DONUM PROMETHEI – L’uomo contemporaneo nell’abisso della tecnica

di Federico Fracassi, InStoria.it

Nel secondo dei tre imperativi categorici che Kant (1724-1804) definisce costituenti la vera morale, è da ritrovare l’auspicio costantemente disatteso dell’età contemporanea: «agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non mai solo come mezzo». Non a caso infatti il destino di quella che i Greci chiamavano techne è argomento esemplarmente frequentato da gran parte dei Dialoghi platonici in tono paideutico, già allora volto a mettere i cittadini della polis sull’avviso riguardo ai rischi a esso connessi.

Per il potente mezzo del mito di Prometeo ed Epimeteo, nel Protagora Platone narra una genesi dell’uomo in cui è cardinale la Tecnica. È qui interessante notare come l’etimologia dei nomi di questi due personaggi dia al lettore traccia del loro ruolo: dal greco si possono tradurre rispettivamente in “colui che riflette prima” e “colui che riflette dopo” su come svolgere il compito assegnato dagli dèi: distribuire caratteristiche e facoltà adatte alla sopravvivenza alle “stirpi mortali” per cui era tempo di venire al mondo.

Epimeteo volle occuparsi di tale distribuzione, lasciando a Prometeo l’impegno finale di controllare il lavoro svolto: fornì gli animali di forza fisica, artigli, spesse corazze o mantelli e la possibilità di nutrirsi dei frutti spontanei della terra o di altri animali più riproduttivi per impedire squilibri tra le specie. Ma lasciò improvvidamente per ultima l’umanità, alla quale non aveva più risorse divine da assegnare. Prometeo osservò gli umani indifesi alla mercé delle fiere e delle intemperie, così decise di compiere il fatale gesto di pietà che gli valse la collera di Zeus e il confinamento nelle profondità del Tartaro: rubò agli dèi il fuoco e le arti meccaniche per donarle agli uomini nel tentativo di salvarli dalla distruzione.

Tuttavia Zeus vide che il sacrilegio di Prometeo non fu sufficiente, perché gli uomini non sapevano collaborare e si offendevano a vicenda finendo per separarsi e quindi a esporsi nuovamente al pericolo e alla morte. Ordinò dunque a Hermes di fornire loro i sentimenti di Giustizia e Pudore, componenti della virtù politica, cosicché potessero organizzarsi in città difese, aiutarsi nel soddisfacimento dei bisogni fondamentali e condurre una vita associata.

A millenni di distanza, la forza del mito non si smentisce. L’orrenda punizione di Prometeo e l’indefesso rapporto dialettico di Platone con la Tecnica sono sufficienti a evidenziare con quanto anticipo uno spirito magno del pensiero greco avesse paventato ciò di cui i grandi del pensiero contemporaneo hanno dato ragione. Ma per capire cos’è oggi la Tecnica non basta più il pur imprescindibile strumento “pedagogico” della mitologia classica.

Il tedesco Martin Heidegger (1889-1976), la cui vastissima analitica esistenziale ha a cuore la questione dell’Essere, riprende da Aristotele il binomio physis/techne (natura/tecnica) per denunciare la tendenza dell’uomo contemporaneo a cadere nell’alienazione e nell’inautenticità, poiché ha perso – anche a causa di una smodata concezione della tecnica – la capacità di relazionarsi a ciò che è “naturalmente”, o «innanzitutto e per lo più», abituato ormai a considerare l’ente come tale solo quando è artefatto o prodotto per uno scopo conoscibile e condivisibile.

La condizione in cui versa l’umanità nell’Età della Tecnica, Heidegger la considera apertis verbis una condizione patologica a cui il Neokantismo, la Fenomenologia e l’Esistenzialismo – in cui egli si formò – non davano un’adeguata risposta. Tale condizione è l’”oblio dell’Essere”. Ma il fiore all’occhiello dell’opera heideggeriana sta nella sua dimensione “pratica”, cioè nella sua volontà di riconfigurare una forma di pensiero in cui l’ente privilegiato da cui prendere le mosse per indagare l’Essere sia proprio l’uomo, con l’obiettivo di orientarlo al suo “modo d’essere più proprio”, sottraendolo al vaniloquio, alla mortificazione e all’immiserimento del pensiero favoriti dal volto barbarico dell’incombente società di massa.

La Tecnica è disposizione di una ragione ben lontana da quella in cui Kant, da egregio illuminista, trovava l’unico dato e affidabile cemento con cui edificare etica e morale. Essa è da tenere a bada perché intende tutto l’essente come mero strumento, allarga il divario tra natura e cultura, si è smarcata dalla capacità dell’uomo di entrare in risonanza emotiva con il prossimo e si evolve senza limiti, isolatamente rispetto all’intelligenza sociale e quindi a detrimento di essa.

Una qualsiasi scienza, peraltro, finisce spesso per snaturarsi al servizio della Tecnica: si trasforma da metodo in dogma dal momento che non stabilisce né percepisce più un fine al di fuori del proprio solido avanzamento. In molti casi, non tiene conto che la capacità di sopportazione del pianeta e della stessa specie umana sono incompatibili col paradigma della crescita infinita (a es. tecnologica) e supera con facilità impedimenti di carattere giuridico o religioso, finendo per servirsi della politica anziché sottostarle. Questo modello era già un importante concorrente alla svalutazione dei valori annunciata da Nietzsche – cruciale conoscitore delle insidie della Tecnica – come fenomeno prodromico al Nichilismo, laddove almeno l’Europa non era più terreno adatto alla formazione di nuovi valori, o alla “comparsa di nuovi dèi” che fossero predicabili di trascendenza.

La Scienza assoggettata dalla Tecnica dimentica, ad esempio, il principio di falsificabilità esposto dal filosofo Karl Popper (1902-1994), che l’enciclopedia Treccani così sintetizza: «[…] teoria della concezione in base alla quale un’ipotesi o una teoria ha carattere scientifico soltanto quando è suscettibile di essere smentita dai fatti dell’esperienza», poiché non c’è fatto o esperienza che scalfisca il carattere trascendentale del dogma. Più in generale, se la scienza diviene dogma, quella che prima era fiducia nel “progresso” ora si trasforma in una fede, sfociando facilmente in un fanatismo in grado di equivalere ai più accaniti fondamentalismi religiosi.

Il Ventesimo secolo offre i più estremi esempi di scienza corrotta dallo sciovinismo tecnico, spogliata della sua originaria dimensione umanistica. Per citarne solo alcuni tra i più tristemente famosi: l’eugenetica nazista e la bomba atomica di Oppenheimer.

Ma vi è lucida follia perfino in quelli che sembrano dettagli tra i gesti di morte del Novecento, come la scelta di chiamare Necessary Evil uno dei due aerei militari USA che sganciarono la prima bomba atomica su Hiroshima nel 1945, il ché ha indotto a sospettare che non siano tanto gli uomini della storia a deliberare consapevolmente sull’implementazione di certi mezzi, bensì la disponibilità stessa di tali mezzi al culmine della razionalità tecnica, la quale si autodichiara necessaria, ponendosi come un distorto “deus vult”.

È utile alla comprensione del vasto argomento, soprattutto in merito alla vicenda italiana, la distinzione tra progresso e sviluppo offerta da Pierpaolo Pasolini (1922-1975) in Scritti Corsari, edito post mortem nel 1975. Qui il cineasta filosofo pone l’accento su come la categoria del progresso sia «opposta e addirittura inconciliabile» a quella dello sviluppo, su come la percezione della parola “progresso” cambi radicalmente a seconda dell’estrazione sociale e (almeno al suo tempo) della parte politica. La categoria dello sviluppo è attribuita da Pasolini alla «destra economica» e non alla «destra ideologica» e consiste nell’interesse a produrre tutto il producibile, rovinando nella produzione di «beni superflui», non considerando che ciò toglie attenzione e risorse alla produzione dei «beni necessari» al comune benessere, quella in cui i lavoratori individuavano il progresso e che costituiva – virtualmente – l’obiettivo della sinistra.

Ma la tendenza alla separazione della politica dalla morale e uno strumentale travisamento del machiavellismo politico, estendibili grosso modo all’intero occidente contemporaneo, hanno sdoganato nell’immaginario comune il già citato paradigma della crescita infinita. Almeno a partire dalla caduta del Muro di Berlino, questi viene consultato senza contemplare serie alternative.

Per esempio, anche di fronte all’evidente incompatibilità ecologica o all’aumento delle disparità socio economiche, negli anni Settanta un motto riferito alla disciplina economica neoliberale angloamericana tuonava «there is no alternative», poiché anch’essa si andava delineando di fatto come figlia del dogma della Tecnica.

James Hillman (1926-2011), autorità mondiale in materia di psicologia, utilizza una metafora mordace per criticare la pessima ricezione sociale di questo andamento, riferendosi contemporaneamente all’aumento esponenziale della popolazione mondiale: «l’unica cosa che cresce nel corpo umano oltre un certo limite è il cancro».

Forse è nel recupero delle antiche nozioni greche di “limite” e di “misura” – provenienti addirittura dal pensiero presocratico – che risiede una possibilità di salvezza dell’uomo contemporaneo dalla rovinosa deriva della techne, unitamente alla restaurazione di un rapporto dialettico adeguato dell’uomo moderno con essa, quindi alla capacità di ammettere un errore epocale e ripensarsi come un essere limitato, ma non per questo infelice.

Certo è che non esiste ancora, nella storia della filosofia né in quella della scienza, un prontuario sicuro da seguire per riscattare una volta per tutte l’umanità dalla «vergogna prometeica».

«L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, finirà per trattare se stessa come un’umanità da buttar via». Gunther Anders (1902-1992).

di Federico Fracassi, InStoria.it

link fonte: http://www.instoria.it/home/prometeo_epimeteo.htm

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

5 3 voti
Valuta l'articolo
Sottoscrivi
Notifica di
14 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
Primadellesabbie
Active Member
9 Giugno 2021 , 23:01 23:01

Questa “lezione”, che trovo di grande interesse, compare, parola per parola, in molte conferenze di Umberto Galimberti su YT.

Last edited 12 giorni fa by Primadellesabbie
Hospiton
Trusted Member
10 Giugno 2021 , 1:51 1:51

Molto interessante. Riporto alcune considerazioni tratte da un’intervista a Emanuele Severino, studioso che ha esplorato come pochi la tematica. Siamo già nell’epoca della dominazione tecnica? «Siamo soltanto ai primissimi inizi di questo tempo. Ci saremo pienamente quando la tecnica guidata dalla scienza moderna riuscirà ad essere una potenza di diritto e non solo di fatto. Quindi non una semplice prepotenza. E ci riuscirà solo se ascolta la voce del sottosuolo filosofico del nostro tempo Cosa dice questa voce del sottosuolo? Mostra l’impossibilità dell’esistenza degli immutabili, che stanno al centro della tradizione culturale e filosofica dell’occidente. Questa voce dice: “la storicità del mondo rende impossibile Dio”. La voce del sottosuolo filosofico dice alla tecnica: “Guarda che davanti a te non esiste alcun limite che tu non possa superare”. Oggi questa voce non è sentita ancora. La tecnica si trova come una prepotenza che ha accanto a sé gli ammonimenti della tradizione. Si trova essa stessa in una posizione instabile. È una tecnica al servizio del sistema capitalistico. Fin tanto che la tecnica è di servizio a qualcosa non ha quello strapotere che oggi viene paventato. Occorre che la tecnica ascolti queste voci, e poi che si metta in moto un meccanismo… Leggi tutto »

Last edited 12 giorni fa by Hospiton
oriundo2006
Active Member
Reply to  Hospiton
10 Giugno 2021 , 10:21 10:21

La soluzione che Severino prospetta come maturazione dell’ ‘errore’ e’ in realta’ la sua compiuta manifestazione finale, oggi lucidamente davanti a noi: fare con le macchine l’ Uomo. L’ uomo del domani, se nulla interviene ad interrompere questo processo, non nascera’ piu’ dall’ utero femminile ma da una macchina e nascera’ uomo/femmina con entrambe le caratteristiche sessuali, oggi separate. Il mitico Androgino sara’ la realta’ futura ? Tutto mi induce a crederlo, a partire dalle aberrazioni presenti sia nel rapporto M/F sia nelle svariate apologie LGBT del rapporto M/M e F/F. La morte del vecchio ‘dio’ sara’ allora compiuta e il nuovo ‘dio’, l’ infame demiurgo, avra’ cosi’ realizzato la propria Opera, gia’ da tempo immemore congelata nei miti dell’ antichita’ che, a questo punto, potra’ esser ‘dimenticata’ in quanto realizzata nei suoi desideri piu’ profondi: abolizione della differenziazione sessuale, abolizione della morte attraverso la translazione delle anime individuali in una anima artificiale che a tutto pensera’ e su cui gli umani/transumani non avranno piu’ alcuna relazione ‘soggettiva’: ne saranno gli ‘esemplari’/copia ‘conforme’… In quest’ ordine di idee si capisce anche quanto sta accadendo con questa falsa ‘pandemia’ artificiale: se io Sublime Tecnico ho le chiavi per riprodurre il genere… Leggi tutto »

Last edited 12 giorni fa by oriundo2006
Hospiton
Trusted Member
Reply to  oriundo2006
10 Giugno 2021 , 11:14 11:14

Ne “La potenza dell’errare” la sua interlocutrice (la saggista Carla Ravaioli) muove obiezioni analoghe, espresse in termini meno “distopici” ma simili nella sostanza; riporto solo qualche passaggio che mi pare significativo, purtroppo il dialogo è troppo lungo per trascriverlo completamente. “R: Professore, mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica, da mezzo, sembra sempre più imporsi come scopo…e mi pare che in questa funzione stia dando prove quanto meno discutibili… S: No, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica, la gestione capitalistica di essa. Aggiungo che la tecnica destinata al dominio non sia la tecnica scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo. R: Rimane il fatto che le tecniche, anche le più avanzate e intelligenti, le più utili persino, finiscano per essere nei confronti dell’equilibrio ecologico delle continue aggressioni, o quanto meno delle minacce… S: di nuovo rispondo di no, è la volontà di profitto a rischiare oltre il livello di rischio denunciato nelle previsioni tecno-scientifiche R: ma non è la volontà di profitto a generare, o almeno a favorire, la creazione di… Leggi tutto »

Last edited 12 giorni fa by Hospiton
oriundo2006
Active Member
Reply to  Hospiton
10 Giugno 2021 , 12:25 12:25

Guarda, io lascerei stare il consunto binomio tecnica vs capitalismo. Quest’ ultimo ha perso di significato e nessuno lo dice. Questo sistema economico e’ completamente fallito e viene tenuto artificialmente in vita proprio dalla tecnica, che ne ha elaborato le modalita’ e lo ha ‘cannibalizzato’ a suo uso e consumo. Il capitalismo non e’ piu’ il prius da cui far dipendere il resto come sovrastruttura: e’ un elemento depotenziato politicamente e strategicamente, utile solo al mantenimento provvisorio di determinati equilibri sistemici e basta. Finira’ nella spazzatura quando e se non sara’ piu’ utile a questi, in un domani prossimo venutro quando verra’ completamente inglobato nel sistema totalmente ‘cibernetico’ che stanno preparando: un ‘salto di paradigma’ teorizzato da tempo ed ora alla prova dei fatti. Questo sistema attuale, nelle more, e’ come ti ho detto completamente finito, FALLITO: economicamente, socialmente, umanamente. E’ una umanita’ completamente allo sbando…e lo sa. Del resto i politici ed i reggitori ultimi non se ne occupano piu’ di tanto, pensano al ‘futuro’, a come farlo reggere in attesa del mondo ‘tecnico’ che si sta preparando nelle cellule specializzate dell’ organismo scientifico: laboratori di ricerca privi di scrupoli e con mezzi economici illimitati, che drenano risorse enormi… Leggi tutto »

Last edited 12 giorni fa by oriundo2006
Hospiton
Trusted Member
Reply to  oriundo2006
10 Giugno 2021 , 13:18 13:18

Personalmente sono orientato su posizioni molto simili alle tue (e le conclusioni sono ben più disturbanti di quelle prefigurate da Severino, purtroppo). Forse però il filosofo è andato ancora oltre ciò che noi vediamo all’orizzonte, il profilarsi di una società cibernetica ma in cui in fondo la tecnica sarà ancora al servizio di poteri privati, iperselezionati, che si illudono di padroneggiarla ed invece ne saranno sempre più succubi, arretreranno inesorabilmente seppur in modo impercettibile sul breve periodo, un arretramento che sarà ravvisabile solo a distanza di tempo. Cosa succederà se e quando dovesse invece affermarsi la tecnica “filosofica” di cui parla Severino? Siamo certi che porterà ad una società ancor più distopica di quella che si sta affermando nella nostra epoca? Noi allora non ci saremo e oggi è più una questione di sopravvivenza, dici bene, mi auguro che sul lungo termine si realizzi però uno scenario che ora non riusciamo a concepire, oppressi come siamo dalla negatività che percepiamo intorno a noi.

Last edited 11 giorni fa by Hospiton
danone
Noble Member
Reply to  Hospiton
10 Giugno 2021 , 13:16 13:16

Rimaniamo alla sostanza filosofico-esistenziale della questione.
La tecnica è un come, non un perchè.
La coscienza dell’uomo prima del come è interrogata dalla consapevolezza dell’essere, a chiedersi i perchè.
Il come (la technè) acquista utilità ed importanza, solo quando serve a liberare energie, che così possono essere convogliate all’esplorazione dei perchè.
Quindi la tecnica è una variabile dipendente della consapevolezza del sè.
Il nostro vero problema non è come fare le cose, ma è mettere a fuoco i contesti reali in cui siamo, il resto segue, così come, solo quando viene la luce, mi rendo conto dove sono e qual’è la strada per tornarmi a casa, analisi che nel buio pesto non posso fare.

Hospiton
Trusted Member
Reply to  danone
10 Giugno 2021 , 13:42 13:42

Già, però mi chiedo: in una società in cui la tecnica sarà realmente libera dalle catene dell’utilitarismo più bieco (una situazione che ora non siamo lontanamente in grado di immaginare, utopistica) non potrebbe realizzarsi lo strumento che effettivamente ci consentirà di liberare queste energie e raggiungere uno stato cui l’uomo anela da sempre? Come possiamo esser certi che tutto non ci condurrà alla “sostanza”? Ora siamo offuscati, chi più chi meno, da un grigiore da kali yuga, navighiamo a vista in un mare nebbioso ed in queste condizioni è complicato comprendere il contesto in cui ci muoviamo, per non parlare dell’ipotizzare scenari futuri. Troveremo la luce in modo introspettivo? Alcuni possono riuscirci, una esigua minoranza, ma un giorno questo dovrà riguardare la maggioranza e chissà che l’aiuto decisivo, l’amplificazione delle energie positive, non arrivi da dove oggi mai potremmo sospettare. ps forse la teoria di Severino si rivelerà inesatta, solo il tempo lo dirà…non conosco a fondo i suoi studi ma ciò che ho letto mi ha trasmesso proprio quelle energie positive che oggi servono come il pane, e che se mancanti conducono ad una condizione esiziale: il ritenere ineluttabili gli scenari distopici di cui abbiamo parlato, dar per scontata… Leggi tutto »

Last edited 11 giorni fa by Hospiton
danone
Noble Member
Reply to  Hospiton
10 Giugno 2021 , 14:07 14:07

Hospiton la tecnica deve essere necessariamente utilitaristica, se no non serve.
Ciò che tu ti stai chiedendo, se ti interpreto bene, è un perchè, un senso dell’essere.
La risposta che chi vede e sa, scopre, è la sensazione dell’Io sono sempre più viva ed intensa in te.
Ciò che viene sottovalutato o male interpretato, e che impedisce ai più di ottenere risultati duraturi nella loro consapevolezza ,è che all’inizio l’esperienza dell’Io sono è dolorosa e “negativa”, per cui allontana invece che attirare. Se si resiste ai primi momenti difficili di disorientamento, si capisce cosa si deve fare e come, senza aspettarsi granchè da tutto il resto, perchè ci si accorge che finalmente abbiamo la capacità di renderci conto continuamente se si è sulla “giusta strada” o no.
E’ una sensazione difficile da descrivere e comunicare, ma per chi la prova è indubitabile.

Last edited 11 giorni fa by danone
Hospiton
Trusted Member
Reply to  danone
10 Giugno 2021 , 14:59 14:59

Riguardo all’utilitarismo ciò che intendevo è: quest’ultimo sarà necessariamente visto come negativo anche in futuro? A volte è come se percepissi un ostacolo filosofico, esistenziale, anche semantico, siamo bloccati da parole, concetti, convinzioni che hanno acquistato per vari motivi una valenza negativa e questa condizione vien avvertita come immutabile, come se il linguaggio dell’epoca in cui viviamo diventasse un abito troppo stretto. Tornando alla tecnica mi chiedo se l’uomo riuscirà a creare un qualcosa che lo liberi dalla gabbia o se dovrà trovare la “soluzione” solo in sé stesso, forse tutti possediamo già la chiave, la combinazione, ma alla maggior parte di noi manca lo stimolo per farne buon uso (e quindi una possibile domanda: sarà la tecnica a dar questo stimolo, in un futuro lontano, esaurendo quindi il suo compito?)…non so se potrei definirlo un perché sul senso dell’essere, forse si. In ogni caso non ne faccio un discorso personale, non saprei dirti a che punto possa essere del mio percorso né se tutto ciò che penso di fare coerentemente sia coerente sul serio, i dubbi son tanti (come giustamente dici si parla di un qualcosa difficile da comunicare, spiegare). No, è più un auspicio che riguarda l’umanità nel… Leggi tutto »

oriundo2006
Active Member
Reply to  Hospiton
10 Giugno 2021 , 15:46 15:46

Temo che vi muoviate ancora, cari amici, nei vecchi schemi di pensiero, colti, studiati filosoficamente, molto ‘politically’, cioe’ ‘umanistici’, cioe’ ottimisti: in realta’ non c’e’ da esserlo. La Techne ha gia’ da qualche tempo preso il sopravvento su TUTTO, ha ridotto all’ inessenziale proprio le basi di ogni possibile riscatto umano, di ogni possibile risposta al suo dominio, ovvero ogni possibile ripensamento che sia una modifica della direzione che essa ha preso. Ha messo il navigatore su quell’ obiettivo che vi ho detto: l’ Uomo artificiale. Il resto e’ NIENTE AL CONFRONTO. Puo’ farlo ? Riuscira’ a farlo ? E’ ‘giusto’ che cio’ avvenga ? Queste sono le domande fondamentali, alla cui risposta puo’ forse sovrintendere la ‘ratio’, o almeno quello che ne resta oggi, come le teosofie orientali ( compreso il Sutra del Loto ), posto che in realta’ nessuno ci chiede il permesso: lo presuppone nel nostro rifiuto della morte, dei limiti dell’esistenza, delle difficolta’ intellettuali che tutti noi abbiamo, nell’ insoddisfazione perpetua che ci governa. Il futuro che si pare dovrebbe abolire tutto questo rendendo possibile all’ umanita’ ( quale che sia e come che sia ) la fruizione di tutti gli stati d’ animo possibili, di… Leggi tutto »

Hospiton
Trusted Member
Reply to  oriundo2006
10 Giugno 2021 , 16:07 16:07

Nel momento stesso in cui l’uomo ha compreso di aver le potenzialità per la creazione di un essere artificiale si poteva già scommettere che l’avrebbe realizzato, nessun monito sui limiti della scienza (tra i primi che vengono in mente il “Frankenstein” di M. Shelley) l’avrebbe fermato. Su tutto il resto dici bene Oriundo, “pensieri vertiginosi ai limiti dell’umana comprensione”. Ed in quanto al bagaglio umanistico occidentale che ritieni superato, bè sei in buona compagnia…quasi 30 anni fa il critico letterario Cesare Garboli, durante un’intervista rilasciata a Stajano, disse che il patrimonio culturale accumulato dalla civiltà europea nel giro di uno-due secoli sarebbe diventato completamente inutile (non ricordo le parole esatte ma la sostanza è questa).

Last edited 11 giorni fa by Hospiton
danone
Noble Member
Reply to  oriundo2006
10 Giugno 2021 , 16:24 16:24

La penso un pò diversamente.
Per noi uomini di oggi il problema non è l’uomo artificiale prossimo venturo, perchè noi lo vediamo nascere e nessuno potrà più raccontarcelo diversamente. Le future generazioni avranno questo problema e dovranno saper difendersi dalla propaganda che verrà ad ingannarli e forse avranno strumenti per difendersi che noi oggi non vediamo.
Per noi il problema, passami l’esempio banale, è sapere cos’era davvero il nazi-fascismo e cosa è stata davvero la guerra, perchè su di noi agisce questa propaganda.
Io sono un’anima incarnata in un corpo fisico umano e sono quì per fare esperienza. Se l’esperienza è un fiore, il mio compito è estrarne il nettare per me, finchè potrò farlo, starò quì a farlo.
Se in futuro l’uomo artificale tecnicamente super dotato, mi impedirà di praticare ciò che devo, in questo posto, la mia anima se ne andrà a trovare altri fiori in altri prati.

absitiniuriaverbis
Member
11 Giugno 2021 , 2:24 2:24

Bisogna trovare noi stessi perché anche la nostra ombra ci abbandona al calare della sera.

14
0
È il momento di condividere le tue opinionix
()
x