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LE GUERRE PI CRUENTE DELLA STORIA: L’IMPORTANZA POLITICA DI GANDHI

DI NILOUFER BHAGWAT
Global Research

In tutto il mondo la situazione è davvero apocalittica. Stiamo assistendo ad un collasso finanziario ed economico di regioni che storicamente devono molto allo sviluppo capitalistico e allo stesso tempo alle guerre più cruente della Storia, alla ricolonizzazione e alla distruzione di stati-nazione in tutti i continenti, all’aggressione di mercati, piani e spazi economici di interi Paesi con il preciso scopo di eliminare in massa la popolazione civile considerata d’intralcio all’uso e al consumo delle risorse.

Nonostante siano stati invasi o occupati numerosi Paesi (compresi, fra gli altri, Palestina, Congo, ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Yemen, Haiti) e nonostante Iran, Russia e Cina siano stati direttamente minacciati o individuati come obiettivi futuri, oggi non è stato ancora fatto alcun serio tentativo di promuovere una comprensione politica di imperialismo e fascismo – estensioni del capitalismo – nonostante il grande coraggio e il successo e dei movimenti politici e delle forze di resistenza. Di conseguenza, sempre più Paesi sono distrutti da aggressioni militari o soccombono a intestini golpe fascisti. Questo fallimento ideologico del cittadino politicamente consapevole è fatale, a lungo andare, per l’indipendenza politica dei cittadini e delle società; inoltre, anche in quei governi instaurati dopo rivoluzioni storiche, esso ha già seriamente indebolito la capacità di organizzare una determinata opposizione nazionale ed internazionale che sconfigga l’offensiva propagandistica conseguente l’aggressione militare, che ora è globale.Accanto ad altre società, l’India e la sua popolazione sono ancora una volta prede economiche e finanziarie per compagnie multinazionali globali e indiane, proprio mentre tre comitati governativi indiani mettono in luce che più di un terzo della popolazione indiana vive in zone povere ed i lavoratori che rappresentano circa 700 milioni di persone del settore operaio non rappresentato dai sindacati sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e molti altri con circa venti rupie (circa mezzo dollaro). Considerata la situazione, il quarto ‘Committee on Agrarian Reforms and Unfinished Task of Land Reforms’ si sono mostrati critici riguardo le recenti politiche di esproprio delle terre da parte dello Stato a favore delle Corporation multinazionali indiane ed estere, e sostengono che la crescente illegalità, la povertà e la violenza sono l’ovvio risultato della neo-liberale agenda economica dello Stato e degli emendamenti che hanno alterato la legislazione. Quest’ultima, fino ad oggi, aveva impedito che venissero confiscate le terre abitate e coltivate da tempo immemore dalla popolazione indigena e dai contadini. Il forward trading speculativo di prodotti, proibito per decenni dopo l’indipendenza indiana, oggi è permesso grazie a una serie di governi di credo politico solo apparentemente differente, tutti orientati al “mercato libero”, alla finanziarizzazione e agli investimenti esteri indiscriminati, mentre i prezzi degli alimenti sono saliti alle stelle e le attività agroindustriali sono pronte a divorare l’India, che è stata invece per migliaia di anni un’area di tradizionali eccedenze agricole e biodiversità. A questa situazione di fondo è da aggiungere il presunto “Terrore Islamico” e altri governi cui è strettamente collegato, la politica alternativa vista solo come diversiva, con l’uccisione di ufficiali di polizia e avvocati che mostrano che le trame terroristiche sono create ad hoc, e altri che invece vengono accusati, ma solo sulla base di false prove.

Cercando strategie per affrontare queste brutali aggressioni all’umanità, che colpiscono gran parte delle società, è bene citare fra gli altri movimenti che hanno avuto una certa importanza nel 20mo secolo la lotta politica condotta dal Mahatma Gandhi, la sua determinata opposizione alla dominazione dello spazio economico indiano da parte delle compagnie straniere, le sue preoccupazioni per il mondo evidenziate dall’opposizione alla colonizzazione della Palestina – iniziata con la Dichiarazione Balfour del governo britannico in collaborazione con il sionismo europeo – la sua critica delle devastazioni sociali in seguito al colonialismo e al capitalismo come sistemi economici, la sua strategia di educazione politica, le lotte di massa, la disobbedienza civile e la non collaborazione per sovvertire i sistemi politici ingiusti. Queste sono ancora strategie da tenere in considerazione nella ricerca di una ricostruzione equa della società del 21mo secolo.

Dopo la “Great War of Indian Independence” [ndt. “grande guerra per l’indipendenza indiana”] del 1857, in cui la Compagnia delle Indie orientali trucidò 10 milioni di indiani, mentre i movimenti anti-coloniali si trovavano nel caos, il Mahatma Gandhi emerse come leader nella corrente dominante dell’Indian Freedom Movement [ndt. “movimento per l’indipendenza indiana”]. Gandhi poneva particolare importanza al fatto che isolati atti terroristici non avrebbero sconfitto il dominio coloniale britannico; la strategia da adottare, invece, avrebbe dovuto basarsi su una costante educazione politica, con lotte di massa e proteste riguardo a questioni cruciali, e cooperazione in tutti i settori dell’amministrazione che rendessero impossibile il governo ingiusto.

Un rivoluzionario si riconosce dall’eccezionalità dei suoi seguaci. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, fu il reverendo Martin Luther King a seguire il Mahatma Gandhi, guidando uno dei maggiori movimenti di massa nella storia americana e dando avvio all’emancipazione degli afro-americani; di conseguenza, M.L. King si oppose al militarismo statunitense, che riteneva fosse la continuazione e l’estensione delle politiche anti-sociali dello sfruttamento economico e del razzismo negli Stati Uniti. Inoltre, M.L. King credeva che il militarismo penalizzasse gli interessi della classe operaia degli Stati Uniti. Ciò nonostante ci sono alcune differenze fra i due. Il Mahatma Gandhi credeva che in un Paese dove milioni di persone soffrono la fame, il cibo fosse la “divinità” da diffondere necessariamente in ogni casa e che la filosofia religiosa imponesse il rispetto di tutta l’umanità, indipendentemente dalle culture. Martin Luther King, invece, metteva in evidenza che “qualunque religione che si professi preoccupata dell’anima dell’uomo ma non della miseria in cui gli uomini si dannano, delle condizioni economiche che li strangolano e delle condizioni sociali che li paralizzano è una religione spiritualmente moribonda e in attesa di essere sepolta”.

Dall’esperienza dell’apprendistato politico in Sudafrica, Gandhi giunse a scegliere la strategia politica della disobbedienza civile di massa, della non collaborazione, e della “Satyagraha” – la battaglia per la verità. In India, ispirati da questo movimento, milioni di persone abbandonarono progressivamente l’apatia politica e il fatalismo, iniziarono a discutere dei temi politici quotidiani e parteciparono alle lotte di massa, cosicché per l’Impero britannico divenne impossibile governare. In questi ultimi anni, anche in Bolivia i cittadini indigeni hanno fatto ricorso alla disobbedienza civile, che si è concretizzata nell’assedio della sede governativa ed i governi hanno dovuto di volta in volta dimettersi finché non è stato eletto Evo Morales. Non è stata una rivoluzione colorata, la popolazione boliviana ha cambiato il proprio governo attraverso un movimento di massa che chiedeva giustizia politica ed economica per la popolazione indigena della Bolivia.

Mentre la Corte Suprema indiana ha ordinato lo smantellamento del “Salwa Judum” (le milizie armate private assoldate dalle multinazionali indiane e straniere, in ambito estrattivo e non solo, nell’India centrale e orientale), d’altro canto i maggiori partiti politici non si sono opposti alla “Operation Green Hunt” (un’operazione para-militare su larga scala recentemente avviata contro la popolazione tribale indigena e contadina dell’India centrale e orientale) finalizzata allo sgombero di migliaia di acri di terre ricche di minerali oggi abitate dalla popolazione indigena e dagli agricoltori, che la coltivano da tempo immemore; e tutto ciò a dispetto di qualsiasi razionale requisito per l’estrazione mineraria o per l’industrializzazione, attraverso una massiccia appropriazione territoriale che distruggerà l’habitat di queste regioni, e che è stata definita da alcuni come “colonizzazione interna” in una regione con uno dei minori indici di sviluppo umano dell’India. Non ci sono dubbi riguardo a chi Gandhi avrebbe sostenuto in questa regione, sebbene avrebbe cercato il giusto equilibrio fra agricoltura e industrializzazione. Attualmente, persino i seguaci di Gandhi presenti nella popolazione e fra i contadini sono stati individuati e imprigionati.

Il Mahatma Gandhi non si oppose all’industrializzazione e allo sviluppo economico, come talvolta erroneamente appare. Dal suo punto di vista, però, la grande industria doveva essere regolata e sotto il controllo sociale, attraverso la partecipazione dei lavoratori nella gestione, indipendentemente dal settore interessato; allo stesso tempo sosteneva che la disoccupazione nell’India rurale e urbana dovesse essere eliminata attraverso l’introduzione di migliori tecniche agricole e attraverso il ricorso alla piccola industria e all’artigianato. Inoltre, Gandhi pose particolare importanza, considerandole immediate priorità, alla creazione di infrastrutture rurali per l’acqua potabile, alle condizioni igieniche, alla sanità, all’alfabetizzazione, all’educazione e all’alloggio. Sebbene i loro metodi divergano, ci sono molti punti in comune fra i programmi del Mahatma Gandhi e di Mao Tse Tung per quanto riguarda il miglioramento rurale come preludio dello sviluppo delle economie di Paesi in difficoltà agricole, storicamente devastati dalla colonizzazione. Mao Tse Tung era un nazionalista interessato prima di tutto al popolo cinese; il Mahatma Gandhi, sebbene comprendesse le specifiche condizioni della società indiana, estendeva la sua preoccupazione all’umanità intera. Tuttavia Gandhi era un realista politico e aveva colto con perspicacia la situazione dei movimenti politici del 20mo secolo. Nel 1945, in un’edizione riveduta del suo “Reconstruction Programme” del 1941 (pubblicato nei Selected Works of Mahatma Gandhi, Vol. III), avvertiva al paragrafo 13 del programma intitolato “Economic Equality”:


“Finché persiste un enorme divario fra i ricchi e i milioni di persone affamate è chiaramente impossibile istituire un sistema di governo non violento. Vedete il contrasto tra i palazzi di New Delhi e le misere baracche della povera classe operaia… è sicuro che ci sarà una violenta e sanguinosa rivoluzione un giorno, a meno che i ricchi non abdichino volontariamente e che si condivida il potere per il bene comune.”

Gandhi dava grande importanza all’esempio personale, sia dei singoli individui sia dei movimenti. A tal fine trasformò lo stile di vita semplice in una cultura raffinata, sottolineando come il consumo eccessivo fosse volgare e indecente, moralmente ripugnante e a scapito delle risorse sociali. Tutto ciò contrasta totalmente con il comportamento delle classi politiche odierne in India e altrove, dove si mostra acquiescenza verso stipendi e debiti aziendali di milioni e miliardi, cifre che vanno ben oltre le necessità di una un’intera esistenza vissuta agiatamente; e tutto questo solo per standard di vita osceni ed indecenti, con milioni di risparmi in titoli e simili, che non producono altro se non bolle economiche e speculazione, mentre molti governi si trovano ora di fronte a debiti inevitabili con un impatto sociale mondiale.

La lotta politica del Mahatma Gandhi conteneva un punto di vista morale che la rendeva inoppugnabile. Gandhi focalizzava l’attenzione sulle ingiustizie sociali e sul sistema politico che schiavizzava l’umanità, piuttosto che sull’individuo, spersonalizzando le questioni, ed era un “generale” politico del popolo par excellence, con un’intelligenza politica intuitiva e strategica, basata su una grande esperienza delle dinamiche politiche. Perciò il suo movimento eclissò, per sostegno e varietà di composizione, qualsiasi altro movimento anti-coloniale.

Anche se non è molto noto, Gandhi condivise gli obiettivi della prima rivoluzione socialista del 1917 (che estese il proprio sostegno a tutti i movimenti di liberazione nazionale), dato che l’interesse primario di Gandhi si estendeva oltre la libertà dai soli regimi coloniali; quest’ultima, infatti, era per Gandhi solo il primo passo verso l’eliminazione della fame, della disoccupazione e dell’indigenza su larga scala e verso il benessere diffuso e le riforme sociali in una società indiana indebolita dal feudalesimo, dal sistema delle caste e dai tabù religiosi, a causa dei quali i riti avevano preso il sopravvento sulle filosofie religiose. Avendo conosciuto il capitalismo avanzato in Inghilterra, Gandhi era ben conscio che questo sistema economico in sé era la causa della diffusa disoccupazione e della miseria sociale. Gandhi credeva che si dovesse necessariamente abbandonare il capitalismo ed esplorare delle alternative, per evitare che il genere umano affondasse permanentemente nella miseria dello sfruttamento, della disoccupazione, delle indecenti disparità, della violenza e della guerra. Soggiornando in una colonia di lavoratori durante una visita a Londra per negoziati politici, Gandhi affermò pubblicamente che i lavoratori in Inghilterra sarebbero stati i primi a comprendere le ragioni del movimento per boicottare i prodotti britannici in India.

Il Dr. M. S. Swaminathan, lo specialista di agraria della rivoluzione verde indiana (controversa in quei circoli che sostengono l’agricoltura priva di fertilizzanti e pesticidi chimici, che ritengono siano stati scaricati sugli agricoltori in grandi quantità aumentando il loro debito e inquinando la terre e le acque), in un’intervista televisiva su Bloomberg UTV trasmessa il 20 gennaio 2010, richiamando le priorità politiche del Mahatma Gandhi, si mostrò dispiaciuto del fatto che l’India nell’ultimo decennio non avesse raggiunto nemmeno metà degli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite riguardo alle disponibilità alimentari, mentre Cina e Vietnam avevano portato a termine i loro programmi, e avvertì che il continuo rialzo dei prezzi e l’assenza di sicurezza alimentare avrebbe inevitabilmente portato a tumulti di massa.

È stato il Mahatma Gandhi, e non un qualsiasi altro leader di credo politico alternativo, ad essere preso di mira e ucciso dall’ala destra fascista, e per di più in età avanzata, quando gran parte delle personalità politiche perde importanza; e tutto ciò perché la sua attività ed il suo programma politico erano percepiti come la maggiore minaccia per il futuro progetto imperiale, fonte di discordia, per il subcontinente indiano, indipendentemente dalle spiegazioni che gli assassini e i loro eredi ideologici possano dare oggi, e nonostante la secessione (che è stata una riorganizzazione del subcontinente indiano) fosse già stata imposta come l’ultimo atto imperiale tramite l’addestramento, finanziato e curato dal governo coloniale, delle forze politiche di entrambi i gruppi religiosi per l’esecuzione di omicidi religiosi settari come quelli che avvengono in paesi oggigiorno occupati, e in quelle società che si cerca di controllare.

Il Dr. B. R. Amdedkar (che studiò alla Columbia University negli Stati Uniti, all’apice della “Grande depressione”, nonché uno dei maggiori architetti della Costituzione dell’India, rappresentante della parte più oppressa della classe operaia urbana e rurale indiana, oggi chiamata Dalit [gli “intoccabili” n.d.r.], nell’Assemblea costituente, con il grande sostegno di Gandhi) quanto all’assassinio di Gandhi, con evidente commozione, disse: “il Mahatma Gandhi era il più vicino a noi”. Questo tributo riassume la vita del pacato, ma irremovibile, rivoluzionario indiano che indusse politicamente il popolo indiano e i movimenti di molte parti del mondo, insieme ad altri straordinari leader del 20mo secolo, a resistere all’Imperialismo e ai sistemi politici atti a negare la giustizia economica, sociale e politica alla classe lavoratrice.

Titolo originale: “The Most Barbaric Wars in Human History: The Political Relevance of Mahatma Gandhi”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
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20.03.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di JADE GALLAGHER

Pubblicato da Das schloss

  • marcopa

    Due cose essenziali di Gandhi che mi sembrano travisate da questo articolo.
    Per Gandhi e per tutti i maestri della nonviolenza ” i fini e i mezzi devono essere coerenti”, insomma il messaggio contrario di ” il fine giustifica i mezzi” di Machiavelli. Quindi la giustizia sociale non puo’ essere raggiunta con la violenza. Questo e’ stato sempre chiaro a Gandhi, a Tolstoj, a Luther King e in Italia a Aldo Capitini.
    Gandhi e la civilta’ moderna. Gandhi era decisamente contro la civilta’ moderna, critico’ duramente lo sviluppo dell’ occidente.E lo fece nel 1909 nel suo libro ” Hind Swaraj” (una nuova edizione italiana e’ uscita recentemente con il titolo “Vi spiego i mali della civilta’ moderna”” di Gandhi Edizioni http://www.gandhiedizioni.com). Il suo punto di vista e’ radicale ma, secondo me, ha moltissime ragioni.
    Gandhi e’ fondamentale per muoversi nella attuale situazione mondiale ma va conosciuto quello che davvero pensava,diceva, faceva poi di tutto questo utilizzeremo quello che riteniamo opportuno e giusto, non possiamo attribuirgli quello che vogliamo.
    Per chi volesse conoscere meglio Gandhi consiglio “Teoria e pratica della nonviolenza” a cura di Giuliano Pontara.Una raccolta di scritti di Gandhi e una lunga introduzione di Pontara che tocca i punti principali del pensiero e della vita di Gandhi.Pubblicato da Einaudi.
    Ultimo appunto su Martin Luther King. Ricordo solo che e’ stato assassinato a 39 anni e stava passando dall’ impegno contro il razzismo in America a una riflessione piu’ generale, tutto questo nel cuore dell “Impero”.

  • anonimomatremendo

    “Io non prenderò mai parte alla privazione delle classi proprietarie della loro proprietà privata senza che ci sia una giusta (!) causa. Voi potete star certi che io impiegherò tutta la forza del mio influsso per evitare una guerra di classe. Nel caso in cui sarà fatto il tentativo di privarvi ingiustamente della vostra proprietà io lotterò dalla vostra parte”

    “Il soldato che non si sottomette all’ordine di aprire il fuoco viola il giuramento da lui stesso prestato, rendendosi colpevole di una criminale insubordinazione…”.

    ” ….io sono dapprima un indù, e poi un patriota”.

    Queste sono solo alcune delle tante sparate del Nostro superpacifista.

    Il resto le trovate in questo articolo [www.bibliotecamarxista.org] pubblicato nel 1953 sul n. 3 della rivista sovietica “Voprosy filosofii”.A parte le solite sviolinate di prammatica a Stalin e Co,i fatti relativi all argomento specifico sembrano raccontati con esattezza.Buona lettura

  • marcopa

    Dall’ introduzione di G.Pontare a Teoria e pratica della nonviolenza di cui ho parlato nel mio post precedente. “Ho detto sopra che il socialismo gandiano e’ contraddistinto (o limitato,come altri forse preferiranno dire) dal satyagraha e dall’ ahimsa. Le due principali caratteristiche ( i due principali limiti) sono rappresentate dal rifiuto della violenza rivoluzionaria e dal rifiuto dell’ idea di lotta di classe.”..”Espresse anche piu’ volte l’ idea che che -capitale e lavoro non sono necessariamente antagonistici -…Si oppose sempre all’ idea di fomentare e mantenere viva ” la guerra di classe” e..rifiuto’ l’ idea di dittatura del proletariato come necessaria fase di transizione da una societa’ rivoluzionaria ad una societa’ senza classi.” Il pensiero e l’ opera di Gandhi non sono una dottrina da attuare alla lettera in ogni tempo e in ogni luogo, ne’ e’ un pensiero da accettare totalmente o rifiutare totalmente e non mancano i limiti e le contraddizioni. Ma non si comprende se si ragiona con gli slogan, prima di tutto si dovrebbe conoscere quello che pensava e cosa ha fatto, ma e’ difficile (non impossibile) trovare questo anche nelle Universita’.

  • andyconti

    SOLO QUANDO CAPIREMO CHE DOBBIAMO CONSIDERARE LA TERRA COSA DI TUTTI (RES PUBLICA) E CHE NON SI PUO’ AFFIDARE LA POLITICA ALLA DEMOCRAZIA (IL POPOLO E’ FONDAMENTALMENTE MATERIALISTA) ALLORA GIUNGEREMO A REALIZZARE GOVERNI GUIDATI DA UOMINI DI PRINCIPI CONSOLIDATI, SPIRITUALI, RESPONSABILI, CUSTODI DELLO SPIRITO REPUBBLICANO MA NON DELLA DEMOCRAZIA, CHE E’ UNA FINTA PAROLA. NON TUTTI POSSONO PARTECIPARE AL GOVERNO, LA DEMOCRAZIA E’ L’ANTICAMERA DEL POPULISMO.

  • AmonAmarth

    Grazie mille per gli ottimi consigli, non sapevo proprio da dove iniziare con Ghandi! Ho già prenotato “Teoria e pratica della nonviolenza”. Ciao!

  • Tonguessy

    Gandhi visse in Sudafrica per circa vent’anni, dal 1893 al 1914. Nel 1906 si arruolò con il grado di Sergente Maggiore e partecipò attivamente nella guerra contro i nativi. Le idee razziste di Ghandi sono evidenti negli scritti di quel periodo. Ci si chiede: erano consapevoli i leader Afroamericani inclusi ML King delle attività antiafricane di Gandhi? La risposta è: NO!

    Gandhi non era meno razzista dei boeri sudafricani. Quando formò il Natal Indian Congress nel 1894 l’obiettivo dichiarato era:” Promuovere concordia e armonia tra gli Indiani ed europei nelle colonie”

    In un congresso del 1896 Gandhi disse:
    “La nostra è una continua battaglia contro il degrado che gli europei ci vogliono infliggere, volendoci degradare al livello dei Kaffir (termine spregiativo -ritenuto tale anche dai bianchi- con cui si identificano i nativi africani ndt), la cui unica occupazione è cacciare e la cui unica ambizione è raccogliere un numero di animali sufficienti per comprarsi moglie e poi passare la propria esistenza nell’indolenza e nudità.”

    Gandhi sosteneva l’apartheid. Parlando della promiscuità tra i SUOI indiani ed i nativi africani ecco cosa scrisse al Dr. Porter, Medical Officer of Health di Johannesburg:
    “Perchè, tra tutti i quartieri di Johannesburg, siano stati scelti quelli Indiani per farla diventare la discarica di Keffir della città è una cosa che oltrepassa la mia capacità di comprensione. Naturalmente sotto mio personale suggerimento il Consiglio Comunale dovrà ritirare tutti i Keffir da quei quartieri. Sono fortemente contrario a mischiare i Keffir con gli Indiani. Penso sia un torto per la popolazione indiana, e sia una peso ingiusto anche per la proverbiale pazienza dei miei compatrioti”
    Mi fermo qui per brevità.
    Se questo dev’essere il pacifismo…….!

    http://www.trinicenter.com/WorldNews/ghandi4.htm

  • marcopa

    Innanzi tutto Gandhi non ha partecipato attivamente a nessuna guerra, il suo unico ruolo in conflitti armati e’ stato organizzare l’ assistenza medica ai feriti. Gandhi non e’ mai stato razzista, in Sudafrica addirittura fu fatto scendere da un treno perche’ non “bianco”. Gandhi infastidisce ma puo’ essere criticato per quello che ha detto e fatto realmente, non per cose inventate. Quindi, ripeto, prima andrebbe conosciuto.

  • marcopa

    Innanzi tutto Gandhi non ha partecipato attivamente a nessuna guerra, il suo unico ruolo in conflitti armati e’ stato organizzare l’ assistenza medica ai feriti. Gandhi non e’ mai stato razzista, in Sudafrica addirittura fu fatto scendere da un treno perche’ non “bianco”. Gandhi infastidisce ma puo’ essere criticato per quello che ha detto e fatto realmente, non per cose inventate. Quindi ripeto prima andrebbe conosciuto

  • Tonguessy

    Esistono alcuni siti gestiti da sudafricani che non la pensano come te. Ma un conto sono le opinione ed un altro conto sono i fatti. Io mi limito a registrare i fatti. Il semplice fatto che Gandhi usasse epiteti offensivi come Kaffir (peggio del nostro “terrone”) la dice lunga.

    Ma procediamo. La rivolta degli Zulu la conosci? I boeri, Botha, l’apartheid li ricordi? Beh, senti un po’ cosa scriveva il genio del pacifismo su chi si batteva contro il peggior colonialismo:
    “Non porto astio verso gli Zulu, visto che non hanno mai fatto male a noi Indiani. Ho dei dubbi sulla loro ribellione, visto che sono convinto che l’Impero Britannico esista per il bene del mondo (se fosse oggi al mondo forse direbbe che gli USA e le loro guerre in Iraq e Afganistan sono il “bene del mondo” ndr). Un genuino senso di lealtà mi impedisce di augurare del male all’Impero Britannico e la giustezza di tale ribellione non può perciò smuovere le mie idee.” Lo puoi leggere nella sua autobiografia.
    Gandhi partecipò attivamente al massacro degli Zulu nel 1906 (Bambata), giungendo a dire che sarebbe stato giusto armare gli Indiani per combattere gli Zulu a fianco dei soldati di Sua Maestà. Ed infatti organizzò un gruppo di Indiani e si beccò pure la medaglia al valore.
    Dacci un’occhio, se hai voglia di vedere come crollano i miti del pacifismo
    http://maztulis.wordpress.com/2009/08/15/gandhi-in-the-orgy-of-zulu-slaughter-in-bambata-rebellion%E2%80%93south-africa/
    http://www.cwo.com/~lucumi/gandhi.html
    Su quest’ultimo puoi vedere la foto del Sergente Maggiore M.K.Gandhi
    Tutta sto panegirico agiografico mi suona troppo da santificazione di Madre Teresa, amica intima di Duvalier e dei suoi tonton macoutes: imperialismo vestito di santità o pacifismo.
    Vorrei quindi che tu portassi dei FATTI e non delle opinioni che, per quanto rispettabili, non rendono onore alle migliaia di africani che sono morti per la loro indipendenza e contro ogni apartheid.
    Aspetto quindi i tuoi fatti.

  • Tonguessy

    Esistono alcuni siti gestiti da sudafricani che non la pensano come Marcopa. Ma un conto sono le opinioni ed un altro conto sono i fatti. Io mi limito a registrare i fatti. Il semplice fatto che Gandhi usasse epiteti offensivi come Kaffir (peggio del nostro “terrone”) la dice lunga.
    Ma procediamo. La rivolta degli Zulu la conosci? I boeri, Botha, l’apartheid li ricordi? Beh, senti un po’ cosa scriveva il genio del pacifismo su chi si batteva contro il peggior colonialismo:
    “Non porto astio verso gli Zulu, visto che non hanno mai fatto male a noi Indiani. Ho dei dubbi sulla loro ribellione, visto che sono convinto che l’Impero Britannico esista per il bene del mondo (se fosse oggi al mondo forse direbbe che gli USA e le loro guerre in Iraq e Afganistan sono il “bene del mondo” ndr). Un genuino senso di lealtà mi impedisce di augurare del male all’Impero Britannico e la giustezza di tale ribellione non può perciò smuovere le mie idee.” Lo puoi leggere nella sua autobiografia.
    Gandhi partecipò attivamente al massacro degli Zulu nel 1906 (Bambata), giungendo a dire che sarebbe stato giusto armare gli Indiani per combattere gli Zulu a fianco dei soldati di Sua Maestà. Ed infatti organizzò un gruppo di Indiani e si beccò pure la medaglia al valore.
    Dateci un’occhio, se avete voglia di vedere come crollano i miti del pacifismo
    http://maztulis.wordpress.com/2009/08/15/gandhi-in-the-orgy-of-zulu-slaughter-in-bambata-rebellion%E2%80%93south-africa/
    http://www.cwo.com/~lucumi/gandhi.html
    Su quest’ultimo puoi vedere la foto del Sergente Maggiore M.K.Gandhi
    Tutta sto panegirico agiografico mi suona troppo da santificazione di Madre Teresa, amica intima di Duvalier e dei suoi tonton macoutes: imperialismo vestito di santità o pacifismo.
    Vorrei quindi che Marcopa portasse dei FATTI e non delle opinioni che, per quanto rispettabili, non rendono onore alle migliaia di africani che sono morti per la loro indipendenza e contro ogni apartheid. Aspetto quindi i fatti. O, più verosimilmente, la ripetizione dei soliti mantra.

  • marcopa

    Dispostissimo a verificare tutte le fonti e ad approfondire l’ argomento.Ora vado a lavorare mi ricollego stasera dopo le 21.30.

  • marcopa

    Dispostissimo a verificare tutte le fonti e ad approfondire l’ argomento.Ora vado a lavorare mi ricollego stasera dopo le 21.30.

  • anonimomatremendo

    Veniamo adesso ai fatti di Peshawar.Né Gandhi, né le autorità britanniche, che avevano lasciato serenamente svolgersi la marcia del sale, avevano previsto il formidabile movimento di massa che si scatenò in seguito. Invece di accontentarsi di “fabbricare il loro sale nel rispetto della non violenza”, le masse impugnarono le loro armi usuali. Scioperi nelle fabbriche e nelle ferrovie, manifestazioni di strada e picchetti nelle grandi città. Nei villaggi, i primi movimenti che rifiutavano di pagare gli affitti ai proprietari terrieri si generalizzarono.
    A Peshawar, che restò per dieci giorni nelle mani della popolazione, i soldati rifiutarono di sparare sui manifestanti. Ci volle l’intervento dell’aviazione britannica per riportare la calma. Mentre questa reprimeva la popolazione, Gandhi non condannava la sua violenza, ma il rifiuto dei soldati indiani di sparare! “Un soldato che disobbedisce ad un ordine di far fuoco infrange il suo giuramento e si rende colpevole di disobbedienza criminale. Non posso chiedere a dei funzionari e a dei soldati di disobbedire, poiché quando sarò al potere, utilizzerò, con ogni probabilità, questi stessi funzionari e questi stessi soldati. Se gli insegnassi la disobbedienza, temerei che agissero nello stesso modo quando sarò al potere”. .

    Altro che pacifismo,qui addirittura si volle impeidre quell´ evento rarissimo che é la fraternizzazione sui fronti di guerra!

    Bisogna avere gli occhi foderati di prosciutto per non vedere queste cose.

  • anonimomatremendo

    Per la serie “Le sparate di Gandhi” propongo uno stralcio biografico del Nostro tartto da questo sito trotskista (vabbé,nessuno é perfetto):http://www.union-communiste.org/?FR-archp-show-2006-9-755-4031-x.html

    Gandhi, o l’arte di disarmare le masse

    Originario di una famiglia di commercianti, Gandhi fece i suoi primi passi da militante nazionalista in Sudafrica dove, giovane avvocato, era impiegato in una ditta commerciale indiana. Pur proclamando la sua lealtà all’Inghilterra, organizzò la lotta contro i lasciapassare imposti dai britannici ai commercianti indiani. Si dichiarava già a favore di movimenti pacifisti, una non violenza che non gli impedì di schierarsi attivamente al fianco dell’esercito britannico al momento della guerra dei Boeri, e poi contro la sommossa degli Zulu.
    Varie opere di propaganda, fra i quali il film di Attenbourough che guadagnò l’Oscar come miglior film nel 1982, presentano Gandhi come un campione della non violenza. In una società violenta come quella indiana, dove le stesse quotidiane relazioni sociali erano violente, la dottrina non violenta di Gandhi aveva una funzione politica : quella di lasciare le masse disarmate di fronte alla violenza dei loro oppressori.
    Gandhi viene raffigurato dalla parte dei poveri, per l’uguaglianza. Tuttavia sosteneva la divisione della società in caste, che gli sembrava fondamentale. Nel 1920 scriveva : “Considero fondamentali, naturali ed essenziali le quattro grandi divisioni (…). Le innumerevoli suddivisioni possono essere maldestre, ma sono assolutamente contrario a che si cerchi di distruggere le divisioni fondamentali.
    Sono portato a credere che la legge dell’ereditarietà è una legge eterna e che qualsiasi tentativo di trasformarla deve inevitabilmente condurre al disordine assoluto. Non considero che sia indispensabile allo spirito democratico bere insieme, dividere un pasto e unirsi in matrimonio ”
    Gandhi non rivendicava neppure l’uguaglianza giuridica tra gli uomini, cosa che sarebbe stata alla portata di qualunque democratico borghese. No, esortava semplicemente i poveri alla pazienza ed all’accettazione della loro sorte fino alla loro futura reincarnazione.
    Si dichiarava tuttavia afflitto dalla povertà che imperversava in India. Ma il suo rimedio era il ritorno alla tessitura a mano ! Non senza demagogia, preferiva designare come nemico dei poveri il progresso, piuttosto che i possidenti inglesi ed indiani che se ne accaparravano i frutti.
    Il cantore della tessitura a mano era anche un reazionario religioso la cui sciocchezza si esplicita nei suoi scritti. Si può leggere, scritto di suo pugno, che : “gli ospedali sono istituzioni per la propagazione del peccato. Andare a consultare il medico e curare allevia il corpo, ma indebolisce lo spirito “.
    Nel nome dei suoi principi lasciò sua moglie morire, per mancanza di iniezioni di penicillina, poiché considerava l’endovenosa come “un’aggressione violenta contro il corpo”.
    Di ritorno in India, Gandhi seppe farsi apprezzare dalle masse. Facendo leva sulla religione ed i suoi simboli, conquistò il rispetto con il suo modo di vita semplice, i viaggi in vagoni di terza classe, che sembravano contrastare con il modo di vita degli altri dirigenti del partito del Congresso. Avendo abbandonato il vestito inglese per un semplice pezzo di tessuto fatto con le sue mani, non aveva l’aspetto abituale dei borghesi del partito del Congresso, vestiti all’occidentale e che non perdevano occasione per sfoggiare la loro ricchezza.
    Questa immagine di povertà che Gandhi voleva offrire alle masse povere era, precisamente, soltanto un’immagine. L’autore-giornalista Tibor Mende ha riportato nel suo lavoro “l’India di fronte alla tempesta” : “Il fatto che Gandhi abitasse spesso una residenza lussuosa, ospite di uno dei più grandi industriali dell’India (Birla), non disturbava l’immagine che milioni di indiani si erano fatti del loro capo; non più d’altronde delle spese straordinarie fatte per preservare e trasformare i vagoni di terza classe nei quali faceva viaggi spettacolari, o per ricostruire quartieri interi di stamberghe quando restava tra gli intoccabili” . Lo stesso Birla sborsava le 50.000 rupie annuali che facevano vivere Ashram, la piccola Comunità che viveva intorno a Gandhi. Per l’industriale Birla, quest’investimento nella persona di Gandhi si rivelò particolarmente proficuo in seguito.
    Il talento – per così dire – di Gandhi risiedeva nella sua capacità straordinaria di fuorviare le masse. La popolazione povera, che crepava di miseria, ed era sull’orlo dell’esplosione, poteva identificarsi in quest’uomo scarno ed nella sua dottrina non violenta, cosa che non avrebbe potuto verificarsi con un notabile indiano.
    Appena arrivato in India, e nonostante le sue professioni di fede non violente, Gandhi sostenne la Gran Bretagna durante la prima guerra mondiale e si lanciò anche in una campagna di reclutamento di soldati indiani.

  • Tonguessy

    “esortava semplicemente i poveri alla pazienza ed all’accettazione della loro sorte fino alla loro futura reincarnazione.”
    Ah, il Karma! Sempre lo stesso indipendentemente dalla religione, indù o buddista. Fortunati noi che non ce l’abbiamo. O no?

  • anonimomatremendo

    Un minimo di luciditá storica dovrebbe portare alla conclusione che la ripugnanza morale di Gandhi di fronte alla violenza altro non era che il riflesso della paura della borghesia indiana di fronte alle proprie masse,ma qui entriamo in un altro discorso.I fatti storici sono sotto gli occhi di tutti,ognuno poi li prenda come vuole.

  • anonimomatremendo

    Avrá anche il capitalismo il suo karma?Speriamo proprio di no. 😉

  • marcopa

    Se avete tutte queste certezze penso non vi interessi sapere altro. Non capisco pero’ che cosa vi infastidisce di Gandhi, forse il fatto che il suo pensiero e le sue azioni hanno retto piu’ del socialismo reale ? Non temete, Stalin sara’ sicuramente rivalutato…quasi sicuramente.

  • Tonguessy

    L’accordo era che io portavo i miei dati e tu portavi i tuoi. Reagire con questi inutili sofismi non serve a nessuno. Comunque se vuoi tenerti l’idea di Gandhi valoroso pacifista e Madre Teresa guaritrice di bambini fai pure.
    I dati restano quelli che sono, purtroppo per te. Tutto ben documentato.

  • anonimomatremendo

    Non fraintendiamo,se c´é qualcuno qui profondamente antistalinista é il sottoscritto.Comunque se i fatti riportati sono veri,e sono veri,non capisco perché Gandhi dovrebbe starmi simpatico.Sarebbe interessante invece verificare se tali fatti siano reali e non semplicemente il frutto dell´ immaginazione di qualche invidioso.Buona ricerca.

  • Tonguessy

    Per quanto mi concerne il motto che troneggia su CDC “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero” iscritto sotto l’altra massima “arm yourself with information” sono delle necessità esistenziali.

    Nutro una profonda riconoscenza nei confronti di quei giornalisti (Michael Parenti in primis) che hanno saputo portare elementi di investigazione normalmente evitati dai media mainstream, e che mi hanno così aperto gli occhi su certe verità.
    Anch’io, come molti vedo, credevo nella “bontà”, nello “spirito di fratellanza” e via dicendo così ampiamente propagandati tramite i soliti miti che, ad una indagine più approfondita, mi sono crollati però miseramente addosso.
    Il Dalai Lama come Gandhi, come Teresa di Calcutta: tutte truffe mediatiche pompate ad arte per far apparire e quindi credere quello che non è mai stato e nascondere nel contempo le vergognose verità sottostanti.
    Quando si toccano quei valori su cui una persona ha poco saggiamente poggiato parte della propria esistenza (tutta, nei casi peggiori) succede l’inevitabile. Documentarsi e armarsi di informazioni, arrivati a quel punto, viene prontamente sostituito da credere, obbedire e combattere e accordare il proprio pensiero alla verità repentinamente abdicato in favore di una cieca osservanza dei dogmi.
    Succede così che salti fuori l’intero repertorio di sofismi e paralogismi conditi con l’immancabile riferimento al Male assoluto (Hitler, Stalin, Pol Pot e avanti così).

    Dejà Vu.