GUERRA TRA CAPITALI

 

Dollaro contro Euro: ultime notizie dal fronte
di Vladimiro Giacchè
(La Contraddizione n. 96 del 05/05/2003)
“Se non si fa subito qualcosa, credo che il dollaro possa perdere il suo status di valuta di riserva e di mezzo di scambio mondiale. E questo condurrebbe ad una forte caduta negli standard di vita dei cittadini Usa: una caduta senza confronti da quasi un secolo a questa parte.”
[J. Rogers, The downward spiral, marzo 2003]

1. Riassunto delle puntate precedenti.
Della guerra tra capitali che oppone l’euro al dollaro questa rivista si è occupata a più riprese. In particolare, abbiamo ipotizzato che la nascita dell’euro ed il suo affermarsi come secondo polo monetario mondiale abbia dato più di un grattacapo agli Usa, mettendo a rischio la forza del dollaro, il suo status di valuta internazionale di riserva, e l’afflusso di capitali negli Stati Uniti che finanzia l’enorme debito Usa nei confronti del resto del mondo [cfr. no.89]. Tra le contromisure assunte dagli Stati Uniti, nel marzo del 2002 avevamo preso in considerazione le seguenti:

“1) Destabilizzare le zone di influenza (attuale o potenziale) europea: da questo punto di vista si pensi … al fatto che un conflitto aperto nell’area mediorientale avrebbe conseguenze molto più pesanti per l’Europa (che progetta un’area di libero scambio con i paesi della riva sud del Mediterraneo, di fatto già inseriti nella “zona euro”) che per gli Stati Uniti.

2) L’utilizzo di “guastatori” in Europa: questo è l’uso che viene ormai scopertamente fatto di Blair e di Berlusconi, nonché di alcuni paesi candidati all’adesione alla Ue.
3) La stessa guerra contro l’Irak rientra in questo quadro: non va infatti dimenticato che qualche mese fa Saddam Hussein ha dichiarato l’intenzione di farsi pagare in euro (e non più in dollari) il petrolio irakeno. Ad ogni modo, una cosa è certa: questa prossima tappa dell’escalation militare americana farà registrare il netto dissenso di una parte degli stati europei, e al tempo stesso farà emergere le profonde divergenze tra di loro, e con ciò l’oggettiva impossibilità di una politica estera comune dell’Unione europea”.

L’anno che è passato ci ha offerto eloquenti conferme di quelle ipotesi. E qualche ulteriore sviluppo di cui è opportuno dar conto.

2. La crisi Usa si approfondisce
La prima notizia è che la crisi degli Usa non solo non è cessata, ma si è approfondita. Nel gennaio di quest’anno il livello medio di utilizzo degli impianti è stato inferiore al 75%, le esportazioni Usa sono scese dai 75 mrd $ del 2000 a 62 mrd, gli investimenti in tecnologia sono precipitati da 44 mrd $ del 2000 ad appena 28 mrd; infine, dal gennaio 2002 al febbraio 2003, 2 milioni di lavoratori hanno perso il loro posto di lavoro [dati ufficiali Usa: Business week, 24.3. 2003]. Non stupisce quindi che la fiducia dei consumatori sia scesa in marzo ai livelli più bassi da 10 anni a questa parte.

Poi c’è il deficit commerciale. Questo aspetto strutturale dell’economia Usa (perdura dal 1975!) sembra ormai fuori controllo: ha raggiunto i 500 mrd $ nel 2002, e quest’anno veleggia allegramente verso i 600 mrd, cioè il 6% del Pil. Si tratta di un livello che altrove provoca crisi valutarie e forti svalutazioni. Negli Usa questo non accade, semplicemente perché quel deficit viene compensato (cioè finanziato) attraverso flussi di capitale dall’estero.

Da un anno a questa parte i flussi di capitale verso gli Stati Uniti non sono cessati, ma sono peggiorati come qualità e diminuiti in quantità. Vale la pena di spendere qualche parola in particolare sul loro peggioramento qualitativo. Gli investimenti di capitale migliori sono gli investimenti diretti (ad es. l’acquisto di imprese americane): sono migliori in quanto meno facilmente smobilizzabili. Questo genere di flusso di capitale ha finanziato il deficit delle partite correnti Usa alla fine degli anni Novanta (attualmente, invece, questo flusso è negativo: cioè sono maggiori gli investimenti diretti Usa all’estero che il reciproco). Poi si è passati agli investimenti azionari. Questo tipo di investimenti è più facile a dismettersi (e quindi più “volatile”), ma rispetto ad altri strumenti finanziari (ad es. le obbligazioni) ha un vantaggio per il creditore: l’azionista, se l’azienda in cui ha investito fallisce, non può pretendere nulla. Oggi anche questi investimenti diminuiscono, ed aumentano gli investimenti in obbligazioni: queste ultime nel 2002 hanno finanziato il deficit delle partite correnti americane per una quota dell’85%, contro un 33% del 2000 (attualmente, un terzo dei titoli di Stato americani ed un quarto del debito delle imprese è posseduto da stranieri).

Questa parabola discendente nella qualità dei flussi di capitale è caratteristica delle crisi finanziarie dei “mercati emergenti”, e di regola conosce due ulteriori fasi: gli investitori prima richiedono obbligazioni a scadenze sempre più ravvicinate, poi pretendono che il debito sia denominato in valuta straniera (per mettersi al riparo da svalutazioni improvvise). La curva dei rendimenti delle obbligazioni Usa suggerisce che gli investitori stiano già scegliendo obbligazioni a scadenze più ravvicinate [vedi Wall street journal Europe, 6.3.2003]. Quanto al fatto di esigere che le obbligazioni Usa siano espresse in un’altra valuta, questo allo stato è fantascienza: per il semplice motivo che il dollaro è tuttora la valuta internazionale di riserva. Ma anche a questo riguardo ci sono problemi in vista. E questi problemi si chiamano “euro”.

3. È iniziata la fuga dal dollaro.
Il peso della valuta europea a livello internazionale cresce. Questo è quanto dicono, in maniera estremamente chiara, i dati delle ricerche della Bce [pubblicati qui appresso]. Il dato più importante è questo: in un solo anno, il peso dell’euro nelle riserve valutarie mondiali è raddoppiato, passando dal 10% al 20% del totale [Business week, 17.2.2003]. Ne consegue, tra l’altro, che un volume maggiore di capitali è attratto verso la zona euro, sia nella forma di investimenti diretti che di investimenti “di portafoglio” (cioè finanziari): secondo dati resi noti dalla Bce il 24 febbraio di quest’anno, nel 2002 l’afflusso netto di capitali verso la zona euro è stato di 29,4 miliardi di euro (l’anno precedente ne erano usciti 63,4).

Tutto questo contribuisce all’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro: non è un caso che i rapporti tra euro e dollaro siano passati, in meno di un anno, da 0,86 a 1,10. In queste condizioni, l’euro si avvia ad insidiare il primato del dollaro come valuta mondiale di riferimento. Se le cose continueranno così, si giungerà entro pochi anni ad un sistema valutario mondiale imperniato su due valute (dollaro ed euro), con una terza (lo yen) molto staccata per importanza (per quanto riguarda la sterlina, già oggi assai meno importante delle prime tre valute, essa appare destinata a perdere peso indipendentemente dall’ingresso o meno del Regno Unito nell’euro). Quando il dollaro cesserà di essere l’unica valuta internazionale di riserva, gli Usa perderanno i privilegi economici connessi a tale status: primo tra tutti il fatto di attrarre ingenti capitali e quindi di potersi permettere l’attuale enorme deficit delle partite correnti.
Il rifiuto di svalutare il dollaro nasce dalla paura che accada questo, oltreché dalla centralità economica assunta dalle grandi corporation finanziarie che ruotano attorno a Wall street. Oggi infatti una forte svalutazione del dollaro non sarebbe una svalutazione come le altre. Per almeno due motivi: in primo luogo perché le imprese manifatturiere Usa – quelle che potrebbero giovarsi di un’eventuale svalutazione – producono ormai soltanto il 25% del Pil Usa, e quindi una svalutazione non significherebbe di per sé rilancio dell’economia; in secondo luogo perché – ed è questo il punto fondamentale – oggi una svalutazione avverrebbe in presenza di un effettivo concorrente sul piano valutario. Un concorrente ben più pericoloso di quanto lo fossero il marco o lo yen nel 1985 (l’anno dell’ultima rilevante svalutazione del dollaro).

Da questo punto di vista, le professioni di modestia che caratterizzano tutte le uscite pubbliche della Bce, ed anche i testi raccolti in questo numero della rivista, non debbono ingannare. Leggiamo, nel citato documento, che l’euro “non intende ‘sfidare’ il dollaro nel suo ruolo attualmente dominante, quanto piuttosto attenersi alla stabilizzazione del ruolo internazionale delle principali valute”; oppure che “la Bce non persegue l’internazionalizzazione dell’euro, nonostante la sua rilevante crescita, come obiettivo a se stante, politicamente indipendente, … ma in un contesto di crescente liberalizzazione e integrazione internazionale del mercato”. Ora, è una fortuna che i nostri “amici” di oltreoceano siano così poco colti: perché altrimenti ricorderebbero il proverbio latino che recita excusatio non petita, accusatio manifesta … Ma è comunque ben difficile che le parole della Bce possano tranquillizzare il Tesoro Usa.

Perché il fatto è che la fuga dal dollaro è già in corso. In particolare, gli europei, per la prima volta dal 1993, nei primi dieci mesi del 2002 sono diventati venditori netti di strumenti finanziari Usa. E un vero e proprio crollo del dollaro sinora è stato evitato soltanto perché i governi asiatici hanno comprato dollari per impedire che le loro monete si apprezzassero eccessivamente. Ma la cosa non può durare all’infinito. Ad esempio, come scriveva il Wall street journal il 20 gennaio scorso (offrendoci una magnifica spiegazione dell’attuale “crisi coreana”), “la riunificazione delle due Coree potrebbe scatenare una completa riallocazione/ristrutturazione dell’imponente risparmio dell’Asia”. Oppure la crisi del Giappone potrebbe approfondirsi, inducendo questo paese a liberarsi di un po’ di dollari e di titoli denominati in dollari. Oppure la Cina potrebbe decidere di convertire in euro un’ingente percentuale delle sue riserve in dollari. O, più semplicemente, i banchieri asiatici potrebbero decidere che è ormai diventato troppo rischioso tenere titoli in dollari.

Questo rende estremamente attuali le parole di un libro del 1999: “esiste ora un’alternativa al dollaro che è assai più credibile dello yen, perché proviene da un’area dell’economia mondiale con i conti in regola, anche se afflitta da crescita insufficiente e da disoccupazione ostinata… Come farà [Greenspan] a convincere gli investitori istituzionali di ogni paese a continuare a comprare azioni e titoli di Stato americani, … ora che l’euro propone un vasto mercato finanziario alternativo su cui investire?”. E soprattutto, come reagiranno gli Stati Uniti a questo rischio? Due le possibili reazioni. “La prima è di far venire in luce i ‘keynesiani’ tra gli strateghi della politica economica” (Stiglitz, Krugman), favorevoli ad un accordo con Europa e Giappone sui tassi di cambio, per non rendere la svalutazione del dollaro eccessiva”. Oppure? “La seconda [reazione], che purtroppo non è affatto da scartare, è un tentativo caparbio e arrogante di negare la nuova situazione, e di riportare il contesto a quello che è stato fino a qualche mese fa, con qualche azione di politica estera che crei turbamento tra Cina e Giappone, o destabilizzi ulteriormente la Russia, o infiammi il Medio Oriente” [M. De Cecco, L’oro di Europa, Donzelli, 1999, pp. 204-6].

4. La guerra (all’Irak) e le sue conseguenze.
Con la guerra all’Irak il Medio Oriente, come da copione, è effettivamente andato in fiamme. E gli Usa hanno portato a casa i seguenti risultati strategici:

1) destabilizzazione di un’area di espansione dell’euro;
2) controllo delle risorse petrolifere irakene (le seconde del mondo dopo quelle saudite);
3) riconferma del dollaro come valuta di transazione del petrolio;
4) nuove basi in Medio Oriente;
5) rilancio delle spese militari come strumento anti-recessivo;
6) appropriazione degli appalti per la ricostruzione dell’Irak;
7) spaccatura dell’Europa.

Vittoria su tutta la linea, quindi? Sembrerebbe di sì.

Però, se appena analizziamo più da vicino i punti citati, ci accorgiamo che su nessuno di essi il risultato conseguito dagli Usa è assolutamente univoco e definitivo, salvo forse il primo: (1) la destabilizzazione del Medio Oriente.
Ma questa stessa destabilizzazione può avere effetti altamente indesiderati per gli Usa, come quello di un’affermarsi del fondamentalismo sciita in Irak, che potrebbe mettere in forse (2) il controllo delle risorse petrolifere da parte statunitense, e (3) la stessa riconferma del dollaro come valuta di transazione del petrolio.
Quest’ultimo aspetto merita qualche parola in più. Sulla sua centralità per la guerra all’Irak ci sono ben pochi dubbi, come chiariscono queste parole tratte da un articolo apparso nel marzo scorso su un sito americano di orientamento conservatore: “con l’esercito americano a presidio dei pozzi di petrolio nell’Irak occupato, il primo mutamento di politica consisterebbe senza dubbio nel tornare a vendere il petrolio esclusivamente contro dollari. Questo darebbe al governo Usa la possibilità di cercare di bloccare la tendenza verso un uso internazionale dell’euro al posto del dollaro, e di esercitare pressione nei confronti sul governo saudita affinché tenga fermo alla sua tradizionale politica di vendere il petrolio soltanto contro dollari” [R. Ebeling, Why war with Iraq? Follow the money, in The Future of Freedom Foundation, marzo 2003; l’articolo prosegue: “è difficile immaginare che … al Tesoro americano questo aspetto positivo di una guerra vittoriosa in Irak non sia stato preso attentamente in considerazione” al momento di decidere tra la guerra e la pace]. Per maggiore sicurezza, gli Usa non si sono limitati a prendere possesso di tutti i pozzi di petrolio, ma hanno addirittura iniziato a dollarizzare il paese, ossia ad “usare il dollaro Usa come principale valuta (main currency) irakena” [Wall street journal Europe, 16.4.2003].

Per ora le cose stanno quindi andando secondo i piani, ma non è detta l’ultima parola. Ed è comunque significativo che, se ancora negli anni Novanta le dollarizzazioni erano “spontanee” (ossia almeno formalmente promosse dalle classi dirigenti locali dei paesi interessati, ad es. in America latina), oggi esse siano effettuate manu militari. Siamo ormai alla “politica monetaria delle cannoniere”. E questo non è un segno di forza, ma di debolezza.
(4) Le nuove basi in Medio Oriente: ci sono e ci resteranno. Ma, a es., è probabile che l’Arabia Saudita e gli Emirati “alleggeriscano” il loro territorio delle forze Usa (presenti dal 1991 con la motivazione della “minaccia Saddam”).
(5) Quanto al rilancio delle spese militari ed al (6) business della ricostruzione dell’Irak come strumenti anti-crisi, la loro utilità è fuori discussione. Ma è stata sinora inferiore alle attese: di fatto, ha prodotto i suoi effetti soltanto nell’ultimo trimestre del 2002 (tra l’altro, la breve durata della guerra ha certamente minimizzato il risultato benefico delle spese militari sull’economia Usa). Cosicché l’andamento dell’economia Usa nel primo trimestre dell’anno è stato assai più deludente delle previsioni (crescita dell’1,6% a fronte del 2-2,5% previsto). Non solo: questa volta (a differenza che nel 1991) le spese militari sono pagate con il deficit del bilancio Usa, che ha superato la cifra di 300 mrd $. Ora, questo nuovo debito, sommato al deficit strutturale delle partite correnti, contribuisce a diminuire la fiducia degli investitori internazionali nel dollaro, e quindi ad accentuarne la debolezza nei confronti dell’euro.
(7) Quindi, il risultato più promettente diventa l’ultimo: la spaccatura dell’Europa. Da questo punto di vista, il diverso atteggiamento (dei governi, non delle popolazioni) nei confronti della guerra di Bush & Blair potrebbe essere il detonatore di un processo di disgregazione dell’Unione europea. Questo è un rischio reale. Anche se ci sono controtendenze: ad es., la guerra ha messo in moto un processo sgradito agli Usa quale l’integrazione delle forze di difesa di Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo (e, sembra, anche di Grecia, Olanda e Portogallo); gli effetti di questa integrazione possono essere molto rilevanti anche dal punto di vista economico (soprattutto se a questo settore si comincerà ad applicare la “preferenza comunitaria”, ossia si smetterà di comprare armi americane …). In ogni caso, l’alternativa che si profila è chiara: da una parte un’Unione europea regredita a pura e semplice zona di libero scambio (con immediato attacco alle residue conquiste sociali, e con il rischio che in prospettiva la stessa moneta comune non tenga); dall’altra, un rafforzamento dell’Unione in un processo che va verso l’unità politica.
È su questo fronte che presumibilmente si concentreranno nei prossimi mesi le “amorevoli cure” dello zio Sam e delle sue “quinte colonne” in Europa.

La Contraddizione, n. 96, maggio-giugno 2003

fonte:
http://infomani.info/index.php?p=119

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