A scuola di dinastia

DI ALESSANDRO GILIOLI

Piovono rane

Qualche tempo fa, grazie a un paio di sveglie collaboratrici che vivono in America, scoprii il fenomeno nascente delle Whittle Schools (foto sopra), di cui sono già state inaugurate due sedi (Usa e Cina); altre 36 ne apriranno in tutto il mondo entro sei anni. Costo a studente sui 40 mila euro all’anno, esclusi gli extra. In cambio, la garanzia di un’educazione e di skill che consentiranno a quei futuri adulti di restare solidamente dove sono nati, cioè nell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale.

Forse non ne avrebbero bisogno: Thomas Piketty ha mostrato benissimo come il tratto più caratterizzante del capitalismo contemporaneo (accanto all’allargamento della forbice sociale) sia il suo essere rigidamente dinastico: il famoso ascensore sociale è ormai un ferrovecchio, oggi chi nasce ricco ricco resta e viceversa. Ma non si sa mai, e di qui le Whittle Schools.

L’onesto e cinico coming-out dell’istituto romano di via Trionfale – “abbiamo un plesso per ricchi e uno per poveracci” – fa certo accapponare la pelle, ma porta dritti alla questione di fondo: la scuola, compresa quella pubblica, non tenta nemmeno più di essere una livella sociale, come dal Dopoguerra alla fine degli anni 70. Anzi interiorizza la propria funzione di definizione e incrostazione dinastica delle classi. E se ne gloria anche.

Certo: l’ammissione-legittimazione di questo ruolo della scuola nella cristallizzazione delle classi e dei ceti è terrificante, da parte di un istituto pubblico. Qualche tempo fa lo stesso aveva fatto il liceo Visconti, sempre a Roma. Ma, ripeto, è tremendamente onesta. È così. E anche chi non lo dice, chi non lo mette on line, lo sa benissimo: ci sono sempre di più scuole d’élite e scuole di frontiera, le prime producono classe dirigente e le seconde buttano nel mondo futuri sfruttati, incazzati, precari (e probabili elettori di Salvini, in mancanza di una sinistra).

Decine di ricerche lo testimoniano, ve ne linko solo un paio perché mi sono passate tra le mani per lavoro.

Questa sclerotizzazione sociale che inizia nelle aule è e sarà tanto più rigida (se la politica non vi pone rimedio come dovrebbe) in una società in cui la robotica e l’intelligenza artificiale ridurranno sempre di più le possibilità di avere una stabile e dignitosa occupazione per chi non ha accumulato (a scuola), profondità, conoscenze, lingue, linguaggi, ragionamenti,  in generale capacità vendibili nel nuovo mercato del lavoro.

Anche questa è una bella differenza del nuovo capitalismo rispetto a quello vecchio: una volta chi non aveva una decente istruzione poteva almeno fare l’operaio, il manovale, il facchino o altro mestiere di base comunque con un salario fisso e magari il sogno di un lento miglioramento; oggi se non hai skills alti e specifici resterai per sempre un un disperso della società, un dimenticato, un perdente. Uno “sfigato”, come diceva un sottosegretario del governo Monti nato bene – e come molti altri pensano, avendo a loro volta interiorizzato l’ingiustizia.

Una volta il capitalismo viveva di un mito, specie negli Stati Uniti: quello del self made man, che solo con la sua forza di volontà e il suo sacrificio si emancipava individualmente dalla povertà, anzi a volte diventava proprio ricco. Sì, certo, era un mito più o meno farlocco, per una semplice questione di percentuali, insomma a prendere l’ascensore sociale fino ai piani più alti riuscivano in pochissimi, molti di più erano quelli che finivano a dormire sulla Bowery, però quando uno ce la faceva dava speranza a tutti gli altri. Adesso la falsità di questo mito è totale – è il capitalismo dinastico, bellezza – e la scuola non fa che irrigidire sempre di più i muri tra le classi, arrivando appunto a vantarsene.

Tutto ciò è ovviamente contro lo spirito e la lettera della nostra Costituzione, articolo 3, ma si sa che la Costituzione in termini sociali è sempre più lettera morta.

Peccato, perché quando ero bambino io, in prima elementare, in classe a parlare italiano eravamo soltanto in due, il figlio del farmacista e io; gli altri, dialetto bergamasco, e pure bello stretto. Alla fine della quinta invece parlavamo tutti la stessa lingua. Certo, non avremo poi percorso strade uguali, la forbice sociale ci avrebbe comunque diviso. Ma almeno la scuola ci aveva provato e chissà, magari in qualcosa, con qualcuno, c’è probabilmente riuscita. Adesso che il neocapitalismo dinastico ci è entrato nel sangue e ci ha avvelenato l’anima, la scuola non ci prova nemmeno più, anzi si picca del contrario.

 

Alessandro Gilioli

Fonte: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

Link: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/01/16/a-scuola-di-dinastia/

17.01.2020

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