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L’arte del tradimento

 

Dmitry Orlov
cluborlov.blogspot.com

La recente vicenda dei Curdi siriani ha dimostrato che gli Stati Uniti sono in grado tradire assolutamente chiunque, indipendentemente da rapporti personali o da promesse e garanzie ufficiali. Non c’è nulla di personale, sapete, solo business …

Ad esempio, che cosa hanno in comune gli Ucraini con i Curdi siriani? A prima vista, le persone, la geografia e la storia sono completamente differenti. Ma poi, che dire dei tweet spaventati dell’ex ministro degli esteri ucraino Pavel Klimkin, in cui si chiede, con disperata trepidazione, se gli Stati Uniti tradiranno l’Ucraina, così come hanno tradito il loro alleato chiave in Siria. E che dire poi delle continue promesse di eterna amicizia?

È facile capire il dilemma di Klimkin. La scommessa dell’Ucraina sul sostegno americano è oggi l’ultimo e unico fondamento dello stato fallito ucraino. Poco tempo fa, quello che un tempo era un monolitico blocco occidentale si è frantumato in modo palese e sconcertante. Washington e Bruxelles sono impegnate in una guerra di sanzioni ed ora l’UE considera estremamente gravosa la prospettiva di continuare a sostenere il progetto americano in Ucraina. L’Europa ha già portato via agli sfortunati Ucraini tutto ciò che poteva desiderare.

Grazie agli sforzi delle banche europee, americane ed internazionali, in particolare del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, gli Ucraini sono stati ridotti in schiavitù debitoria permanente. Con un PIL nominale di soli 124 miliardi di dollari per 40 milioni di abitanti ed un enorme deficit di bilancio, a novembre 2018 il debito estero del governo ucraino aveva raggiunto i 74,32 miliardi di dollari, di cui 13 miliardi dovuti a creditori internazionali, 21,19 miliardi ad altri detentori del debito ucraino e 7,29 miliardi a soggetti nominalmente privati (come l’azienda ferroviaria ucraina) ma con garanzie governative.

L’elenco dei creditori ucraini è lungo e vario. Comprende sia istituzioni finanziarie internazionali che governi stranieri. Deve 500 milioni di dollari al Giappone, 300 milioni al Canada, 260 milioni alla Germania, 610 milioni alla Russia, ma solo 10 milioni al suo ex-migliore amico, gli Stati Uniti. Cioè, anche se l’Ucraina si trasformasse in una completa e totale rovina e scomparisse dalla mappa politica, gli Stati Uniti subirebbero una perdita insignificante, rispetto ai 60 miliardi di dollari stampati ogni mese dalla tipografia della Federal Reserve.

Se l’interpretazione americana della parola “amicizia” sembra assai strana, la cosa vale anche per gli Ucraini. Osservando la facilità con cui Trump ha abbandonato i Curdi siriani lasciandoli soli davanti ai carri armati turchi, i funzionari ucraini hanno improvvisamente iniziato a sottolineare l’inviolabilità della loro vecchia amicizia [con Trump], dimenticando opportunamente che, solo tre anni fa, avevano attivamente cercato di far cadere Trump cospirando con i suoi nemici. Nel frattempo, la storia dell’ingerenza politica ucraina nel processo democratico negli Stati Uniti sta diventando ogni giorno sempre più comica e grottesca. Era iniziata come un tentativo di rovesciare Trump, accusandolo di essere un usurpatore arrivato al potere grazie alle ingerenze nascoste dei servizi segreti russi, ma, mentre cercavano le prove da usare contro Trump, i suoi nemici sono riusciti a rovesciare un armadio pieno di scheletri assai imbarazzanti.

Gli sforzi per scoprire le prove dell’ingerenza russa si sono tutti conclusi con un fallimento, ma si è scoperto che un’ingerenza ucraina effettivamente c’era stata. Questo lo si sapeva fin dal 2017, anche se i mass media americani, apertamente e palesemente di parte avversi a Trump, erano riusciti a tenere questo fatto lontano dagli occhi del pubblico, insistendo sulla natura non dimostrata delle accuse, descrivendolo come parte delle infinite battaglie burocratiche partigiane all’interno degli Stati Uniti e con altre forme di depistaggio.

In tutta questa storia volevano ad ogni costo trovare un ruolo per i Russi e avevano fatto del loro meglio per ignorare tutti i fatti che non portavano in quella direzione. E la cosa avrebbe potuto ancora passare sotto silenzio, fatta eccezione per la propensione degli Ucraini a calpestare in continuazione lo stesso rastrello. In un’intervista radiofonica, l’ex procuratore capo ucraino Yuri Lutsenko ha esplicitamente dichiarato che il suo paese non solo si era intromesso nella maniera più diretta possibile nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016, ma che uno dei principali protagonisti era stato l’attuale direttore dell’Ufficio Nazionale Anticorruzione ucraino, Artëm Sytnik.

Sytnik non aveva violato nessuna legge ucraina, quindi dov’è problema, giusto? Aveva solo consegnato alcune copie dei documenti finanziari del Partito delle Regioni ucraino ai responsabili della campagna di Hillary Clinton. Non aveva intenzione di immischiarsi. Voleva solo tagliare i finanziamenti americani al suo nemico politico interno: il Partito delle Regioni. E i politici americani che appoggiavano il Partito delle Regioni erano per lo più sostenitori di Trump. E il nemico del mio nemico è … oops!

Era stato fatto un po’ troppo da furbetti. Questo schema aveva permesso a Hillary di accusare Trump di essere colluso con Mosca. Vedete, il Partito delle Regioni era considerato favorevole al Cremlino e, se i simpatizzanti di Trump lo stavano sostenendo, allora stavano sostenendo il Cremlino e allora, quale avrebbe potuto essere la ricompensa di Trump? In teoria qualsiasi cosa, denaro, informazioni segrete, operazioni per influenzare l’opinione pubblica e quelle accuse avrebbero potuto essere usate per invalidare il risultato elettorale.

I Democratici sarebbero andati a nozze con quei documenti. Ci sarebbero state indagini. I finanziamenti americani al Partito delle Regioni sarebbero stati bloccati. Si sarebbero presi due piccioni con una fava: la messa fuori gioco del Partito delle Regioni (che non aveva abbastanza mezzi propri per una raccolta fondi) e la gratitudine dei Democratici (di cui era prevista la vittoria). A sua volta, questa gratitudine si sarebbe tradotta in un flusso di fondi americani a sostegno della “democrazia ucraina,” cioè delle tasche dei funzionari ucraini corrotti. Una doppia vittoria!

Oltre al desiderio di riempirsi le tasche con denaro americano, i funzionari ucraini avevano anche coltivato alcune ambizioni megalomani. La guerra contro la Russia era uno dei principali temi ricorrenti della campagna presidenziale di Hillary Clinton. In questo, combaciava perfettamente con le tendenze fratricide dei nazionalisti ucraini, facendoli sognare che gli Americani li avrebbero riforniti di armi e di soldi, arrivando magari a combattere di persona i Russi. E poi gli Ucraini avrebbero fatto il loro ingresso nella Piazza Rossa sui carri armati Abrams. E poi si sarebbero spartiti i territori russi occupati. I migliori sarebbero stati presi dal loro boss d’oltreoceano, ma gli Ucraini avrebbero potuto sempre sperare in qualche briciola caduta dal tavolo del padrone.

Se pensate che questa linea di pensiero sia totalmente delirante, avete perfettamente ragione. Il modo di pensare degli Ucraini è, in tutto e per tutto, delirante e, cosa ridicola, gli Ucraini ancora non riescono a capire perché uno schema così promettente non abbia funzionato. Se ci riuscissero, sicuramente starebbero zitti. Ma, semplicemente, non riescono ad assorbire l’idea che, sebbene la Russia e gli Stati Uniti possano avere interessi divergenti, l’America sotto Trump non è affatto l’America che ci sarebbe stata sotto Hillary Clinton.

L’America di Trump è stata in grado di riconoscere che lo sforzo di Obama di trascinare la Russia in una guerra fratricida con l’Ucraina è fallito, rendendo l’Ucraina completamente inutile agli interessi degli Stati Uniti. Ora vale il contrario: gli Stati Uniti sono adesso molto più interessati alla fine dell’Ucraina. Non è neanche una questione di vendetta, anche se Trump è noto per essere compulsivamente vendicativo e ha un conto in sospeso con gli Ucraini. Ci sono tre fattori ancora più importanti.

Innanzitutto, nel loro sostegno al regime anti-russo ucraino, gli Stati Uniti hanno esaurito lo spazio di manovra. Le sanzioni anti-russe hanno avuto come unico risultato quello di rendere la Russia più forte, mentre tutto ciò che è possibile fare militarmente è dichiarare una guerra nucleare alla Russia, cosa a cui gli Stati Uniti sono decisamente contrari. Ma [gli USA] non possono semplicemente lasciar incancrenire la situazione senza perdere la faccia in un importante contesto geopolitico.

Cosa ancora più importante, gli Stati Uniti ora vedono la Russia come un obiettivo secondario rispetto alla loro molto più importante guerra di attrito economico con la Cina. In questa situazione, un ritiro tattico ben eseguito sembra essere l’opzione migliore. Idealmente, questo dovrebbe essere fatto in modo da annullare tutte le precedenti dichiarazioni, accordi ed impegni americani, dando carta bianca alla formulazione di ulteriori, vuote promesse.

In secondo luogo, gli Americani che potevano ricavare qualcosa dal disastroso indebitamento ucraino l’hanno già fatto e anche una completa e totale rovina del paese non causerebbe loro perdite significative. Al contrario, danneggerebbe soprattutto le istituzioni che Trump ha ripetutamente promesso di riformare, in particolare il FMI e, ancora più importante, l’Unione Europea.

Gli Stati Uniti non hanno firmato gli Accordi di Minsk, il trattato internazionale chiave che dovrebbe costringere il governo ucraino a fare pace con le sue regioni orientali separatiste, a riformarsi in una federazione (e, date le differenze inconciliabili tra le sue varie regioni, sciogliersi subito dopo). Perciò, Washington del caos ucraino può ora lavarsene le mani, dichiarandolo un problema interno europeo.

In terzo luogo, allargando il più possibile lo scandalo ucraino, Trump può ora assestare un bel colpo ai Democratici, visto che ci sono dentro fino al collo. Con la sua [possibile] rielezione a solo un anno di distanza, questa è per lui la considerazione di gran lunga più importante. Allargare la portata di questo scandalo nel periodo precedente le elezioni del 2020 ha aumentato le sue chances e danneggiato quelle dei Democratici, non solo perché le possibilità di Joe Biden sono state istantaneamente azzerate, lasciando in lizza una Elizabeth Warren molto più debole, ma anche a causa dell’automatico danno alla reputazione di chiunque si associasse al Partito Democratico, anche se si trattasse di un candidato più promettente.

L’indagine Mueller ha dimostrato che Mosca non ha aiutato Trump e questo è ormai un dato di fatto. E ora si scopre che l’avversaria di Trump si era lei stessa avvantaggiata di ingerenze straniere. Dire che una cosa del genere per i Democratici è imbarazzante e inopportuna sarebbe un eufemismo! Ma l’Ucraina porta sfortuna a chiunque la frequenti, e resta da vedere se Trump sarà l’eccezione che conferma la regola.

L’Ucraina ha portato sfortuna, in modo particolare, agli stessi Ucraini. La loro élite al governo non è ancora stata in grado di capire il significato dei molteplici avvertimenti che aveva ricevuto dall’altra parte dell’Atlantico, sin dalla visita di Mike Pompeo a Sochi, a maggio: che il progetto ucraino è stato chiuso. Alcuni funzionari ucraini potrebbero ancora sognare di riempirsi un po’ le tasche prima di andarsene, ma lo stato ucraino non ha futuro, non in senso astratto ma letteralmente.

Ammettendo apertamente e tranquillamente l’ingerenza ucraina nelle ultime elezioni presidenziali americane, la burocrazia ucraina ha firmato la propria condanna a morte. È riuscita in un compito impossibile: far alleare contro di lei un Trump in cerca di vendetta e i suoi avversari. [Questi ultimi] non vogliono mostrare in pubblico la loro biancheria sporca e certamente non vogliono rischiare i propri soldi, com’era successo con l’azienda del figlio di Nancy Pelosi.

La cosa più divertente è che nessuna di queste parti interessate deve fare qualcosa per facilitare il prevedibile crollo dell’Ucraina. Washington non deve sostenere l’Ucraina militarmente e può rifiutarsi di influenzare il Fondo Monetario Internazionale, che è diventato sempre più restio a concedere all’Ucraina ulteriori prestiti, dal momento che il suo governo non ha mostrato alcun progresso nella lotta alla corruzione o nella vendita di terreni agricoli (una condizione chiave del FMI).

Nel frattempo, tutti i vicini dell’Ucraina vogliono costringerla ad attuare gli accordi di Minsk: ridurre l’impegno dell’esercito, avviare negoziati con le sue province orientali separatiste e federalizzarsi. Ma questo è politicamente impossibile, perché l’élite ucraina al potere non ha idee che vadano al di là di un nazionalismo ucraino e radicale, a cui una federalizzazione toglierebbe ogni validità.

Anche se l’élite dovesse svegliarsi e rendersi conto che, in ogni caso, non ha futuro, c’è ancora il problema degli stessi nazionalisti ucraini. Non esistono forze politiche interne in grado di controllarli e, anche se i manifestanti che si erano dichiarati contrari all’attuazione degli accordi di Minsk erano stati solo circa 10 mila, il loro sostegno complessivo all’interno della popolazione supera i 3-4 milioni di persone, l’8-10% della popolazione, e non si arrenderanno senza combattere.

Forse e ancora più importante, in un modo o nell’altro l’intera classe politica ucraina e la stessa oligarchia si oppongono alla pace perché, se la pace fosse raggiunta e la legge e l’ordine fossero ripristinati, dovrebbero prendersi la colpa di tutto, di più di 10.000 morti, di mezzo milione di feriti, degli enormi danni alle proprietà, della rovina economica … di tutto! Ma vogliono vivere e non hanno nessun posto dove scappare.

Avevano un’ultima speranza: che il loro papalone d’oltreoceano li avrebbe tirare fuori dai guai. Quella speranza era rimasta anche dopo il disastroso viaggio del presidente Zelensky a Washington, durante il quale Trump gli aveva detto che gli Europei non stanno facendo abbastanza per aiutare l’Ucraina, e quindi non lo avrebbero fatto neanche gli Stati Uniti e che, soprattutto, avrebbe dovuto parlare con Putin e risolvere le loro differenze. Questa speranza residua si è espressa principalmente in esplosioni irrazionali ed emotive, del tipo “Ma come possono farci questo?

Poi è arrivato l’abbandono dei Curdi siriani, a dimostrazione del fatto che l’America, specialmente quando è in gioco la sopravvivenza politica del suo presidente, può abbandonare assolutamente chiunque, ignorando tutte le sue promesse e i suoi impegni. E qui è stato quando gli Ucraini hanno iniziato a sudare freddo; non tanto quelli che ora sono al potere (che pensano ancora di riuscire, in qualche, modo ad uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati da soli), quanto i loro predecessori, come l’ex presidente Petro Poroshenko e il suo già nominato ministro degli esteri, Pavel Klimkin. Ora sanno di essere diventati sacrificabili e sentono nei loro sfinteri anali che la loro pelle sta per diventare merce di scambio.

Questi Ucraini pensavano di essere così intelligenti, opponendosi a Mosca, schierandosi con Washington, manipolando le elezioni statunitensi. Si sentivano come dei Bizantini nella loro astuzia e nella loro doppiezza. Ma ora dovranno pagare per la loro stupidità … proprio come i Curdi siriani.

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2019/10/the-art-of-betrayal.html
17.10.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.

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