I veri avversari dell’America sono gli Europei e gli altri alleati

L'obiettivo degli Stati Uniti è impedire che commercino con Cina e Russia

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Michael Hudson
thesaker.is

La cortina di ferro degli anni ’40 e ’50 era stata apparentemente progettata per isolare la Russia dall’Europa Occidentale, per tenere fuori l’ideologia comunista e la sua penetrazione militare. L’odierno regime di sanzioni mira, al contrario, ad impedire agli alleati NATO e ad altri alleati occidentali una politica di maggiori scambi ed investimenti con Russia e Cina. L’obiettivo non è tanto quello di isolare la Russia e la Cina, ma piuttosto mantenere questi alleati saldamente all’interno dell’orbita economica dell’America. Gli alleati devono rinunciare ai vantaggi derivanti dall’importazione di gas russo e prodotti cinesi, acquistare il GNL americano, ad un prezzo molto più elevato, ed altri prodotti, per lo più armi statunitensi.

Le sanzioni contro il commercio con Russia e Cina, che i diplomatici statunitensi chiedono con insistenza ai loro alleati di imporre, mirano apparentemente a scoraggiare un aumento della potenza militare. Ma una cosa del genere non può essere il cruccio che più assilla Russi e Cinesi. Hanno molto di più da guadagnare offrendo vantaggi economici reciproci all’Occidente. Quindi ,la domanda di fondo è se l’Europa percepirà un vantaggio nel sostituire le esportazioni statunitensi con forniture russe e cinesi e i relativi legami economici di mutuo interesse.

Ciò che preoccupa i diplomatici americani è che la Germania, altre nazioni della NATO e Paesi lungo la Nuova Via della Seta comprendano i vantaggi che si possono ottenere aprendo scambi e investimenti pacifici. Se non esiste un piano russo o cinese per invaderli o bombardarli, che bisogno c’è della NATO? Qual è il bisogno di acquisti così pesanti di armamenti statunitensi da parte dei ricchi alleati dell’America? E se non esiste una relazione intrinsecamente contraddittoria, perché i Paesi stranieri dovrebbero sacrificare i propri interessi commerciali e finanziari affidandosi esclusivamente agli esportatori e agli investitori statunitensi?

Queste sono le preoccupazioni che hanno spinto il primo ministro francese Macron ad evocare il fantasma di Charles de Gaulle e ad esortare l’Europa a voltare le spalle a quella che chiama la Guerra Fredda “clinicamente morta” della NATO e a rompere gli accordi commerciali filo-USA che stanno imponendo all’Europa un aumento dei costi, negandole i potenziali guadagni dal commercio con l’Eurasia. Persino la Germania esita di fronte alla richiesta [americana] di congelare entro marzo, se non arriverà il gas russo.

Piuttosto che una vera minaccia militare da parte di Russia e Cina, il problema per gli strateghi americani è l’assenza di tale minaccia. I vari Paesi si sono resi conto che il mondo ha raggiunto un punto in cui nessuna economia industriale ha la forza lavoro e la capacità politica per mobilitare un esercito permanente delle dimensioni necessarie per invadere o impegnarsi in un grosso conflitto con un avversario significativo. Quel costo politico rende antieconomico per la Russia reagire contro l’avventurismo della NATO che spinge ai suoi confini occidentali, cercando di scatenare una risposta militare. Non vale la pena conquistare l’Ucraina.

La crescente pressione dell’America sui suoi alleati minaccia di spingerli fuori dall’orbita degli Stati Uniti. Per oltre 75 anni hanno avuto poche alternative pratiche all’egemonia statunitense. Ma questo ora sta cambiando.

L’America non ha più quel potere monetario, quel potere commerciale e quella bilancia dei pagamenti in perenne attivo che, nel 1944-45, le aveva permesso di stabilire le regole del commercio e degli investimenti mondiali. La minaccia al dominio degli Stati Uniti è che Cina, Russia e il cuore dell’isola eurasiatica di Mackinder stanno offrendo opportunità commerciali e di investimento migliori di quelle offerte dagli Stati Uniti con la loro richiesta sempre più disperata di sacrifici da parte della NATO e dei loro alleati.

L’esempio più lampante è la volontà degli Stati Uniti di impedire alla Germania di autorizzare il gasdotto Nord Stream 2 e importare gas russo per l’inverno. Angela Merkel aveva concordato con Donald Trump di spendere 1 miliardo di dollari per costruire un nuovo terminale di rigassificazione GNL, per diventare ancora più dipendente dal costoso gas statunitense. (Il piano era stato annullato dopo che le elezioni statunitensi e tedesche avevano avvicendato entrambi i leader). Ma la Germania non ha altro modo per riscaldare le sue case e i suoi uffici (o rifornire le aziende che producono fertilizzanti) se non con il gas russo.

L’unico modo rimasto ai diplomatici statunitensi per bloccare gli acquisti europei è spingere la Russia ad una risposta militare e poi affermare che punire questa risposta va oltre qualsiasi interesse economico puramente nazionale. Come ha spiegato l’aggressivo sottosegretario di Stato per gli affari politici, Victoria Nuland, in una conferenza stampa del Dipartimento di Stato il 27 gennaio: “Se la Russia invaderà l’Ucraina, in un modo o nell’altro il Nord Stream 2 non andrà avanti”. [1] Il problema è creare un incidente opportunamente offensivo e indicare la Russia come aggressore.

Nel 2014, la Nuland aveva elegantemente rivelato chi stava dettando la politica dei membri della NATO: “Si fotta l’UE”. Questo mentre diceva all’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina che il Dipartimento di Stato stava sostenendo il fantoccio Arseniy Yatsenyuk come primo ministro ucraino (rimosso dopo due anni in uno scandalo di corruzione), e le agenzie politiche statunitensi promuovevano il sanguinoso massacro di Maidan, che aveva dato inizio a quella che ormai è una guerra civile che dura da otto anni. Il risultato ha devastato l’Ucraina tanto quanto la violenza degli Stati Uniti aveva distrutto Siria, Iraq e Afghanistan. Questa non è la politica di pace o di democrazia che gli elettori europei sostengono.

Le sanzioni commerciali statunitensi imposte ai suoi alleati della NATO si estendono a tutti i generi commerciali. La Lituania, oppressa dall’austerità, ha rinunciato alle proprie esportazioni casearie e agricole verso la Russia e sta bloccando la ferrovia che porta la potassa bielorussa al porto baltico di Klaipeda. L’amministrazione portuale si è lamentata del fatto che “la Lituania perderà centinaia di milioni di dollari a causa dell’arresto delle esportazioni bielorusse attraverso Klaipeda” e “potrebbe affrontare rivendicazioni legali per 15 miliardi di dollari per la rottura dei contratti”. [2] La Lituania ha persino accettato la richiesta degli Stati Uniti di riconoscere Taiwan, con il risultato che la Cina si rifiuta di importare prodotti tedeschi o di altra nazionalità che includano componenti di fabbricazione lituana.

L’Europa deve imporre sanzioni, anche a costo di far aumentare i prezzi dell’energia e dei prodotti agricoli, dando priorità alle importazioni dagli Stati Uniti e rinunciando alle relazioni commerciali con Russia, Bielorussia ed altri Paesi al di fuori dell’area del dollaro. Come ha affermato Sergey Lavrov: “Quando gli Stati Uniti pensano che qualcosa si adatti ai loro interessi, possono tradire coloro con cui avevano rapporti amichevoli, con cui avevano collaborato e che avevano sotenuto le loro posizioni in tutto il mondo”. [3]

Le sanzioni americane imposte ai suoi alleati danneggiano le loro economie, non quelle di Russia e Cina

Ciò che sembra ironico è che tali sanzioni contro Russia e Cina hanno finito per aiutarle piuttosto che danneggiarle.

Ma l’obiettivo primario non era danneggiare o sostenere l’economio russa o cinese. Dopotutto, è assiomatico che le sanzioni costringano i Paesi presi di mira a diventare maggiormente autosufficienti. Privati del formaggio lituano, i produttori russi hanno prodotto il proprio e non hanno più bisogno di importarlo dagli Stati Baltici. La concorrenza economica di base dell’America mira a mantenere l’Europa e i Paesi asiatici alleati nella propria orbita economica sempre più protetta. A Germania, Lituania e agli altri alleati viene detto di imporre sanzioni in contrasto con il proprio benessere economico, impedendo loro di commerciare con i Paesi al di fuori dell’area del dollaro USA.

A prescindere dalla minaccia di una vera guerra derivante dalla bellicosità degli Stati Uniti, il costo di arrendersi al commercio e alle richieste di investimento degli Stati Uniti sta diventando, per gli alleati americani, così alto da essere politicamente improponibie. Per quasi un secolo ci sono state poche alternative, se non quella di accettare regole commerciali e di investimento a favore dell’economia statunitense, come prezzo per ricevere supporto finanziario e commerciale dagli Stati Uniti e persino sicurezza militare. Ma ora sta emergendo una nuova alternativa: quella che offre i vantaggi della Nuova Via della Seta e quella che sorge dal desiderio della Russia di investimenti internazionali per la modernizzazione della propria organizzazione industriale, come sembrava essere stato promesso trent’anni fa, nel 1991.

Fin dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, la diplomazia statunitense ha sempre cercato di bloccare Gran Bretagna, Francia e soprattutto le potenze sconfitte, Germania e Giappone, facendole diventare dipendenti economicamente e militarmente dagli Stati Uniti. Come ho documentato in Super Imperialism, i diplomatici americani avevano disgragato l’Impero Britannico e assorbito l’area della sterlina, grazie agli onerosi termini imposti prima dalla Legge Affitti e Prestiti e poi dall’Accordo di Prestito anglo-americano del 1946. I termini di quest’ultimo avevano obbligato la Gran Bretagna a rinunciare alla sua politica di Preferenza imperiale e a sbloccare i saldi in sterline che l’India e le altre colonie avevano accumulato con le loro esportazioni di materie prime durante la guerra, aprendo così il Commonwealth britannico alle esportazioni statunitensi.

La Gran Bretagna si era impegnata a non recuperare i suoi mercati pre-bellici svalutando la sterlina. I diplomatici statunitensi avevano poi creato il FMI e la Banca Mondiale con clausole che promuovevano i mercati di esportazione statunitensi e scoraggiavano la concorrenza della Gran Bretagna e degli altri ex rivali. I dibattiti alla Camera dei Lord e alla Camera dei Comuni sono la prova che i politici britannici avevano riconosciuto di essere stati relegati in una posizione economica secondaria, ma sentivano di non avere alternative. E, una volta arresi, i diplomatici statunitensi avevano avuto mano libera nell’affrontare il resto d’Europa.

Il potere finanziario ha consentito all’America di continuare a dominare la diplomazia occidentale nonostante nel 1971 fosse stata costretta a rinunciare al gold standard, a causa dei costi nella bilancia dei pagamenti per le spese militari all’estero. Nell’ultimo mezzo secolo, i Paesi stranieri hanno mantenuto le loro riserve monetarie internazionali in dollari USA, principalmente in titoli del Tesoro USA, conti bancari statunitensi ed altri investimenti finanziari nell’economia statunitense. Lo standard dei buoni del Tesoro obbliga le banche centrali straniere a finanziare il disavanzo della bilancia dei pagamenti americana dovuto alle spese militari e, di conseguenza, il disavanzo del bilancio del governo federale.

Gli Stati Uniti non hanno bisogno di questo riciclaggio per creare denaro. Il governo può semplicemente stampare denaro, come dimostra la MMT. Ma gli Stati Uniti hanno bisogno di questo riciclaggio dei dollari esteri praticato dalla banca centrale per bilanciare i pagamenti internazionali e sostenere il tasso di cambio del dollaro. Se il dollaro dovesse perdere il suo status, i Paesi stranieri troverebbero molto più facile pagare con le proprie valute i debiti internazionali contratti in dollari. I prezzi delle importazioni statunitensi aumenterebbero e sarebbe più costoso per gli investitori statunitensi acquistare beni all’estero. E gli stranieri perderebbero soldi sulle azioni e sulle obbligazioni statunitensi denominate nelle loro stesse valute e se ne sbarazzerebbero. Le banche centrali, in particolare, subirebbero una perdita sui titoli del Tesoro in dollari che detengono nelle loro riserve monetarie e troverebbero interessante uscire dal dollaro. Quindi, la bilancia dei pagamenti e il tasso di cambio degli Stati Uniti sono entrambi minacciati dalla belligeranza degli Stati Uniti e dalle loro spese militari in tutto il mondo, eppure i suoi diplomatici stanno cercando di stabilizzare le cose portando la minaccia militare a livello di crisi.

La spinta degli Stati Uniti a mantenere i protettorati dell’Europa e dell’Asia orientale bloccati nella propria sfera di influenza è minacciata dall’emergere di una Cina e una Russia indipendenti dagli Stati Uniti, mentre l’economia statunitense si sta deindustrializzando a causa di scelte politiche deliberate. La dinamica industriale che aveva garantito agli Stati Uniti una posizione di dominanza dalla fine del 19° secolo fino agli anni ’70 ha lasciato il posto ad una finanziarizzazione neoliberista evangelica. Questo è il motivo per cui i diplomatici statunitensi devono esercitare una forte pressione sugli alleati per bloccare le loro relazioni economiche con la Russia post-sovietica e la Cina socialista, la cui crescita sta superando quella degli Stati Uniti e i cui accordi commerciali offrono maggiori opportunità di guadagno reciproco.

La questione è per quanto tempo gli Stati Uniti potranno impedire ai loro alleati di trarre vantaggio dalla crescita economica della Cina. La Germania, la Francia e gli altri Paesi della NATO cercheranno la prosperità per se stessi invece di lasciare che lo standard del dollaro USA e gli obblighi commerciali risucchino il loro surplus economico?

La diplomazia petrolifera e il sogno dell’America per la Russia post-sovietica

Nel 1991, l’aspettativa di Gorbaciov e di alcuni funzionari russi era che la loro economia si sarebbe rivolta all’Occidente per una riorganizzazione con le stesse modalità che avevano reso così prospere le economie statunitensi, tedesche e di altre nazioni. L’aspettativa reciproca in Russia e nell’Europa Occidentale era che gli investitori tedeschi, francesi e degli altri Paesi ristrutturassero l’economia post-sovietica secondo linee più efficienti.

Quello non era il piano degli Stati Uniti. Quando il senatore John McCain aveva definito la Russia “una stazione di servizio con bombe atomiche”, quello era il sogno dell’America per la Russia, con le azinde russe del gas sotto il controllo degli azionisti statunitensi, a cominciare dal pianificato acquisto di Yukos, come concordato con Mikhail Khordokovsky. L’ultima cosa che gli strateghi statunitensi volevano vedere era una Russia fiorente e rianimata. I consulenti statunitensi avevano cercato di privatizzare le risorse naturali della Russia e altre attività non industriali, consegnandole ai cleptocrati, che avrebbero “incassato” il valore di ciò che avevano privatizzato solo vendendo agli Stati Uniti e ad altri investitori stranieri in cambio di valuta forte. Il risultato era stato un crollo economico e demografico neoliberista in tutti gli stati post-sovietici.

In un certo senso, l’America si è trasformata nella propria versione di una stazione di servizio con bombe atomiche (ed esportazioni di armi). La diplomazia petrolifera statunitense mira a controllare il commercio mondiale di petrolio, in modo che gli enormi profitti che ne derivano vadano alle maggiori compagnie petrolifere statunitensi. Era stato per mantenere il petrolio iraniano nelle mani della British Petroleum che Kermit Roosevelt della CIA aveva collaborato con la Anglo-Persian Oil Company, di proprietà della British Petroleum, per rovesciare il leader eletto dall’Iran, Mohammed Mossadegh, nel 1954, quando aveva cercato di nazionalizzare la compagnia che aveva rifiutato, decennio dopo decennio, di concretizzare i contributi promessi all’economia [iraniana]. Dopo la salita al potere dello Scià, la cui democrazia era basata su un crudele stato di polizia, l’Iran aveva minacciato ancora una volta di agire da sovrano nei confronti delle proprie risorse petrolifere. [Il Paese] si era quindi ritrovato di fronte alle sanzioni volute dagli Stati Uniti, che rimangono in vigore ancora oggi. Lo scopo di tali sanzioni è mantenere il commercio mondiale di petrolio saldamente sotto il controllo degli Stati Uniti, perché il petrolio è energia, e l’energia è la chiave della produttività e del PIL reale.

Nei Paesi in cui sono al potere governi stranieri, come l’Arabia Saudita e i vicini petrostati arabi, i proventi delle esportazioni del loro petrolio devono essere impegnati sui mercati finanziari statunitensi per sostenere il tasso di cambio del dollaro e il dominio finanziario degli Stati Uniti. Quando avevano quadruplicato i prezzi del petrolio nel 1973-74 (in risposta al quadruplicamento dei prezzi all’esportazione dei cereali statunitensi), il Dipartimento di Stato americano stabilì che l’Arabia Saudita avrebbe potuto far pagare quello che voleva per il suo petrolio (aumentando parallelamente i ricavi dei produttori di petrolio statunitensi), ma avrebbe dovuto riciclare i suoi guadagni negli Stati Uniti in titoli denominati in dollari, principalmente in titoli del Tesoro e conti bancari statunitensi, insieme ad obbligazioni e a partecipazioni di minoranza in aziende statunitensi (ma solo come investitori passivi, senza poter usare quel potere finanziario per influenzare le politiche aziendali).

La seconda modalità di riciclaggio dei proventi delle esportazioni di petrolio era l’acquisto di armi statunitensi, con l’Arabia Saudita che è diventata uno dei maggiori clienti del complesso militare-industriale. La produzione di armi degli Stati Uniti in realtà non è principalmente di carattere militare. Come il mondo sta vedendo nel trambusto sull’Ucraina, l’America non ha un esercito combattente. Quello che ha può essere definito un “esercito mangiasoldi”. La produzione di armi degli Stati Uniti impiega manodopera e produce armi come una sorta di merce prestigiosa da sfoggiare, non per combattimenti reali. Come per la maggior parte dei beni di lusso, il ricarico è molto alto. Questa è l’essenza dell’alta moda e dello stile, dopo tutto. Il cmplesso militare-industriale usa i suoi profitti per sovvenzionare la produzione civile statunitense in un modo da non violare le leggi sul commercio internazionale nei cofronti dei sussidi governativi.

A volte, ovviamente, viene effettivamente utilizzata la forza militare. In Iraq, prima George W. Bush e poi Barack Obama avevano utilizzato l’esercito per impossessarsi delle riserve petrolifere del Paese, insieme a quelle siriane e libiche. Il controllo del petrolio mondiale è il puntelloo della bilancia dei pagamenti americana. Nonostante la spinta globale per frenare il riscaldamento del pianeta, i funzionari statunitensi continuano a considerare il petrolio come la chiave della supremazia economica americana. Questo è il motivo per cui l’esercito americano si rifiuta di obbedire agli ordini dell’Iraq di lasciare il Paese, mantenendo con le sue truppe il controllo del petrolio iracheno, e aveva concordato con i Francesi di distruggere la Libia, e ha ancora truppe nei giacimenti petroliferi della Siria. Più vicino a casa, il presidente Biden ha approvato la perforazione offshore e sostiene lo sfruttamento da parte del Canada delle sabbie bituminose dell’Athabasca, il petrolio più ambientalmente sporco del mondo.

Insieme alle esportazioni di petrolio e di generi alimentari, quelle delle armi sostengono il finanziamento delle 750 basi militari americane all’estero attraverso il normale acquisti di buoni del tesoro. Ma, senza un nemico permanente alle porte, la ragione d’essere della NATO andrebbe in pezzi. Quale sarebbe la necessità per i Paesi alleati di acquistare sottomarini, portaerei, aeroplani, carri armati, missili ed altre armi?

Con la deindustrializzazione degli Stati Uniti, il disavanzo commerciale e della bilancia dei pagamenti stanno diventando più problematici. Hanno bisogno delle esportazioni di armi per contribuire a ridurre il loro crescente deficit commerciale e anche per sovvenzionare l’aviazione commerciale e i relativi settori civili. La sfida è come mantenere la prosperità e il dominio mondiale mentre, allo stesso, tempo il Paese si deindustrializza e crescono le economie di Cina e Russia

L’America ha perso il suo vantaggio in termini di costi industriali a causa del forte aumento del costo della vita e delle attività finanziarie legate ad una economia post-industriale basata sulla rendita. Inoltre, come aveva spiegato Seymour Melman negli anni ’70, il capitalismo del Pentagono si basa su contratti a costo maggiorato: più alti sono i costi del prodotto militare, maggiore è il profitto che ottengono i suoi produttori. Per cui le armi statunitensi sono sovra-ingegnerizzate, ecco quindi i water da 500 dollari al posto di quelli normali da 50. Dopotutto, la principale attrattiva dei beni di lusso, compreso l’attrezzatura militare, è il loro prezzo elevato.

Questo è il motivo alla base della furia degli Stati Uniti per la sua incapacità di impossessarsi delle risorse petrolifere della Russia – e nel vedere la Russia svincolarsi anche militarmente e creare le proprie esportazioni di armi, che ora sono generalmente migliori e molto meno costose di quelle degli Stati Uniti Oggi la Russia è nella posizione dell’Iran nel 1954 e di nuovo nel 1979. Non solo i ricavati delle sue esportazioni di petrolio rivaleggiano con quelle del GNL statunitense, ma la Russia utilizza in patria i profitti delle esportazioni di petrolio per finanziare la sua reindustrializzazione, in modo da ricostruire l’economia che era stata distrutta dalla “terapia” d’urto degli anni ’90 sponsorizzata dagli Stati Uniti.

Il percorso più breve per la strategia statunitense che cerca di mantenere il controllo della fornitura mondiale di petrolio, mantenendo allo stesso tempo il proprio mercato di esportazione di armi di lusso tramite la NATO, è quella di gridare “al lupo!” e insistere sul fatto che la Russia è sul punto di invadere l’Ucraina, come se la Russia avesse qualcosa da guadagnare dall’impantanarsi in un conflitto per l’economia più povera e meno produttiva d’Europa. L’inverno 2021-22 ha visto gli Stati Uniti istigare di continuo la NATO contro la Russia, senza successo.

Gli USA vorrebbero una Cina neo-liberalizzata che facesse da filiale per le aziende statunitensi

L’America si è deindustrializzata con una politica deliberata di taglio dei costi di produzione, man mano le sue aziende manifatturiere cercavano manodopera a basso costo all’estero, in particolare in Cina. Questo cambiamento non era dovuto ad una rivalità con la Cina, ma era visto come un guadagno reciproco. Ci si aspettava che le banche e gli investitori americani si assicurassero il controllo e i profitti dell’industria cinese via via che questa guadagnava terreno. La rivalità era tra i datori di lavoro statunitensi e la manodopera statunitense, e l’arma della guerra di classe era la delocalizzazione e, nel frattempo, il taglio della spesa sociale del governo.

Simile alla ricerca russa di un commercio di petrolio, armi e di prodotti agricoli indipendente dal controllo degli Stati Uniti, il reato della Cina sta nell’investire in patria i profitti della sua industrializzazione, mantenendo la proprietà statale di società importanti e, soprattutto, per finanziare la propria formazione di capitale, mantenendo la creazione di denaro e la Bank of China come una società di servizi pubblici invece di lasciare che le banche e le società di intermediazione statunitensi forniscano il proprio finanziamento e sottraggano il surplus sotto forma di interessi, dividendi e commissioni di gestione. L’unica grazia salvifica, per i pianificatori aziendali statunitensi, è stato il ruolo della Cina nell’impedire l’aumento dei salari statunitensi, tramite l’uso di manodopera a basso prezzo che ha consentito ai produttori americani di delocalizzare ed esternalizzare la loro produzione.

La guerra di classe del Partito Democratico contro la forza lavoro sindacalizzata era iniziata nell’amministrazione Carter e aveva accelerato notevolmente quando Bill Clinton aveva aperto il confine meridionale con il NAFTA. Lungo il confine [con il Messico] era sorta tutta una serie di maquiladoras [fabbriche di trasformazione o assemblaggio in regime di esenzioni fiscali e da dazi, n.d.t.] per fornire manodopera a basso prezzo. Questo era diventato un centro di profitto aziendale così efficace che Clinton, nel dicembre 2001, l’ultimo mese della sua amministrazione, aveva fatto pressioni per ammettere la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. In teoria, la Cina sarebbe dovuta diventare un centro di profitto per gli investitori statunitensi, producendo per le società americane e finanziando i propri investimenti di capitale (e anche le spese immobiliari e pubbliche, si sperava) accendendo prestiti in dollari statunitensi e organizzando la propria industria in un mercato azionario che, come quello della Russia nel 1994-96, avrebbe dovuto trasformarsi in uno dei principali fornitori di utile di capitale per gli investitori statunitensi e di altri Paesi.

Walmart, Apple e molte altre società statunitensi avevano allestito impianti di produzione in Cina, che comportavano necessariamente trasferimenti di tecnologia e creazione di infrastrutture efficienti per l’esportazione. Goldman Sachs aveva curato la parte finanziaria e aiutato il mercato azionario cinese a crescere. Tutto secondo le esigenze statunitensi.

Dove è andato storto il sogno neoliberista americano della Guerra Fredda? Tanto per cominciare, la Cina non ha seguito la politica della Banca Mondiale di indirizzare i governi ad accendere prestiti in dollari per assumere società di ingegneria statunitensi per le infrastrutture di esportazione. [La Cina] si è industrializzata più o meno come avevano fatto gli Stati Uniti e la Germania alla fine del 19° secolo: con ingenti investimenti pubblici in infrastrutture vitali (come assistenza sanitaria, istruzione, trasporti e comunicazioni) in modo provvedere ai bisogni primari a prezzi sovvenzionati o gratuitamente, al fine di ridurre al minimo il costo della vita a carico dei datori di lavoro e degli esportatori. Ancora più importante, la Cina ha evitato la schiavitù del debito estero creando la propria moneta e mantenendo nelle proprie mani i più importanti impianti di produzione.

Le richieste degli Stati Uniti stanno spingendo i suoi alleati fuori dall’orbita commerciale e monetaria dollaro-NATO

Come in una classica tragedia greca, la politica estera statunitense sta determinando proprio l’esito che più teme. Giocando troppo con i propri alleati della NATO, i diplomatici statunitensi stanno creando lo scenario da incubo temuto da Kissinger, spingendo insieme Russia e Cina. Mentre agli alleati americani viene ordinato di sostenere i costi delle sanzioni statunitensi, Russia e Cina traggono vantaggio dall’essere obbligate a diversificare e rendere le proprie economie indipendenti dai fornitori statunitensi di generi alimentari e altri bisogni primari. Soprattutto, questi due Paesi stanno creando i propri sistemi di credito de-dollarizzato e di compensazione bancaria e detengono le loro riserve monetarie internazionali sotto forma di oro, euro e valute reciproche in condurre scambi e investimenti reciproci.

Questa de-dollarizzazione fornisce un’alternativa alla capacità unipolare degli Stati Uniti di ottenere credito estero gratuito tramite lo standard dei buoni del tesoro statunitensi per le riserve monetarie mondiali. Se i Paesi stranieri e le loro banche centrali si de-dollarizzano, cosa sosterrà il dollaro? Senza la linea di credito gratuita fornita dalle banche centrali che riciclano automaticamente nell’economia statunitense le spese estere americane militari e non (con solo un ritorno minimo), come possono gli Stati Uniti bilanciare i loro pagamenti internazionali pur continuando la loro deindustrializzazione?

Gli Stati Uniti non possono semplicemente invertire la loro deindustrializzazione e la loro dipendenza dalla manodopera cinese e asiatica riportando la produzione a casa. È un’economia basata troppo sulla rendita perché la sua forza lavoro sia in grado di competere a livello internazionale, date le richieste monetarie dei salariati statunitensi che devono accollarsi costi elevati e crescenti per alloggio, istruzione, finanziamenti del debito, assicurazione sanitaria e servizi infrastrutturali privatizzati .

L’unico modo per gli Stati Uniti di sostenere il proprio equilibrio finanziario internazionale è il monopolio sui prezzi delle armi, sui brevetti di prodotti farmaceutici e informatici e il controllo dei settori potenzialmente più redditizi all’estero, in altre parole, diffondendo la politica economica neoliberista in tutto il mondo, obbligando gli altri Paesi a dipendere dai prestiti e dagli investimenti statunitensi.

Questo non è un modo per far crescere le economie nazionali. L’alternativa alla dottrina neoliberista sono le politiche di crescita della Cina, che seguono la stessa logica industriale di base con cui Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania e Francia erano diventate potenze industriali durante i propri periodi crescita, tramite un forte sostegno dei governi e con programmi di spesa sociale.

Gli Stati Uniti hanno abbandonato questa tradizionale politica industriale sin dagli anni ’80. Stanno imponendo alla propria economia le politiche neoliberiste che hanno deindustrializzato il Cile di Pinochet, la Gran Bretagna thatcheriana e le ex repubbliche sovietiche post-industriali, i Paesi Baltici e l’Ucraina dal 1991. La sua prosperità altamente polarizzata e indebitata si basa sull’inflazione immobiliare e dei titoli e sulla privatizzazione delle infrastrutture.

Il neoliberismo è il percorso per diventare un’economia fallita e, in effetti, uno stato fallito, obbligato a subire la deflazione del debito, l’aumento dei prezzi immobiliari e degli affitti, mentre lil numero dei proprietari di case diminuisce, nonché gli esorbitanti costi medici e di altro tipo derivanti dalla privatizzazione di ciò che altri Paesi forniscono gratuitamente o a prezzi sovvenzionati in quanto diritti umani: assistenza sanitaria, istruzione, assicurazione medica e pensioni.

Il successo della politica industriale cinese tramite un’economia mista e il controllo statale del sistema monetario e creditizio ha portato gli strateghi statunitensi a temere che le economie dell’Europa occidentale e dell’Asia possano trovare vantaggiosa una più stretta integrazione con Cina e Russia. Gli Stati Uniti sembrano non avere alcuna risposta ad un tale riavvicinamento globale con Cina e Russia se non sanzioni economiche e belligeranza militare. Quella postura da Nuova Guerra Fredda è costosa, e sempre più Paesi sono restii a sostenere il costo di un conflitto che non reca loro vantaggi, ma che minaccia di destabilizzare laloro crescita economica e indipendenza politica.

Senza i sussidi di questi Paesi, soprattutto perché la Cina, la Russia e i loro vicini stanno de-dollarizzando le loro economie, come possono gli Stati Uniti bilanciare i costi delle loro spese militari all’estero? Ridurre quelle spese, e in effetti recuperare l’autosufficienza industriale e un potere economico competitivo, richiederebbe una trasformazione della politica americana. Un simile cambiamento sembra improbabile, ma senza di esso, per quanto tempo l’economia redditiera post-industriale americana riuscirà a costringere gli altri Paesi a fornirle la ricchezza economica (letteralmente un flusso id’entrata) che non sta più producendo in patria?

Michael Hudson

Fonte: thesaker.is
Link: https://thesaker.is/americas-real-adversaries-are-its-european-and-other-allies-the-u-s-aim-is-to-keep-them-from-trading-with-china-and-russia/
08.02.2022
Tradotto da Papaconscio per comedonchisciotte.org

Note

1 – https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-january-27-2022/ Respingendo i commenti dei giornalisti secondo cui “ciò che i Tedeschi dicono pubblicamente non corrisponde a ciò che stai dicendo esattamente”, ha spiegato le tattiche statunitensi per bloccare il Nord Stream 2. Contrastando il punto di un giornalista secondo cui “tutto ciò che devono fare è metterlo in funzione”, ha detto: “Come ama dire il senatore Cruz … attualmente è un pezzo di metallo sul fondo dell’oceano. Ha bisogno di essere testato. Ha bisogno di essere certificato. Deve avere l’approvazione normativa”. Per una recente rassegna della geopolitica sempre più tesa al lavoro, vedere John Foster, “Pipeline Politics hits Multipolar Realities: Nord Stream 2 and the Ukraine Crisis”, Counterpunch , 3 febbraio 2022.

2 – Andrew Higgins, “Fueling a Geopolitical Tussle in Eastern Europe: Fertilizer”, The New York Times , 31 gennaio 2022. L’ente proprietario prevede di citare in giudizio il governo lituano per danni ingenti.

3 – Ministero degli Affari Esteri russo, “Le risposte del ministro degli Esteri Sergey Lavrov alle domande del programma Voskresnoye Vremya di Channel One”, Mosca, 30 gennaio 2022. Johnson’s Russia List , 31 gennaio 2022, n. 9.

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