Home / Israele / L’ultima guerra di Israele

L’ultima guerra di Israele

 

Gilad Atzmon
gilad.online

Nel mio libro del 2011, The Wandering Who, avevo approfondito il possibile, disastroso scenario in cui Israele è il nucleo di un’escalation globale a causa delle emergenti capacità nucleari dell’Iran. Avevo concluso che la sindrome da stress PRE traumatico di Israele (PRE-TSS) sarebbe stata fondamentale in questo sviluppo. “Lo stato ebraico e il discorso ebraico in generale sono completamente estranei alla nozione di temporalità. Israele è accecato dalle conseguenze delle sue azioni, pensa alle sue azioni solo in termini di pragmatismo a breve termine. Invece di pensare in termini di temporalità, Israele ragiona solo sulla base di un presente esteso.

Nel 2011 Israele era ancora fiducioso della sua potenza militare, certo che con l’aiuto dell’America, o almeno con il suo sostegno, avrebbe potuto sferrare un attacco mortale all’Iran. Ora questa fiducia è diminuita, sostituita da un’ansia esistenziale che potrebbe anche essere ben giustificata. Negli ultimi mesi, gli analisti militari israeliani hanno dovuto fare i conti con le spettacolari capacità strategiche e tecnologiche dell’Iran. Il recente attacco ad un impianto petrolifero saudita ha trasmesso un chiaro messaggio al mondo intero e, in particolare, ad Israele: l’Iran è molto più all’avanguardia di Israele e dell’Occidente. Le sanzioni sono state controproducenti: l’Iran ha sviluppato autonomamente la propria tecnologia.

L’ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, nonché prolifico storico, Michael Oren ha ribadito questa settimana su Atlantic le mie previsioni del 2011 e ha descritto uno scenario orribile per il prossimo, e probabilmente ultimo, conflitto israeliano.

Oren si rende conto che un piccolo errore di calcolo israeliano potrebbe portare ad una guerra totale, in cui missili e droni di ogni tipo pioverebbero su Israele, travolgendo le sue difese e mandando in rovina le sue città, la sua economia e la sua sicurezza.

Oren fornisce un resoconto dettagliato di come un conflitto tra Israele e Iran potrebbe rapidamente trasformarsi in una massiccia “conflagrazione,” che devasterebbe Israele e gli stati confinanti.

In Israele, il termine “la guerra tra le guerre” si riferisce alla mirata e segreta campagna interbellica condotta dallo Stato Ebraico allo scopo di rimandare, seppur preparandovisi, il prossimo confronto militare, presumibilmente con l’Iran. Negli ultimi anni Israele ha effettuato centinaia di “guerre tra le guerre” contro obiettivi legati all’Iran in Libano, Siria e Iraq. Oren ipotizza che un singolo errore di calcolo potrebbe facilmente portare a ritorsioni da parte dell’Iran. “Israele si sta preparando al peggio e agisce in base al presupposto che i combattimenti potrebbero scoppiare in qualsiasi momento. E non è difficile immaginare come potrebbe succedere. La conflagrazione, come tante in Medio Oriente, potrebbe essere innescata da un’unica scintilla.

Fino ad ora, l’Iran si è contenuto, nonostante le continue aggressioni da parte di Israele, ma questo stato di cose potrebbe facilmente cambiare. “Il risultato potrebbe essere un contrattacco da parte dell’Iran, con l’utilizzo di missili da crociera che penetrerebbero nelle difese aeree israeliane e colpirebbero obiettivi come il Kiryah, l’equivalente del Pentagono, a Tel Aviv. Israele reagirebbe in modo massiccio contro il quartier generale di Hezbollah a Beirut e contro decine delle sue postazioni lungo il confine libanese. E poi, dopo una giornata di scambio di colpi su larga scala, inizierebbe la guerra vera e propria ...”

Oren prevede che “pioverebbero su Israele” missili ad un ritmo di 4.000 al giorno. Il sistema Iron Dome sarebbe sopraffatto dai numerosi attacchi simultanei contro obiettivi civili e militari in tutto il paese. E, come se ciò non fosse abbastanza devastante, Israele è totalmente impreparato ad affrontare missili ad alta precisione, in grado di colpire con accuratezza bersagli in tutto Israele da più di 1.500 km. di distanza.

L’aeroporto internazionale Ben Gurion cesserebbe di funzionare e lo spazio aereo su Israele verrebbe chiuso. Lo stesso potrebbe accadere ai porti. Gli Israeliani che volessero cercare rifugio all’estero dovrebbero nuotare per mettersi in salvo.

In questo scenario, le milizie palestinesi e libanesi potrebbero unirsi alla lotta e attaccare da terra le comunità di confine ebraiche, mentre missili a lungo raggio provenienti da Siria, Iraq, Yemen e Iran lo farebbero dal cielo. In breve tempo, l’economia israeliana si bloccherebbe, le reti elettriche smetterebbero di funzionare e le fabbriche e le raffinerie danneggiate diffonderebbero nell’atmosfera sostanze chimiche tossiche.

In questo scenario da Shoah, Oren continua: “Milioni di Israeliani si riverserebbero nei rifugi antiaerei. Centinaia di migliaia di persone verrebbero evacuate dalle aree di confine, mentre i terroristi tenterebbero di infiltrarsi. Ristoranti ed hotel si svuoterebbero, insieme agli uffici delle aziende tecnologiche nazionali. Gli ospedali, molti dei quali dotati di strutture sotterranee, verrebbero rapidamente saturati, anche prima che il cielo venisse oscurato dai fumi tossici delle fabbriche chimiche e delle raffinerie di petrolio in fiamme.”

Oren prevede che la dura risposta di Israele ad un attacco del genere, inclusa la violenta repressione delle probabili proteste in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, comporterebbe moltissime vittime civili e la denuncia per crimini di guerra.

Come del resto afferma Oren, non ha inventato lui questa previsione, è uno degli scenari previsti dai funzionari militari e governativi israeliani.

Se si verificassero eventi del genere, gli Stati Uniti sarebbero vitali per la sopravvivenza dello Stato Ebraico, per la fornitura di munizioni, supporto diplomatico, politico e legale e, dopo la guerra, per la negoziazione di tregue, ritiri, scambi di prigionieri e, presumibilmente, “accordi di pace.” In ogni caso, gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump sono alquanto imprevedibili, soprattutto alla luce delle attuali procedure di impeachment contro lo stesso Trump.

Nel 1973 gli Stati Uniti avevano contribuito al salvataggio di Israele fornendo al suo esercito le munizioni necessarie. Gli Stati Uniti lo farebbero di nuovo? Hanno gli Americani le capacità militari per contrastare la precisione dei missili e dei droni iraniani? Ancora più importante, che tipo di supporto potrebbe fornire l’America per risollevare il morale degli Israeliani umiliati ed esausti che risalirebbero in superfice dai rifugi sotterranei dopo quattro settimane senza elettricità e con poco cibo e che vedrebbero le loro città completamente distrutte?

Questo ci porta alla questione essenziale. Il Sionismo aveva giurato di emancipare gli Ebrei dal loro destino, liberandoli  da loro stessi. Aveva promesso di porre fine all’autodistruzione ebraica con la creazione di un rifugio sicuro per gli Ebrei. Com’è possibile che, solo settant’anni dopo la fondazione dello Stato Ebraico, persone che hanno sofferto nel corso di tutta la loro storia sono riuscite, ancora una volta, a creare il potenziale per la loro stessa distruzione?

In The Wandering Who avevo cercato di dare una possibile risposta: “Comprendere il senso di temporalità è la capacità di accettare che il passato venga modellato e rivisto nell’ottica di una ricerca di significato. La storia e il pensiero storico sono la capacità di ripensare il passato e il futuro.” Di conseguenza, il revisionismo è la vera essenza del pensiero storico. Trasforma il passato in un messaggio morale, trasforma la morale in un atto etico. Purtroppo, questo è esattamente ciò che più manca allo Stato Ebraico. Nonostante la promessa sionista di introdurre introspezione, moralità e pensiero universale nella cultura ebraica emergente, lo Stato Ebraico non è riuscito a staccarsi dal suo passato perché non riesce veramente a comprendere la nozione del “passato” come contenuto etico elastico e dinamico.

Gilad Atzmon

Fonte: gilad.online
Link: https://gilad.online/writings/2019/11/6/israels-last-war
06.11.2019

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.

Lascia un commento