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La spy story che ha come centro nevralgico la Link Campus di Roma, da cui il M5s pesca i suoi ministri

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Le mosse politiche del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’uomo che visse due volte, una volta a destra e una a sinistra, appartengono ormai alla quotidianità postideologica, ove i confini tra i diversi schieramenti si sono confusi e inquinati a tal punto che sono tollerate dall’opinione pubblica, sempre più disorientata, le maggiori nefandezze politico istituzionali.  “Giuseppi” infatti è passato in soli pochi giorni da una coalizione all’altra di opposto colore, senza mostrare alcuna esitazione, anzi giustificando la propria scelta come ineluttabile rigurgito etico nei confronti di un ministro dell’Interno che si era rivelato colpevole di “collaborazione sleale”, “slabbratura istituzionale”, “arroganza di potere”, etc etc.

Ma le domande inevase restano tante. Perché si è sgretolato il potere di Salvini proprio quando era al suo culmine? Quali sono le ragioni profonde della fine del governo giallo/verde? Come mai Giuseppi è sopravvissuto alla crisi della prima coalizione, ed ora sembra ritrovarsi pienamente a proprio agio alla guida della seconda giallo/fuxia?

E ancora, come mai il Presidente Conte non ha informato nessuno dei contatti avuti con l’amministrazione Trump a partire dallo scorso agosto, che ha spedito in Italia il General Attorney William Barr? Avrebbe dovuto farlo? E la sua omertà ha in qualche modo interferito sul corso stesso della crisi di governo?

Per altro che fine ha fatto Joseph Mifsud, l’uomo chiave del Russiagate scomparso nel nulla, il cui ultimo avvistamento risalirebbe al 21 maggio 2018?  Proprio Joseph Mifsud il “Professore”, che avrebbe riferito all’allora consigliere della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, che i russi erano in possesso di migliaia di e-mail imbarazzanti su Hillary Clinton (secondo la tesi di Mueller). E questo nell’aprile 2016, mesi prima che i democratici venissero a conoscenza dell’hackeraggio sui propri sistemi.

Il nome del professore maltese, a lungo docente alla Link Campus di Roma – l’università dell’ex ministro Vincenzo Scotti e fucina della classe dirigente del M5S – torna al centro dello spygate. Il 27 settembre il ministro della Giustizia William Barr sarebbe stato rispedito dal presidente Donald Trump in missione a Roma per raccogliere informazioni sull’origine dell’inchiesta di Mueller, per screditare il lavoro del procuratore. Trump avrebbe fatto pressioni di questo tipo anche sul premier australiano Scott Morrison, probabilmente per verificare il coinvolgimento dell’ambasciatore australiano Alexander Downer (il primo ad avvisare l’intelligence americana delle manovre russe contro la Clinton), e adesso starebbe chiedendo collaborazione alle autorità italiane.

Secondo l’amministrazione USA il Russiagate sarebbe stato un “complotto” dei servizi segreti occidentali, in accordo con il “deep state” statunitense (la Cia), per creare uno scandalo capace di far naufragare l’elezione di Trump nel 2016. La teoria cospirazionista, portata avanti da George Papadopoulos, è stata fatta propria dall’amministrazione.

Papadopoulos accusa anche il governo italiano, sostenendo che Mifsud, protetto in clandestinità dal governo italiano, non sarebbe una pedina dei russi, ma una pedina dei governi occidentali. Affermazioni che  Papadopoulos sostiene non solo nelle interviste degli ultimi giorni, ma anche nel libro appena uscito: “Deep State Target: How I Got Caught in the Crosshairs of the Plot to Bring Down President Trump“.

Nonostante la versione di Mueller per l’Italia fosse stata diversa. Secondo lui era stato proprio Joseph Mifsud, l’ex docente della Link Campus, a riferire a George Papadopoulos che i russi erano in possesso di “migliaia di e-mail” imbarazzanti su Hillary Clinton.

E quando il 31 ottobre 2017 le carte dell’inchiesta diventarono di dominio pubblico Mifsud era proprio alla Link Campus – dove coordinava attività e rapporti con l’Università Lomonosov di Mosca – però dal giorno successivo sparisce nel nulla. “Mifsud è una chiave per capire la finta del Russiagate” dice Stephan Roh, il suo avvocato, “abbiamo chiesto molte volte alla Link delle spiegazioni sulla sua scomparsa, ma non abbiamo ricevuto una risposta”, però “non è una spia russa, ma è in pericolo”.

Da circa due anni comunque Joseph Mifsud è scomparso dai radar. I suoi amici della Link Campus gli avrebbero organizzato un posto fuori Roma per nascondersi nel dicembre 2017 e sarebbero stati in contatto con lui almeno fino a gennaio 2018.

Ora lo cercano l’FBI, i Russi, la Corte dei conti italiana, i giornalisti e perfino la fidanzata che ha da poco partorito, ma nessuno sembra trovarlo. La scomparsa del misterioso “professore maltese”  è un piccolo giallo dentro un grande intrigo internazionale. Siamo in “The Man in the High Castle”, anche qui c’è una realtà parallela, che incrocia spie internazionali, cospirazioni per la conquista del potere, replicanti, faccendieri e servi italiani ed ha come centro nevralgico una piccola università romana: la Link Campus University, l’ateneo fondato dall’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti,  diventata la fucina di ministri e sottosegretari, da cui anche il M5s ha pescato a piene mani la sua classe di governo.

Infatti nel governo ideale proposto da Luigi Di Maio nella primavera del 2018 i principali ministeri erano assegnati a tre donne, tutte e tre docenti della Link Campus: Emanuela Del Re agli Esteri, Elisabetta Trenta alla Difesa, Paola Giannetakis all’ Interno. Anche tra gli assessori della Regione Lazio c’era una casella in quota Link Campus, quella del sociologo Nicola Ferrigni, destinato a governare Sicurezza e Sport alla Regione, se Roberta Lombardi fosse riuscita a centrare la vittoria. È andata male, proprio come a Daniele Piva, penalista romano e anche lui docente nel 2016/17 presso il master in business administration della stessa Link.

Così Angelo Tofalo, oggi riconfermato sottosegretario alla Difesa, una volta cooptato nel Copasir ha pensato di iscriversi a un master in intelligence tenuto dalla Link Campus. Mentre il nuovo Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Loenzo Fieramonti ha collaborato con l’ultima edizione di #ProteoBrains2019.

Un numero così elevato di persone provenienti dalla stessa università ha fatto pensare a un legame organico, ma Enzo Scotti l’ha seccamente negato: «Di Maio non mi ha nemmeno chiamato», ha detto l’ex ministro, che pure aveva ospitato il leader pentastellato nello splendido Casale per parlare della svolta filo americana nella politica del Movimento.

Vero che «Le università nascono per questo, per fornire una classe dirigente alla politica», però una simile concentrazione di nomi provenienti dallo stesso ateneo non è comune.

La spiegazione più semplice è che la confusa identità dei 5 Stelle del né né, opportunistica e modellata per tutte le stagioni, non ha retto il confronto con la forte identità salviniaia, che aveva raddoppiato i consensi nei 14 mesi di governo, mentre il MoV li aveva visti dimezzare… quindi una classe dirigente di orientamento democristiano piddino pareva molto più consona alla sopravvivenza del camaleontismo radicale pentastellato, così da permettere una sterzata politica immediata,  che avrebbe garantito un drenaggio veloce,  dalla contestazione ribelle contro il sistema, ad una ricerca di radicamento direttamente dentro la palude politica romana.

Alla Link insegna anche Massimo D’ Alema, ma vale la pena ricordare come dal 2016 la sede dell’università sia l’antico casale San Pio, fiore all’occhiello degli immobili per ciechi e ipovedenti (centro Sant’Alessio) gestiti dalla Regione Lazio del segretario dem Nicola Zingaretti. La sottoscrizione è venticinquennale e la Link è stata scelta tramite procedura pubblica: un articolo del Fatto Quotidiano di febbraio ricordava un ritardo nei pagamenti del canone per circa 840.000 euro.

Affitto a parte, è il legame con i nostri servizi segreti il vero motore della Link, uno scambio che va avanti da anni, legittimato dalla legge riforma dell’intelligence del 2007 che istituzionalizzò i rapporti con le università.

L’ateneo romano – un filo diretto con la fondazione Icsa di Marco Minniti – è anche soprannominato la «Terza parte» e ha un peso non indifferente nella linea politica del nostro comparto sicurezza. Sta anche diventando un simbolo dei legami dell’attuale governo giallorosso di Giuseppe Conte.

Lo stesso Papadopoulos racconta infatti che lavorava al London centre of international law practice (Lcilp) quando gli arrivò la chiamata dello staff di Trump, e ricorda che gli venne consigliato un viaggio verso Roma, alla Link Campus University per entrare “in contatto con alcune persone in grado di aiutarmi con Trump e la Russia”. Era metà marzo 2016, ricorda: “Ho subito capito che la Link non era un’università normale. Quando arrivai, assistetti a un meeting tra alcuni funzionari dell’intelligence italiana, membri dell’opposizione libica e Vincenzo Scotti”.

A margine di quell’incontro, ricorda Papadopoulos, l’ex ministro oggi presidente dell’ateneo gli presentò Joseph Mifsud. “La sera stessa, a cena, parlammo di due argomenti: il settore energetico e la campagna elettorale di Trump. Mifsud si vantò di conoscere numerosi leader europei e di essere bene inserito al Dipartimento di Stato, e disse che avremmo dovuto rimanere in contatto”… “Mentre ero a Londra Mifsud mi contattò proponendomi di incontrare la nipote di Vladimir Putin”. Mifsud nel Rapporto Mueller viene individuato come un agente russo. “Ritengo improbabile – afferma Papadopoulos – che le agenzie di intelligence abbiano permesso che un agente russo agisse indisturbato alla Link Campus, notoriamente vicina alla Cia e all’Fbi”.

Per lui, invece, “la Cia e l’Fbi hanno usato persone come Mifsud per spiare il mio lavoro sull’energia e sabotare  la campagna presidenziale”. Papadopoulos aggiunge che da sue fonti “Mifsud si trova ancora in Italia” e accentua il ruolo di Vincenzo Scotti: “In confronto a lui, Mifsud è lo stupido del villaggio. Sono convinto che Barr dovrebbe parlare con lui”.

Papadopoulos si schiera a favore della controindagine che Donald Trump e i suoi più fidi collaboratori stanno portando avanti per smontare il Russiagate. “L’Italia farebbe bene a cooperare” dice alla Verità, e tira direttamente in ballo Matteo Renzi. “Penso che Matteo Renzi sia stato usato da Barack Obama per attuare questo colpo basso nei confronti di Trump e che ora Renzi rimarrà esposto e a causa di questa storia la sua carriera politica verrà distrutta, così come quella di altri esponenti di sinistra in Italia. Ritengo impossibile che un’operazione del genere si potesse svolgere senza che il Governo dell’epoca ne fosse a conoscenza. Renzi stava prendendo ordini da qualcuno ed era ben felice di obbedire”.

Ma i colpi di scena della spy story non sono finiti… a sua volta Matteo Renzi risponde consigliando vivamente il Premier di farsi da parte rispetto alla delega ai servizi che ancora detiene l’inquilino di Palazzo Chigi, affidando la delega ai servizi segreti ad un “professionista”. Ospite domenica scorsa di Lucia Annunziata a In Mezz’Ora, Renzi ha anche perfidamente consigliato a Conte di presentarsi al più presto di fronte al Copasir per chiarire definitivamente i contorni di quella che lui stesso definisce una “spy story modello fiction americana” che ha coinvolto il Ministro Usa Barr e i vertici dei servizi italiani.

Dunque sarebbe troppo ingenuo credere che l’endorsement di Trump verso Conte, a cavallo della nascita del nuovo governo, fosse dovuta ad un coup de foudre di Trump verso Conte. È evidente al contrario che il Presidente Usa aveva un interesse urgente, visto che è già partita la sua campagna elettorale per le presidenziali del 2020.

Probabilmente il Premier si era tenuto la delega ai Servizi, semplicemente per avere più potere di contrattazione nei confronti della Lega, ed ora lo mantiene per consolidare meglio il proprio ruolo. Lo aveva già fatto Gentiloni.

Interessante però notare come il Premier, che aveva chiesto a Salvini di relazionare in aula su di un oscuro affare internazionale, adesso sia obbligato a farlo lui, perché il presidente Donald Trump sostiene che i servizi occidentali deviati avrebbero brigato per far emergere il falso sostegno dei russi alla campagna presidenziale. E tra le intelligence in ballo ci sarebbe anche quella italiana.

Quando si dice il destino cinico e baro…

 

Rosanna Spadini

Fonte: https://comedonchisciotte.org

08/10/2019

 

Pubblicato da Rosanna

La mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.

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