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A Davos il brasiliano Bolsonaro canta una canzone di umana follia

 

PEPE ESCOBAR
atimes.com

No Xi, no Putin, no Modi. No Trump, no Macron, no May. La Merkel difficilmente potrebbe essere considerata un best seller. Non essendoci nessuna concorrenza, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, l’ex paracadutista felicemente ribattezzato dai media occidentali  “il Trump dei tropici,” al World Economic Forum (WEF) di Davos non poteva assolutamente essere scavalcato da nessuno nel ruolo di nuovo salvatore del capitalismo globale.

L‘Uomo di Davos (e, in misura molto più ridotta, la Donna) era abbastanza incuriosito per il primo giro di valzer di questo debuttante nella sala da ballo della geoeconomia. Dopotutto, aveva continuato a promettere privatizzazioni a gogo, tagli alle tasse, la definitiva sconfitta dei “comunisti” e una svendita senza precedenti di succulenti beni brasiliani. Sembrava anche meglio di una caipirinha, il cocktail nazionale, sotto il sole.

Beh, il sogno è durato in tutto sei minuti.

Bolsonaro ha detto di “aver assunto la carica nel pieno di una grande crisi etica, morale ed economica” e che ora avrebbe cambiato la storia. Ha sottolineato che i suoi ministri sono impegnati a reprimere la corruzione e il riciclaggio di denaro sporco. Beh, forse non la corruzione di suo figlio Flavio, già coinvolto in uno scandalo dalle molte facce che cammina e parla come, beh, riciclaggio di denaro sporco, unito ad una losca associazione con uno squadrone della morte, l’Escritório do Crime [Ufficio del Crimine] , di Rio de Janeiro.

Bolsonaro è stato categorico: l’Uomo e la Donna di Davos potranno visitare il Brasile in assoluta sicurezza,  con le loro famiglie,  senza essere presi in ostaggio come in un remix di Squadra d’Elite.

Dinamismo e deforestazione?

Sul palcoscenico internazionale, ha giurato che le relazioni internazionali sarebbero state più “dinamiche” e senza “pregiudizi ideologici” grazie al nuovo Ministro per le Relazioni Estere Eduardo Araujo, una ex-nullità diplomatica di basso livello che pensa che l’acronimo “BRICS” sia un’invenzione satanica.

Bolsonaro era raggiante mentre definiva il Brasile “un paradiso,” aggiungendo che “nessun altro paese al mondo ha tante foreste come noi.”

Beh, questi polmoni del pianeta Terra potrebbero essere destinati a raggiungere la condizione del deserto del Sahara, visto che Bolsonaro ha già trasferito il controllo delle riserve indigene brasiliane al Ministero dell’Agricoltura, di fatto una sussidiaria della potente lobby del comparto agroalimentare.

Il messaggio di Bolsonaro riguardo l’Amazzonia non avrebbe potuto essere più, beh, incontaminato: “La nostra missione ora è quella di progredire nell’armonizzazione della conservazione ambientale e della biodiversità, insieme al tanto necessario sviluppo economico.”

Lord Nicholas Stern, della London School of Economics, ha scritto un rapporto molto valido e dettagliato sull’economia del cambiamento climatico.

A  Davos, Stern ha dichiarato: “Bolsonaro è stato eletto in base ad un programma che dovrebbe risolvere i problemi della  violenza e della criminalità, responsabili della morte di 40-50.000 persone l’anno. La mia ipotesi è che ne moriranno 100.000 per l’inquinamento atmosferico.”

[Stern] ha anche affermato di aver sollevato il problema della necessità di proteggere la foresta pluviale amazzonica con i Chicago Boys di Bolsonaro e con lo zar della finanza Paulo Guedes, nel corso dei loro incontri a Davos.

È facile immaginare la reazione del Team Bolsonaro a Sir David Attenborough mentre fa pubblicità alla sua nuova serie su Netflix e dichiara in modo ufficiale all’Uomo (e alla Donna) di Davos che l’Olocene è finito, che il Giardino dell’Eden non esiste più e che la follia umana nei confronti dell’ambiente ci ha spinti in una nuova era geologica, l’Antropocene.

Hanno tutti abbandonato la piantagione

Nel capitolo su come salvare il capitalismo globale, Bolsonaro non si è discostato dal rigoroso copione di Davos: riduzione delle tasse, “riforma” della previdenza sociale, mega-privatizzazioni e liberazione dal “carico pesante” dello stato. Ha concluso poi con “Dio al di sopra di tutto”, facendo pensare più a Trump che a Xi. E poi se n’è andato, sostituito da Mike Pompeo via satellite.

Si può essere certi che 1.500 jet privati in lotta per una piazzola di parcheggio, più un perenne ingorgo di limousine (e poi si parla di élite consapevoli dell’ambiente) hanno avuto su Davos un impatto maggiore dei sei minuti di notorietà di Bolsonaro. Robert Shiller, premio Nobel per l’economia nel 2013, ha dichiarato che Bolsonaro “lo spaventa.”

C’è stato anche qualcosa che ha ricordato i cartoni animati della serie Looney Tunes. La versione inglese dell’intervista minimalista tenuta dal presidente al suo arrivo a Davos (ha poi saltato la conferenza stampa d’obbligo) ha rivelato che ai vertici del governo Bolsonaro nessuno parla un inglese decente. E il giorno prima, persino i suoi ministri e i suoi consiglieri più stretti non sapevano cosa avrebbe detto.

Non c’è da stupirsi che la proverbiale massa di “investitori stranieri” preferisca levare i propri calici di champagne verso l’articolo genuino: la Cina.

Durante il forum sul rischio finanziario globale, il vicepresidente della China Securities Regulatory Commission, Fang Xinghai, ha sottolineato: “Non dovremmo reagire in modo eccessivo. La Cina sta rallentando, ma questo non sarà un disastro,” aggiungendo che le strategie di Pechino hanno costantemente “evitato crisi finanziarie negli ultimi 40 anni,” cosa questa mai successa nel territorio del G-7.

Le voci dalla City di Londra si uniscono, com’era del resto prevedibile, a quelle uscite da Davos nel loro estremo timore dell’“autoritarismo populista” e della “democrazia illiberale,” insieme alla compiacente puntualizzazione che Trump, anche se potrebbe essere un populista di destra con tratti autoritari come Bolsonaro, non è poi così minaccioso, perché è controllato dalle “istituzioni statunitensi.”

Con una visione pietosa come questa, l’Uomo (e la Donna) di Davos, se volessero capire da che parte soffia il vento, farebbero meglio a leggere “Twilight of the Elites: Prosperity, the Periphery and the future of France” [Il tramonto delle elite: la prosperità, la periferia e il futuro della Francia], del geografo Christophe Guilluy, tradotto in inglese dalla Yale University Press.

I Giubbotti Gialli

Scrivendo due anni prima della comparsa dei Gilets Jaunes, i Giubbotti Gialli, Guilluy ci mostra in modo convincente come, ancora una volta, si tratti di lotta di classe. Ma ora la classe operaia “rifiuta di essere ulteriormente schiavizzata dai suoi vecchi padroni politici e culturali.”

Plaude all’emergere di una “contro-società che, a tutti gli effetti, è in contrasto con il modello economico e sociale delle classi dominanti. Dalle banlieues (periferie) alle contrade della Francia periferica, le implicazioni di questo cambiamento riguardano tutti quelli che fanno parte della classe operaia … sono fuggiti dalla piantagione e non ritorneranno indietro.”

Non c’è da stupirsi che Macron non sia andato a Davos; deve fare i conti con la realtà (e non sa come fare).

Davos potrebbe sopravvivere come una gag di scarto del Circo Volante dei Monty Python, ormai vecchio di 50 anni. E no, la svendita del “paradiso” brasiliano non salverà il capitale globale.

Pepe Escobar

 

Fonte: atimes.com
Link: http://www.atimes.com/article/brazils-bolsonaro-sings-a-song-of-human-folly-at-davos/
23.01.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.