Una comunità unita contro le avversità: il nostro futuro da costruire

Come costruire una collettività resiliente in una realtà sistemica e complessa

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Viviamo in una realtà che è sempre più sistemica e complessa e per poter comprenderla a fondo, per capire cosa sta effettivamente succedendo, quali sono i “veri” problemi, le forze che stanno agendo per cambiare l’attuale assetto della nostra società, abbiamo bisogno di cambiare il nostro modo di pensare. Dobbiamo adottare un diverso approccio cognitivo, che sia più adatto a comprendere la difficile realtà che ci circonda e a risolvere la complessità dei problemi e delle crisi che ci attanagliano.

Di Carlo Marazzi, ComeDonChisciotte.org

Credo che sia della massima importanza costruire una comprensione multidimensionale, sistemica, che si può ottenere solo attraverso una sintesi dei punti di vista di tutti gli interessati. Questo richiede, da parte di tutti noi, un impegno personale. Dobbiamo sottrarre del tempo agli interessi abitudinari, dobbiamo fermarci un attimo per meditare criticamente sul nostro attuale stile di vita e offrire un contributo personale sui vari temi. È un sacrificio che, data la grave situazione in cui ci troviamo, tutti noi dobbiamo compiere, indipendentemente dal livello di istruzione che possediamo e dal ruolo che ricopriamo nella società. È una questione di consapevolezza, non di conoscenza.

UNA REALTÀ COMPLESSA

Stiamo vivendo un periodo difficile per tutti, caratterizzato da grande confusione, manipolazione ed inganni, dove non si sa più dove stia la verità. Negli ultimi due secoli e, soprattutto, dall’inizio del millennio viviamo in una realtà che sta diventando sempre più sistemica, interconnessa e complessa.

La nostra incapacità di uomini di gestire la complessità (qui purtroppo l’evoluzione non ci è stata di grande aiuto) ci ha progressivamente portato, con una incredibile accelerazione negli ultimi decenni, ad alimentare crisi multiple in tutti i settori (culturale, sociale, economico, ambientale, spirituale). Crisi che stanno tutte convergendo in un’unica grande crisi sistemica (la pan-crisi), della quale stiamo già incominciando a vedere i drammatici effetti che sono tali da sconvolgere pesantemente la vita di tutti i giorni: la nostra, quella della nostra famiglia, dei figli e dei nipoti.

Le élite, supportate dalla propaganda dei mezzi di comunicazione di massa, gestiscono il potere secondo la “shock economy”, alimentando crisi a ripetizione. Prima il terrorismo, poi la crisi economico finanziaria (culminata con la crisi del 2007 – 2008) ed ora la crisi sanitaria. I media ci raccontano che le élite vogliono un grande azzeramento (reset) del nostro attuale sistema socioeconomico, così come lo conosciamo ora, e ci dicono che nulla sarà più come prima. Non è complottismo, basta attingere ai documenti ufficiali del World Economic Forum, per conoscere l’agenda delle élite.

I potenti della terra, sin dagli ultimi decenni del secolo scorso si stanno preparando ad esercitare un potere assoluto sui popoli. Per farlo, applicano (si deve dire, con grade successo) diverse ed efficacissime tecniche di ingegneria sociale: dalle tecniche di distrazione di massa, a quella del controllo di massa e alla “shock economy” (l’economia delle crisi). Molti di voi avranno certamente sentito parlare della “strategia della tensione” e della tecnica del “creare problemi e offrire la soluzione”. Ebbene esse sono tutte tecniche di “ingegneria sociale” che i poteri forti stanno esercitando da decenni, a loro esclusivo vantaggio, per sottomettere i popoli.

Dobbiamo essere consapevoli che queste crisi non avranno fine, almeno fino a quando la gente non si desterà dal sonno ipnotico in cui è stata indotta, soprattutto grazie all’attuale sistema socioeconomico tecnocratico, fondato sul consumismo, che ha indebolito e obnubilato l’umanità. I tecnarchi (le élite) tenteranno di raggiungere i loro obiettivi con tutti i mezzi, facendosi aiutare dalla martellante e persuasiva propaganda dei mezzi di comunicazione di massa, che sono al loro servizio.

Dobbiamo però tener presente che ogni crisi è un punto di svolta che porta con sé delle opportunità. Sta a noi capire questo momento e reagire nel modo giusto per volgere la crisi a nostro vantaggio. Cioè, a vantaggio dei popoli che desiderano la prosperità e la felicità e non a vantaggio delle élite che invece mirano al profitto immediato, all’accumulo di ricchezze faraoniche e al potere indiscusso sull’umanità.

Dobbiamo allenarci a comprendere la realtà sistemica e complessa che ci circonda. Occorre un salto di consapevolezza da parte di ognuno di noi e una disponibilità all’ascolto degli altri, con grande umiltà e apertura mentale ma anche con un grande spirito critico. Come modalità di interazione si dovrà prediligere un dialogo trasparente ed onesto, aperto a tutte le persone che intendono approfondire, in modo serio e con la dovuta preparazione, i vari argomenti, su tutti i piani della realtà: morale, sociale, ecologico e tecnico.

LA METODOLOGIA DIALOGICA

Ritengo necessario dover insistere proprio sull’idea di trattare i vari temi di interesse utilizzando il “dialogo” onesto, trasparente e preparato, come strumento di gestione dei problemi. A tal proposito, credo che sia importante aprire una breve parentesi.

Noi uomini siamo l’unica specie, sulla terra, dotata di parola. Questo ha rappresentato un grande vantaggio per la nostra evoluzione su questo pianeta ma, se ci pensiamo bene, è anche una grande responsabilità, per non dire un limite, una condanna. Il fatto è che noi pensiamo con le parole e costruiamo il mondo classificandolo con le parole. Le parole costruiscono la nostra realtà. Noi siamo geneticamente predisposti a credere al potere delle parole e subiamo fortemente l’influenza delle parole; sia quelle che ci vengono dette (pensiamo ai giornali e alla televisione) ma anche quelle che noi stessi pronunciamo (noi ci identifichiamo nelle nostre parole che diventano princìpi, poi pregiudizi e infine ideologie e dogmi). In un certo senso, noi siamo le parole e, con esse, costruiamo tutto il mondo che percepiamo attorno a noi.

Tornando allo strumento “dialogo” sono convinto che la migliore metodologia di conoscenza della realtà complessa sia quella di:

lasciare da parte, per quanto possibile, le ideologie e di esporre il nostro pensiero con la massima franchezza, fiducia e trasparenza, accettando, senza pregiudizi, il pensiero degli altri.

Ovviamente sappiamo bene quanto sia difficile per tutti noi separarci dalle convinzioni, che crediamo essere personali, soprattutto in un’epoca di grande turbolenza e di incertezza com’è quella che stiamo vivendo. Per tale motivo tutti noi dobbiamo fare uno sforzo metodologico: quello di essere almeno consapevoli quando stiamo propugnando, ossia quando stiamo usando le parole per imporre e difendere, a spada tratta, il nostro pensiero, e quando invece stiamo dialogando, ossia quando stiamo esponendo il nostro pensiero alla vista di tutti, con il cuore in mano, senza falsi pudori e senza paure, affinchè possa costituire materiale utile a tutti per giungere a soluzioni condivise del problema complesso.

È mia convinzione che il miglior modo di affrontare e risolvere i problemi complessi sia quello del dialogo tra tutte le persone interessate che vi partecipano con la migliore predisposizione d’animo, con il desiderio di avvicinarci agli altri, ben disposti ad accettare il loro punto di vista, con rispetto, senza giudicare e, in cambio, offrire il proprio pensiero, ben documentato, ma genuino, vivo e pieno di energia.

Grazie all’arricchimento personale reciproco di questo scambio di idee, il risultato è un sensibile aumento della conoscenza interdisciplinare della comunità e, cosa ben più importante, una duratura costruzione di solide relazioni umane, di capacità di stare bene insieme, di crescere in saggezza ed esperienza e di accumulare capitale emotivo. Tutti valori, questi, che ci permettono di giungere ad una visione comune della realtà complessa, che è l’unico modo per costruire una comunità locale coesa, forte e resiliente.

ALLENAMENTO AD UN CONTINUO CONFRONTO

L’allenamento al continuo confronto, nell’ambito del reciproco rispetto, permette di sviluppare un comune sentire e di porre le basi per costruire una comunità locale fraterna e resiliente, capace di affrontare con consapevolezza, coraggio, rispetto reciproco e spirito di collaborazione questa e tutte le crisi che ci travolgeranno in un prossimo futuro; nella consapevolezza che rimanendo uniti, sia pure con grandi sacrifici, le potremo superare tutte, formando una comunità locale forte, unita e pienamente funzionale.

Il sistema socioeconomico neoliberista oggi dominante (il cosiddetto paradigma tecnocratico) è un sistema che le élite hanno costruito per difendere i loro interessi e che è funzionale alla concentrazione, nelle loro mani, di faraoniche ricchezze e di potere. Questo paradigma socio-economico è fallito da tempo, come lo dimostrano le ripetute crisi, l’ultima delle quali è stata la grande recessione USA del 2007 – 2008, che ha coinvolto tutto l’occidente. Eppure, i potenti insistono a mantenerlo artificialmente in piedi, dapprima con il debito ed ora con il terrore sanitario. Tuttavia il crollo di questo sistema socioeconomico sta travolgendo tutti quanti e sta mettendo in discussione tutti i suoi valori che hanno fortemente condizionato la nostra vita.

Valori e stili di vita ai quali ci siamo abituati da lungo tempo e che ora abbiamo paura di perdere, pensando di non avere più alternative. In effetti, all’inizio, questo sistema ci ha dato dei risultati positivi, però ora è al collasso e sta mostrando tutti i suoi limiti. Ci attendono dei tempi difficili e noi cittadini, sebbene increduli, dobbiamo convincerci che non potremo contare sull’aiuto di nessuno, non verremo salvati dal sistema, dai banchieri e dai politici. Nei loro programmi non c’è la nostra salvezza e non ci sarà uno Stato che accorrerà in nostro soccorso. Dovremo cavarcela da soli, a livello di comunità locale, con le sole nostre forze.

COME USCIRE DALL’INCUBO?

A questo punto potremmo chiederci se esiste un modo per uscire da questo incubo. Credo che potremmo trovare una possibile soluzione solo quando smetteremo di chiedere, di supplicare e, tanto meno, di pretendere che i potenti e i politici la trovino per noi. La soluzione c’è ma la dovremo trovare proprio dentro di noi, quando avremo fatto un salto di consapevolezza e ci saremo messi nelle condizioni di essere il più autosufficienti possibile; quando, con coraggio, assumeremo il destino nelle nostre mani e cambieremo.

Quanto più riusciremo a non aver bisogno e a non dipendere da questo sistema socio-economico che ci sta rendendo tutti sempre più poveri e infelici, tanto meno saremo ricattabili e condizionati dal sistema stesso. Penso che questo sia un tema molto importante che deve essere approfondito a livello di comunità locale, con il metodo del dialogo sincero e trasparente.

ORA È TEMPO DI CAMBIARE

Viviamo in una realtà sistemica e complessa e abbiamo l’impressione che, di giorno in giorno, cresca il livello di caos attorno a noi. Siamo confusi, storditi perché capiamo sempre meno quello che sta succedendo. Istintivamente sentiamo che c’è qualcosa che non va ma non riusciamo a capire cosa. Cerchiamo informazioni alla televisione, sui giornali ma le notizie sono parziali e contraddittorie e, sempre di più, sono propaganda. Quando, un giorno, pensiamo di aver capito una certa cosa, ecco che il giorno dopo riceviamo notizie che ci fanno ricredere. Ci sentiamo sempre più ansiosi e stressati. Girovaghiamo alla disperata ricerca di un senso alle cose che accadono. Diamo credito ai tanti imbonitori che parlano ai telegiornali e nei talk show (oggi pomposamente chiamati “influencer” o peggio ancora “esperti”). Avete notato, che si inventa sempre un acronimo o una parola inglese accattivante quando vogliono confonderci le idee e farci apparire come accettabile e positivo qualcosa che, di fatto, nasconde un imbroglio? (Questa è la “neolingua”, il tipico linguaggio orwelliano di cui vi parlerò in seguito)

Dobbiamo dire basta, staccare la spina dei televisori che sono mezzi di distrazione di massa, di disinformazione, di diseducazione e di instupidimento generale. Invece di subire passivamente le mezze notizie che ci vengono inculcate, secondo le raffinate tecniche di persuasione, dobbiamo attivarci in prima persona e andare noi a cercare le notizie e a confrontare i vari punti di vista su uno stesso argomento. Usciamo pertanto di casa e incontriamo amici e conoscenti; confrontiamo le nostre idee con le loro per cercare di capire meglio e di più. Sforziamoci di cambiare le nostre abitudini, mettiamoci in discussione e non vergogniamoci di cambiare idea. Abbandoniamo i vecchi pensieri e i pregiudizi ai quali siamo emotivamente attaccati, da tempo, e cerchiamo nuovi modi di pensare che ci facciano stare meglio. Il mondo cambia e noi dobbiamo cambiare con lui.

IL LINGUAGGIO ORWELLIANO

Come dicevo, le élite utilizzano delle sofisticate tecniche di ingegneria sociale per distrarre, convincere e controllare le masse. Tra queste, vi è l’uso della “neolingua” orwelliana. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Il linguaggio orwelliano è un modo di comunicare che, di primo acchito, ci risulta gradevole, suadente, politicamente corretto e assolutamente accettabile. Però, quando lo esaminiamo più a fondo, ci accorgiamo che emergono numerose e lampanti contraddizioni: un uso manipolatorio e ingannevole delle parole, l’impiego di parole straniere (inglesi o comunque esotiche) e il diffuso utilizzo di acronimi incomprensibili ma suadenti. Caratteristica peculiare della neolingua è la sistematica ridefinizione dei termini, che vengono impiegati con il significato opposto a quello usuale con il preciso scopo di confondere le persone e di diffondere disinformazione. Spesso, ma non esclusivamente, è il linguaggio dei tecnarchi (le élite), appositamente impiegato per circuire e ammansire la gente.

Linguaggi orwelliani sono, ad esempio: la pubblicità, che usa parole ben studiate per convincere la gente a fare acquisti, i telegiornali e i giornali che fanno propaganda alterando o inventando le notizie oltre che, come già detto, i discorsi dei leader per ridurre la resistenza della gente su politiche che vorrebbero imporre ma che sono assai poco accettabili (ad esempio, le cosiddette “riforme”).

Dico questo perché, quando leggiamo un documento ufficiale, che è pensato per trasmettere un messaggio sociale, politico o economico, non possiamo limitarci ad una lettura superficiale. Dobbiamo invece approfondire, leggere tra le righe, individuare quale tipo di canale di comunicazione viene utilizzato per trasmettere il messaggio (qui può essere di qualche aiuto la conoscenza della programmazione neurolinguistica). Da ogni documento dobbiamo riuscire ad estrarre il vero messaggio ed evitare di cadere in trappole linguistiche e in discorsi accattivanti (secondo le ben sperimentate tecniche di manipolazione delle masse).

LA METAFORA DELLO SPECCHIO

Vorrei raccontarvi una storia che avevo letto qualche tempo fa, che riguardava un magnifico specchio, molto luminoso, dove tutti si specchiavano, vedevano la verità e si sentivano felici. Un brutto giorno lo specchio cadde per terra e si ruppe in tanti pezzettini. Tutti ne raccolsero un frammento e, specchiandosi, si illudevano di continuare a vedere la verità. Però si sbagliavano perché quella che vedevano era solo il loro pezzetto di verità. In poco tempo, tutti divennero tristi e sentivano un grande vuoto. Nella loro anima si era aperto un profondo abisso perché non poteva più nutrirsi della verità.

Come nella metafora dello specchio, la stragrande maggioranza degli uomini ha perso il contatto con la verità, con i veri princìpi che devono guidare l’esistenza. Da qui nasce quella diffusa infelicità che proviamo, quell’immenso vuoto nell’anima e un irrefrenabile impulso a colmarlo. Tuttavia, abituati a vivere in una società materialistica, siamo così abbagliati dalla ricchezza materiale che pensiamo di poter riempire quel vuoto colmandolo di tanti beni materiali che bramiamo possedere anche a costo di calpestare tutti gli altri, in un corsa competitiva, senza esclusione di colpi.

DIPENDENZA DAL CONSUMISMO

La martellante pubblicità ci convince tutti i giorni che la felicità coincide con la ricchezza materiale. Così, obnubilati da quel potente incantesimo, come in una psicosi di massa, corriamo tutti ad acquistare oggetti che soddisfano i nostri bisogni effimeri, artificiali. Certo, subito dopo l’acquisto, ci sentiamo appagati ma è una sensazione che dura solo un istante perché, immediatamente dopo, ricadiamo nello sconforto che ci spinge a ripetere più volte il rito dell’acquisto: non siamo più esseri umani ma consumatori nevrotici, impulsivi e compulsivi, tutti dediti ad ingigantire il nostro ego e tutti infelici perché non riusciamo a riempiere quel vuoto che continua ad ingigantirsi nella nostra anima dato che abbiamo perso il contatto diretto con l’unica e vera fonte universale, quella che ci dà la reale gioia di vivere.

Abbiamo rotto il grande specchio ed ora non conosciamo più la verità, la nostra vera natura di esseri umani. Ci comportiamo come tanti individui che corrono, ognuno per conto proprio, verso una meta fasulla, verso un miraggio.

Così, senza accorgerci, sprofondiamo in una spirale di materialismo senza fine perché quello che abbiamo non ci basta mai e ardiamo dal desiderio di accumulare sempre di più. Alla fine, sviluppiamo una vera dipendenza dal consumismo, che rende felici le grandi aziende che gestiscono i mercati ma che fa sprofondare tutti noi in un baratro, obbligati a vivere una vita puramente biologica, priva dei “veri” valori umani. Da consumatori a schiavi il passo è breve.

ARRESTARE LA CORSA VERSO IL BARATRO

Dobbiamo arrestare questa pazza corsa verso l’abisso o sarà la fine dell’umanità. Fermiamoci a fare il punto della situazione. Uniamoci e collaboriamo; mettiamo a disposizione di tutti i frammenti che ognuno di noi possiede e ricostruiamo quel grande e luminoso specchio originale che diventerà la nostra visione comune della realtà.

La prima cosa da fare è un salto di consapevolezza. Per questo, serve uno sforzo razionale ma soprattutto un trasporto emotivo. Dobbiamo capire che tutto quello che ci sta accadendo, in questa modalità di gestione della crisi sanitaria, ha un suo preciso senso. Tutto è perfettamente logico e comprensibile (dobbiamo solo ragionare con la testa). Poi, però, dobbiamo partecipare in modo creativo, con afflato umano, con sentimenti ed emozioni positivi, a costruire una realtà desiderabile per tutti (dobbiamo agire con il cuore).

Cerchiamo tutti di essere inclusivi ed empatici. Evitiamo di dividerci su argomenti che suscitano forti reazioni emotive, di paura, come quello della crisi sanitaria. Ricordiamoci che lo scopo è quello di lavorare per unire le persone. Dobbiamo attivare un dialogo inclusivo che mira a costruire una rete di resilienza nella comunità locale che è l’unico modo per evitare di soccombere con il crollo del nostro attuale sistema socioeconomico. Cerchiamo di essere consapevoli che questa modalità di gestione dell’emergenza sanitaria fa parte della “shock economy”, è una tecnica di ingegneria sociale per distrarci dalla vera causa dei nostri problemi.

C’è un famoso detto, che recita: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Molta gente proprio non se la sente di fare il minimo sforzo di pensare con la propria testa. Se guarda la luna, poi deve cominciare a pensare e allora preferisce fidarsi della propaganda della televisione e dei grandi giornali. È molto più comodo credere a tutto quello che dicono i cosiddetti “esperti”, seduti sulle comode poltrone dei salotti televisivi, e le autorità. Infatti se la gente incominciasse a pensare e ad approfondire i vari argomenti, poi potrebbe scoprire di essere proprio lei la causa dei suoi problemi. Le persone potrebbero iniziare a capire che, per risolvere i loro problemi, devono cambiare comportamento e stile di vita e questa non è certamente una cosa gradita. Allora la gente preferisce lamentarsi, protestare; preferisce continuare imperterrita a fissare il dito, ad esaminarlo proprio a fondo; ma, per carità, che nessuno le parli della luna.

Purtroppo, questa è l’antropologia umana. Alla fine, si saranno sempre meno persone che guardano la luna e saranno sempre più rare quelle che la indicano agli altri.

LA “SHOCK ECONOMY” ALL’OPERA

Nel suo libro: “The Shock Economy”, del 2007, la giornalista canadese Naomi Klein sostiene che l’economia dei disastri (la “Shock Economy”) è ispirata dalle idee liberiste di Milton Friedman, un economista monetarista del ‘900, che è uno dei padri riconosciuti del neoliberismo.

Secondo la teoria della “Shock Economy”, un disastro naturale, un’azione terroristica o un pericolo mortale, invisibile, inducono nella popolazione uno stato continuo di ansia, preoccupazione e insicurezza. Questo perché la gente si sente minacciata da fattori che le sono incomprensibili e fuori dal suo controllo. Lo stress che ne consegue sfinisce la popolazione che, alla fine, accetta, come minore dei mali, qualsiasi imposizione in ambito sociale, politico ed economico.

Di fatto, il neoliberismo è un’economia impostata su una serie di politiche antidemocratiche che, in condizioni normali, il popolo non accetterebbe mai ma che possono essere imposte, senza trovare molta opposizione, quando la gente si trova sotto condizioni di shock causato, ad esempio, da un evento contingente, da incapacità politica o da fattori esterni (un terremoto, un uragano, una crisi politica o sanitaria, ecc.).

La storia è ricca di esempi di “shock economy”. Tra gli esempi eclatanti si ricordano: l’instabilità economica indotta nella ex unione sovietica dalla caduta del muro di Berlino (shock socio politico) e la distruzione di New Orleans ad opera dell’uragano Katrina (shock naturale).

La “shock economy” è all’opera da molto tempo anche in Italia. Se facciamo attenzione scopriamo che è la nostra stessa classe politica a dirci chiaramente, senza mezzi termini, che ci sta governando secondo la “shock economy”, secondo la dottrina economica delle crisi ripetute.

A tal proposito è famoso il discorso di inizio legislatura del senatore Mario Monti, del 16 novembre 2011, (liberamente scaricabile da internet) dove egli spiega a chiare lettere la tipica modalità di intervento neoliberista, secondo i dettami della “shock economy”. Egli disse:

…non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono, per definizione, cessioni di parti di sovranità nazionale a un livello comunitario.
…il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini ad una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c’è una crisi in atto, visibile e conclamata.

Notate la chiarezza di queste affermazioni. Noi pensiamo di essere in democrazia ma loro ci stanno chiaramente dicendo che veniamo governati in modo autoritario, secondo i dettami dell’economia dei disastri, per realizzare le riforme (interventi economici restrittivi) che i tecnarchi, non eletti democraticamente, vogliono imporre contro la volontà del popolo.

Nel suo discorso, il senatore Monti ci dice che è solo nei momenti di crisi più acuta che si fanno i progressi più sensibili. Invece, quando dall’emergenza della crisi si ritorna alla normalità, si verifica un affievolimento della volontà di cooperare.

Se abbiamo capito come funziona il regime dell’economia dei disastri, allora ci dobbiamo aspettare che, secondo i piani della classa dominante, lo stato di emergenza non dovrà mai finire. Indipendentemente da qualunque provvedimento venga adottato, si troveranno sempre pretesti per prolungare l’emergenza, fino a quando i tecnarchi non avranno portato a termine la loro agenda neoliberista.

Monti dice anche altre cose molto interessanti. Ci dice che il potere politico è tenuto sotto scacco ed è costretto a sottomettersi al potere finanziario e a cedere parti di sovranità nazionale (per non doversi assumere la responsabilità di conseguenze peggiori). Ci dice anche che, quando i cittadini sono lasciati per lungo tempo in uno stato di terrore, alla fine sono disposti a rinunciare a pezzi di sovranità nazionale (a pezzi di democrazia).

È sotto gli occhi di tutti il continuo martoriamento e il terrorismo mediatico in atto. I media ci ripetono fino allo sfinimento che la nostra economia è insostenibile, che il debito pubblico è insostenibile, che tutto è insostenibile. Lo scopo è quello di indebolire le nostre difese, per imporci le riforme, un eufemismo (linguaggio orwelliano) per dire che dobbiamo sottometterci alle loro condizioni capestro e accettare delle politiche socioeconomiche disastrose per tutti noi.

Le cosiddette riforme che le élite vogliono sono:

  • La ristrutturazione della spesa pubblica (spending review), che significa continui tagli alla sanità, all’istruzione, alla ricerca & sviluppo; come se queste istituzioni non fossero già in uno stato comatoso.
  • La riforma del lavoro, che significa la deflazione dei salari e progressiva eliminazione di tutte le tutele ai lavoratori, che tanto faticosamente sono state conquistate dai nostri genitori e nonni, in molti anni di dura lotta e di grandi sacrifici.
  • La privatizzazione dei beni pubblici, ossia la svendita delle nostre grandi aziende nazionali, delle infrastrutture e del patrimonio immobiliare pubblico.

Deve essere ben chiaro a tutti che queste cosiddette “riforme”, che ci stanno imponendo, si tradurranno in:

  • aumento della disoccupazione;
  • continuo impoverimento della popolazione;
  • distruzione della classe sociale intermedia;
  • aumento dei profitti delle grandi aziende: grandi banche e compagnie multinazionali;
  • progressiva riduzione di sovranità popolare (perdita di democrazia).

Tutti i giorni, da decenni, subiamo un continuo martellamento mediatico. Prima, abbiamo dovuto sopportare la narrazione dello spread e del nostro mostruoso debito pubblico; poi, questo racconto si è improvvisamente interrotto per dare spazio ad un’altra narrazione, quella del MES. Poi è sparita anche quest’ultima narrazione e il martellamento è ripreso con il New Generation EU (più noto come Recovery Fund). Naturalmente i media, cooptati dalle élite, hanno lavorato alacremente per strombazzare la grande opportunità, che non si deve assolutamente perdere, di portare a casa i soldi europei a fondo perso. Tuttavia, se gli italiani conoscessero anche solo i primi rudimenti di macroeconomia, non si farebbero prendere in giro. Con dei semplicissimi calcoli, si renderebbero conto che tutto il denaro promesso dalla UE è solo debito e che noi cittadini contribuenti europei, lo dovremo restituire, con le nostre tasse, ai mercati finanziari che ce lo hanno prestato con i dovuti interessi.

Si tratta semplicemente di un altro astuto stratagemma dei tecnarchi (delle élite) per impoverire i cittadini europei. Se ci pensiamo bene, questo fatto dovrebbe irritarci molto, perché le élite non hanno alcun bisogno del nostro denaro, dato che se lo creano dal nulla, quando e come vogliono.

I tecnarchi agiscono così perché stanno portando avanti la loro agenda, che ha, come obiettivo, quello di impoverire, distruggere e sottomettere la classe media; cosa che possono fare impunemente in questo ignobile e fallito sistema socioeconomico in cui ci troviamo, anche perché fanno affidamento sulla grande inconsapevolezza del 99 % della popolazione su quanto sta realmente accadendo.

IN CORSA VERSO IL BARATRO

Siamo tutti inconsciamente saliti su un treno che sta correndo all’impazzata lungo un binario morto che si getta in un abisso. Sul treno, la gente è continuamente distratta dai mezzi di comunicazione che, ogni giorno, ci sottopongono nuovi problemi, del tutto inventati, per tenerci impegnati o terrorizzati, per impedirci di guardare fuori dal finestrino e di renderci conto del vero pericolo che stiamo correndo: quello di andare a cadere in un baratro.

Così, continuiamo a guardare il dito e non vediamo la luna. Ci preoccupiamo di tutto, tranne che dell’unico, vero e grande nostro problema: un treno che continua la sua folle corsa verso il collasso finale.

La soluzione c’è. Possiamo decidere di fermare il treno e scendere tutti quanti. Ma prima dobbiamo metterci tutti d’accordo, adottare un’unica visione e condividere tutti la stessa decisione. A questo punto la domanda interessante è: riusciremo a farlo prima di annullarci nell’abisso?

CONCLUSIONE

Ovviamente nessuno ha la verità in tasca e nemmeno io. Però, come tutti voi, ho il mio frammento di specchio, che metto volentieri a vostra disposizione, con la prospettiva di ricostruire, insieme, quello splendido e luminoso specchio originale che ci darà la visione comune. Una visione tanto vivida e desiderabile di costruire una comunità locale collaborativa, coesa, forte e resiliente che ci darà il coraggio, l’entusiasmo e la perseveranza di affrontare questa difficile transizione.

Carlo Marazzi

Carlo Marazzi, ingegnere energetico. Laureatosi nel 1976 in ingegneria nucleare presso il Politecnico di Milano, è progettista e consulente nei settori dell’efficienza energetica, delle energie rinnovabili e dell’ingegneria bioclimatica, temi riguardo ai quali ha partecipato come relatore a conferenze e seminari per conto di società multinazionali ed enti pubblici. Tra i suoi interessi vi è lo studio del pensiero sistemico con l’obiettivo di coniugare economia, ecologia ed energetica in un’ottica interdisciplinare.

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