Per una Via italica al socialismo - intervista a Giovanni Amicarella

La patria assume la sua definizione autentica, quella di essere la terra dei padri e non un artificio di matrice borghese utilizzato per la sistematizzazione e assimilazione delle pluralità etno-linguistiche presenti su un territorio. Alla radice della sua concezione di socialismo italico vi è la consapevolezza dell'in

Per una Via italica al socialismo - intervista a Giovanni Amicarella
In tempi di grande reset economico, ma soprattutto politico e culturale è utile ricercare e approfondire idee diverse e plurali che sfuggono alla narrazione dei poteri dominanti e porle al dibattito pubblico; quella che segue è una intervista che farà discutere, almeno è quello che speriamo. La Redazione

Di Adam Bark

Il vecchio mondo basato su ben definite sistematizzazioni ideologiche è tramontato, esalando il suo ultimo respiro sotto le macerie del Muro di Berlino. Il crollo dell'Unione Sovietica ha segnato la fine dell'era delle ideologie moderniste e la vittoria definitiva del modello liberal-capitalista occidentale. Sistema totalitario quest’ultimo, che si aggrega il diritto di dogmatizzare la propria filosofia asservendone i principi di tutto e per tutto all’ interesse del capitale finanziario. In ultimo, da perfetta sovrastruttura della tirannia di mercato, il liberalismo evolutosi nell’ attuale forma post-ideologica annuncia di essere l’unico garante del panoramo politico.

Di conseguenza, l'evoluzione sostanziale del sistema in atto pone noi, "nemici della società aperta" di popperiana memoria, di fronte a un bivio. Possiamo continuare a percorrere vecchie strade già battute, riprendendo analisi, simbolismi e retoriche obsolete del secolo scorso, oppure cercare di evolvere le nostre dialettiche affinché siano in grado di combattere l'anonimità sradicante del globalismo post-moderno. In questa mia ricerca, ho avuto il piacere di conoscere Giovanni Amicarella, militante ed editore che dedica la sua gioventù alla ricerca e formulizzazione di una nuova, vitale e rivoluzionaria "Via italica al socialismo", di cui parleremo nell'intervista.

Prima di inoltrarci, desidero aggiungere una breve nota personale. Sono un militante che lotta per il Territorio Libero di Trieste (di cui abbiamo trattato negli articoli TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE: IL SEGRETO CHE FA TREMARE WASHIGTON e GLI INTERESSI NATO PUNTANO SU TRIESTE E IL SUO PORTO FRANCO) , di etnia slovena e nativo autoctono di questa terra plurietnica di frontiera dalle profonde cicatrici derivanti dalle violenze nazionaliste del secolo scorso. Di conseguenza per formazione, storia famigliare e vedute politiche non posso dire di nutrire alcun romanticismo di stampo risorgimentale. Dall’ asburgica Trieste, Roma mi è sempre sembrata una città distante per storia e identità, la cui bellezza, peraltro, non ho mai visitato. Inoltre, l'entità statale che vi ha sede si è storicamente rivelata asservita agli interessi della classe dominante, che ha fatto del nazionalismo il proprio vessillo di oppressione.

Tuttavia, non identifico il pensiero di Amicarella con il nazionalismo "patriottardo" sopra citato. Al contrario, la patria assume la sua definizione autentica, quella di essere la terra dei padri e non un artificio di matrice borghese utilizzato per la sistematizzazione e assimilazione delle pluralità etno-linguistiche presenti su un territorio. Alla radice della sua concezione di socialismo italico vi è la consapevolezza dell'intrinseca unità tra l'amore per la terra in cui giacciono i nostri avi e la lotta emancipante dei popoli che la abitano. Un'idea di fondo che, pur partendo da un contesto storico e geografico differente, faccio pienamente mia.

  • Definiamo il nemico: contro chi e/o cosa stiamo lottando?

Il nemico è il capitalismo, che se vogliamo può essere tranquillamente visto come un insieme di punti di contatto: ad oggi sicuramente quelli più visibili sono il capitale finanziario, l'usura e il sionismo, che esercitano una pressione sui ceti popolari sempre più tangibile. Ad esse si legano quegli ambienti politici con una visione del mondo completamente avversa alla coesistenza fra nazioni, al benessere del lavoratore e alla possibilità che ogni paese trovi la propria sintesi politica tenendo di conto delle proprie peculiarità, che in altro periodo storico si sarebbero definiti "reazionari". Il nostro nemico insomma è uno, ma ha molte facce, e sottovalutare la portata anche solo di una ci porta ad essere incapaci di combatterlo.

  • Per combattere questo nemico abbiamo bisogno di una concettualizzazione che formi gli animi alla lotta. Ha senso riprendere vecchi modelli ideologici? O abbiamo bisogno di una nuova teoria politica?

L'approccio dovrebbe essere mediano. In realtà, analizzando storicamente lo sviluppo delle concezioni politiche che raggruppiamo nel termine ideologie, non si ha mai un'ideologia ex novo, ma sempre uno sviluppo che a tratti riprende anche il concetto di sintesi hegeliana fra elementi critici e filosofici precedenti, così è stato per tutte le correnti di socialismo che valga la pena analizzare ad oggi. Serve insomma una nuova idea che abbia radici ben piantate e si può dire che sia così che nasce la concezione di "socialismo italico".

Seppur non sia nuovo il voler affrontare la questione nazionale di pari passo con quella di classe, basti vedere le analisi dei paesi con cui siamo in contatto come Vietnam, Corea popolare, Venezuela e Cuba, è del tutto nuovo per il contesto occidentale l'approccio che noi ed altri ne stiamo avendo, ed è uno sviluppo ideologico che lentamente si vede emergere in più parti dell'Occidente. La lettura assolutamente comune è delineare il sistema etno-culturale, valorizzarlo e prenderlo a riferimento come substrato su cui costruire il socialismo. Sia chiaro: ciò non vuol dire, come in esempi tragicomici già visti o in via di decadenza, scimmiottare il patriottismo con istanze scioviniste o usarlo come scusa per annacquare la questione di classe. Allo stesso modo è inaccettabile l'antipatriottismo, distante dalla classe lavoratrice e stantio nella retorica.

[caption id="attachment_213776" align="aligncenter" width="1040"] Giovanni Amicarella[/caption]

Per quanto l'analisi marxista sia in molti punti ancora attuale, viene da vedere con una certa diffidenza di chi crede di poter applicare religiosamente scritti nati per essere tutto tranne che religiosi, da qui la necessità di aggiornare ed adattare alle condizioni. Un esempio della stupidità "ortodossa" lo si è visto con le proteste degli agricoltori, tema caldo su cui gran parte del movimento comunista si è schierato contro chi protestava nonostante dall'altra parte ci fosse l'istituzione borghese per eccellenza. Ci sono stati poi dei ravvedimenti, con formazioni che hanno fatto sparire le critiche e le hanno rese elogi, ma ormai il danno era stato fatto. Secondo i detrattori, erano proteste borghesi. Il problema è che gran parte degli agricoltori ad oggi hanno terreni in affitto o sono contoterzisti, cioè proprietari del mezzo ma non del terreno che vengono chiamati a lavorare. Ciò fa intuire quanto certe incrostazioni a livello ideologico finiscano a pesare sulla pratica, noi a quelle manifestazioni c'eravamo e dalla parte giusta.

L'altra necessità di rinnovare viene dal contesto politico, da inizio 2023 ad oggi sono nate almeno quattro o cinque formazioni che hanno per perno l' unità comunista", dicono le stesse cose e hanno le stesse posizioni. Cosa cambia? Chi ha in mano la dirigenza. Non serve a niente fare unioni posticce sul feticismo del simbolo e dell'etichetta, andiamo alla sostanza.

  • Il patriottismo è quindi, come lo è stato ad esempio in Jugoslavia e Vietnam, una scintilla che accende la lotta popolare?

Esattamente. Il contesto italiano non è del tutto coloniale, è più propriamente un contesto sotto imperialista, o imperialismo sottone se vogliamo essere sarcastici. Ci rendiamo partecipi, seppur con maggioranza popolare contraria, ai vari scenari di guerra e forniamo supporto attivo nel sostegno diplomatico a chi li porta avanti. Una condizione di limbo per cui non siamo imperialisti di prima classe ma neanche un paese propriamente occupato colonialmente, seppur trattato alla stregua di tale. Si tratta di un'importante distinzione da fare per evitare di cadere in retoriche che potrebbero rischiare di abbagliarci.

  • Il contesto italico è etno-culturalmente molto vario. Come si esprime questo “nazionalismo emancipante” dal punto di vista dell’identità?

È una visione che ne tiene conto. Uso "socialismo italico" e non "italiano" per racchiudere la questione dell’identità all’interno della nazione. L’Italia non è un unicum: ha rappresentato per diversi periodi storici un qualcosa di innalzante e non un qualcosa di limitante. Ci sono però stati casi in cui si è cercato di sopprimere queste differenze, spinta tipicamente sabauda. Le nostre differenze etno-culturali interne vanno esaltate e preservate, non devono diventare motivo di divisione, ma ulteriore motivo di orgoglio.

  • Faresti la similitudine con un modello federale, magari alla Jugoslavia?

Relativamente. Lo dico con estrema schiettezza: bisogna arrivare alla condizione dei partiti e a una rappresentanza diretta dei lavoratori per aggirare quelle che sarebbero altrimenti ennesime istanze di burocratizzazione del potere politico. Mi rifaccio al sindacalismo rivoluzionario per questo, una concezione in cui il lavoratore è un rappresentante in sé stesso, e da qui bisogna riprendere anche la concezione nazionale di una partecipazione collettiva. Potrebbe essere un modello federale, ma non analogamente; qualcosa di più organico, un “centralismo decentralizzato” se si vuole fare i sofisti. Sono modelli di cui l’espressione esatta va ancora sviluppata, ma la cui riorganizzazione sociale è già delineabile da analisi già realizzate nel merito.

  • Come andrebbe riorganizzata l’economia tenendo conto di classe e patria?

Risposte immediate non ci sono, e chi si professa con risposte pronte in tasca tende a tralasciare il cambiamento delle condizioni in atto. L'obiettivo principale e concreto è la creazione di un sistema sociale socialista nella sua essenza, che metta al centro il lavoro e il lavoratore. L’organo principale decisionale deve essere un'unione di lavoratori; pertanto, l’organizzazione sociale della patria segue quella dell'economia e viceversa. Ci si ritrova in un sistema dove non c’è necessità di partitocrazie, bensì una serie di organi formati da lavoratori che prendono decisioni reali, non come nelle democrazie borghesi. Lo stato viene riorganizzato, e l’economia e la politica girano intorno a chi effettivamente lavora. Nell’attuale sistema, il politico è un burocrate; ma in un contesto socialista, è un componente organica della società che assume il proprio ruolo grazie alle sue competenze, se vogliamo usare un termine ad oggi molto storpiato, per pura meritocrazia.

  • Quali sono le figure d’ispirazione storiche su cui dovrebbe fondarsi la “via italica al socialismo”?

La Carta del Carnaro applicata a Fiume dal sindacalista Alceste de Ambris fu un'esperienza molto avanzata per l’epoca, sia per le libertà civili e sociali garantite in un contesto storico dove ancora si sparava sulle folle che scioperavano, sia per il modello di societa' che si voleva portare avanti. Un altro spunto è il sindacalismo rivoluzionario di Sorel, che parlava dello sciopero come un mezzo e non un fine in sé stesso, a differenza della concezione sindacale moderna. Accanto a Sorel aggiungerei anche la figura di Filippo Corridoni, molto vessata a causa della sua amicizia con Mussolini seppur prima della sua svolta fascista. Scrisse il testo “Sindacalismo e Repubblica”, dove sottolinea che bisognasse cambiare la società senza necessariamente scadere nell’ottica anti-patriottica, ma anzi ponendola al centro della questione politica. Tra gli illustri anche il nome, poco noto nel contesto europeo, di De Leon, che riuscì a unire la prassi leninista a quella sindacalista. Secondo De Leon, bisognava avere un partito sindacalista accanto ai sindacati, una doppia lotta: avere un partito che rappresentasse i bisogni di classe e un sindacato che rivendicasse quei bisogni con l'azione diretta.

  • Passando al contesto geopolitico, il mondo multipolare e il BRICS: è un'opportunità o semplicemente un riordino del modello capitalistico? O magari un po’ di entrambe?

All’interno del BRICS ci sono opportunità e criticità. Gli stati membri, talvolta per nulla socialisti, sono potenze che cercano di staccarsi dal sistema occidentale, chiaramente assumendo un ruolo di decolonizzazione e di conseguenza progressista. Non sono però né una “manna dal cielo” né l'internazionale proletaria. Si sta anche creando un nuovo ordine sociale e geopolitico, non sempre strettamente all’interno del BRICS: ci sono delle sfere di paesi in Africa, nel sud-est asiatico e in Sud America che stanno facendo accordi sempre più stretti tra di loro. Deve essere chiaro che i BRICS sono solamente un passaggio; sono i paesi che si uniscono su basi sovranazionali il futuro scacchiere politico su cui si decideranno i successivi sviluppi internazionali.

  • Si potrebbe nel nostro caso parlare di eurasiatismo come modello geopolitico alternativo all’atlantismo?

Non ho niente in contrario alla visione originaria dell’eurasiatismo, ovvero l’unione dei popoli russofoni in un'unica sfera che si concluda alla frontiera della Bielorussia e dell’Ucraina. Per quanto riguarda però la nostra sfera, quella Mediterranea, la situazione è diversa. Il Mediterraneo ha una varietà enorme di contesti socio-culturali diversi e peculiarità economiche che lo rendono distinto dalla tellurocrazia russa. Siamo una civiltà di mare, o talassocratica, che si sviluppa in un contesto molto diverso dalle società con terre vastissime. C’è una comunanza tra chi si affaccia sul Mediterraneo, che potrebbe in futuro diventare un’alleanza sovranazionale simile a ciò che sta nascendo in altre parti del mondo. Come disse anche un'insospettabile Gheddafi in merito, bisogna recuperare il “Mare Nostrum” come uno spazio di equilibrio. L’Europa, d’altro canto, è secondo me uno dei più grandi costrutti etno-sociali del secolo scorso. Basta pensare che fino a poco fa, la penisola iberica, quella italica, quella ellenica e tutti i Balcani non erano considerati neanche europei. Non vedo perché dovremmo avere comunanze con paesi a cui siamo sempre stati subordinati o che ci hanno sempre percepito come tali. Un'unione Mediterranea funzionerebbe come difesa delle identità, dell'indipendenza e dei centri economici che fanno molta gola alle potenze europee e all’America.

  • Ultima domanda: la linfa delle rivoluzioni sono i giovani. Che messaggio lanceresti per il loro auspicabile risveglio dal nichilismo?

Ci tengo a precisare una questione legata al termine nichilismo, perché è vitale per la risposta. Esiste il nichilismo passivo, quello di accettare con passività, e il nichilismo attivo, che è la volontà di potenza nietzschiana. La situazione oggi è critica: c'è un collasso economico in arrivo, una terza guerra mondiale, pare, alle porte e tanti giovani lo hanno capito. Il problema sta nel rifugiarsi in espressioni ideologiche che hanno fallito nel passato, quando ciò che bisognerebbe fare è unirsi dietro a un'idea comune che sia innovativa senza perdersi in sofismi e miraggi. Affinché questa concettualizzazione nasca e si sviluppi del tutto, serve una minoranza formata, ovvero un'avanguardia. Ciò non vuol dire perdersi in vani teorismi e pubblicazioni cartacee autoreferenziali; è essenziale che il militante vada in piazza. Coltiviamo le idee che abbiamo senza chiuderci in noi stessi, ma teniamo conto che finché non sorgeranno le effettive condizioni che svegliano il popolo, è difficile che avvengano le rivoluzioni. Sta a noi porne le basi, o subirne le conseguenze.

Di Adam Bark

23.07.2024

Commenti (26)

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    1. Martin 24 luglio 2024

      Il capitalismo e' l'unico sistema possibile e si e' sempre declinato in modi infinitamente diversi, vedasi la socialdemocrazia nordica e il laburismo inglese con tassazione quasi requisitoria, il capitalismo iperliberista in versione Pinochet o il capitalismo controllato e gestito da un partito unico come in Cina.
      Attaccare il capitalismo in quanto tale non ha proprio nessun senso ed e' solo una gigantesca perdita di tempo, ossia chiacchiere a vuoto, visto che anche Russia e Cina l'hanno adottato dopo il fallimento totale della socializzazione dei mezzi di produzione e delle economie marxiste.

      Se si vuole un capitalismo ad alto welfare, alta tassazione ed alta redistribuzione, ossia ad alta socializzazione, va benissimo, ma va tenuto bene a mente primo,che resta capitalismo, e secondo che e' assolutamente incompatibile con l'immigrazione di massa.

    2. XL 24 luglio 2024

      Statalizzazione dei mezzi di produzione, non socializzazione.
      E poi nel URSS la moneta era privata (dei banchieri ebreo-americani, dal 1937 la banca centrale fu privatizzata).

      Il capitalimo non è l'unico sistema possibile, tutt'altro, ma pochi sanno definire il capitalismo, questo è il problema.
      Se vuoi te lo definisco io, il nocciolo è questo:
      capitalismo è un sistema economico-finanziario tale per cui, una volta accumulata una quantità critica di proprietà, questa si accresca senza che il proprietario lavori.
      A seconda della taratura del sistema, il capitalismo può essere leggero (i redditi da lavoro sono decorosi e i redditi da capitale moderati) o pesante (i redditi da lavoro sono irrilevanti e il capitale è tutto).

    3. Martin 25 luglio 2024

      Sovietici e cinesi hanno avuto economie marxiste, hanno fallito miseramente e sono passati al capitalismo - fine del discorso e non c'e' alcuna maniera di nascondere tale fallimento, storico e definitivo.
      Il capitalismo e' perfettamente definito nella sua essenza, ma e' stato applicato in versioni profondamente diverse, vedasi le versioni ultraliberiste e ultra socializzate. L'immigrazione di massa spinge di per se' verso le versioni liberiste, ossia anti welfare state e redistribuzione, ma i geni della sinistra non ci arrivano a capirlo. La versione della socialdemocrazia nordica e del laburismo inglese, con tassazione media requisitoria di oltre il 60% degli stipendi della classe media, non ha nulla a che fare con le versioni iperliberiste.

      Discutere del capitalismo come se fosse un sistema unico e definito in partenza e contestarlo in astratto come quello che non e', rappresenta una assoluta e totale perdita di tempo. L'unico discorso sensato attiene ai livelli di tassazione e redistribuzione, tenendo bene in conto che livelli eccessivi si sono dimostrati deleteri per la crescita, per evidenti ragioni.
      Stratassare i pochi straricchi produce un caffe' al mese per milioni di persone e non solo, perche' i pochi straricchi cambiano residenza. Infatti tutte le patrimoniali presentate dalla sinistra finivano per tassare la classe media, non solo gli straricchi.

    4. XL 25 luglio 2024

      Come tutti gli sprovveduti che non sanno di non sapere, parli di capitalismo senza capire cosa significhi il termine.
      Se tu provassi a seguire la mia definizione, vedresti che il capitalismo non è -come implicitamente dici tu- qualunque cosa non sia una economia marxista (la quale, concordo perfettamente, è un'idiozia teorica e un disastro pratico) ma è la risultante ben precisa della sacralizzazione della proprietà privata e che porta a generare una ristretta classe di redditieri straricchi e nullafacenti.

      Chiaro che poi questa gente si annoia e comincia a pensare cosa fare di nuovo, trovandosi a Davos coi compagni di merende, progettando schiavitù digitale, spopolamento, oscuramento del sole e tutte cose che non penserebbero mai se dovessero andare al lavoro per portare a casa la pagnotta.

    5. Martin 25 luglio 2024

      "Come tutti gli sprovveduti che non sanno di non sapere, parli di capitalismo senza capire cosa significhi il termine".
      Punto primo, invece di rimanere sui contenuti, insulti. Punto secondo, sprovveduta sarà tua sorella, in quanto ho una preparazione equivalente a 3 lauree e so perfettamente cos'e' il capitalismo nelle sue diversissime declinazioni.
      Punto terzo, se anche tassasti in modo requisitorio la minoranza straricca, per le restanti decine di milioni di persone otterresti a stento l'equivalente di un sandwich al mese. Sono calcoli che sono già stati fatti, ad esempio con l'ultima tassa sugli straricchi di Hollande in Francia.

    1. Ghisa 24 luglio 2024

      Forse, e sottolineo forse, più che di una ideologia nuova che ne rinnovi una passata, abbiamo bisogno di una idea nuova di uomo.
      Un idea che di uomo che sia lo specchio della società che quest'ultimo deve manifestare.

      Non dimentichiamo infatti che la realtà che viviamo è il risultato dei nostri pensieri.

      Chi vive nella paura non pensa che ad accumulare: ecco il capitalismo

      Chi vive nella paura si trincera in casa per difendersi dal vicino, e possibilmente attacca per primo: ecco le guerre

      Tutte questi pensieri si proiettano sulla comunità a scale progressivamente maggiori, come un frattale, e siccome chi controlla il mondo conosce questo meccanismo, i sistemi di diffusione della paura sono sempre più potenti e sofisticati.

      Come creare allora un socialismo vero?
      Bisogna recuperare il concetto antico della reincarnazione.

      Non c'è altra via.

      Se l'uomo rimane convinto che la vita sia solo una corsa verso il nulla, non ci sarà mai nessun freno alle sue tendenze distruttive.

      Se invece inizia a convincersi che la vita si estende sull'arco di molte incarnazioni, si renderà conto che quando tornerà ancora, ritroverà il mondo come lo ha lasciato, compresi gli esseri a cui ha fatto dei torti.

    1. LuxIgnis 24 luglio 2024

      Il capitalismo che è il nemico come dice l'articolo, o almeno questo tipo di capitalismo, è ben riassunto in questa storiella tratta dall'immenso repertorio del personaggio di Nasruddin Hodja, molto popolare nel mondo medio orientale.

      Un giorno Nasruddin si reca al mercato a vendere asini. Nota il prezzo con cui un commerciante vende i suoi asini ed è 200 soldi. Allora Nasruddin mette un cartello con su scritto: asini a 180 soldi. Chiaramente tutti si precipitano a comprare da lui.
      Il commerciante vista la situazione decide come affrontarla. Vede dove può limare qualche spesa e guadagno e si prepara per il prossimo giorno di mercato. Arrivato quel giorno mette in vendita gli asini a 170 soldi. Arriva Nasruddin e vista la situazione mette in vendita gli asini a 150. Si ripete quindi l'esito precedente. Tutti comprano da Nasruddin.
      Il commerciante indispettito allora inizia a ridurre la biada per gli asini, ridurre le paghe per i dipendenti, diminuire il numero dei dipendenti e così via.
      Arrivato il nuovo giorno di mercato mette in vendita gli asini a 130 soldi. Arriva Nasruddin e li mette in vendita a 100. E si ripete la stessa storia.
      A quel punto il commerciante disperato si rivolge a Nasruddin e gli dice: "Ma come fai? Io ho rubato su tutto, sulla biada, sui dipendenti, sulle tasse, ma non riesco a fare un prezzo del genere senza rimetterci".
      "Facile" risponde Nasruddin "Io rubo direttamente gli asini!".

      Qui il rubare va inteso in senso molto ampio. Il capitalismo è campato e prosperato nel tempo perché ha sfruttato ovunque era possibile. Lo ha fatto col colonialismo, lo ha fatto imponendo regole di mercato a suo favore, lo ha fatto sfruttando la manodopera a basso costo, lo ha fatto corrompendo persone e stati affinché avesse condizioni favorevoli, lo ha fatto immettendo e creando desideri inutili, lo ha fatto inondando il mercato di merce a basso costo e bassa qualità (obsolescenza programmata).
      Il capitalismo non è un sistema economico basato sullo scambio delle merci con un giusto profitto, il mercato, è un sistema di rapina. Il capitalista che vince è quello che ha rubato di più come nella storiella.

    1. doutdes 24 luglio 2024

      Non amo molto i discorsi teorici, più che altro per il fatto che la loro genericità si espone fatalmente ad incomprensioni fra chi dibatte.
      Io comunque non considero il capitalismo come un male assoluto e neppure reputo il socialismo una ideologia sconfitta o superata.
      Semmai ritengo assolutamente nociva e antitetica al socialismo, l’odierna visione del libero mercato come strumento regolatore di ogni cosa.
      Nell’europa dei primi decenni del dopoguerra si aveva dei mercati una considerazione enormemente inferiore rispetto ad oggi, e se si eccettuano le crisi di ampia portata (tipo quella del 1929 oppure del 2007) l’andamento dei titoli azionari riceveva la stessa attenzione del mercato delle uova.
      Il crollo del regime sovietico ha prodotto un cambiamento epocale liberando le democrazie europee dall’onere della competizione ideologica. In breve tempo il mito del mercato si è imposto fino a diventare una sorta di divinità
      Il Dio Mercato diviene per gli europei (già lo era per gli americani) ciò che il Dio Apollo era per i greci.
      Una impostura per mezzo della quale i poteri economici, un tempo egemoni, oggi sono assoluti padroni.
      Il socialismo può insediarsi senza alcun bisogno di annientare il capitale privato, ma in nessun caso può convivere con un regime di libero mercato.

    1. R66 24 luglio 2024

      Teoricamente il tema dovrebbe avversare il sistema capitalistico, eppure si leggono frasi di questo tipo: "[...]la creazione di un sistema sociale socialista nella sua essenza, che metta al centro il lavoro e il lavoratore."

      Mi chiedo perché mai.
      Perché in un sistema diverso da quello capitalistico, il lavoro e il lavoratore dovrebbero essere messi al centro?

      Casomai, in un sistema in cui non regnassero l'accumulo e la discrepanza tra le persone, considerando il punto tecnologico odierno, il lavoro dovrebbe essere l'ultimo dei pensieri e posizionarsi sotto, molto sotto al livello di un hobby.

      La percezione che mi suscitano la maggioranza di quelli che tentano di accennare ad un'alternativa, equivale al cambio fattore/maiali nella famosa fattoria.

      Il punto chiave da comprendere riguardo il sistema capitalistico, è che esso risiede naturalmente nella mente dell'uomo, non si tratta di una pura invenzione esterna.

      Alcuni furbi hanno compreso il fenomeno tempo fa e lo hanno sfruttato a loro favore; gli stolti, assecondando la dinamica senza comprenderla, cercano invano di eliminare i furbi.
      Semmai un giorno cesserà di esistere, sarà perché un gran numero di persone avrà preso coscienza di sé, intraprendendo di conseguenza una via 'innaturale'.

    2. LuxIgnis 24 luglio 2024

      Che il capitalismo sia naturale avrei qualche dubbio. Forse è naturale nella mente degli occidentali, europei in particolare in origine, dove è nato.
      Presso molte popolazioni di nativi, non esisteva la benché minima forma di capitalismo e accumulo. Il commercio esisteva ed era florido, ma niente a che fare con quello a cui noi siamo abituati.
      Presso molte nazioni dei nativi americani era motivo di orgoglio la generosità. Facevano a gara tra quelli che erano stati più fortunati e capaci e che quindi avevano accumulato merci, a donare a quelli meno fortunati e agli anziani. Nessuno veniva lasciato indietro e nessuno si ergeva al di sopra degli altri.
      E questo anche nelle popolazioni che avevano comunque una sorta di differenze di classe, ad esempio in Polinesia dove esisteva una classe che potremmo definire nobiliare. Anche l'ultimo degli ultimi non veniva lasciato indietro e da solo. E il Re era Re proprio perché pensava al benessere di tutti non solo al suo.

      Quindi, non è naturale e non è insito nella mente degli uomini. Ma nella mente di alcuni, che poi hanno diffuso questa visione al mondo intero. O meglio imposto. Alcune delle prime leggi che fecero riguardo ai nativi sono state quelle che proibivano tutta una serie di pratiche di "generosità" come ho descritto.

    3. R66 24 luglio 2024

      Quando si parla di una visuale non globale e non estesa a grandi numeri, generalmente ti dimostri contrario, poi però, per scovare dei funzionamenti, ti rivolgi proprio a forme di comunitarismo, alcune anche molto serrate.
      Le due visuali non possono mica convivere...

    4. LuxIgnis 24 luglio 2024

      Contrario a cosa?

    5. R66 24 luglio 2024

      Beh, non è una novità che quando si discute sull'assurdità di una soluzione estesa, sulla follia di aggregazioni allargate ecc... dici che invece bisogna essere uniti e coesi.
      Il comunitarismo non è affatto coeso al di fuori della congregazione stessa, non necessariamente almeno, ciò lo puoi riscontrare anche nelle popolazioni che prendi ad esempio.
      Quindi, o soluzione per tutti o soluzione per pochi, non se ne esce con un mischietto delle due.

    6. LuxIgnis 24 luglio 2024

      Ma io non parlavo affatto di questo. Negavo solamente che quello che tu dicevi è insito nella natura dell'uomo.
      E non parlavo di comunitarismo, parlavo di generosità, di empatia. Che possono essere alla base di qualche forma di comunitarismo.
      Ma le società native non erano comunitariste, erano per lo più universaliste. In quanto consideravano tutte le specie allo stesso piano.

    7. R66 24 luglio 2024

      Invece di specificare le varie popolazioni, ritengo preferibile andare a notare il comune denominatore delle stesse.
      Altrimenti si rischia di credere che la non adozione del metodo in forme estese sia soltanto una questione di 'preferenze' e che, volendo, sia fattibile a prescindere dai partecipanti.

      Se una tale prassi si è verificata in varie epoche e in varie parti del mondo, ma soltanto in e per numeri esigui rispetto a quelli che siamo abituati a pensare oggi, è altamente probabile che sia proprio il numero il fattore determinante per l'attuazione.

      Tale numero si ricollega anche al post iniziale, ossia alla caratteristica insita nell'uomo.
      Con numeri estesi essa viene fuori, con numeri ristretti è tenuta a bada da ovvi fattori; non si tratta di un innesto esterno.
      Il lavorio, la concentrazione e l'attenzione personali, non servono per attuare il predatorio, ma per limitarlo o, ancora meglio, per fermarlo, ecco il perché, riguardo a tale processo, ho usato il termine 'innaturale'; in questo caso è un aggettivo positivo.

    1. XL 23 luglio 2024

      -"Il nemico è il capitale finanziario, l’usura e il sionismo"
      -"delineare il sistema etno-culturale, valorizzarlo e prenderlo a riferimento come substrato su cui costruire il socialismo".
      Questi sono capisaldi del fascismo mussoliniano, non lo dico come accusa, perché concordo con queste idee, ma non capisco come facciano a credersi diversi coloro che mettono uno stemmino diverso (ad es una falce e un martello) e poi dicono le stesse cose.

      -"un sistema sociale socialista nella sua essenza, che metta al centro il lavoro e il lavoratore".
      Per esempio attraverso la socializzazione d'impresa (distributismo) perfettamente applicata nella repubblica di Salò

      -"Ci si ritrova in un sistema dove non c’è necessità di partitocrazie, bensì una serie di organi formati da lavoratori che prendono decisioni reali"
      Questo era il sistema delle gilde medioevali, che è stato riproposto in chiave moderna con lo "Stato corporativo" di Antonio de Oliveira Salazar.

      Insomma oggi gli unici che sappiano fare un autentico discorso di destra sono i comunisti.
      Prendiamo atto.

    2. pieros 24 luglio 2024

      Il distributismo ( chesterton è belloc) non c'entra nulla con socializzazione ,mi pare, e con Salò.
      E che vi sia stato un fascismo di sinistra è nella storia del movimento. E, forse, sia all'inizio che a Salò, fu prevalente.

    3. XaMAS 24 luglio 2024

      il fascismo e' una derivazione del socialismo, chi l'ha creato del resto da li' arrivava, solo che gli altri devono sempre crearsi un nemico per aver qualcosa da dire e quindi inizio' la storiella che il fascismo era di destra.

      se si va a guardare al giorno d'oggi io non vedo molta differenza tra chi vuole rinchiudere i non vaccinati in ghetti, chi toglierebbe il diritto di voto a chi non la pensa come loro, chi si arroga il diritto di definirsi democratico ma se vincono gli altri "e' in pericolo la democrazia" e le camice nere di 100 anni fa, l'unica differenza e' che i primi sono leoni da tastiera ed usano i social come valvola di sfogo, i secondi andavano a menare gli oppositori quindi almeno qualcosa di concreto lo facevano.

    4. pieros 24 luglio 2024

      Infatti."...i comunisti fanno proprio il programma fascista del1919,che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori.
      Lavoratore fascista, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l'Italia..."

      Togliatti 1936.

    5. XL 24 luglio 2024

      Caro Pieros, il distributismo di Chesterton e Belloc si basa proprio sull'attribuzione di quote di impresa a tutti coloro che ci lavorano dentro. Seppure in piccola parte sono tutti proprietari, non esiste la separazione totale tra datore di lavoro e dipendente.
      A livello statale l'unico esempio attuato storicamente mi risulta essere quello della R.S.I.
      E sono convinto che gli USA (guardiani degli interessi del grande capitale) nel primo dopoguerra, quando avevano il pieno controllo militare dell'Italia, lasciarono campo libero alle vendette partigiane, proprio affinché si cancellasse la memoria di un esperimento virtuoso che si sarebbe potuto replicare nella successiva repubblica italiana.

    6. XaMAS 24 luglio 2024

      impossibile, e' sicuramente un'invenzione dei fascisti, il migliore non avrebbe mai potuto dire quelle cose !!!!!!!!

      ps: a parte le battute, sicuro sia del 36 e non del 26?

    7. BrunoWald 24 luglio 2024

      Eh si, c'erano gli americani dietro ai massacri che insanguinarono l'Italia "liberata", gli assassini col fazzoletto rosso costituirono la manovalanza.

      Stiamo parlando di decina di migliaia di connazionali, di entrambi i sessi e di tutte le età, dagli adolescenti ai vegliardi, massacrati senza processo e non di rado dopo atroci sevizie. E non mi si parli di "vendette", che nella maggioranza dei casi si trattava di gente di nulla colpevole, salvo di aver indossato la divisa sbagliata, o di essere parente/moglie/fidanzata della persona sbagliata, come le innumerevoli ragazze rapate, seviziate, stuprate da branchi di bestie e infine uccise. Altro che "femminicidi"...

      Una macelleria ignobile, di cui si è semplicemente cancellata la memoria, come se non fosse mai avvenuta, salvo poi commemorare le "stragi nazifasciste", 'sti sepolcri imbiancati...

      Non saremo MAI una nazione, un popolo decente, finché non faremo i conti con la nostra storia: tutta quanta, senza sconti, omissioni e ipocrisie.

    8. pieros 25 luglio 2024

      Controllato.36.

    9. pieros 25 luglio 2024

      D'accordo. Ma visto i personaggi, ha più a che fare con la dottrina sociale della chiesa che col socialismo. Che poi vi siano cose simili o ritenute tali,spiega la vicinanza di talune concezioni ( a mio parere, errando) e ,tout court, il modernismo definito da pio ix,mi pare, la somma di tutte le ersie.
      Mi rifaccio anche al libro sul cattolicesimo,liberalismo e socialismo scritto prima che uscisse il capitale di marx.

    10. pieros 25 luglio 2024

      Libro di donoso cortes

    1. pieros 23 luglio 2024

      Ho già letto qlcsa di simile su fahrenheit 2022.intervista.
      Interessante che due siti ideologicamente distanti propongano la medesima cosa.

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