CONSIDERAZIONI SUL PRESENTE STORICO

Meglio tardi che mai

AVVISO PER I LETTORI: Abbiamo cambiato il nostro indirizzo Telegram. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale ufficiale Telegram .

Di Flores TOVO

Comedonchisciotte

Nonostante  Marx sia considerato, soprattutto dai suoi ex-seguaci, una specie di “cane morto” della filosofia, c’è una frase scritta nella prefazione del primo libro del “Capitale”, che ancora colpisce profondamente per la sua precisa  e lapidaria concisione: essa afferma che “una formazione sociale non perisce finchè non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dar corso”. Ciò significa che il modo di produzione capitalistico, oggi dominante in modo assoluto in tutto il pianeta, sia pur adattato alle varie culture dei popoli, non potrà essere sostituito radicalmente da una nuova formazione sociale, economica, politica e giuridica, finchè esso non avrà esaurito tutte le forze di cui dispone. Sempre secondo Marx,  il tempo in cui sarebbe stata possibile (o inevitabilmente necessaria per i marxisti ortodossi) una rivoluzione, che secondo gli intenti del filosofo di Treviri avrebbe dovuto essere comunista, sarebbe stato quello in cui lo sviluppo del capitalismo avrebbe creato i presupposti socio-economico concreti e reali, a tal punto da rendere la rivoluzione stessa non più rinviabile. Tali presupposti, ribaditi molte volte in vari testi, implicavano che il capitalismo si evolvesse fino a portare dapprima ad una potente centralizzazione dei capitali, e successivamente, come conseguenza ineludibile, ad una socializzazione totale del lavoro, ad un alto grado di sviluppo tecnico-scientifico e infine ad una proletarizzazione generale della società e il suo relativo impoverimento. Su questi aspetti teorici  si sono verificati storicamente scontri politici a non finire, tant’è che il movimento socialista ha dato luogo, al suo interno, a scissioni, ad eresie, ad odi reciproci. In particolare la più violenta delle scissioni, come si sa, fu tra socialisti riformisti e comunisti ispirati dell’ ”eretico” Lenin che attuò una rivoluzione, che si proclamava comunista, in un paese arretrato come la Russia, in cui non esisteva manco uno dei presupposti previsti da Marx (1).

Sicuramente il principale critico del pensiero marxiano fu Eduard Bernstein, nonostante fosse stato collaboratore di Marx ed esecutore testamentario di Engels.  Egli, nel 1899, pubblicherà un saggio dal titolo “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia”, che in verità era una raccolta di articoli scritti sin dal 1896, in cui criticherà a fondo tutta la concezione marxiana da ogni punto di vista, cercando di dimostrare che il pensiero di Marx, alla prova dei fatti, era del tutto privo di un saldo fondamento e che quindi tutto il suo impianto andava  profondamente rivisto. Bernstein, pur restando socialista, proponeva una totale revisione del marxismo, proponendo una pratica riformista al posto di quella rivoluzionaria. Il socialismo non era più l’ “inevitabile” e “necessario” sbocco della storia, ma un ideale da perseguire:  diventava un postulato etico di tipo kantiano, e cioè una finalità trascendente (la ricerca della giustizia, dell’uguaglianza, dell’eliminazione dello sfruttamento, ecc.), che sebbene irraggiungibile a causa dei limiti empirici della natura umana, doveva fungere da guida per l’azione politica.

Ma quali erano le critiche principali che Bernstein muoveva a Marx? In primo luogo la progressiva concentrazione delle imprese industriali non aveva condotto alla concentrazione conseguente del capitale: anzi essa aveva aumentato il numero dei possidenti grazie al diffondersi delle Società per azioni; in secondo luogo la massa dei proletari non si era immiserita, ma migliorava costantemente il suo tenore di vita (si pensi a quello che sarà il fordismo); per terzo non si era pervenuti ad una semplificazione antagonista fra le due classi (borghesi e proletari), bensì si stava formando all’interno delle società un nuovo ceto medio, composto da insegnanti, operai specializzati, tecnici, impiegati, piccoli produttori, che aggiungendosi al tradizionale ceto medio degli artigiani, bottegai e piccoli i medi proprietari agricoli, diventava sempre più numeroso. Cosicchè, più che revisionare il pensiero di Marx, Bernstein ne metteva in discussione i principi cardinali, quali la lotta di classe, l’idea di rivoluzione,  e lo stesso materialismo storico. Soprattutto egli rifiutava il metodo speculativo della dialettica hegeliana, di cui Marx si professava discepolo: Kant, di fatto, sostituiva Marx.

E in effetti le sue idee, pur condannate nel Congresso socialdemocratico di Dresda nel 1903, si diffusero sempre più in ambito internazionale, al punto che la maggioranza dei partiti socialisti europei aderirono al riformismo con il conseguente abbandono graduale del marxismo. Lo stesso Karl Kautsky, coetaneo di Bernstein e principale teorico della socialdemocrazia tedesca, che era stato un convinto assertore dell’evoluzionismo deterministico (la rivoluzione come necessità) di stampo positivistico, si convertì al riformismo, tanto che Lenin scrisse su di lui un saggio, in cui lo definì un rinnegato. La conferma storica dell’abbandono totale della  stessa idea di rivoluzione socialista si ebbe con la partecipazione entusiastica dei socialisti francesi e tedeschi alla prima guerra mondiale, in cui si trovarono l’un contro l’altro armati, distruggendo di fatto l’idea dell’internazionalismo proletario. Bernstein aveva vinto perché i fatti gli avevano dato ragione, poiché aveva notato l’ascesa allora possente del ceto medio e il miglioramento sociale sotto molti aspetti della classe operaia. Tuttavia il suo riformismo aveva condotto i socialisti all’abbraccio mortale con le borghesie capitalistiche e fanaticamente nazionalistiche. La prima guerra mondiale fu causata anche da questo evento.

Una guerra mondiale che rappresentò la disfatta della cultura e della civiltà europea; la seconda ne fu solo il corollario. L’intervento USA nel 1917 fu decisivo per l’enorme contributo fornito con mezzi e denaro come non se ne erano mai visti. La catena di montaggio e il nastro trasportatore  furono lo strumento del dominio della quantità, come capì subito E. Jünger nel suo saggio “La mobilitazione totale” (2). Ad Est invece accadde l’imprevedibile: la vittoria della rivoluzione da parte dei bolscevichi nel 1920 (dopo una terribile guerra civile).  Vittoria che non ci sarebbe mai stata senza una dissennata guerra voluta dall’aristocrazia zarista, in cui 15 milioni di contadini-soldato si scontrarono con l’esercito tedesco, che allora era il più potente del mondo. L’idea  rivoluzionaria anticapitalista rinacque. La Russia, che nel 1922 divenne URSS, si trasformò in un nuovo faro ideologico per i comunisti. L’Ovest americano e l’Est russo cominciarono a loro modo a demolire la centralità europea: un’opera di distruzione che si affermò definitivamente a Yalta nel 1945.

I fascisti di Mussolini e i nazionalsocialisti di Hitler avevano ben compreso quello che stava accadendo dopo la catastrofica ed orribile pace di Versailles (una pace cartaginese, la definì Clemenceau). Con l’appoggio dei ceti medi essi cercarono di arrestare il declino europeo, cercando di attuare un modello socio-economico alternativo al capitalismo anglosassone e alla dittatura socialista sovietica. Tentativo che fallì per l’evidente disparità quantitativa di forze, data sia dal numero degli abitanti dei rispettivi stati, che dalla produzione di armi. Soprattutto la schiacciante supremazia in campo aeronautico porterà gli alleati al dominio incontrastato sui cieli.

L’equilibrio di pace, segnato dalla Conferenza di Yalta e stabilizzato dal terrore di una guerra nucleare, è rimasto solido fino alla seconda metà degli anni ’80, fino a quando con Gorbaciov e Eltsin  collassò l’URSS, la quale terminò la sua storia il 31 dicembre del 1991. Dopo essere diventato  nel 1999 primo ministro e poi Presidente della Federazione russa, Putin ebbe a dire che la caduta dell’URSS fu l’evento più colossale di tutta la storia recente. Mai tale affermazione fu così vera, se esaminata dal punto di vista storico.

Gli anni d’oro del capitalismo, come li definì Hobsbwam, che andarono dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’80 e avevano coinvolto positivamente tutto l’Occidente. Essi però cominciarono lentamente a declinare a partire dagli anni successivi, fino a giungere ai nostri giorni caratterizzati da grande precarietà generale. Come ben si sa lo stato sociale (pensioni, scuola, sanità) fu soggetto a continui tagli. Le grandi imprese di stato (l’IRI in primis) svendute. In tutto il mondo l’indirizzo economico di tipo liberista, impostato sul monetarismo e sul ritiro costante dello stato dall’economia produttiva, trionfò. Ciò fu possibile proprio per la scomparsa dell’URSS. Con essa venne a mancare il modello alternativo, il potere frenante (il katèchon) nei confronti del capitalismo, il quale non sentendosi più minacciato, ritornò un po’ alla volta a mostrare il suo vero volto originario. Un volto che Marx aveva già svelato in modo chiaro nel suo “Capitale”, quando ne colse la vera essenza, che è quella del “più profitto” e più efficienza concorrenziale (per il profitto). Il sogno di un governo unico mondiale sembrava attuarsi. Kant, in verità, lo aveva profetizzato nel suo libro “La pace perpetua”.

Per un gioco del destino, o per un volere sovrannaturale (che si chiami Lògos divino o Tao non importa) l’imprevedibile si è di nuovo manifestato, per cui tale sogno sta per essere collocato nella dimensione dell’irrealtà. L’ascesa irresistibile della Cina in tutti i campi e l’irriducibilità del nazionalismo russo a non piegarsi mai ripropongono la dialettica dell’amico-nemico di schmittiana memoria. Tali paesi, assieme ad alleati come Iran, Venezuela ed altri non cederanno  alla volontà globalista delle elite occidentali. La partita è ormai apertissima.

C’è un fatto tuttavia che bisogna sottolineare, ossia che il negletto e vituperato Marx, sembra che abbia avuto ragione nella sua analisi sul capitalismo proprio nei giorni nostri. I presupposti concreti e reali per attuare una rivoluzione anticapitalista si sono tutti realizzati. La concentrazione del potere finanziario è in mano a poche decine di persone; la socializzazione del lavoro con il macchinismo automatico è stato imposto (il “Gestell” heideggeriano) in tutti i settori delle società; l’altro grado di sviluppo tecnico ha comportato l’avvento dell’automazione; i ceti medi, sia quelli nuovi, che quelli tradizionali stanno scomparendo, per cui la proletarizzazione è un fatto compiuto. Infine l’impoverimento della masse sta avanzando sempre più a livello mondiale. Ai capitalisti resta l’appoggio dei “clientes” (parassiti più o meno corrotti che si annidano sia in tutte le istituzioni dello stato, sia nel circo mediatico degli “artisti” venduti e del giornalistume vario) e il potere immenso del denaro che tutto compra. Tali “clientes” costituiscono circa un quarto della popolazione e rappresentano i veri nemici diretti per tutti coloro che rifiutano lo stato di cose presenti.  Bernstein aveva giustamente accertato l’inadeguatezza del pensiero marxiano nel rappresentare la società, una inadeguatezza che si è palesata fin quasi a giorni nostri. Giorni in cui però Marx trova conferma sempre più delle sue previsioni: meglio tardi che mai si dice. Comunque resta del tutto da scrivere se ci sia la possibilità di una rivoluzione. Quello che emerge dall’insegnamento della storia recente è che il comunismo non è più attuabile, poiché non tiene conto della costitutiva differenza fra gli uomini. Il fallimento di questo modello, soprattutto quello in URSS, fu dovuto al fatto che si volle impedire la proprietà privata in ogni sua forma: la distruzione sistematica del ceto medio, sia agricolo che artigianale e commerciale,  impedì il sorgere di una  spontanea efficienza lavorativa da parte delle persone più dinamiche. Persino nelle fabbriche, dopo il periodo eroico dello stakhanovismo, i lavoratori più bravi erano sottoposti a vessazioni. Una lezione ben imparata in Cina da Deng Xiaoping e da Xi Jinping  (che è stato uno studioso attento della disfatta sovietica), che hanno dato il via ad sistema produttivo in cui lo stato controlla le industrie strategiche e fornisce l’indirizzo politico all’economia, ma che ammette la piccola e media proprietà privata. Tanto è vero che il 65% del Pil è creato proprio dalle aziende di piccoli e medi proprietari. Per cui quando si parla di comunismo in Cina sarebbe meglio verificare i dati economici: semmai si può parlare di un  socialismo di mercato. Anche la Russia, dopo il periodo ultra-liberista degli Eltsin, Chubais e Gajdar, si sta muovendo un po’ alla volta verso questa direzione.

In Occidente, invece, gli Usa e i suoi alleati, ebbri dalla vittoria contro il comunismo sovietico, si è ritornati al liberismo più sfrenato, tranne nei frangenti in cui il potere finanziario rischi il crollo come nel 2008; in tal caso l’intervento dello stato per salvare le banche o le grandi industrie obsolete, non solo diventa lecito, ma invocato (si parla di 10.000 mila miliardi di aiuti, concessi in vari anni, sia negli Usa che nell’Ue a codesti soggetti, a partire dal crollo della Lehmann Brothers). Rimane aperta la domanda focale: perché in questi paesi ipercapitalistici, dominati da una esigua minoranza di banchieri e di supermanager strapagati, non c’è stato un cambiamento di rotta radicale, in cui i veri creatori di ricchezza abbiano il giusto sopravvento? La risposta non può più essere solo economica, ma soprattutto di ordine culturale. Se la filosofia è “il proprio tempo colto nei pensieri” scriveva Hegel, forse bisogna rifarsi ad essa. E’ certo che soltanto se si esamina criticamente  nel suo insieme la situazione attuale della nostra società, si può cercare una risposta che almeno indichi una via d’uscita dal sistema: un sistema che non è più compatibile con i bisogni sia materiali che spirituali delle varie popolazioni sottomesse al giogo del potere economico finanz-tecnocratico, di cui oggi si osserva l’enorme portata anche con l’imposizione dittatoriale tecnico-sanitaria.

Tuttavia si riscontra che tutte le istituzioni degli stati occidentali oggi siano compatte, in ogni ganglio che le compone, nel sostenere il potere dominante. Eppure le contraddizioni del capitalismo sono lì, sempre più profonde e sempre più insanabili (3). Ciò significa che la condizione oggettiva si palesa in tutta la sua radicale crisi, mentre gravissima è l’assenza di un soggetto che si incarichi a risolvere, superandole, tali contraddizioni. Lo iato fra oggetto e soggetto è davvero sconcertante e quindi paralizzante. Bisogna specificare che per oggetto qui s’intende lo stato e l’economia con le sue forze produttive, mentre per soggetto s’intende la consapevolezza del pensiero umano di calarsi nell’oggetto, penetrandolo e conoscendolo. Se ciò non avviene almeno dentro lo spirito delle minoranze creatrici (che poi sono il vero motore della storia), l’oggetto perseguirà la sua logica che gli viene dettata dalla sua essenza, ossia dal profitto. La latitanza di un soggetto politico conscio e determinato, anche a livello individuale, conduce a devastanti conseguenze. Il sistema capitalistico, infatti, sussume in sé il massimo di una razionalità che si espande attraverso una meccanizzazione alienante imposta (il Gestell), mentre nel contempo esso rappresenta anche il massimo della irrazionalità, poiché il fine è la crescita a dismisura delle ricchezze di pochi. Esso è un oggetto tutto indirizzato verso un baratro immenso, se si considera che sul nostro pianeta vivono 8 miliardi di individui. Il compito di un soggetto politico è quello allora, attraverso la conoscenza, di adeguarsi e di immergersi  nell’oggetto, perché solo così si può fondare un’idea che funga da guida futura per ribaltare lo stato delle cose presenti. In realtà moltissimi sono stati negli ultimi anni gli studi attorno all’oggetto: ricordiamo Preve, Gallino, La Grassa, che sono stati e sono emeriti studiosi italiani del nostro mondo reale. Purtroppo questi studi non si sono trasformati in prassi, restando fermi alla pura teoria. E questo non solo in Italia: ciò significa che la nostra situazione generale è assai preoccupante. La necessità di una rottura di livello  incombe: ma ancora non si intravede. Si avverte solo la presenza sempre più invadente di un gigantesco pericolo che ci sovrasta.

———————————————–

Note:

  1. Tuttavia Marx, negli ultimissimi anni della sua vita, operò un completo riorientamento sulla Russia, e in particolare sul populismo russo, verso il quale fu sempre più aperto: infatti ritenne che anche il proletariato agricolo russo, accostumato a pratiche comunitarie dovute ai Mir (consigli dei rappresentanti contadini) e alle Obscine (comunità villaggio), poteva svolgere un ruolo rivoluzionario su scala internazionale. Per inciso, Lenin, più tardi, criticò duramente tale populismo. Si legga a riguardo un chiarissimo ed esaustivo saggio di P.P. POGGI, Marx sulla Russia, pubbl. su “Altro Novecento”, ottobre 2017, n. 334.
  2. JÜNGER, La mobilitazione totale, sta in “Foglie e pietre, pp. 113-135. Ed. Adelphi, Milano 1997.
  3. Si legga tal proposito il libro di D.HARVEY, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, G. Feltrinelli ed., Milano 2014.

Rovigo 5-01-2022

Flores TOVO

E.mail   [email protected]

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
28 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
28
0
È il momento di condividere le tue opinionix