Lukashenko ormai sul filo del rasoio, ma anche un’opportunità dietro l’angolo

di Pat Antonini
Comedonchisciotte.org

Ai postumi della schiacciante – e discussa – vittoria alle urne di Alexander Lukashenko, trionfante per l’80% sulla principale rivale Svetlana Tikhanovskaya , arriviamo in queste ore e in questi giorni al pieno alimentarsi di una protesta che si abbatte senza sosta contro il presidente bielorusso. Il volto di questo roboante moto di dissenso è la sopracitata Tikhanovskaya, moglie del politico, blogger e youtuber dissidente Sergej Leonidovič Tichanovski, arrestato nel Maggio 2020. La Tikhanovskaya con il suo ascendenziale appeal d’acqua cheta, si è bellamente definita pronta a guidare la bielorussia, in virtù dell’accusa dei brogli elettorali di Lukashenko, dichiarando, come riportato da ANSA:
 “Il destino mi ha voluta in prima linea contro l’arbitrarietà e l’ingiustizia”
Sebbene la leader di “paese per la vita” non abbia avuto la cortesia di chiarire se la lotta verso taluna ingiustizia , sia estesa anche all’80% dell’elettorato di Lukashenko, o riservata solo al 20% rimanente, siamo tenuti a prenderla sul serio, anche e soprattutto in virtù del fatto che la protesta da lei guidata è sospinta con grande decisione dall’Eurozona e dall’area Anglosassone.
L’ Unione Europea non ha infatti perso tempo, preconizzando la sua condanna verso la presunta illegalità della vittoria alle urne di Lukashenko e accusandolo circa l’eccesso di autorità nel reprimere la protesta, formalizzando di conseguenza le sanzioni ai danni di Minsk.
Questa situazione però ha forse fornito a Putin lo spiraglio per ritornare con rinnovata forza sul tavolo della “Sajuznaja dzjaržava” (Unione Bielorussia-Russia) e di risolvere finalmente in positivo l’assoluta – bisogna ammetterlo – e fallimentare inefficacia dell’apparato intergovernativo in questione.
L’Unione Russia-Bielorussia infatti si è rivelata – nei suoi molteplici sviluppi – molto dispersiva e inefficace, diluitasi negli anni in una serie di mancate intese e punti interrogativi. Oggi Putin ha offerto a Lukashenko supporto mediatico e militare. Per il leader russo si presenta forse l’opportunità non solo di ottenere uno spiraglio di respiro contro la pressione della NATO ma anche di evitare una rinnovata “Jevromaidan” in Bielorussia.
La Bielorussia è un paese oggi schiacciato tra l’avanzata della NATO – che manifesta imperterrita volontà di spingersi verso il confine russo – e la federazione russa che è restia , per ovvie e condivisibili ragioni ad assistere inerte al suo isolamento e contenimento pressivo entro i propri confini.

L’ingerenza sulla Bielorussia rientra in un quadro di operazioni diplomatiche, strategiche, ma anche belliche simili a quelle compiute – su tutti – in Ucraina, ma con forte incisività anche in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia;… operazioni finalizzate a completare un accerchiamento e un isolamento unisonici nei confronti di Mosca, concretizzate con la genesi di focolai che, il mai troppo compianto Giulietto Chiesa definirebbe “Putinofobi”, ma d’ un grado di Putinofobia che farebbe sembrare il maccartismo una robetta per dilettanti.

La Sajuznaja dzjaržava -quale entità sovranazionale intergovernativa fondata da Russia e Bielorussia nell’aprile del 96 – lega in sodalizio la Federazione Russa alla Repubblica di Bielorussia.

I rapporti tra questi due blocchi territoriali, affondano le radici nelle antichità medievali quando, al disgregarsi della Rus’ di Kiev, di fondazione Sviar Vichinga (Svedese), il granducato di Mosca assurgeva a torre di dominio dei principati Rus nell’Età degli appannaggi.
I due paesi sono andati incontro ad una progressiva liquefazione delle loro relazioni dopo il collasso sovietico. La “parentela” della Bielorussia e della Russia manifesta forse, ultimamente , una volontà di divenire fratellanza, un rafforzamento però che non trova corrispondenze in alcuni termini di questo legame in procedura.
Non si può certamente negare che una significativa parte della stagnazione delle procedure dell’Unione Russia-Bielorussia sia  dovuta alla delicatezza dei suoi sviluppi: unione monetaria, investimenti, politiche industriali e molti altri punti che rendono, anche per un leader del livello Putin, questo tavolo particolarmente complicato. Ma è altresì riconoscibile che talune complicanze siano state certamente aggravate dall’interferenza Statunitense, già presente al tempo del “fu licenziato” John Bolton, proseguite poi con le proposte di Mike Pompeo sulla costruzione di un commercio petrolifero a prezzi competitivi che ha esacerbato un certo timore di Lukashenko di venire inghiottito in una totale subalternità verso Mosca.
Durante le lusinghe e i corteggiamenti di Washington verso Minsk, i rapporti tra Putin e Lukashenko hanno attraversato fasi complesse che hanno indotto il leader di Russia Unita ad assumere toni sin troppo assertivi – anche se sotto molti aspetti comprensibili – sui tavoli diplomatici, o quantomeno abbastanza tali da amareggiare il sapore delle relazioni con il gusto – mai troppo gradevole – dell’ultimatum.
Ricordiamo infatti l’incontro a Sochi nel Dicembre 2019 dove furono discussi i prezzi vantaggiosi della fornitura di Gas e Petrolio della Russia alla Bielorussia, ma non solo quelli. Trovò spazio nella mediazione anche il flusso di aiuti finanziari, il cui accordo si concluse con un rinnovamento di soli due anni dell’impegno di Mosca di assistere finanziariamente la Bielorussia, con il chiaro sotto-testo che la cosa non sarebbe continuata a lungo se Lukashenko avesse continuato a flirtare con i blocchi Euro-Atlantici.
Mentre Putin infatti – forte della sopracitata e significativa assistenza economica alla bielorussia-  richiamava Minsk ad una decisione solerte e imperitura, Lukashenko instaurava dialoghi con paesi baltici e Polonia, nonchè con Trump, che ha raggiunto un massimo apicale del colloquio con Lukashenko nel condividere le posizioni anti-lockdown e di minimizzazione riguardanti la presunta pandemia del Covid-19.

Come Reuters e Tass riportavano negli inizi di Gennaio la Bielorussia aveva iniziato negoziati NATO per condurre operazioni congiunte allo scopo del “Peacekeeping”… … dicevano loro.

Non sono mancati inoltre nelle fasi più eloquenti delle campagne elettorali di Lukashenko e la sua rivale i toni anti-russia, usati senza dubbio da entrambi , nei loro rispettivi antitetici registri argomentativi , per abbracciare quella parte di elettorato che – chi per un motivo, chi per l’altro – vede nel Cremlino una minaccia e un pericolo di irreversibile dipendenza energetica ed economica che porterebbe Putin – secondo questi timori – a pretese sempre maggiori di subordinazione di Minsk a Mosca.
Emblematica fu la questione di un rapido sventamento dell’ultimo momento di un piano di destabilizzazione da parte di “Spetsnaz”, cosa che a modestissimo parere del sottoscritto si potrebbe definire grottesca.

Che sia chiaro: sebbene a primo acchitto potremmo vedere in Alexander Lukashenko una certa inclinazione negativa verso l’equilibrismo sui tavoli di trattativa e al cerchiobottismo non sarebbe serio esprimere alcuna nota di biasimo. Siamo tenuti infatti a renderci conto della difficile circostanza che il leader più longevo d’Europa si sia trovato ad affrontare negli anni come capo di un paese vulnerabile e conteso, bisognoso di un significativo orientamento all’import,  nonchè schiacciato dalla pressione della NATO da occidente, e dall’influenza di Mosca da oriente.
La Bielorussia è stata destinataria inoltre anche dell’ingresso di Pechino che ha dimostrato in maniera piuttosto concreta di volersi legare a Minsk attraverso una relazione caratterizzata da un’enorme flusso di investimenti; significativo tra questi è quello del China-Belarus Industrial Park, ma non certo l’unico. Nonostante la collaborazione con Putin, Pechino contribuisce fattivamente a logorare l’influenza russa in Bielorussia, utilizzando principalmente l’arma degli investimenti, un’onda che è senza dubbio sovrapposta all’irruenza geopolitica della Repubblica Popolare Cinese.
Segnalo in tal contesto l’interessantissima trattazione del giornalista Emanuel Pietrobon che meritoriamente, oltre a descrivere l’Industrial Park, fa menzione anche dello Stadio costruito in Bielorussia secondo i parametri FIFA e UEFA con il flusso di finanziamenti Cinesi.
Premesso quanto detto: pur comprendendo quindi che perfino ad una leadership così esperta possano tremare le gambe nell’ abbandonarsi ad una subalternità e ad una dipendenza da Mosca, appare chiaro che l’interesse principale di Putin non sia certo quello di screditare a misera colonia lo status della Bielorussia, né quello di usare Minsk come pugnale per la schiena dei rivali, bensì  usare la sua influenza sulla Bielorussia solo in chiave opponente all’isolamento della Russia voluto in tutta evidenza dalla NATO, e di evitare quindi che una tempesta simile a quella di “Jevromaidan” trasformi “La Russia Bianca” in “Russia colorata”.
Al contrario, appaiono palesi invece scenari e scopi di tutt’altra natura – a prescindere da qualsiasi personale simpatia – se fosse avvenuto un rafforzamento definitivo dei legami di Minsk con Bruxelles e Washington;… un uso vincolatamente e strumentalmente strategico della NATO dello stato bielorusso,  teso all’ulteriore pressione sul confine russo in funzione di totale accerchiamento e isolamento di Mosca, allo scopo di comportarne “l’esilio” assoluto verso un mondo “altro” , né euro nè asiatico, in piena propedeusi ad un conseguente assalto che avverrebbe per mezzo dei missili balistici sul confine e del tentativo di compressione e annichilimento geopolitico e diplomatico della Russia.
La differenza di questi scenari avrebbe dovuto – sotto certi aspetti – condurre Lukashenko ad una più logica tendenza verso Putin e ad una mediazione meno strenue e meno soggetta all’influenza occidentale.
Il fatto che nei laboratori del potere – supponiamo – abbiano premuto l’interruttore per accendere le proteste in Bielorussia tuttavia ci lascia un margine per intuire quale sia stata la scelta finale di Lukashenko, aggiungendo che sicuramente, le sue posizioni anti-lockdown e di minimizzazione sul covid – come nel caso di Trump – abbiano fatto la loro “onesta” parte.
Per farvela breve: è sempre meglio diventare – anche fosse – Casa Putin che Amityville Horror House (…)
L’agitazione crescente di queste ore rende incerto il corrente segmento storico bielorusso. la pressione su Lukashenko è piuttosto forte e potrebbe portare, dietro al mite e rassicurante volto di Svetlana Tikhanovskaya una versione di una Maidan che avrebbe stavolta un peso pressocchè definitivo e forse irreparabile per Mosca.
Sotto una guida filo-occidentale di Minsk, in aperta collaborazione con i paesi baltici e la Polonia, (diretti ovviamente da Washington e Bruxelles) la sfera di influenza russa nella regione verrebbe meno in breve tempo e l’accerchiamento totale della Russia che – ormai anche ad occhi meno attenti – è riconoscibile come obiettivo primario della NATO, sarebbe praticamente completato.
Se la Maidan in Ucraina potrebbe essere considerata una significativa vittoria anche (e non solo) culturale e di straordinaria potenza simbolica, nel sottrarre all’influenza di Mosca la città di Kiev, sorgente primeva della cultura della Rus’ sin dalle fondazioni dei Væringjar 1, quella della Bielorussia sarebbe uno scaccho definitivo nelle strategie conclusive euroatlantiste del piano anti-russo di isolamento.
Il giornale online Eco dai Palazzi , in un articolo del 14 agosto di Giulia Zanette riporta “l’interessante” comparsa del canale telegram NEXTA, corroborando gli allarmi sollevati dallo stesso Lukashenko riguardo alla presenza di una mano straniera in grado di sospingere le proteste. Nell’articolo NEXTA viene paragonato all’ osservatorio siriano per i diritti umani (..!).
Tuttavia, dovremmo considerare anche il fatto che questi eventi potrebbero fornire – come detto nelle fasi introduttive – l’opportunità a Mosca di rendere finalmente efficaci gli sviluppi dell’Unione Russa-Bielorussia sino ad ora rallentati – oltre che dalle ingerenze straniere – anche dallo stesso Lukashenko.
Eventuali esiti vincenti di una rivoluzione colorata colpirebbero certamente anche la Cina che ha già forzato la serratura della Bielorussia con funzionali e profluviali investimenti sopracitati.

In fase di campagna elettorale è facile ipotizzare che Donald Trump possa essere restio ad esprimersi a riguardo della protesta Bielorussa. Notiamo tuttavia da parte del presidente degli USA una maggiore apertura verso gli accordi nucleari (Siglati nel New Start) al cui rinnovamento veniva dapprincipio anteposta in maniera granitica la partecipazione della Cina; condizione che ora sembra ammorbidita. Come riportato da NBC il 16 di agosto infatti Trump ha dichiarato in Florida di voler incontrare Vladimir Putin prima di Novembre per riviltalizzare il trattato per altri 5 anni. Il gesto, oltre che una valenza a fini elettorali potrebbe lasciar supporre che da parte della Casa Bianca sia ancora viva un’istanza di normalizzazione dei rapporti con Mosca e che in caso di rielezione, l’imprevedibile Donald possa giocare un ruolo inaspettato: Questa potrebbe essere la prova della verità anche per lui.

Note:
1 – Væringjar: Variaghi, genti vichinghe provenienti dall’attuale Svezia che attraversando il bacino della Vistola giunsero nelle aree geografiche in esame fondando la Rus’ di Kiev

Pubblicato da Tommesh – ComeDonChisciotte.org
22/08/2020