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Guerra Commerciale di Trump o De-Globalizzazione?

Countercurrents.org

L’audace mossa “protezionistica” del presidente Trump di introdurre il 25%  di dazio sull’importazione dell’acciaio e il 10% su quella dell’alluminio – ma non è detto che si fermi qui – forse più che un semplice atto di “populismo” serve a mettere in atto la promessa fatta in campagna elettorale. Ma perché il termine “populismo” è sempre usato con un taglio tanto sminuente? Come se fosse molto sotto il livello  intellettivo di chi lo deride, come se fosse espressione del comportamento sconsiderato e primitivo del popolo? I politici non dovrebbero lavorare per il popolo? Non dovrebbero educarlo, raccontando loro la verità, invece di ridicolizzarli; non dovrebbero dare loro notizie vere invece di  “fake-news”?  Non dovrebbero dare al popolo lavoro e mezzi di sussistenza decenti? – Stiamo parlando di “populismo”?

Il presidente Trump, o chiunque lo controlli potrebbe aver notato il costante declino dell’economia americana che scivola verso una guerra inutile con una macchina che produce una disoccupazione che sta superando  il 20% (anche se false statistiche dicono il contrario, dichiarando meno del  il 5% ); un paese che sta gradualmente affogando sotto la  spazzatura di quello che consuma,  sotto la propaganda anti-Russia e con delle infrastrutture che cadono a pezzi, come la società civile.

Questa inaspettata decisione protezionistica potrebbe anche essere una autentica mossa contro la globalizzazione – che, come sappiamo, è controllata dall’economia neo-liberale e in effetti non ha niente a che fare con l’economia reale. È una vera e propria criminalizzazione dell’economia. Ha provocato un danno enorme al 99,9% della popolazione e ha dato benefici solo allo 0,1% (o anche meno). “Make America Great Again” dovrebbe combattere questo sragionamento. Dovrebbe riportare la produzione e il lavoro a casa, principalmente per il mercato interno e poi per il commercio internazionale, per un commercio che non danneggi l’economia locale. Questa è una ricetta che ben si adatta anche a molti paesi europei – la Grecia ne è un esempio calzante, ma anche la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e persino la Francia rientrerebbero nella stessa categoria. “Produzione locale per Mercati locali” è in effetti il modello che ha aiutato a far uscire gli Stati Uniti dalla depressione degli anni ’30 e l’Europa, in particolare dalla Germania, a rinascere dopo la seconda guerra mondiale.

I cosiddetti Accordi di libero scambio (FTA) e gli Accordi commerciali con più paesi come, NAFTA, TTIP e TPP – il primo in fase di rinegoziazione e gli ultimi due sospesi – sono molto diversi da “produzione locale per mercati locali“. Tutti, indifferentemente, favoriscono l’obiettivo di massimizzare il profitto delle corporations USA, ma non l’economia locale degli Stati Uniti. Pertanto Trump ha ragione, quando afferma che tutti questi accordi commerciali non sono stati utili  al suo paese. Erano e sono una miniera d’oro per le corporations americane, ma in realtà hanno danneggiato l’economia nazionale USA, perché sono incentivi a una sempre maggiore esternalizzazione della produzione e dei servizi verso paesi a basso costo del lavoro.

Concedendo alle corporations sgravi fiscali e incentivi per investire a casa piuttosto che in paesi a basso salario, e riscuotendo dazi sulle importazioni, il presidente Trump sta compiendo un passo decisivo – forse obbligato – per rivalutare una vacillante economia americana. Funzionerà? Potrebbe. È troppo presto per dirlo. L’economia non è una scienza esatta, ma piuttosto il risultato di una interazione dinamica tra elementi diversi e a volte imprevedibili. Le vere economie non sono certamente basate su una serie di progetti, non dicono bianco o nero, come le teorie neo-liberiste vorrebbero farci credere. L’economia reale non si fa con gli insegnamenti della tanto decantata  “modellizzazione” di oggi – un approccio complesso  e lineare di un algoritmo che produce i risultati che vogliono farci desiderare le idee neoliberiste – che partono da una realtà vista da lontano. Il fatto di ristabilire la fiducia nel lavoro locale può avere un effetto che va ben oltre quello degli investimenti di capitale.

Trump sta capitalizzando questo slancio e, contemporaneamente, può dare un segnale da seguire al resto del mondo  e mettere fine alla globalizzazione. È interessante ricordare che, a gennaio di quest’anno, Trump disse  -al World Economic Forum (WEF) di Davos –  che tutti i paesi partner americani dovrebbero pensare: “Make my country great again”. Non è uno schiaffo in faccia alla globalizzazione?

Naturalmente, ci saranno dei rumoreggiamenti di “rappresaglia” da parte di Europa, Cina e Giappone – e allora? – In questo momento delle azioni di ritorsione possono effettivamente innescare un ripensamento politico dell’OMC sull’idea di commercio globalizzato. Può finalmente dire chiaro chi vince e chi perde. Ci sono voluti 30 anni per rendersi conto che chi vince è solo una piccola élite di imprese sempre più piccola, mentre il chi perde veramente sono i cardini su cui poggiano le economie nazionali e il lavoro locale. Questa è esattamente la direzione verso cui si muove l’Occidente neofascista – verso la vendita delle economie nazionali ai profitti delle grandi imprese. E’ comprensibile che la gente non ne sia contenta.

Gli economisti di oggi vacillano, ogni volta che qualcuno osa mettere in discussione i principi dei modelli economici globalizzati, se parlano di un modo lineare,  giusto o sbagliato che sia, di vedere il mondo. Ricordiamoci di  George Bush: “Con noi o contro di noi”. Una frase che mette in moto l’eterna guerra del terrore, quella guerra che ha portato la morte a milioni di persone, l’intimidazione a centinaia di milioni di persone e che ha portato miliardi di profitti all’industria bellica.

Eppure, siamo stati e ancora siamo indottrinati di norme neo-liberali, come frontiere aperte al commercio, trasferimento transfrontaliero illimitato di capitali e trasferimenti sul lavoro molto limitati. E la cosa peggiore di tutte, oggi, e già negli ultimi 100 anni, è il nostro sistema monetario (occidentale) basato sul dollaro (nato dal Federal Reserve Act del 1913) che modella e manipola l’economia del boom occidentale. La logica vorrebbe un sistema monetario all’incontrario, dove la produzione economica di una nazione è la base del suo sistema monetario, non l’inverso.

Questa anomalia monetaria è stata portata agli estremi con la creazione del frutto del dollaro USA, l’euro, che non ha niente a che vedere con l’economia europea, per non parlare delle economie interne di ogni paese della UE. Il sistema monetario occidentale su cui si basa il commercio internazionale è una truffa, un vero castello di carte, uno schema di Ponzi, che inevitabilmente dovrà crollare.

The Donald è un personaggio molto imprevedibile. Come un mercante di guerra, urla “fuoco e fiamme” contro la Corea del Nord, minacciando di spazzare via l’intero paese, ma è pronto mettersi a sedere per negoziare con Kim Jong un – a certe condizioni –per mettersi d’accordo su chi ha il Red Button più grande, per vedere se è quello di Kim o quello del Donald.  Contemporaneamente, pungolato da Netanyahu, lo stesso Donald lancia calunnie e insulti contro l’Iran, minacciando una guerra che cancellerebbe il paese e imponendo altre sanzioni, ben sapendo che l’Europa, principalmente Francia e Germania, ha stretto accordi di scambi commerciali per miliardi di euro, dopo la firma dell ‘”accordo nucleare” nel luglio 2015 e la revoca delle vecchie sanzioni.

Quindi, non prendiamola per il verso sbagliato. Trump non è certo una panacea per il bene del mondo. Trump è come un cannone molto lungo, che però spara dai lati, ma potrebbe aver centrato  un obiettivo, proclamando i dazi  unilaterali sull’importazione di acciaio e alluminio. Questo potrebbe essere solo l’inizio, un palloncino di prova per così dire, a cui potrebbero seguire anche altre misure protezionistiche. Il suo neocolonialista Chief economic adviser, Gary Cohn, non ci ha visto nessuna logica e si è dimesso. Trump è rimasto impassibile ed è andato avanti. Sa che questi dazi non influiranno sui prezzi al consumo interni, ma che potrebbero dare una spinta alla rust-belt americana, che potrebbero rilanciare gli investimenti, inclusa quell’industria delle auto USA, che è un indicatore economico molto seguito e creare migliaia di posti di lavoro di cui c’è tanto bisogno per ristabilire la fiducia nel lavoro e nella leadership di Washington per “Make America Great Again.”

 

Peter Koenig   economista e analista geopolitico. Ha lavorato per la  World Bank  e  ha girato il mondo lavorando molto nel campo dell’ambiente e delle risorse idriche.  Tiene conferenze nelle  università di  USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, The 21st Century (China), TeleSUR, The Vineyard of The Saker Blog, ar altri siti internet. E’  autore di  Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – fiction basata su fatti e su esperienze di  30 anni di  World Bank  intorno al globo. E’ anche co-autore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

Fonte: https://countercurrents.org

Link: https://countercurrents.org/2018/03/13/trumps-trade-war-or-de-globalization/

13.03.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

Pubblicato da Bosque Primario

3 Commenti

  1. La de-globalizzazione è cosa saggia e giusta. Peccato che parta dall’america e da un rappresentante dell’elite criminale, foss’anche il meglio di quella fogna.

  2. Provo a contribuire con altri spunti sul tema, senza link (tanto si ritrovano e io non passo per troll):

    – “La crisi sociale e industriale degli Stati Uniti è insomma alla base dell’esplosione del fenomeno Trump, perché “America first” non è tanto un concetto “ideologico”, quanto la trasformazione in programma politico di una “necessità nazionale” di mantenere la posizione egemone sul mondo.”

    – “E’ questa “necessità nazional-imperiale” ad aver selezionato il miliardario col ciuffo e la giunta militare che sta attualmente occupando la Casa Bianca.”

    – “Dovrebbe essere inutile ricordare che, nella Storia, le guerre commerciali hanno sempre fatto da apripista per quelle decisamente più guerreggiate;”

    – “Se si guarda alla strategia dei dazi protettivi inaugurata da Trump si vede chiaramente all’opera più una logica di guerra geostrategica che non una linea economicamente sensata. Esenzione temporanea per gli “amici” (Canada e Messico, contoterzisti di confine), ed anche per qualche importante paese Sudamericano (l’Argentina e il Brasile
    riconsegnati alla destra più corrotta)”

    – “Stavolta hanno reagito malissimo le piazze asiatiche, ovvero quelle dei paesi colpiti in prima persona dai dazi Usa (Shangai ha chiuso a -3,39%, Shenzhen a -4,49%, a Tokyo il Nikkei ha perso il 4,51%).”

    > Quindi, se si inquadra il tutto nella cornice della lotta globale fra i poli di dominio, forse che sia un tentativo di ristrutturazione industriale difensiva di base contro l’eurasia?

    Dal punto di vista degli “interni” delle nazioni più ricche è interssante sapere se:

    > i dazi, con l’aumento del livello dei prezzi dei prodotti di consumo proletario, aumenteranno le tensioni sociali interne di “classe” prima che il ritorno di reddito interno

    rispalmi un po’ di benessere alla vecchia classe media, materasso del capitalismo?

    -L’articolo di cuntercurrent postato qui su CDC, tolti i tre quarti di apologia ‘populista’ (c’è a chi piace portare avanti questo dispositivo scenico), quando saggiamente dice:

    “non prendiamola per il verso sbagliato.” … “Sa che questi dazi non influiranno sui prezzi al consumo interni, ma che potrebbero dare una spinta alla rust-belt americana,…”

    Ecco il punto che mi interessa che io non comprendo. La domanda è come fanno a sapere che i dazi non influiranno sui prezzi interni o, se lo faranno, gli effetti non saranno dannosi per l’ordine interno degli USA?

    Se qualcuno sa chiarire, ringrazio in anticipo.

  3. Ci saranno sicuramente dei buoni risultati per l’economia statunitense, peccato che in Italia nessuno ci stia pensando