Il destino dell’Europa Orientale

Dmitry Orlov
cluborlov.blogspot.com

La gente in Occidente tende a preoccuparsi eccessivamente di ciò che accade in Cina. Ma, in realtà, non hanno nulla di cui preoccuparsi; la Cina se la caverà benissimo anche senza di loro. In effetti, mentre gli Stati Uniti nel secondo trimestre del 2020 registrano un calo del PIL del 50%, la Cina è tornata in crescita economica. Le persone in Occidente tendono anche ad essere eccessivamente preoccupate per il Medio Oriente, sopratutto perché è da lì che proviene gran parte del loro petrolio. Ma non dovrebbero crucciarsi per esso, o per dove proviene il loro petrolio; ciò di cui dovrebbero preoccuparsi è di riuscire a pagarlo con gli inutili soldi che stanno continuando a stampare dal nulla. Tendono anche a preoccuparsi del Medio Oriente perché è lì che si trova il piccolo ma pugnace stato di Israele. Neanche di questo dovrebbero preoccuparsi; all’interno della Federazione Russa, al confine con la Cina, esiste una regione autonoma ebraica molto bella e sottopopolata, in cui gli Israeliani saranno in grado di trasferirsi, una volta che il sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti ad Israele si sarà prosciugato. È l’unica regione autonoma rimasta all’interno della Federazione Russa, tenuta separata, invece essere annessa alla regione molto più grande di Khabarovsk, proprio per una tale eventualità. Ciò di cui l’Occidente dovrebbe preoccuparsi è piuttosto il grande arco di prossima instabilità, proprio ai suoi confini orientali, che si estende dal Mar Baltico al Mar Nero, fino alla Grande Muraglia Russa.

Quando gli imperi si espandono e diventano enormi, generalmente assorbono e assimilano i gruppi etnici o danno vita essi stessi ad enclavi etniche, ma, a volte, lungo i loro confini periferici si creano entità sovrane o semi-sovrane più piccole. Quando i grandi imperi crollano, queste piccole entità periferiche tendono ad essere gravemente disturbate. Il mio libro, The 5 Stages of Collapse, si focalizza sopratutto sugli imperi: grandi entità superetniche, come l’URSS, gli Stati Uniti e l’UE. È per questi che il collasso può essere utilmente suddiviso in cinque fasi distinte, che si susseguono più o meno l’una dopo l’altra, con ognuna di esse che innesca la successiva, magari con una certa sovrapposizione, anche se gli sconvolgimenti globali possano scombussolare le cose e interrompere questa progressione ordinata, anche per gli imperi.

Le piccole entità sovrane o semi-sovrane, così come i protettorati non sovrani, mancano della massa politica e dell’autonomia necessaria per attuare in modo autonomo la propria sequenza di collasso. Per loro, è più probabile che il crollo arrivi con una serie di spiacevoli sorprese, piuttosto che sotto forma di una progressione ordinata e programmata. Se sono relativamente autosufficienti per risorse alimentari ed energia ma non dispongono di vantaggi (per gli altri) o di svantaggi (per loro stessi) strategici o geopolitici significativi, sono, allo stesso tempo, troppo forti militarmente e troppo poveri per essere efficacemente saccheggiati dai loro vicini più grandi e più agguerriti e, se hanno la fortuna di avere un’élite nazionale leale, patriottica e non troppo desiderosa di vendere il paese al miglior offerente, nel migliore dei casi verranno lasciati al loro destino, che è quello di decomporsi in modo pacifico. Se non ci sono queste condizioni, diventa più probabile lo scenario peggiore: la nazione è economicamente paralizzata, calpestata da eserciti e da migrazioni e suddivisa secondo accordi di pace negoziati e firmati sotto coercizione in un paese lontano.

La sovranità nazionale è un prodotto di lusso, che richiede enormi risorse per la sua costruzione e la sua manutenzione. Alcune pseudo-nazioni possono cavarsela con lo stretto necessario: un sigillo nazionale, una bandiera, un inno, qualche monumento pubblico e una o due figure politiche, ma questi sono generalmente protettorati, non stati sovrani. Un vero stato sovrano deve anche avere un esercito (e magari una marina e un’aeronautica), un sistema giudiziario, tutta una serie di ministeri, una sorta di organo legislativo o di consiglio pubblico e un potere esecutivo. Per rivendicare la propria parte di riconoscimento internazionale deve avere una parvenza di partecipazione democratica (aperta alla manipolazione politica estera), mantenere relazioni giuridiche e rappresentanze diplomatiche, emettere una propria moneta e disporre di una propria banca centrale. (L’uso di una valuta estera è una possibilità, ma al prezzo di cedere il controllo agli stranieri delle strategie di sviluppo nazionale).

Questi attributi di uno stato sovrano sono costosi e più lo stato è piccolo e povero, più alte sono le spese pro capite e più è difficile mantenerli in buone condizioni. Ci sono, come sempre, alcune scorciatoie. Una di queste è l’autoritarismo: il voto è ridotto ad un consenso forzato, il potere legislativo è limitato ad un ruolo consultivo e l’esecutivo è semplificato in una presidenza in cui il nuovo presidente è il figlio del vecchio presidente. Un’altra possibilità è quella di diventare uno stato defunto, con un imbelle governo centrale ridotto al rango di polena, mentre il resto del paese è controllato dai signori della guerra e dalle bande. Un’altra ancora è trasformare la sovranità nazionale, che a questo punto non è più un esercizio di potere, in una sorta di mito popolare: si fa in modo che le persone credano che il loro paese esista veramente e che appartenga a loro, anche se è parzialmente controllato a distanza da una capitale straniera, che può essere Mosca, Bruxelles o Washington, assistita da società transnazionali che monopolizzano le attività commerciali e dagli oligarchi locali che si spartiscono la nazione dividendola in roccaforti feudali.

Ci sono esempi della prima opzione autoritaria in molte parti del mondo, la Corea del Nord è il primo, in Europa l’unico esempio che abbiamo è la Bielorussia, anche se questo paese sta lentamente e con riluttanza venendo assorbito dalla Federazione Russa. L’autoritarismo rigoroso in Europa è passato di moda da molte generazioni, ma potrebbe ancora risorgere temporaneamente qui e là. Esempi della seconda opzione, quella dello stato defunto, si possono trovare in paesi come Afghanistan, Siria, Yemen, Libia, ma, in Europa, l’unico esempio è il Kosovo, un’enclave artificiale senza legge, mantenuta grazie alla presenza di Camp Bondsteel dell’esercito americano; generalmente però queste condizioni di disordine stabile non esistono più in Europa. In Europa, e in particolare in quella Orientale, è la terza opzione ad essere da sempre la più popolare, il luogo dell’autorità extra-nazionale, che si sposta tra Roma, Costantinopoli, Vienna, San Pietroburgo, Berlino, Mosca e Washington/Bruxelles.

Siamo pronti a dichiarare che Washington/Bruxelles sono le località dove attualmente risiede la sovranità dell’Europa orientale? Fa ora parte di un Quarto Reich che durerà un millennio? Questa affermazione potrebbe anche sembrare ragionevole per le persone deliranti che si trovano a Washington o a Bruxelles, ma, vista da Mosca o da Pechino, sembra sempre più ridicola. La storia recente ha fatto passare il bestseller del 1992 del Professor Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, da serio trattato di filosofia politica ad oggetto di derisione e di ridicolo. No, la storia non è finita e il Quarto Reich, sotto la forma dell’Unione Europea e della NATO allargata, probabilmente seguirà il destino del Terzo. Cosa succederà allora? È molto difficile fare previsioni sul futuro che non risultino alla prova dei fatti ridicolmente false, quindi non ci proverò nemmeno. Piuttosto, voglio delineare le linee generali di un futuro che potrebbe non essere del tutto improbabile, tenendo però presente che è solo una delle infinite possibilità.

La graduale scomparsa del petrolio di scisto negli Stati Uniti ha posto fine alla crescita dell’offerta mondiale di greggio e, con essa, all’espansione economica globale che aveva sostenuto il sistema del capitalismo mondiale. L’economia globale non esiste più, dovrà essere sostituita da raggruppamenti regionali energetici e tecnologici. Il polo principale sarà costituito da Russia, Cina ed Iran, che, insieme, dispongono delle risorse e tecnologie sufficienti per costruire una civiltà industriale indipendente. Altrove, potrebbero esistere enclavi industriali relativamente civilizzate intorno ai centri di estrazione delle risorse naturali e di produzione di generi ad alta tecnologia. Al di fuori di queste enclavi ci saranno eco-parchi etnografici, in cui i nativi indosseranno pittoreschi abiti etnici, parleranno oscure lingue locali e venderanno bigiotteria fatta in casa ai turisti cinesi di passaggio.

Che ripercussione avrà tutto questo sull’Europa Orientale? Quale sarà la sua funzione in questo nuovo ordine mondiale? Quando era terminata l’era degli imperi e l’Impero Russo, quello ottomano e quello austro-ungarico erano scomparsi, l’Europa Orientale era servita principalmente come zona cuscinetto tra Oriente ed Occidente. In seguito, dopo il crollo dell’URSS, era stata usata sopratutto come fonte di manodopera migrante a basso costo per l’Europa Occidentale e come zona cuscinetto da cui poter (fingere di) minacciare la Russia (mentre il vero obiettivo della NATO è incanalare fondi pubblici verso i produttori di armi americani). Ma, ora che gli Stati Uniti e l’UE stanno collassando dal punto di vista economico e mentre, allo stesso tempo, le loro valute si stanno rapidamente svalutando, quanto potrebbe mancare al loro collasso politico?

E una volta che si sarà verificato, in che località le pseudo-nazioni dell’Europa Orientale trasferiranno la loro autorità esterna? Di nuovo a Mosca? Potete scordarvelo! L’era delle divisioni corazzate e della fanteria è finita e la Russia non ha più bisogno di circondarsi di zone cuscinetto. Se venisse attaccata, ora può efficacemente distruggere il Pentagono usando un missile ipersonico in circa 18 minuti; non sarà quindi attaccata. La Russia ha bisogno di una popolazione più numerosa, ma, affinché la grande esperienza russa possa funzionare, devono essere Russi leali e patriottici, qualunque sia la loro origine etnica, e non stranieri con le loro fantasiose idee di grandeur nazionalista. Avendo pienamente soddisfatto i suoi impulsi irredentisti con la ri-annessione della Crimea nel 2014, la Russia è ora impaziente di costruire una Grande Muraglia (fittizia) Russa, dal Baltico al Mar Nero, che la protegga dai vari popoli predatori pseudo-fratelli dell’Ovest, perché, senza dubbio, torneranno sui loro passi e le chiederanno qualcosa in cambio delle loro inaffidabili promesse di eterna amicizia.

Quali opzioni rimarranno aperte agli Europei dell’est quando il loro centro esterno di controllo sarà scomparso e l’esercizio di una vera sovranità nazionale diventerà troppo costoso? Le due uniche opzioni sono l’autoritarismo e il fallimento. L’Ucraina sta attualmente abbracciando l’ideologia nazista mentre, allo stesso tempo, sta diventando uno stato fallito, cercando così di fare da apripista. Esistono precedenti storici: un certo numero di regimi nazionalisti/fascisti, dall’Estonia alla Georgia, erano emersi dopo il crollo dell’Impero Russo. La loro esistenza era stata breve ma memorabile e, generalmente, era terminata nel disonore. Ma la vergogna è raramente una motivazione per i nazionalisti assetati di sangue. Ciò che dovrebbe preoccupare l’Occidente è la comparsa sul suo fianco orientale di una serie di pseudo-stati neofascisti falliti, tutti ben forniti di armi, alcune risalenti all’epoca sovietica e il resto provenienti dalle riserve della NATO. La carne da cannone, altamente motivata da queste esperienze politiche sarà fornita dai lavoratori immigrati che erano stati licenziati dai loro datori di lavoro nell’Europa Occidentale e che erano ritornati in patria con l’illusione di trovarvi un’industria e posti di lavoro ben retribuiti. Infatti penseranno che, se non erano riusciti ad ottenere ciò di cui avevano bisogno dall’Occidente lavorando, potrebbero benissimo andare a prenderselo con la forza. L’Occidente certamente non dovrebbe aspettarsi che la Russia accorra in suo aiuto. I Russi si siederanno in cima alla Grande Muraglia Russa, faranno dondolare i piedi, berranno birra e mangeranno popcorn. Certamente non sacrificheranno la loro vita e la loro energia per l’Europa Orientale, per poi essere calunniati come “occupanti” qualche decennio dopo.

Per quanto riguarda gli abitanti di queste infelici regioni, sembra che non abbiano delle buone opzioni, tranne quella più usuale: arrangiarsi quando le cose vanno male. Spero che i miei scritti possano servire da utile guida per coloro che vogliono trarre il massimo vantaggio da quella che promette di essere una brutta situazione. La parte più importante della preparazione è psicologica e, leggendo i miei libri, potrebbero essere in grado di temprarsi in vista di quelli i Cinesi amano definire “tempi interessanti.”

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2020/05/the-fate-of-eastern-europe.html
30.05.2020