note del giornalismo italiano, Massimo Fini, interpretando al meglio il pensiero della BCE, così sintetizza la situazione politica ed economica italiana: c’è il blocco A dei disperati e c’è “il blocco B, è costituito da chi vuole mantenere lo status quo, da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d’acquisto, da una gran parte di dipendenti statali … Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile.” [3]

Questa doppia azione politica e propagandistica ha come risultato la demotivazione all’insegnamento da una parte e l’identificazione in quel corpo statale, nella vulgata popolare artatamente manipolata, del responsabile della mancata realizzazione del sogno di eguaglianza modernista.

Ma non solo: mentre quel corpo assumeva il ruolo chiave nell’insegnamento modernista (nella tradizione del Maestro A. Manzi l’istruzione aiutava i cittadini ad essere integrati nel nuovo sistema urbanizzato), in quello postmoderno attuale tale ruolo viene negato, dato che una certa dose di analfabetismo di ritorno è indispensabile per potere cacciare la vecchia middle class nel girone dantesco del lumpenproletariat.

Una recente ricerca internazionale mette l’Italia al primo posto in Europa per il cosiddetto «analfabetismo di ritorno». Spiega il prof T. De Mauro che “solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”[4]

Il che è esattamente il contrario di ciò che intendeva promuovere la nostra Costituzione (e, per inciso, anche il modello modernista ed egalitario legato allo sviluppo industriale), mentre soddisfa completamente le necessità del capitale postmoderno: lo status dell’acefalo consumatore compulsivo non si misura certamente dal grado di cultura ma dalla capacità di sopravvivere alla crisi possedendo narcisisticamente gadget tecnologici che lo fanno apparire dimentico della propria ignorante solitudine, “subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”

La scuola, dipinta da Calamandrei come “l’organo centrale della democrazia” viene così ridimensionata dato che la democrazia stessa, basata sull’uguaglianza, non è più una virtù. Le voci degli insegnanti oggi forniscono informazioni che si confondono con la ridondante massa di concetti e significati dell’attuale era postdemocratica antiegalitaria, e la loro eco si perde nel rimbombo assordante del postmoderno che confonde processi veri e virtuali, realtà e reality.

Rosanna

L’avvento della dimensione postmoderna ha certamente intasato la sacralità del sogno modernista, ciò che era ritenuto “sacro” in quel mondo ora è ritenuto “superfluo, inutile e noioso”. Scoppiava una guerra (Vietnam) e i giovani si tuffavano in quel mondo reale fetido di sangue e napalm, fino a provarne il gusto amaro della morte, manifestando per le piazze con la determinazione di chi voleva contribuire attivamente alla conclusione veloce di quelle sofferenze.

Martin Luther King, il pastore battista dell’ “I have a dream”, gridava al mondo la sua rabbia, dando vita al più straordinario movimento per i diritti civili dei neri e i giovani partecipavano al suo sogno, alle sue marce oceaniche, presi dall’emozione manifestavano per una società in cui bianchi e neri potessero vivere a fianco pacificamente.

Il movimento studentesco diventava attore sociale cosciente in grado di assumersi la responsabilità di una contestazione globale del sistema, lamentando la manipolazione culturale di massa in cui, attraverso il falso mito della “neutralità della scienza” veniva consentita la trasmissione dell’ideologia della classe dominante, cioè quella della competizione sociale e del mito selettivo della carriera.

Ma quei giovani comunque lottavano, manifestavano, si mettevano in gioco, coscienti di quello che avveniva intorno a loro, immersi corpo e anima nella densità della storia, interessati alle molteplici attività sociali. Ora invece i giovani sono abbagliati da un iperrealismo scenografico, dove scompaiono le opposizioni tra verità e inganno, tra vita quotidiana e spettacolo, dove il reale e la propria immagine si assomigliano perfettamente, sono una cosa sola, dove la realtà appare ridotta ormai ad un rimando di segni e simulacri.

Nella “società della conoscenza” dunque, dove la ridondanza delle informazioni investe ogni giorno i nostri tablet, monitor, cellulari, determinando la scomparsa di senso del reale, la scuola vecchia maniera, dotata di docenti “colti” ma pur sempre inadempienti nei confronti di “wikipedia”, con la sua la didattica “moderna” appare superata anni luce dalla cultura del progetto flessibile e modulare, indicata dalla Riforma dell’Autonomia Scolastica del 1999, diretta espressione senza ambiguità delle esigenze neoliberiste nell’ambito dell’istruzione, dove lo studente, dotato di un proprio portfolio valutativo si trova solo a dover percorrere un cammino culturale privatistico, che lo abituerà alla solitudine del cittadino, privo di diritti e di lavoro fisso. Dove in un rapporto culturale di diritto privato, vivrà relazioni “economiche” di domanda e offerta formative, debiti e crediti, somministrazione di verifiche strutturate e preconfezionate (Invalsi), valutazioni interne ed esterne.

Da ultimo arriva il progetto di Riforma scolastica del governo Renzi “La buona scuola”, simulacro operativo del massacro definitivo della cultura, governata dal principio d’incoscienza, che ha precisi scopi basilari, piuttosto significativi: – presidi che assumeranno direttamente dopo una fantomatica “consultazione collegiale” e che interverranno sulla carriera e sugli stipendi; – il Sistema Nazionale di Valutazione che imporrà i criteri invalsiani della scuola-quiz, con l’introduzione del Registro Nazionale del personale per conteggiare le sedicenti “abilità” di ognuno, fissandole in un Portfolio con i presunti “crediti” sulla cui base i presidi premierebbero i più fedeli; – la cancellazione degli scatti di anzianità sostituiti da scatti per “merito” che riceverebbe solo il 66% dei “migliori” di ogni scuola o rete di scuole (perché proprio il 66%?) sui quali la parola decisiva l’avrà il preside, come un Amministratore delegato alla Marchionne;

– poi un accorato appello agli investimenti privati, “potenziando i rapporti con le imprese”, ma anche chiedendo il “microcredito” dei cittadini, cioè un ulteriore aumento dei contributi imposti ai genitori per le spese essenziali delle scuola, visto che lo Stato, come scrive Renzi, “non ce la fa” da solo; – sedicenti “innovatori naturali”, che invece di insegnare si occupano dell’aggiornamento obbligatorio altrui, nonché il “docente mentore”, supervisore della valutazione della scuola e del singolo.

Nell’ultima legge di Stabilità poi, il governo Renzi e la maggioranza approvano gli ennesimi tagli all’istruzione pubblica (1,4 miliardi a scuola, università e ricerca), con un colpo di coda regalano ulteriori 200 milioni alle scuole private, in barba a quanto previsto dall’articolo 33 della nostra Costituzione, in base alla quale: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“. Da anni questo dettato costituzionale viene disatteso e aggirato. Il risultato è che, mentre abbiamo la classe di insegnanti meno pagati d’Europa, alla scuola pubblica viene chiesto di arrangiarsi, di far fronte ai tagli e il privato invece viene come sempre privilegiato.

Però nonostante i modelli e i contenuti del postmoderno ci portino altrove, il mestiere dell’insegnante dovrà operare una resistenza difficile, se non impossibile, perché il suo compito resterà sempre quello di accendere le coscienze, destare emozioni, liberare le passioni, scardinare i luoghi comuni, smontare le “false flag” del mondo contemporaneo, abilitare la capacità critica, smontare l’indifferenza degli adolescenti per la realtà, facilitare l’integrazione tra le varie classi sociali ed anche tra le varie culture, e infine formare il cittadino di una democrazia che non c’è più.

E mentre la cultura umanistica diventa ogni giorno sempre più espressione di nicchia della società contemporanea, trascurata dai media distrattori delle coscienze di massa, l’insegnante dovrà anche individuare il vero nemico sociale da abbattere, quell’avvilente mondo della tv composto dai De Filippi, tronisti, veline e vite in diretta, per evidenziarne la povertà culturale e metterlo a confronto magari con la complessità emotiva della poesia di Montale o della filosofia di Nietzsche. La società dello spettacolo glielo permetterà?

Rosanna Spadini e Tonguessy

Fonte: www.comedonchisciotte.org

8.12.2014

[1] M. Revelli “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi” pag.4

[2] http://www.corriere.it/economia/11_settembre_29/trichet_draghi_italiano_405e2be2-ea59-11e0-ae06-4da866778017.shtml

[3] http://www.beppegrillo.it/2013/02/gli_italiani_non_votano_mai_a_caso.html

[4] http://mondodigitale.org/blog/2014/05/29/analfabetismo-di-ritorno-tullio-de-mauro-spiega-la-regola-del-meno-cinque/

Leggi anche: Istruzione e capitale (parte prima)

Pubblicato da Davide