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Hong Kong e i pericoli del nativismo

 

SPANDRELL
spandrell.com

C’è il vecchio detto che Parigi sarebbe adorabile senza i Parigini. In realtà, non sono d’accordo. Possono essere un po’ arroganti, certo, ma, nel complesso, trovo i Parigini abbastanza civili e le Parigine eleganti e sexy. Quindi, spero che rimangano.

C’è però un luogo dove questo detto si adatta alla perfezione. Hong Kong. HK è una città molto bella. È una città del Primo Mondo costruita in mezzo ad un paesaggio di alte montagne tropicali, dove si può vedere come la forza dell’industria moderna abbia reso possibile all’uomo conquistare l’ambiente, costruendo grattacieli sul substrato roccioso della montagna e scale mobili all’aperto per raggiungerli con facilità.

Hong Kong ha anche prodotto il cinema di Hong Kong, una delle poche industrie cinematografiche non anglofile con un proprio stile distintivo che mira all’intrattenimento e non a far prediche agli spettatori. C’è anche la musica di Hong Kong, che … beh, no, è piuttosto brutta. D’altro canto, a mio avviso, Hong Kong ha una delle migliori industrie alimentari del mondo, o almeno l’aveva fino a cinque anni fa, quando è entrata in gioco la Cina continentale. Tutto sommato, Hong Kong è un ottimo posto. Ci andavo spesso e mi godevo ogni visita.

Ma ciò non significa che ci siano delle persone fantastiche. Oh no, Hong Kong è davvero una città meravidliosa, ma sarebbe molto più interessante se si potesse sostituire completamente tutta la sua popolazione. Gli Hongkonghesi sono, in generale, maleducati, incolti, materialisti, fastidiosi, squallidi; idioti patentati con un pessimo carattere, che pensano di essere il meglio di tutto perché erano stati abbastanza fortunati da leccare il culo degli Inglesi, mentre i loro i compagni cinesi erano rimasti per trent’anni sotto il tallone del comunismo. Il loro aspetto medio, notoriamente il più brutto di tutta la Cina, non contribuisce ad aumentare il loro fascino.

Allora, che cosa sta succedendo ad Hong Kong? Una grande rivolta, sponsorizzata ed organizzata dal governo degli Stati Uniti, ecco che cosa sta succedendo. Quella che chiamano “Rivoluzione Colorata.” I fondi del National Endowment for Democracy del governo statunitense sono venuti alla luce, si è scoperto che il personale diplomatico degli Stati Uniti è coinvolto nell’organizzazione dei rivoltosi e l’intera massa dei giornalisti occidentali (cioè metà del coro) per intere settimane non ha fatto altro che spingere la propaganda più sfacciata. Non c’è niente di speciale, niente di unico in questo.

Le Rivoluzioni Colorate non sono una novità. Questa non è la prima e non sarà l’ultima. Il giorno in cui la Germania tirerà fuori le palle e inizierà ad opporsi alle intromissioni degli Stati Uniti nella politica europea, state certi che Berlino brucerà per settimane sotto una massiccia rivolta dell’Antifa, che verrà esaltata dalla stampa americana.

Detto questo, gli Stati Uniti non sono poi così potenti. E neanche così generosi, il denaro che governo statunitense spende a destra e a manca non è sufficiente a motivare neanche un singolo rivoltoso ad uscire di casa. Il governo degli Stati Uniti non è stupido e preme il grilletto solo in luoghi in cui la dinamite è già abbondante e pronta a scoppiare. Ha bisogno di una quinta colonna di gente disposta a bruciare tutto, un posto in cui le persone odiano così tanto lo status quo che preferirebbero vendere il loro paese agli USA. Hong Kong è davvero un posto così.

Come è successo? Per dirla in breve, gli Hongkonghesi pensano di essere una popolazione superiore al resto della Cina e, in fondo ai loro cuori, odiano essere governati da Pechino. Non si tratta di comunismo o di più libertà o di più diritti umani. Questo è un fondamentale e profondo problema di status sociale auto-percepito. Come ho già detto più volte, il 90% delle preoccupazioni umane riguarda lo status sociale. Gli Hongkonghesi pensano che la Cina sia di basso status e odiano ogni associazione con essa. All’opposto, gli Hongkonghesi ritengono che il Giappone sia di alto livello. Come l’Inghilterra. Beh, come tutta l’Anglosfera nel suo insieme. Quindi amano ad associarsi ad essa. Un Hongkonghese spenderà 2.000 dollari per salire su un aereo il venerdì sera per una trasvolata di 5 ore fino in Giappone e trascorrervi il fine settimana, mangiando cibi poveri di carboidrati e acquistando cosmetici che non funzionano, solo per poter tornare a casa e dire di essere stato nuovamente in Giappone. Tutto questo ad Hong Kong, dove le ore di lavoro sono lunghe e il tempo libero veramente prezioso. Ma questa è solo una parte della loro cultura.

Perché gli abitanti di Hong Kong pensano che la Cina abbia uno status così basso? Beh, perché per molto tempo, e per un periodo critico della storia di Hong Kong (il periodo in cui la popolazione di Hong Kong si era stabilizzata e la sua cultura prendeva forma), la Cina era davvero un posto fetente di contadini che cagavano per la strada ed erano governati da un gruppo di comunisti ritardati. Le società sono solo un’aggregazione di persone e le persone sono stupide e testarde. I ricordi di quando si era bambini si cristallizzano come cultura e sono quasi impossibili da modificare, una volta che si è diventati adulti. E’ comprensibile che Hong Kong sia cresciuta collettivamente abbastanza disgustata dall’arretratezza della Cina.

Che tutto ciò sia passato da 40 anni e che il tenore di vita nella maggior parte delle città cinesi sia ormai superiore a quello di Hong Kong, è un fatto che però non hanno ancora registrato. Non lo ammetteranno mai, allo stesso modo in cui i vecchi non riconoscono che le loro esperienze non interessano più a nessuno. Le cose non cambiano, se il cambiamento si traduce in una riduzione del proprio status. Ecco come funzionano i cervelli umani. Ricalibrate il tutto ad un’intera società e la cosa può diventare brutale.

Quando viene loro dimostrato che gli stipendi a Shanghai sono più alti, il cibo è migliore, gli appartamenti sono incomparabilmente più grandi e meglio progettati, i servizi Internet sono di un ordine di grandezza superiore, gli Hongkonghesi non fanno altro che alzare la posta e parlano di diritti umani e della libertà di Internet, non perché a loro importi davvero, ma perché è tutto ciò che rimane per giustificare il loro complesso di superiorità culturalmente radicato.

Anche se si riesce a far ammettere ad un Hongkonghese che i diritti umani sono tutte cazzate, vi dirà che il cantonese è una lingua superiore e che il mandarino non è altrettanto espressivo. Il che è ridicolo, visto che il cantonese, che per decenni ha avuto un sistema di scrittura perfettamente utilizzabile, in pratica non viene quasi mai usato per scrivere, perché gli intellettuali locali non si sono mai preoccupati di apprenderlo e diffonderlo. Tutta la letteratura di Hong Kong è scritta in stile mandarino del 1920, letta ad alta voce in cantonese ma con grammatica mandarina. È come se i libri in Italia fossero scritti nel francese del XIX secolo ma letti con pronuncia italiana, e tutti i bambini italiani imparassero a scuola a scrivere in francese, mentre la scrittura italiana, tipica del modo di esprimersi delle classi più umili, rimane relegata nei tabloid e nei forum su Internet.

La maggior parte degli Hongkonghesi non è nemmeno in grado di digitare foneticamente i caratteri cinesi, con una conseguente velocità di battitura parecchie volte più lenta rispetto alla Cina, oppure la gente semplicemente digita in inglese, perché è più facile da usare. Queste non sono persone a cui interessa davvero la propria cultura linguistica. Sono solo degli arroganti sciovinisti. È l’etnocentrismo nella sua forma più ritardata.

 

Hong Kong esiste perché esiste l’economia di Hong Kong, e questa esiste perché, quando la Cina era diventata comunista, Hong Kong era l’unica località di una certa dimensione con un governo decente dal punto di vista commerciale ed un confine terrestre con la Cina. Hong Kong era l’intermediario [obbligato] per chi voleva fare affari in Cina e, quando la Cina si era aperta e si era sviluppata, il razionale economico di Hong Kong era lentamente venuto meno. Attualmente, gli stipendi iniziali dei laureati ad Hong Kong sono già inferiori rispetto a quelli delle città più ricche della Cina. Gli Hongkonghesi non sono più superiori, da tutti i punti di vista. La città sta a poco a poco decadendo e non c’è nulla di innaturale in questo. Le economie urbane salgono e scendono, questo è solo un normale risultato dei cicli economici. Succede in continuazione in tutti i paesi.

In circostanze normali, quando l’economia di una città inizia a vacillare, i giovani fanno i bagagli e partono per le località in crescita. Ma gli Hongkonghesi non lo faranno. Potrebbero lasciare il paese, trasferirsi nell’Anglosfera, se ne avessero la possibilità (non in Giappone, che è adatto solo per i giochi di ruolo del fine settimana, la lingua è troppo difficile), ma la stragrande maggioranza degli Hongkonghesi si impiccherebbe al lampione più vicino piuttosto che prendere in considerare l’opzione logica di fare i bagagli e trasferirsi a Dongguan. Perché? Perché la Cina è di basso status, mentre il loro è elevato. Perché? Perché è sempre stato così, perché lo dicevano la mamma e la nonna. Quindi rimarranno e si lamenteranno all’infinito del fatto che ad Hong Kong non sono poi così ricchi come dovrebbe essere per loro diritto. La vita non vale la pena di essere vissuta se non puoi vivere in un appartamento di 50 mq ed assumere una filippina per le pulizie perché sei troppo impegnato a fare il segretario di un giurista d’impresa.

Non aiuta il fatto che ad Hong Kong ci siano molti intrallazzi, visto che è un paradiso fiscale dove tutta la Cina parcheggia i propri soldi nel settore immobiliare e che il governo è controllato da Lee Ka-shing e dagli altri oligarchi suoi sodali. Ma, ragazzi, qui sta tutta l’importanza di Hong Kong. Il giorno in cui smetterà di essere un paradiso fiscale gestito dagli oligarchi sarà il giorno in cui l’economia crollerà del tutto. Non c’è altra possibilità. Le persone dovrebbero smettere di piagnucolare e trasferirsi invece dove la loro produttività potrebbe effettivamente garantire loro standard di vita più umani.

Ma, ancora una volta, non si muoveranno. Perché? Perché pensano di essere la fine del mondo, di essere superiori a tutte quelle persone che vivono in posti dove gli affitti sono più bassi. E perché sono così fottutamente testardi? Perché Hong Kong è (o era) una città stato con una sua propria cultura. E la cultura è assai difficile da cambiare. Praticamente impossibile senza un intervento statale organizzato e costante (cioè con la violenza) applicato per decenni.

Questo è il casino che è Hong Kong oggi, dove, fondamentalmente, la maggior parte dei giovani di istruzione superiore si è collettivamente trasformata in Antifa, nel disperato tentativo di conservare una cultura peculiare, che però è solo destinata a morire. Ma la cultura è dura a morire e le culture che vi danno un senso di superiorità di status sono praticamente eterne. Non morirà, dovrà essere uccisa. La cultura, intendo.

Potrei continuare su quanto siano fastidiosi, subdoli e violenti, ma allo stesso tempo effeminati e apertamente malvagi i manifestanti di Hong Kong, che picchiano a sangue le persone, tirano mattoni e bombe incendiarie nelle case, vandalizzando l’intera città mentre saltano e piangono disperati come giocatori di calcio ogni volta che un poliziotto li guarda male. Impedire con la violenza alle famiglie straniere con bambini piccoli di raggiungere gli aerei con cui avrebbero dovuto fare ritorno a casa, giustificare apertamente l’assalto alle famiglie dei poliziotti, guardate come operano i rivoltosi di Hong Kong e perderete ogni speranza (se ne avevate ancora) nel potere della razionalità e del confronto. Se la motivazione è abbastanza forte, le persone mentiranno, colpiranno e ruberanno come se non ci fosse un domani. La sociopatia può essere indotta. Molto facilmente.

È uno spettacolo vedere fino a che insano punto arrivano gli Hongkonghesi nel diffamare la Cina e rendere pubblico il fatto che mai si assoceranno ad essa. Questo in una città in cui la maggior parte della popolazione si è trasferita dalla Cina appena 50 anni fa! Guardate questo “studioso” di Hong Kong sostenere che la Cina è una cultura cannibalesca, in cui il consumo di carne umana era solo una parte della normale barbarie della vita. Niente a che vedere con gli Hongkonghesi, ovviamente, la luce della civiltà britannica e del cristianesimo imbastardito (dovreste veramente vedere con i vostri occhi i cristiani locali, sono incredibili) li aveva purificati da tutta quella gialla inciviltà.

Ma i disordini di Hong Kong offrono un esempio più profondo di come le persone possano diventare malvage quando vogliono diventarlo, di come il concetto fondamentale di onestà e decenza sparisca quando un movimento può essere catturato dall’ala sinistra dei massimizzatori della condizione sociopatica. La lezione più profonda qui riguarda il Coacervo [Patchwork], questo vecchio concetto libertario sulla governance competitiva ereditato dalla neoreazione. L’idea che un cattivo governo sia il risultato di una mancanza di concorrenza, che le nazioni oggi siano, nel complesso, troppo grandi e che un mondo ideale dovrebbe avere paesi delle dimensioni di città-stato, che sperimentano diversi tipi di governo e di cultura e che li mettono in competizione per sviluppare i modi più efficaci per gestire gli affari umani.

Il problema qui è il provincialismo, il nativismo dei piccoli luoghi. Le unità politiche tendono a sviluppare culture particolari all’interno della loro popolazione. Tutti gli esseri umani vorrebbero essere di status elevato. In mancanza di evidenti segnali del contrario, dato abbastanza tempo, gli esseri umani si convinceranno di essere davvero di alto livello.

Succederà anche nelle unità politiche più piccole, esattamente come in quelle più grandi. I paesi poveri lo faranno, proprio come quelli ricchi. Ad Hong Kong, storicamente una malarica isola rocciosa dove c’erano al massimo poche decine di capanne di pescatori, pensano di essere il massimo, un paradiso di civiltà e di duro lavoro con le persone più morali e il linguaggio più arguto della storia umana. Anche in Corea del Nord, una misera metà di quella che già era una nazione impoverita, schiava degli imperatori cinesi per 2000 anni, un paese che ancora oggi lotta per sfamare la propria popolazione, pensano di essere la fine del mondo, eroi dell’antimperialismo e il luogo di nascita di tutto ciò che conta nella storia asiatica.

Una città-coacervo, economicamente meno efficiente rispetto alle città confinanti, non copierà di certo le strutture governative o le pratiche culturali del vicino più ricco. Molto probabilmente se ne uscirà con qualche patetica razionalizzazione su come la sua arretratezza sia in realtà solo un segno del suo status superiore e, prima di cambiare anche solo uno iota delle proprie abitudini, andrà piuttosto in guerra contro le città più ricche che hanno avuto l’audacia di non accettare la superiorità culturale della città povera. Questo è proprio il comportamento tipico degli esseri umani.

Ed è esattamente anche ciò che avevano fatto tutte le polis greche, fino a quando non erano state invase e gettate nella pattumiera della storia dalla Macedonia e da Roma.

In effetti, anche i paesi più grandi possono diventare autocompiacenti, ma i meccanismi che portano a ciò non dipendono solo dalle dimensioni, è solo che gli esseri umani sono esseri umani ed è la cultura ad essere testarda. Quello che offre una dimensione più grande è un po’ più tempo per decadere, fino a quando tutto crolla, mentre le città-stato hanno meno possibilità di essere improduttive fino a quando non collassano o vengono invase. Ma è questo il punto: la scienza avanza un funerale alla volta. La mano invisibile del capitalismo opera la sua magia attraverso i fallimenti, ridistribuendo il capitale inattivo in attività produttive. Se ci si basa sul principio competitivo, anche le città-stato sottoperformanti di un coacervo dovrebbero essere eliminate, ma, a differenza dei libertari che danno per scontato che le città con prestazioni inferiori perderebbero semplicemente i loro beni (capitali e popolazione) e li vedrebbero ridistribuiti altrove, gli esseri umani non funzionano così. Le persone rimarranno e negheranno il declino fino all’ultimo. Finirà sempre con la violenza, o attraverso l’invasione e la conquista da parte di una potenza straniera, oppure, se questa non è un’opzione, con la violenta ribellione degli autoctoni, ormai sradicati, che giocano a fare i cretini col nativismo, così da potersi auto-attribuire uno status [di loro gradimento], senza dover guardare fuori dai loro confini nel mondo reale.

Questa è la Hong Kong di cui stiamo parlando, l’esempio da manuale del capitalismo rampante del libero mercato, un monumento al potere del capitale impersonale, la più improbabile delle città globali, con i suoi sottili grattacieli costruiti sulla cima di un’isola rocciosa tropicale spazzata dai tifoni. Eppure, questo vero e proprio monumento al capitalismo senza radici si è trasformato in una delle forme più cattive e più stupide di cultura sciovinista che si possa incontrare sulla Terra e questo provincialismo, innescato dalla macchina sobillatrice del governo USA, ora sta minacciando di far crollare anche l’economia, assomigliando sempre di più a quella Rivoluzione Culturale che il mondo aveva visto ai tempi di Mao. E quella era stata una cospirazione dall’alto, orchestrata da Mao e dai suoi sodali! I giovani di Hong Kong stanno invece distruggendo da soli la loro città.

Dopo la riuscita ribellione degli Stati Uniti contro la Gran Bretagna, c’era stato il dibattito sui poteri del governo federale. Una delle migliori argomentazioni dei federalisti, che alla fine avevano prevalso, riguardava i pericoli delle tirannie locali.

Il fatto che uno stato sia piccolo non significa necessariamente che sarà meglio controllato dai suoi cittadini, potrebbe benissimo essere usurpato da un uomo forte o da poche famiglie e gestito per sempre proprio come uno stato feudale.

Avrebbero dovuto aggiungere gli abominavoli effetti delle culture locali sulla libertà di movimento dei propri cittadini. Questo non è un grosso problema nell’Anglosfera, con un linguaggio comune a 500 milioni di persone sparse su 20 milioni di chilometri quadrati, ma i luoghi con una cultura più distintiva, specialmente se hanno una propria e piccola area linguistica, possono arretrare con molta facilità. Perfino gli Scozzesi, che parlano solo un dialetto (anche se strano) dell’inglese, stanno assolutamente arretrando nella loro specificità culturale, razionalizzando nuovamente il loro fallimento economico con il riposizionamento del proprio status ad un livello che possa farli sentire superiori ai loro vicini.

Fin da quando ho iniziato questo blog mi sono sempre sentito ambivalente nei confronti degli stati-nazione. Concordo in pieno sul fatto che il globalismo è una piaga e che forme di governo diverse sono la soluzione adatta a popoli diversi, la diversità di governo è generalmente una buona cosa. Eppure, la ricerca del carattere distintivo e della diversità fine a se stessa mi ha sempre fatto pensare ad una cospirazione di collezionisti accademici. Mille lingue muoiono ogni anno! E chi se ne frega. Come linguista mi dispiace perdere alcuni potenziali oggetti di studio, ma il mio piacere non è una ragione sufficiente per mantenere in vita cose che dovrebbero morire.

Dovrei preoccuparmi se qualche rana gialla in Amazzonia si sta estinguendo? Diavolo, no. A meno che non abbiano un buon sapore, ma se così fosse le staremmo già allevando. È una priorità mondiale la conservazione dell’identità nazionale della Lettonia? Sarebbe un grosso problema se la Danimarca scomparisse come unità distinta? E l’Irlanda? Non sembra che si preoccupino poi così tanto della propria cultura.

Le nazioni della Terra hanno il diritto di preservare la propria cultura? Molti antiglobalisti risponderebbero istintivamente di si. Ma la risposta corretta a questa domanda è che non esistono entità come i “diritti.” Alcune culture sono buone, altre sono cattive; alcune nazioni hanno un senso, altre, semplicemente, non hanno i mezzi per sopravvivere e così non sopravviveranno e dovrebbero essere autorizzate a dissolversi, invece di insistere per mantenere artificialmente in vita tutti, rendendo il mondo uno zoo di gruppi etnici, dove ogni singola e distinta cultura che esisteva alla fine della Seconda Guerra Mondiale deve essere preservata come parte del progetto americano per congelare tutto com’era al momento in cui il proprio potere era al culmine.

Che cos’è comunque una “nazione“? Che cos’è un “popolo“? I normali attributi sono facili da individuare: linguaggio e folklore comuni, lo stato percepito come unità distinta da quelli vicini. Ma tutte queste caratteristiche non nascono dal nulla. Si sono evolute nel tempo e lo hanno fatto perché nel loro particolare ambiente storico avevano funzionato. Se considerarvi una nazione distinta avrebbe implicato il vostro annientamento in poche settimane, come, diciamo, nel caso di una sottotribù mongola sotto il dominio dei Khan, o di un piccolo feudo vicino al Regno di Francia, allora è probabile che non vi sareste affatto considerati una nazione distinta, perché, nel momento in cui lo avreste fatto, sareste stati invasi e distrutti. Se lo status nazionale vi fa guadagnare soldi, donne e vi fa celebrare dalla stampa internazionale come i Campioni della Libertà, è molto probabile che le persone più influenzabili della Terra, ovvero tutti quei giovani uomini e donne che l’Occidente ha la stupida abitudine di riunire quotidianamente in quei luoghi chiamati Università, si considereranno una nazione molto, molto velocemente.

In altre parole, l’etnocentrismo esiste solo quando conviene. Mentre in molti all’estrema destra parlano di altruismo patologico e della mancanza di etnocentrismo che condanna molte nazioni bianche, è importante capire in quali condizioni l’etnocentrismo operi, a tutti gli effetti, per produrre una nazione potente. Non sempre. Mai.

La Cina distruggerà Hong Kong nel modo in cui la Francia ha distrutto tutte le sue culture regionali? Non in questa maniera, non è così che il Partito Comunista Cinese fa le cose. I comunisti cinesi credono veramente nel materialismo. Pensano davvero che gli Uiguri, ad esempio, si siano convertiti all’islamismo perché sono poveri e il giorno in cui verranno sollevati dalla povertà (attraverso l’istruzione, ovviamente. La cieca credenza nell’istruzione è l’unica cosa che l’Occidente ha imparato dai confuciani e poi ha riesportato come uno dei principi fondamentali del progressivismo) diventeranno degli edonisti senza radici, proprio come tutti gli altri. La linea di propaganda su Hong Kong, in questo momento, è che dietro la rivolta c’è la mancanza di opportunità economiche per i giovani di Hong Kong, unita alla totale mobilitazione da parte degli Stati Uniti dei peggiori teppisti e criminali della città. Ma questo è assolutamente irrilevante. Nessuna somma di denaro cambierà il sentimento profondamente radicato della superiorità di status degli Hongkonghesi nei confronti della Cina. Peggiorerebbe solo le cose. Proprio come più soldi renderebbero i Mussulmani ancora più arroganti e violenti nei confronti degli estranei. Il confronto con i Mussulmani è davvero appropriato. Due milioni di cittadini di Hong Kong hanno manifestato contro la legge sull’estradizione. Questo non significa che due milioni di persone abbiano partecipato alle rivolte violente, agli assalti contro la polizia e i cittadini dissenzienti, alla distruzione fisica delle strade, al blocco dell’aeroporto. Ma neanche li condanneranno. “Questi ragazzi hanno la testa troppo calda ma il loro cuore è al posto giusto.” Il genere di cose che il Mussulmano medio dice di Al Qaeda.

L’unico modo efficace per rendere Hong Kong una città fedele alla Cina è quello che nessuno vuole sentire: il genocidio culturale. In pratica ci vorrebbe una cosa del genere per far alzare in piedi la maggioranza dei residenti di Hong Kong e fargli cantare con entusiasmo l’inno cinese. Ma ciò richiederebbe decenni di sforzi assai spiacevoli, soprattutto in un momento come questo, in cui l’ideologia prevalente dell’élite anglo-ebraica che governa l’Impero Americano e i suoi vassalli è impegnata, come suprema missione morale, a preservare l’identità etnica in tutto il mondo. Una versione molto astuta del classico dividi et impera, ma basata sulla storia dell’Olocausto. Scoraggiare il cantonese nelle scuole sarebbe l’equivalente di Auschwitz, vi direbbero gli Hongkonghesi in tutta serietà.

In questo momento, il dipartimento di propaganda cinese sta postando, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, video di manifestanti di Hong Kong con bandiere americane che sputano sulla Cina e picchiano i cittadini cinesi, mostrando agli abitanti del continente che branco di traditori spregevoli siano gli Hongkonghesi. La narrativa vittimistica sta facendo miracoli e un boicottaggio piuttosto massiccio di tutto ciò che proviene da Hong Kong è già iniziato. La Cina si sta preparando a giocare una partita lunga, e non può permettersi di essere sanzionata dagli USA e dai suoi alleati con l’accusa di “aver massacrato degli studenti,” come’era accaduto dopo i fatti di Tianananmen, nel giugno 1989. Hong Kong non è poi così importante.

È divertente come il progressivismo consideri il razzismo il male supremo, e tuttavia non risparmi gli sforzi nel sostenere il provincialismo e lo sciovinismo etnico, che sono fondamentalmente lo stesso istinto xenofobo primitivo, ma applicato in modo più ristretto e molto più irrazionale. Dopo tutto, le razze differiscono nel comportamento in modi molto più ampi rispetto alle etnie confinanti. Ma è così che funziona il bioleninismo: vi è permesso, persino incoraggiato,  odiare la vostra famiglia, specialmente i rappresentanti più intelligenti e produttivi. Quello che non vi è permesso è odiare gli estranei completi, specialmente quelli più cattivi ed ostili.

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Spandrell

Fonte: spandrell.com
Link: https://spandrell.com/2019/08/25/hong-kong-and-the-perils-of-nativism/
25.08.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.