Per un nuovo esistenzialismo – 5

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Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org

Il seguente brano è liberamente tratto da: “Speranza e speranze nella letteratura italiana del secondo Novecento” ( Tesi di Dottorato di Lucia Masetti – pg. 82 ) https://tesionline.unicatt.it/handle/10280/96992

… nella visione di Luzi, non c’è antitesi tra speranza e responsabilità. Da un lato si è fedeli perché si ha speranza che il flusso vitale sia dotato di senso, e che quindi il contributo dell’individuo entri a far parte di un’opera collettiva volta a un fine positivo; dall’altro si spera perché si è fedeli al mondo, perciò non ci si può rassegnare alla sua miseria. C’è da dire che, in una certa misura, tale fedeltà è obbligata, dal momento che nessuno può veramente e completamente chiamarsi fuori dalla vita. Tuttavia il fatto di assumerla con consapevolezza trasforma la vita subìta in scelta, come si legge in Onore del vero: «Vivere vivo come può chi serve / fedele poi che non ha scelta. Tutto, / anche la cupa eternità animale / che geme in noi può farsi santa. Basta / poco, quel poco taglia come spada.». In tal modo l’essere diventa un esserci, l’esistenza si trasforma in compito: ciascuno ha un proprio «posto» da mantenere, una «consegna» da svolgere, una «parte» da sostenere. Da qui la preghiera, che riecheggia più volte nella produzione luziana, affinché Dio aiuti il poeta ad essere fedele al proprio compito: «Io non prego per me, prego per essere. […] Prego per essere “dentro” questo grande avvenimento, perché avviene continuamente; e, quindi di avere in me il germe di un futuro; di essere me stesso, come una specie di ponte per il seguito.

Mia è l’evidenziazione di “l’essere diventa un esserci“. Lungi da me il fare riferimento all’esserci heideggeriano, con tutte le relative e complesse implicazioni che comporterebbe, così come, più in generale, evito di proposito un approfondimento filosofico-ontologico delle questioni trattate, pur rimanendo inevitabilmente sullo sfondo la storia della filosofia che ha trattato l’esistenzialismo e la fenomenologia.

Qui intendo piuttosto ricondurre, ovviamente a mio modo, ad una riflessione personale e pratica, scaturita dal vissuto presente, che ognuno dovrebbe sentirsi stimolato a fare in questo momento storico cardine per il futuro, o il non futuro, di un’umanità che frazionalmente rappresentiamo.

La differenza tra l’essere e l’esserci così intesa dall’autrice Masetti è una presa di responsabilità, che comporta l’impegno a vivere un proprio ruolo, autenticamente acquisito, in modo nobile e coerente, fino in fondo, generando senso per sé e per gli altri, anche a costo di grandi sacrifici personali, comunque ripagati dalla tendenziale realizzazione della propria persona umana.

Fosse per me, ignorando volutamente Heidegger a costo di polemiche, direi che questa differenza è tra un esserci passivamente nel mondo ed un esserci attivamente scegliendo il bene, coscientemente e responsabilmente, scoprendo che non c’è alternativa nella scelta. E’ chiaro che il riuscire a costruire ed interpretare la propria esistenzialità in questo modo non è certo da tutti, per condizioni e per capacità ereditate. Cose che di per sé non sono un merito ne un demerito alla nascita, ma possono comunque essere in qualche modo coltivate da chiunque. E lo stimolo per farlo nasce oggi potente dalle sofferenze che una distopia imposta dall’alto ci infligge sempre più.

Ma qual’è la condizione necessaria per fare questo enorme salto di qualità, da consumatore condizionato a cittadino libero, da vittima passiva a costruttore di speranza nel futuro, da alienato a libero pensatore?

Le condizioni necessarie sono più di una evidentemente, e non sempre tutte alla propria portata, ma la prima che mi viene in mente, guardando allo sfacelo che ci circonda, è il riuscire a crescere mentalmente e spiritualmente dalla condizione infantile a quella adulta e matura, quella propria degli anni centrali della nostra vita, gli anni di una potenzialmente possibile produzione di senso, e quindi di autentico valore umano.

Gli esempi in concreto si sprecano di questi tempi, e implicano la messa in discussione di temi classici d’ogni tempo, come la verità, la libertà, la vita e la morte nella loro indissolubile relazione esistenziale.

La verità, nell’accezione più banale del termine che distingue la fedeltà del racconto dalla menzogna dolosa, è la prima vittima del regime totalitario in essere. Riconoscere questo fatto nudo e crudo è un primo passo verso la liberazione dal clima opprimente che avvolge la quotidianità.

Non a caso verità e libertà sono sempre state associate in un legame indissolubile, in un comune anelito spirituale. Lasciarsi ingannare per proprio comodo è un peccato mortale che non può essere perdonato dal proprio stesso destino. I segni del grande inganno sono ormai ovunque, e urlano la sveglia, non sono più ignorabili da un essere umano degno di questo nome, per dabbene che sia. Tuttavia il bastone e la carota, la paura e la vana promessa, fanno ancora il loro sporco mestiere di incatenare orde di indeboliti nel corpo e nello spirito, verso i quali non possiamo che provare pietà prima della rabbia. Se sono questi i moderni “poveri di spirito”, Gesù ci ammonisce di rispettarli.

La vita è a sua volta la grande vittima del momento. Vita attentata fisicamente dal sistema ma soprattutto negata nel suo significato più nobile, lo spirito vitale presente e proiettato nel futuro prossimo, la voglia di vivere, la bellezza del vivere sani e liberi. Ritengo un errore imputare la causa sistemica di tutto ciò alla sola malevolenza del potere elitario, che indubbiamente esiste ed è determinante, ma potrebbe essere più una manifestazione conseguente che la fonte originaria del problema.

Infatti la grande crisi sistemica che coinvolge l’intero pianeta ha origini oggettive evidenti, che sono la sopravvenuta scarsità delle risorse naturali e ambientali sfruttabili e la fame bulimica di comodità e agi materiali che si concretizzano sia nei consumi di massa che, nell’immaginario collettivo, nei lussi più o meno elitari che fungono da (cattivo) esempio desiderabile. Entrambi fenomeni resi possibili, e quindi inevitabili, dai più recenti progressi tecnologici letteralmente esplosi e in continua crescita ben oltre ogni umana aspettativa e fantasia. Non c’è che l’infantilizzazione coatta dell’umanità per cedere irreparabilmente a queste perniciose lusinghe, difficili da superare se non con una crescita spirituale ancora latitante nella misura necessaria e sufficiente. Altre razze intelligenti in altri mondi sparsi per l’universo hanno ragionevolmente dovuto affrontare questa difficilissima crisi evolutiva, e non sappiamo se ce l’hanno fatta oppure sono scomparse nell’estinzione, come ogni altra specie biologica per le più disparate cause. Sta di fatto che questa è ora la nostra sfida più grande.

La morte però rimane la sfida più difficile da superare individualmente. Ogni civiltà ha affrontato il tema dell’accettazione di questo destino inesorabile per ogni forma di vita, compresa la nostra.
Troppo difficile ed impegnativo anche il solo accennarne qui, sia religiosamente che laicamente.
Basti pensare che la vita spirituale intrecciata alla nostra personale esistenza biologica è la strada maestra per interpretare l’armonia dell’universo di cui siamo parte, si spera vivendola degnamente e serenamente.

Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org

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