Come psicoanalista purtroppo lontana dalla musica, la mia attrazione per “il vero significato” del linguaggio musicale nasce ogni volta che la mia mente o quella di un paziente produce un “fonogramma”, vale a dire un flash tratto da un motivo musicale che lì per lì non capisco da dove venga, ma in realtà nasce in risposta a qualche stimolo esterno. Per quanto riguarda me, nonostante la “me stessa cosciente” ne sia totalmente all’oscuro, il pezzo racconta invariabilmente come io stia in quel momento. Se, ad esempio, mi viene in mente il motivo “Non è più la sera” di Enrico Ruggeri, in seguito a una breve ricerca capirò che sto inconsciamente “lavorando” sul doloroso concetto di caducità. La musica mi arriva dunque prima del pensiero, quasi preannunciandolo.
Come i “pittogrammi”, i “fonogrammi” sono produzioni personali che affiorano dall’inconscio, spiega lo psicoanalista Antonino Ferro, e testimoniano del costante lavorio di traduzione inconscia della sensorialità che il nostro apparato mentale compie per poter “digerire” le percezioni del mondo, altrimenti non elaborabili.
Probabilmente, ai cinefili accadrà di assistere all’affiorare di spezzoni di film, che potremmo chiamare “cinegrammi”, regolarmente accompagnati dalle loro colonne sonore.
“Cosa succederebbe”, si afferma nella quarta di copertina del saggio “La musica nel cinema”, “se provassimo ad eliminare dal film “Lo squalo” di Spielberg il tema musicale composto da John Williams, che si presenta in coincidenza di ogni attacco del predatore? O magari il brano strumentale “Unchained memory” nella scena di “Ghost” di Zucker in cui Patrick Swayze abbraccia Demi Moore intenta a modellare la creta al tornio? Scopriremmo certamente quanto va perduto in termini non solo di significato delle immagini e del racconto cinematografico, ma anche del nostro coinvolgimento emozionale”.
Vera e propria “opera-mondo della teoria” per via dell’esaustività dell’indagine e della numerosità di discipline interpellate, il volume - fresco di riedizione ampliatissima - della semiologa della musica Cristina Cano scandaglia la natura dei processi di significazione del linguaggio musicale e i suoi effetti in sinergia all’arte cinematografica.
La prima domanda che avvia la ricerca è tanto semplice quanto scioccante: cosa è la musica? Se la musica è un linguaggio, cosa racconta?
Quasi mai i grandi della cultura che ci hanno provato sono riusciti ad avvicinarsi a una definizione consistente ed esplicativa. Elenchiamo, come fa il testo, alcuni tra i più autorevoli e significativi contributi:
“A cosa faccia appello la musica in noi è difficile sapere; è certo però che tocca una zona così profonda che la follia stessa non riesce a penetrarvi.” (E. M. Cioran);
“La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile.” (Leonard Bernstein);
“La musica è stenografia dell’emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con difficoltà sono direttamente trasmesse dalla musica, e in questo risiedono il suo potere e il suo significato.”
( Lev Tolstoj);
“La musica sveglia il tempo. Sveglia noi ad un più fine godimento del tempo”. (Thomas Mann).
Per rispondere in maniera scientifica alla questione relativa all’essenza della musica e a “cosa” comunichi davvero, l’Autrice si accorge d’aver bisogno di due teorie non disponibili in forma compiuta sul mercato delle idee: una sul funzionamento semantico ed una sul funzionamento pragmatico del linguaggio musicale.
Si rivolge dunque a semiotica, linguistica, filosofia del linguaggio, psicoanalisi, psicologia della percezione, Gestalt, psicologia dello sviluppo, neuroscienze e molteplici altre discipline per completare lo sguardo in maniera esaustiva e per approdare assieme a una teoria e ad un modello d’analisi innovativi del significato e del “funzionamento” del linguaggio musicale, applicabili sia alla musica nella vita dell’uomo che agli effetti sinergici e sinestesici della stessa nel prodotto filmico.
Giocoforza non posso che dare al lettore un resoconto soggettivo del testo più legato alla chiave di lettura della psicoanalisi che alle altre, per questo mi scuso con voi per la parzialità di una visione che davvero non rende giustizia al testo.
Come sostiene Cano, “La musica, così come il cinema, è un contenitore praticamente inesauribile di immagini, concetti, sensazioni, vissuti interiori anche inconsci, dunque favorisce nel fruitore meccanismi di proiezione” squisitamente personali che rendono assai difficile un’indagine “scientifica” dei suoi effetti di senso.
Ciò che la musica significa non necessariamente accede alla coscienza del soggetto sotto forma verbalizzata, ma vi accede sotto forma di attivazione fisiologica, oppure di impressioni o di sensazioni vaghe a un livello pre-riflessivo.
Essa svolge un suo “discorso” che la nostra mente riceve e in cui si implica accedendo a un “viaggio”, analogo a quelli spaziali, in territori dalle forme semisconosciute e inesprimibili, tuttavia un vero e proprio “viaggio” che si svolge nella cornice di un tempo dato e scandito dal ritmo e dalla durata. Esso è tanto inesprimibile che qualsiasi atto interpretativo mediato dal linguaggio non può tradurlo completamente.
Nel ricevente vengono messi in incontrovertibile relazione fenomeni percettivo-sensoriali con fenomeni o “pseudofenomeni” spaziali, temporali, affettivi, mnestici e di senso imprevisti: tutti accediamo in maniera pressoché inspiegabile a livelli significativi di attivazione, esaltazione, commozione, struggimento, tristezza, intenerimento grazie al “semplice” viàtico di un motivo musicale.
C’è una strana, misteriosa e impalpabile “permutabilità tra il mondo concettuale musicale e quello sensoriale, spaziale, degli oggetti, del movimento, affettivo e delle emozioni”, asserisce Cano.
In seguito a una profonda analisi, l’Autrice arriva a dimostrare che il mondo preverbale e sinestesico, caratterizzato da una semipermutabilità tra gli apporti di un senso a quelli di un altro nella percezione (effetti sinestesici) siano dovuti al fatto che la musica traduce fenomeni dell’esperienza precoci nell’ontogenesi, propri delle primissime tappe dello sviluppo umani. La musica ha un senso, un significato e “parla” di esperienze emozionali, affettive, sensoriali, somestesiche, del movimento, multimodali che il soggetto contatta quando le mente regredisce, recuperando una modalità di funzionamento antica -preverbale- normalmente abbandonata nell’età adulta. Essa gli consente di attenzionare le qualità del mondo e di tradurle in “affetti vitali”, che lo psicoanalista e psicologo dello sviluppo Daniel Stern ha individuato come necessarie per la costituzione del Senso di Sè emergente nel bambino piccolo. In questa fase dello sviluppo la parola non è ancora intervenuta a separare le cose del mondo le une dalle altre, a scindere in maniera chiara un concetto dall’altro, a definire i confini di quel che può essere pensato. Lì il soggetto è più libero e “creativo” di quanto lo sia chi è dotato della parola. Ogni artista (e anche ogni scienziato), in realtà, sa come accedere alle modalità di funzionamento mentale di quella fase, le uniche che consentano di dar vita a forme nuove della conoscenza.
Nel mondo preverbale, cui tutti noi possiamo accedere di nuovo elettivamente grazie all’attraversamento del “portale” concesso dalla musica, ma anche grazie a una qualunque opera d’arte autentica, non vi è piena separazione tra “me” e “non me”, tra “soggetto” e “oggetto”. In esso i significati non sono ancora consolidati da una consensualità stereotipata: il sentire ha libero corso e le possibilità creative della mente, che può formare nuovi concetti unendo aspetti sensoriali delle cose in percetti inediti, sono prive di ostacoli, tanto è vero che ciascuno di noi può dar vita, nella sua mente, a diverse “figure” o “forme” visive ascoltando musica; oppure si veda, in pittura, l’arte cubista, nel modo peculiare che ha di unire i bordi di oggetti noti in maniera inedita, formando contorni capaci di dar vita a nuovi oggetti.
La qualità di ”portale” della musica consente di recuperare esperienze sepolte nell’inconscio di ognuno di noi, “rivivendole” dentro la cornice del pezzo musicale: per questo, l’ascolto della musica permette di accedere a un vero e proprio modo d’essere dimenticato, che tuttavia racconta parecchio di noi. Possiamo dire che la musica sia un dispositivo dotato non solo di potenza espressiva, ma, citando lo psicoanalista De Benedetto, “iniziatica, poiché capace non solo di rendere possibile al fruitore la creazione di forme fantastiche atte a illuminare il proprio inconscio, ma del potere di avviare l’esplorazione fantasiosa del proprio mondo interno”.
Nel primo capitolo-sezione del libro, Cano valida lo statuto di “linguaggio” della musica ed esplora le tante modalità e le motivazioni attraverso cui esso perviene alla significazione, fornendo al lettore la chiave di lettura per un’analisi componenziale del linguaggio musicale e fornendo, poi, gli strumenti per un’analisi multicomponenziale del testo musicale assieme al testo filmico.
Nel secondo capitolo, l’Autrice perviene a individuare le funzioni della musica secondo una lettura pragmatica (scuola di Palo Alto). Scopriamo così la molteplicità e la potenza delle funzioni della musica nella storia e nella cultura dell’uomo e nella sua vita quotidiana: si pensi alla funzione motorio-affettiva della musica in guerra, atta ad esaltare e indurre alla violenza, o a quella della musica liturgica, atta a indurre uno stato di quiete ed elevazione spirituale, non scevra da una funzione identitaria.
A sorprendere e quasi incantare è il lavoro dell’Autrice sul periodo “aureo” della comparsa delle prime grandi funzioni della musica, tra 1120 e 1160, quando avviene un’emancipazione delle coscienze che porta alla gestazione di un uomo nuovo. “Ogni mutamento nell’organizzazione del sistema sociale”, spiega la nostra, “procura uno sconvolgimento così profondo da ripercuotersi su tutti gli aspetti della civiltà e in particolare sulla distribuzione del potere e della ricchezza, e quindi anche sui meccanismi della creazione artistica. Così, in un momento storico ove proprio uno di questi mutamenti stava avvenendo (n.d.r.: l’Autrice scrive il testo durante la pandemia), mi è parso fondamentale non trascurare il contesto storico-culturale nel quale le singole funzioni fanno il loro ingresso nella civiltà occidentale e avviene il loro riconoscimento nella cultura ufficiale”.
Non vi rubo il piacere della scoperta, ma mi piace ricordare il fatto che, racconta l’Autrice, la musica venne scelta dalla cultura medioevale per spiegare e decodificare il mondo secondo il concetto di “armonia cosmica”. Ripreso da Agostino e più tardi da Boezio, esso si richiamava alla più antica concezione greco-ellenistica di “musica delle sfere”: si trattava di “una sorta di musica inaudita e inudibile prodotta dal movimento degli astri e dei pianeti e da tutti i movimenti ritmici e ciclici della natura, come l’avvicendarsi delle stagioni. Lo stesso ordine cosmico appariva infatti riflesso nel movimento circolare dei corpi celesti come nelle relazioni matematiche fra i suoni. (…) Nel processo di cristianizzazione dell’antica nozione pagana, la musica non si limita ad essere rivelativa delle leggi fisiche dell’universo e chiave di spiegazione del cosmo, ma, proprio in virtù delle sue intrinseche proporzioni numeriche, diventa simbolo dei principali attributi di Dio: proportio, ordo,mensura, consonantia, convenientia, commensuratio”.
La storia della comparsa delle funzioni della musica giunge poi sino a noi, consentendo all’Autrice un’indagine fitta d’esempi relativa a quelle particolarmente rilevanti in ambito cinematografico: “ad esempio, la funzione narrativa, che sin dagli anni Trenta del XX secolo si è ridefinita proprio nella musica per film, con il compito fondamentale di sostenere l’unità del racconto mascherandone eventuali discontinuità”.
XL 20 gennaio 2025
"Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli" (1Cor, 13,1)
e quali sono le lingue degli angeli?
La matematica e la musica.