La Cia manipolò le elezioni italiane del 1948

DI ROBERTO VIVALDELLI

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Alla fine di dicembre, il Washington Post  annunciava che il cyber-commando degli Stati Uniti stava ipotizzando un possibile intervento preventivo contro gli ufficiali russi scoperti a interferire nelle prossime elezioni presidenziali di novembre. Come hanno riferito al Washington Post fonti dell’Intelligence, trattasi di un attacco contro alti funzionari russi a scopo di deterrenza. È la cyberwar, quella descritta nel 1993 dagli analisti della Rand Corporation John Arquilla e David Ronfeldt, i quali sostenevano che il nascente internet avrebbe trasformato radicalmente la guerra. L’idea, nei primi anni ’90, sembrava fantasiosa e ci volle più di un decennio prima che prendesse piede tra i membri dell’establishment della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Fino al 2011, quando l’allora direttore della Cia Leon Panetta spiegò al Congresso degli Stati Uniti:

“La prossima Pearl Harbor potrebbe tranquillamente essere un attacco informatico”

Il Russiagate e l’accusa a Mosca di aver interferito nelle elezioni presidenziali americane del 2016, ha reso d’attualità il tema delle ingerenze straniere. Ma, come ricorda Foreign Affairs, prestigiosa rivista pubblicata dal Council of Foreign Relations, per decenni gli Stati Uniti, attraverso l’intelligence, sono stati maestri assoluti nel manipolare le elezioni e i processi democratici nei Paesi stranieri, prima dell’avvento della cyberwar, di internet e degli ormai noti “hacker russi“. E il primo “bersaglio” della Cia fu proprio l’Italia e le elezioni del 1948 segnate da una violenta contrapposizione ideologica fra la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, saldamente filo-americana e a favore del Piano Marshall, e il Fronte Democratico Popolare (Pci-Psi) di Nenni e Togliatti. Elezioni storiche nelle quali trionfò De Gasperi con il 48,51% e 12.740.042 voti. Vittoria che rappresentava l’inizio della fase del centrismo.

Il primo obiettivo della Cia

Come scrive David Shimer su Foreign Affairs, il primo programma d’azione segreto della Cia all’estero fu l’operazione che aveva lo scopo di manipolare le elezioni italiane del 1948. “Gli ufficiali dell’intelligence americana – sottolinea – diffusero propaganda incendiaria, finanziando il loro candidato preferito e orchestrando iniziative di base, il tutto a vantaggio delle forze centriste italiane rispetto ai loro concorrenti di sinistra”. Dopo la sconfitta del Partito comunista italiano, prosegue Shimer, “l’operazione del 1948 divenne un modello, mi confidò David Robarge, il principale storico interno della Cia, per quello che l’agenzia fece allora in molti, molti Paesi in concorrenza con la sua controparte sovietica, il Kgb. Dal Cile a El Salvador e in Giappone, la Cia e il Kgb hanno preso di mira elezioni democratiche in tutto il mondo. Alcune di queste operazioni hanno manipolato direttamente le schede elettorali; altre hanno plasmato l’opinione pubblica”.

Un manifesto della Democrazia cristiana (LaPresse)

Nel XXI secolo, scrive Shimer, gli ufficiali di Washington hanno preso in considerazione di impiegare la Cia al fine di interferire nelle elezioni straniere in almeno due casi. In un caso – in Serbia nel 2000 – il dibattito all’interno della comunità d’intelligence si trasformò in un atto concreto, “poiché la Cia spese milioni di dollari contro il tiranno Slobodan Milosevic“. Nell’altro caso – in Iraq, nel 2005 – la Cia non intervenne. In entrambi i casi, negli Stati Uniti i politici hanno valutato “i potenziali benefici dell’azione segreta rispetto ai rischi percepiti”.

La Cia contro Milosevic

Nella sua analisi pubblicata sulla prestigiosa e autorevole rivista americana, l’autore spiega che il passaggio dal contenimento del comunismo alla promozione della democrazia ha reso l’interferenza elettorale una strada “più rischiosa” rispetto al passato. Ma nel 2000, anno delle elezioni in Serbia, la comunità d’intelligence Usa decise di mettere in campo tale strategia di ingerenza, nonostante i rischi. L’obiettivo: sbarazzarsi di Slobodan Milosevic.

“Non so se abbiamo mai detto pubblicamente che il nostro obiettivo era il cambio di regime”, ha dichiarato James O’Brien, allora inviato speciale di Clinton per i Balcani, ma “non vedevamo in Milosevic qualcuno in grado di guidare un Paese normale”. Dalla metà del 1999 alla fine del 2000, riporta Foreign Affairs, le organizzazioni statunitensi pubbliche e private – l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) degli Stati Uniti e le organizzazioni non governative (Ong) – spesero circa 40 milioni di dollari in programmi serbi, sostenendo non solo l’opposizione di Milosevic ma anche i media indipendenti, le organizzazioni civiche e altre organizzazioni. Attraverso questo chiaro impegno, ha spiegato O’Brien, “gli Stati Uniti miravano a scendere in campo in un’elezione che Milosevic voleva manipolare”. E oltre all’azione di Ong come Otpor, Washington mise in campo anche la Cia, pur di battere Milosevic.

Il processo a Slobodan Milosevic (LaPresse)

John Sipher, capo della Cia in Serbia subito dopo le elezioni, ha ammesso che l’agenzia ha incanalato “milioni di dollari” nella campagna anti-Milosevic, principalmente incontrando i principali collaboratori dei leader dell’opposizione serba al di fuori dei confini del loro Paese. In un’intervista, Bill Clinton confermò di aver autorizzato la Cia a interferire nelle elezioni del 2000 a favore degli avversari di Milosevic e “di non aver alcun problema” ad ammetterlo. I leader del Congresso erano a conoscenza e sostenevano questo piano segreto. Trent Lott, all’epoca leader della maggioranza al Senato, ricorda che quando fu informato sull’operazione della Cia, sostenne l’operazione senza alcuna remora. “Il coinvolgimento della comunità dell’intelligence americana nelle elezioni è stato sostanziale” ha spiegato Douglas Wise, allora ufficiale delle operazioni della Cia nei Balcani.

 

Roberto Vivaldelli

23.06.2020

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