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La nuttata è passata (non si interrompino i sogni)

DI ALCESTE
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La nuttata del PD è passata? In così poco tempo? Perché no.
Nicola Zingaretti è il nuovo segretario del PD. Lo si sapeva da circa due anni almeno, eppure ci sono stati 1.800.000 esserini che si sono recati a votare alle primarie di tale partito per farlo vincere. Come se il destino avverso incombesse sulla ridanciana pelata del Nostro. 1.800.000 italiani convinti che, recando circa 3.600.000 euri al partito del tradimento strutturale della Patria, potessero decidere le sorti di una candidatura già decisa laddove si decide veramente.
Come certe elezioni in cui il candidato dell’apparato riceveva dai compagni il 98,31%: meticolosamente scrutinato, ovvio. Il comunismo non c’è più, ma l’apparato sì. E non è certo l’apparato del PD.
Qualcuno obietterà che i numeri sono quello che sono, ma io ho agio di rispondere che i numeri sono quello che sono anche quando sono scrutinati dal Ministero. Uomini, eventi e leggi vengono decisi altrove: queste pagliacciate servono unicamente a ratificare e a far contenti i micchi che ancora credono alla croce sulla carta.
1.800.000 italiani sono un bel numero tondo, splendido per invertire la rotta statistica rispetto all’ultima consultazione: 1.700.000. I giornalini dell’apparato italico potranno giocarselo tale numero, con finti sondaggi e finte inchieste, elaborate tra una sfogliatella e una gita al mare, per affermare: ecco il Rinascimento della sinistra. Non che all’apparato importi della sinistra. Solo che gli serve, la sinistra, per inverare ciò che gli sta più a cuore: la distruzione dell’Italia. E comunque, anche se avesse votato la metà, il risultato, per le nostre tasche o per le nostre anime e coratelle, non sarebbe cambiato affatto. Questo tale, Zingaretti, è il segretario del maggior partito italiano. Punto e basta. E sarà lui a decidere come il maggior partito italiano, che è tale indipendentemente dai voti che riceve nell’urna, si muoverà contro l’Italia nei prossimi anni.
Sì, il PD è il partito più forte d’segretario così come “Il Popolo” e “L’Unità”, quotidiani della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano, erano i giornali più importanti della Prima Repubblica. “Il Popolo” vantava una tiratura di qualche decina di migliaia di copie effettive, “Il Corriere della Sera” più d’un milione, eppure, se si voleva capire come la pensavano i padroni, era meglio leggere “Il Popolo”; così come era doveroso scorrere “L’Unità”, giornale fondato dall’incolpevole Antonio Gramsci, per comprendere altri avvenimenti geopolitici; o dare un’occhiatina a “L’Avanti” per sapere come e da chi alcune importantissime aziende di Stato sarebbero state lottizzate.
Forse, però, sfugge ancora qualcosa.

Giovanni Agnelli una volta disse, pressapoco: “Se vogliamo far digerire le riforme contro i lavoratori occorre che vada al governo il partito dei lavoratori e della sinistra”. E così fu. Ma io aggiungo, perché i micchi non imparano mai: “Per far digerire migranti, droghe libere e tasse occorre che vada al governo il partito dei reazionari e della destra”.

Lo schema è sempre quello. Il programma, quello dell’Apparato Universale, va avanti, instancabilmente. Intanto l’Apparato Subdominante, l’Apparato Italiano, formato da PD, Forza Italia, Lega, Sinistrati Assortiti e Destrorsi all’Acqua di Rose, si spartisce il malloppo pubblico e intorta i propri elettori. Con Salvini al governo i destri si sentono rassicurati, eppure il programma migranti va avanti spedito lo stesso. Le statistiche su sbarchi e controsbarchi, gommoni e ONG non deve celare il fatto che dal mare, con tutta la scenografia da drammone hollywoodiano, arriva un millesimo di carne umana. E quel millesimo, peraltro, non se ne va più. Si sposta, al massimo, entro la mirabile penisola italiana. In fondo tutto questo tricche tracche sull’immigrazione è una guerra per bande: sinistrati e vaticano, cooperative e onlus, traggono benefici dal migrantismo, la destra no; e viceversa: la destra possiede altre vie e settori per finanziarsi. Il caso Roma, con i maggiori rappresentanti di destra, sinistra e criminalità allo stesso tavolo dovrebbe far riflettere. Eppur non si riflette. Tutti vogliono una sola cosa. La Titina? Macché, il voto.

Il PD fa schifo, certo, ma riassume in sé le stimmate del postmoderno, le rotte che annunciano l’apocalisse italiana.
Adesso va di moda Salvini: presto tornerà nell’ombra. Un’ombra dorata, ovvio, come è quella di Matteo Renzi. Entrambi sono subdominanti, personaggi a cui si concede una vacanza lunga una vita. Uno due tre anni, cosa importa al potere? Il potere ha tempo, ragiona in termini che non coincidono con la scadenza delle rate dell’auto o del mutuo fondiario. Solo cinque anni fa Matteo Renzi, una nullità scaturita dal nulla, poiché ex nihilo nihil fit, si vide locupletato del 41%. Ragazzi, il 41%! Erano cifre attendibili? Secondo me no, ma io non conto perché non credo nella democrazia liebrale e men che mai nelle procedure burocratiche che assegnano percentuali e seggi dei rappresentanti della democrazia liberale. Il 41%! Eppure di quella stagione, oggi, cosa resta? Un tizio che gira l’Italia con lo scolapasta in testa: prima o poi qualcuno dovrà dargli una regolata e spiegargli, pazientemente, che lui era solo un oggettino utile in quel momento storico: si rilassi, il genio del Lungarno, reddito ne avrà finché vuole, la vita sorride, è giovane, un posticino ancor più dorato si troverà, i guai di mammà e papà verranno risolti. 41%! Via! Dileguato! Una giostra. Renzi, i populisti, presto il centrodestra, poi il centrosinistra. Cosa cambia? Un bel niente. Il potere è asessuato, para i colpi, li schiva, li incassa; ha creato quel 41%, l’ha ben speso contro i lavoratori, poi ha gettato il suo strumento. Intanto la sua Utopia è ben viva sotto la pelle degli apparenti cambiamenti.
Riusciremo infine a comprendere questa semplicissima verità?

Il trascorrere di figure e figuranti per cui ci si dà tanta pena è solo il goffo rivolgersi di un gioco più nascosto. La natura ama nascondersi, diceva il Saggio. Così è.
Eppure ci si accapiglia ancora fra destra e sinistra quando tali categorie sono state definitivamente dismesse, a qualsiasi livello, persino nei giochi di prestigio locali, da quarant’anni.
Ogni partito o movimento simula l’azione, ma l’azione non c’è più. Si rifletta. Certo, il PD assicura il compiersi degli eventi voluto dal potere con maggiore efficacia o agilità. E però anche il M5S o il Salvinatore della Patria, Forza Italia e Fratelli d’Italia, per tacere delle stupide combriccole di sinistre, sempre effervescenti, accompagnano la nave del postmoderno nei sicuri porti dell’utopia.
Si deve ignorare del tutto l’attualità. O leggerla esclusivamente quale segno o simbolo. Guardare altro, guardare sotto, questo si confà a chi vuole scoprire la verità.

La disumanizzazione, la dissoluzione morale, la smaterializzazione: tutto questo va avanti, chiunque sia al potere. I marker tumorali testimoniano in tal senso. Lo sfascio della famiglia, la disfatta del sapere, dalla scuola all’università, la legalizzazione del male, l’indifferenza fra bene e male, la schiavitù dettata dall’edonismo, la distruzione del linguaggio ovvero della conoscenza, l’eliminazione del passato per togliere riferimenti e impedire il giudizio sull’oggi. Un Mondo Nuovo esige Fondamenta Nuove. Spianare e cospargere di sale ciò che ha guidato l’umanità: questo il compito dei subdominanti, di destra, di sinistra, di centro.

E questo avviene perché nessun partito europeo, dico: nessuno, afferma davvero qualcosa di contrario e irriducibile rispetto alla Monarchia Universale che ci ingloberà.

Per mezzo secolo di vita mi sono opposto a questo. Ero contro questo anche quando credevo ancora nel gioco liberale. Poi mi sono ripulito anche da tale superstizione. E l’ho pagata, ragazzi, l’ho pagata cara.

Ciò che si muove a livello politico è pura apparenza. Ammuina. Son tutte variazioni dell’unico tema, equivocate dai gonzi come fughe, o strappi. Ma qui nessuno vuole fuggire, scappare o morire.
Il piano psicologico è sempre lo stesso.
Quando il vero potere sente che il gioco non funziona più tira fuori le proprie figurine dalla manica: il Rivoluzionario o il Pompiere.
Dapprima le urla del Rivoluzionario, debitamente ingigantite dai mass media e dai social popolati di straccioni, quindi la vittoria; l’elettore fa festa, insulta il nemico, siede a godersi la vittoria manco fosse Annibale dopo la battaglia di Canne: è la cosiddetta luna di miele: io, con più aderenza concettuale, parlerei di rilassamento post coitum. Dopo la tumescenza del clima elettorale e la foia della speranza (vai, distruggiamoli!) segue la detumescenza post-orgasmo (leggi: le grida da contrazione orgasmica) che smiagolano poi nell’adagiarsi sul cuscino del gradassume: avemo vinto, poppolo! Segue, quindi, mentre i lmicco si rilassa, il lento riallineamento istituzionale del Rivoluzionario; l’elettore dapprima comprende: adesso attueremo il programma, bisogna darsi una calmata. Segue qualche mese in cui il Rivoluzionario, seguito passo passo dall’elettore, fa fuoco e fiamme regalando l’illusione. Dopo un annetto o due le fiamme, però, si rivelano per quello che sono: un incendio nel portacenere. L’elettore traballa, ma non molla: vanta ancora speranze. Al Rivoluzionario, invece, ciò che pensa l’elettore ormai non frega nulla poiché ha piazzato tutte le pedine possibili che gli consentiranno di vivere di rendita per decenni. Dopo un altro anno si concretizza il disinganno totale del micco da cubicolo rivoluzionario; risorge, ora, in perfetta controtendenza, l’illusione dell’elettore sconfitto tre anni prima, ringalluzzito nella speranza e pronto alla battaglia dopo il digiuno e le umiliazioni.
Le psicologie si invertono.
Il ciclo è pronto al ri-ciclo.
E, dopo il Rivoluzionario, arriva il Pompiere.
O viceversa.

Espirazione-Inspirazione. Rivoluzionario-Pompiere. Croce e Contro-Croce. L’illusione della storia si conferma, il potere avanza.

Alla base della democrazia, se non c’è più la spinta ideologica e sociale, è solo il tifo, cioè il carapace vuoto dell’ideologia.
Alla base di tutto c’è l’incapacità a essere davvero politici.

L’homo politicus, il Waldgänger. colui che aspira a cambiare il corso degli eventi, deve possedere poche qualità. La prima, forse l’unica: resistere al fuoco nemico, in trincea, e mai cambiare opinione sulla guerra e sulla propria sorte. Resistere. Resistere. Resistere. Ciò, oggi, appare impossibile. La causa del fenomeno è stata già sviscerata in questi paraggi, ad nauseam. La pace ha infrollito la voglia di sacrificio, la dedizione, la caparbietà, la fedele ostinazione, il cuore oltre l’ostacolo, il cuore sopra a tutto. Non si ha voglia di lottare per una meta, figuriamoci il tribolare o il morire per essa! Non sia mai! Una causa, oggi, la si sposa col like, la si tiene in caldo per un poco, litigando su schermo qualche mese con altri coglioni, quindi la si cambia con un colpo di mouse manco fosse un salvaschermo venuto a noia. I versi: “La donna è mobile qual piuma al vento/muta d’accento e di pensiero”, in un’epoca di femminilizzazione universale, divengono paradigmi inscalfibili. Il cretino di cui sempre discorro è proprio questo: per lui va bene tutto, il nero verde l’arancio, per non esistono ancore, punti privilegiati, centri di senso, fortezze o trincee. Nel deserto ogni punto s’assomiglia e le alture sono tutte spianate.

Vivere ciò in cui si crede: la vedo impossibile per l’homunculus.

Il PD e i suoi alleati, che sono più di quanti sembrino, faranno ciò che devono fare con le spoglie dell’Italia. Gli si dia un pochino di tempo, dai. Per ora hanno eletto un loro pari, un altro renitente al lavoro. Presto il Faticatore si circonderà di altri simili onde cicalare da Primus inter Pares. D’altra parte i Meloni, i Salvini, i Casini non sono da meno (o da più).

Zingaretti Nicola, politichino almeno dal 1982, non certo colto, e nemmeno brillante, men che mai intelligente. A suo disagio coi congiuntivi, ma esperto nella tattica di sfinimento del prossimo; un praticone di talento, insomma, indurito da trent’anni di amicizie, fratellanze e scontri procedurali e burocratici nei consigli politici del Lazio intero nonché compagno (e quindi amico) di tanti attorucoli scrittorucoli e star televisive d’accatto che infestano l’Italia con la piccineria degli inetti; sarà quest’uomo a fornirci in futuro la consueta sbobba di neri pacifisti gente gaia femminismo divismo televisivo con la paga di Pantalone quando il salvinator della Patria non sarà più di moda; e noi lo sorbiremo, l’intruglio, lo si voglia o meno. Che alternative abbiamo al voto liberaldemocratico? Nero e non solo, antimafia da rotocalco, melenso vittimismo, nazioni unite, progresso globale, pace in medio oriente, cambiamento, sindacato rosé, libertà. L’album Panini della Bontà di Nicolino è quasi completo. Manca qualcosa? Certo, l’Olocausto. Ma egli ha già provveduto ad attaccare anche l’ultima figurina adesiva: i nonni, infatti, per sua diretta testimonianza, sono la famiglia Di Capua; la mamma, una Della Torre, si salvò, per puro caso, dai rastrellamenti nazisti del 16 ottobre 1943 nella Roma città aperta del feldmaresciallo Albert Kesselring.

Accanto a Nicolino un’effervescente Monica Cirinnà esibisce una t-shirt oltraggiosamente sbarazzina: “Meglio frocio che fascista”. Sì, perché quando i sinistrati usano la parola “frocio” lo fanno da amici, se la pronunzio io rischio occhiute indagini. Monica Cirinnà, la paladina degli animali, senatrice e pasdaran dei diritti civili, al pari della Brambilla berlusconiana, tanto preoccupata per la sorte di cani e gatti (o di gatti e cani), nonché dei canili e dei gattili, e moglie dell’ingegner Esterino Montino, già al Comune di Roma e poi alla Regione Lazio con Piero Marrazzo, e oggi sindaco plurimandatario di Fiumicino, classe 1948, in partitica da quando il sottoscritto non aveva ancora l’età del consenso, elettorale e sessuale. Me lo ricordo, il Montino, alla fine degli anni Ottanta, già strutturato per l’avvenire, inveire contro i democristiani a Teleroma 56 dacché subodorava brogli (democristiani) nelle elezioni appena concluse (elezioni comunali o regionali? e chi se lo ricorda). Son passati più di trent’anni ed Esterino è ancora lì. Per fortuna ha conosciuto l’amore, l’amore di Monica. Lo testimonia la Stessa, a “Panorama”, con brio inesausto: “[In Consiglio Comunale] io lo ignoravo. E lui, per un anno, ogni volta che passavo di fronte al suo scranno, mi salutava un ‘miao miao bau bau’. La cosa non mi era gradita. E sbuffavo … Poi, a marzo del 1995, Esterino venne nominato da Francesco Rutelli assessore ai Lavori Pubblici. Era lui che doveva costruire il nuovo canile comunale … Iniziò, così, una lunga e forzata frequentazione lavorativa. Insomma [galeotto] fu il canile”.

Che dire? Lui fa i canili, lei ama i cani. Un amore bestiale.

Monica possiede poi una dose di umorismo contagioso: “Nel 2001, quando decidemmo di investire i nostri pochi risparmi nell’acquisto di una azienda agricola in Maremma …”. A me la Cirinnà piace, che vi devo dire. Meno, mi piacciono i cani. Son più da gatto come indole. Cani ammaestrati ne ho visti tanti, gatti a comando mai. Prima o poi, peraltro, dovrò espatriare con le pezze al culo, come Céline, il gatto Bébert nel tascapane di cuoio. Lo pre-sento. Mi piacciono anche gli asini. E infatti Esterino regalò a Monica, per i suoi primi quarant’anni, un asino: Pippo. Quando si dice la sintonia. Ma sì, mi piace Monica. Soprattutto quando giustifica il marito: “[Quando è esploso il caso Marrazzo] era sconfortato, stupito e ignaro di tutto”. Così deve fare una moglie, difendere il marito, da ogni illazione. Pur se Esterino, da sempre integerrimo, non ha certo bisogno di difese: se lui, dopo una vita passata in politica, afferma di ignorare i gusti, le frequentazioni e le pericolose inclinazioni di Pierino Marrazzo, io gli credo. Lui ignorava, certo, ma il sottoscritto, a esempio, ben più modesto di lui, insignificante diciamo, no. E perché? Perché frequento, io, i bassifondi. Non quelli della Cassia e dei trans o delle trans, ovviamente, bensì i bassifondi della vita. Quando si crede a qualcosa e si vive in obbedienza a quella fede le cose vanno male. Si vive nel sottosuolo. E nel sottosuolo certi echi del mondo di sopra vengono meglio captati.

Un ex impiegato regionale, oggi in pensione, secoli fa mi prese in confidenza. Quegli incontri casuali che durano lo spazio di un paio di caffè. Dopo esserci rimpallati l’un l’altro qualche guaio della vita, egli cominciò a enumerare gustosi aneddoti di lavoro. Eccone uno: “Una volta Marrazzo richiamò sgarbatamente all’ordine … una collega … un vero peperino a miccia corta … efficiente, ma orgogliosa, imprevedibile e dura di capoccia, a quanto pare … a sentire quelle parole … sprezzanti … vieni qua, tu … come chi si rivolgesse a una pezza da piedi … quella prima diventò rossa di rabbia e poi gli sbottò davanti: “Il tu lo dai a qualche mignotta o frocio drogato, a me no”. O qualcosa di simile. Questo avvenne prima dello scandalo et cetera et cetera. Così andavano le cose … e vanno tuttora … Fra di noi il segreto … era il segreto di Pulcinella, insomma …”.
Si noterà, en passant, l’acrimonia, stavolta peggiorativa, del termine “frocio”.
Ma con ciò cosa vuoi significare, diranno i miei piccoli lettori? Nulla, è solo una delle storie che dai piani alti quaggiù colano, nell’anonimato dell’esistenza piena di chiacchiere e senza voce, condensandosi in liquidi verbali che stillano indolenti, lentissimi finché i climi freddi delle caverne sociali non li ghiacciano in graziose stalattiti di memoria.
Ogni tanto, fra le centinaia lì raggrumate, ne stacco una, iridiscente e graziosa, onde proporvela: proprio a voi, poppolo maledetto.

Mi sentite sfiduciato? Ma no, cosa andate a pensare.

Alceste
Fonte: http://alcesteilblog.blogspot.com
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5.03.2019

Pubblicato da Davide