Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org
Anima e corpo, spirito e carne, pensiero e materia Anima o corpo, spirito o carne, pensiero o materia
Da tempo immemorabile l'uomo si interroga sul rapporto che intercorre tra la spiritualità e la vita materiale. Volendo affrontare tale questione a nostra volta, è importante tenere bene a mente che l'uomo appartiene a una specie animale, seppur molto evoluta. Prendiamo nota intanto che, dopo tremila anni di riflessioni sull'argomento, esso non si sposta dal piano delle congetture a quello delle certezze e si pone ancora oggi come un interrogativo esistenziale in continuo divenire.
Potremmo quasi dire che, sottraendosi alla naturale logica umana che tende alla catalogazione del sapere, l'anima costituisca più una fonte d'ispirazione per la letteratura e l'arte che una riconosciuta materia di studio. Ed è infatti l'influsso che essa esercita sulla creatività umana che ci spinge a scrivere queste righe, non senza aver prima speso un ampio preambolo su quel che rappresenta la spiritualità e la relazione tra anima e corpo nella quotidianità.
Ma andiamo con ordine e facciamoci le domande giuste, per quanto banali: cos'è l'anima? Cos'è la spiritualità? Naturalmente non abbiamo la presunzione di dare una risposta definitiva; pensiamo invece, molto modestamente, di proporre alcune considerazioni che speriamo non siano troppo risapute. Ricorrendo alla fantasia e azzardando una risposta d'istinto, potremmo dire che l'anima è l'"oggetto" mobile e cangiante della nostra interiorità, mentre la spiritualità è il divenire che disegna tale oggetto.
Ma la spiritualità e l'anima non sono la stessa cosa per tutti, bensì cambiano a seconda dei vari punti di vista, riconducibili fondamentalmente a due: quello del pensiero religioso monoteista e quello del pensiero filosofico. Sicuramente, infatti, la religione e la filosofia hanno posto all'attenzione degli uomini l'argomento più di altre attività afferenti l'esperienza umana. L'accordo o la contrapposizione tra la cura della spiritualità e la pratica del corpo è un conflitto la cui genesi è da individuare, per noi, nella storia delle religioni, che hanno plasmato nel tempo il carattere della maggior parte degli uomini.
A noi questa divisione tra due istanze esistenziali sembra del tutto inopportuna e riduttiva. I confini tra corpo e anima sono assolutamente indefinibili, e stabilire dove inizi l'uno e finisca l'altra è impossibile. Non ci convince affatto, in special modo, l'idea che in alcuni ambiti della cultura e della vita quotidiana - facendo sempre riferimento al peso che la fede ha avuto nel tempo - la spiritualità vanti una specie di primato o, chiamiamolo pure, marchio di qualità superiore, eticamente parlando, rispetto alle manifestazioni fenomenologiche inerenti la materia.
I termini spiritualità e anima sono effettivamente tra i vocaboli più "esibiti". Ma proprio in virtù del lento lavorio di appropriazione indebita che le religioni hanno perpetuato nei secoli su tale tema, ci pare che si sia stabilita tra gli uomini una sorta di quotidiana doppia morale.
Un agire che riporta alla mente il popolare detto: predicare bene ma razzolare male, seppur con molti distinguo. È comunque sotto gli occhi di tutti che viviamo in una forma diffusa d'ipnosi che permette di tacitare le coscienze proprio in virtù del mantra che vede gli uomini ripetersi di essere titolari di spirito e anima, e quindi immuni dalle intemperanze umane. Ma la verità dei fatti è che il materiale con cui la realtà è edificata è fatto per lo più di individualismo ed egoismo esasperati.
Questo duello tra il bene (l'anima) e il male (il corpo) relega in un angolo il libero arbitrio, mortificando pesantemente il pensiero critico e impedendo spesso, paradossalmente, agli individui di poter godere proprio della spiritualità insita in loro. E quando diciamo "loro", intendiamo tutti, anche i peggiori tra gli uomini. Non vogliamo certo demonizzare la fede, ma pensiamo che i dogmi ci chiudano gli occhi su una questione che ha invece bisogno, per essere affrontata, di uno sguardo libero.
Crediamo che la spiritualità sia l'anelito dell'uomo che prescinde da ogni possibilità di costrizione. Potrebbe addirittura darsi una forma di trascendenza da noi non meglio identificata che ripudia l'ipotesi riduttiva dell'appartenere a una sola visione. Neanche la filosofia può intestarsi la patente di attività umana più adatta a definire l'anima, anche se proprio questa disciplina rappresenta per la nostra sensibilità un modo più convincente di avvicinarsi al cuore della questione.
Partendo proprio dalla filosofia, accogliamo alcune considerazioni di Aristotele, tra cui quella di ritenere indiscutibile l'inseparabilità dell'anima dal corpo. Come lui, crediamo altresì che di anima siano dotati anche gli animali e le piante. Questo prospetterebbe un universo più variegato, articolato e in definitiva più vivo, sottraendo l'uomo all'onere di detenere il monopolio dell'interazione col mondo, che avrebbe potuto tradursi in una sconfinata solitudine cosmica.
Se l'anima è il motore, il corpo è la macchina che ne traduce la volontà in azione concreta. Ad ogni modo, a rendere attraente la disputa sull'anima è in buona parte la possibilità che tale questione, una volta sottratta a una diatriba manichea, possa aprire a una serie infinita di ipotesi di cui beneficiano la dialettica e l'immaginazione, sollecitando la creatività umana.
Ad avvalorare la nostra idea ha contribuito, secoli dopo Aristotele, anche Nietzsche, la cui posizione è quella di ritenere - come il filosofo greco - l'indissolubilità di anima e corpo, attribuendo però a quest'ultimo un'importanza fondamentale ed esaltandone le funzioni sensoriali. Egli rivendicava questa unità precisando che era proprio il corpo a permettere ogni modalità comunicativa, gestuale e posturale utile a perfezionare la prassi del linguaggio.
La carne e l'anima si riflettono l'una nell'altra grazie al corpo, costituendo così la metafora dell'integrità umana. Oltretutto, Nietzsche vedeva nell'atto del corpo che genera i sensi un fondamento primario di conoscenza dell'esistenza, che dota l'uomo della consapevolezza necessaria ad affrancarsi dalla vergogna della sua stessa fisiologia. L'uomo secolarizzato, liberato dall'illusione che la mortificazione corporale lo avrebbe destinato alla vita eterna, può finalmente godere dei propri sensi e valorizzare le prerogative del corpo conferendogli la funzione di mezzo di espressione, soprattutto artistica.
Veniamo qui alla questione che ci sta più a cuore: il peso dell'anima nel processo creativo. Secondo noi, è proprio nell'espressione artistica che la spiritualità risulta essere l'elemento dominante dell'agire umano. La sindrome di Stendhal è la dimostrazione che nell'arte si manifesta più che altrove la vita dello spirito, che per diffondere la sua eco utilizza come strumento la materia del corpo. Quanta emozione ci travolge davanti a un tramonto acceso o a un'alba nascente?
Ecco, solo l'arte può replicare un turbamento così travolgente; e ciò avviene sia per chi l'arte la guarda, sia per chi la produce. È anche vero che la ricezione del carico emotivo veicolato dall'opera cambia da persona a persona; al sottoscritto, ad esempio, può procurare una vertigine emotiva un'opera che ha meno impatto per altri, e viceversa. Ma fatte salve alcune differenze, l'arte (e qui intendiamo l'arte moderna) è la chiave che apre la porta delle nostre stanze segrete, quelle dove l'anima si mostra in tutta la sua nudità.
Non è stato sempre così, però. L'interiorità dell'artista nella storia dell'arte non ha avuto sempre la stessa importanza e non è sempre stata l'elemento determinante per il risultato finale. Ciò è avvenuto, con alcune eccezioni precedenti, dal Romanticismo in poi, epoca in cui i canoni a cui era assoggettato in passato l'artista sono saltati.
Al posto di una creazione basata sull'osservanza rigida di regole condivise, si è passati a un'elaborazione più personalistica dell'opera d'arte, in cui la sensibilità individuale prendeva il sopravvento lasciando una inaspettata libertà d'azione. Pensiamo, a tal riguardo, a un'opera simbolo come "Il viandante sul mare di nebbia" di Caspar David Friedrich.
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Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich[/caption]
Ci viene in mente anche Turner, coetaneo di Friedrich e, a nostro parere, primo pittore a superare l'impostazione tradizionale per imporre una personalissima creatività formale da cui trasuda la sua intima spiritualità. Ma solo poco più tardi divenne palese che la materia più importante per la vita dell'arte fosse lo spirito, ovvero all'inizio del ventesimo secolo.
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William Turner, La nave negriera[/caption]
Nelle avanguardie del Novecento, la questione della spiritualità ha assunto un'importanza preminente. A questo proposito individuiamo in alcune correnti, più che in altre, la rilevanza assoluta dell'interiorità come faro della creazione, e pensiamo soprattutto all'Espressionismo.
In questo movimento, la proiezione del proprio mondo interiore verso l'esterno è evidente. Da Van Gogh in poi, la cui arte è paragonabile a una lunga preghiera laica, la forma naturalistica è stata sminuita e praticamente abbandonata. Ciò accadde nel momento stesso in cui l'intento degli artisti divenne quello di svelare in modo diretto la propria verità intima: l'anima. Nel caso dell'artista olandese, siamo convinti che proprio la sua vicenda personale e il travaglio interiore siano stati il vero motivo del successo postumo, ancor più del valore intrinseco dell'opera. Ciò che ci cattura della sua vicenda è l'indole che lo spinge con tenacia a ricercare le tracce del divino nella quotidianità, specialmente tra i più umili (pochi dipinti sono commoventi come "I mangiatori di patate").
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Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate[/caption]
In seguito, l'eredità di Van Gogh venne raccolta dai primi movimenti espressionisti: "Die Brücke" in Germania e i "Fauves" in Francia. Furono tali movimenti a mettere in pratica la rottura degli schemi tradizionali per porre l'arte al servizio di un'espressione che svelasse pienamente la vita profonda dell'artista. Il colore e la forma non furono più utilizzati per rappresentare la realtà oggettiva, ma quella intima. Ciò pose le basi per la nascita di opere che da lì a poco costituirono il viatico per la realizzazione dell'astrattismo di Wassily Kandinsky.
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Wassily Kandinsky, Acquarello[/caption]
Nel 1911 venne pubblicato "Lo spirituale nell'arte", il tentativo dell'artista russo di teorizzare che l'unica arte possibile fosse quella che mette sulla tela ciò che l'artista sente piuttosto che ciò che egli vede. Egli stabilì inoltre che tra pittura e musica vi fosse una relazione più stretta che tra altre forme d'arte, proprio per il carattere immateriale di quest'ultima. In parole povere, meno realtà esteriore corrisponderebbe a più realtà interiore e quindi a più verità.
Se possiamo essere d'accordo con alcuni aspetti di questa visione, come l'importanza del colore votato a rappresentare la sensibilità, dobbiamo avanzare riserve rilevanti scendendo nel particolare. In contrapposizione con la nostra idea che anima e corpo abbiano la stessa dignità, Kandinsky ipotizza che la materia e il mondo visibile costituiscano un ostacolo alla piena realizzazione dell'opera.
La sua convinzione che l'uomo contemporaneo vivesse in un ambiente troppo materialistico, a cui dovrebbe conseguire il bisogno di rivolgersi esclusivamente all'interiorità, ci pare una conclusione piuttosto naïf. Sorge spontanea una riflessione: come reagirebbe oggi prendendo nota del vuoto pneumatico in cui siamo immersi?
Augurerebbe a tutti il ritiro nel deserto? Riteniamo che già all'epoca fosse errato attribuire alla pura forma un'assonanza con l'intimità superiore a quella di una figura riconoscibile; in fondo, un triangolo non rappresenta la nostra interiorità meglio di quanto faccia una figura umana. Se per la musica possiamo approvare le sue teorie, questo non vale per la pittura, che per concretizzarsi deve passare necessariamente dalla materia.
In quegli anni compaiono le opere di De Chirico (influenzato da Nietzsche), che costituiscono un esempio unico di come l'opera possa riflettersi direttamente nel lato più celato dello spettatore, o per meglio dire, nella quota di inconscio collettivo che abita ognuno di noi. Al cospetto della sua pittura siamo travolti da una sensazione di straniamento così forte da assumere l'aspetto di una malattia dei sensi.
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Giorgio De Chirico, Enigma di un pomeriggio d'autunno
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È come se la sua arte ci svelasse un aspetto dell'universo che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi senza mai percepirlo. Con cosa comunica l'arte di De Chirico se non con le terre lontane della nostra intimità, talmente distanti dalla ragione da risultare sconosciute persino a noi stessi? Tutta la produzione artistica dall'inizio del Novecento fino agli anni '60 si potrebbe definire come una corsa ininterrotta ad esplorare gli anfratti dell'anima contemporanea, provocata da una libertà mai registrata precedentemente.
Anche la psicoanalisi si è posta il compito di analizzare la spiritualità nell'arte, con riferimenti a Freud e a Jung. Abbiamo trovato molto interessante il pensiero di Massimo Recalcati, la cui visione ripudia la spiritualità intesa come oasi di serenità o rifugio dal mondo. A questa spiritualità "salvagente" egli contrappone un sentimento di accoglienza dell'esistente con tutto il suo carico di dolore. Solo attraverso lo stupore di fronte alla miseria e alla bellezza della vita può generarsi il mistero della spiritualità. Ma è conciliabile la cura della nostra anima con la perenne razionalizzazione che l'uomo contemporaneo mette in campo?
A nostro avviso, le due cose sono spesso del tutto inconciliabili. La nostra convinzione è che il pensiero troppo incline alla razionalità allontani l'uomo dal suo lato più intimo. L'ansia di ragione che possedette l'arte concettuale ci appare ora come una vera e propria camicia di forza in cui la spiritualità fu ridotta al minimo per asfissia. L'Arte Povera, in particolare, ridusse a zero la possibilità che l'istintualità partecipasse alla costruzione dell'opera. La fiducia cieca nel potere dell'intelletto sostituì l'irrazionale e il sublime, quasi in ossequio a un nuovo positivismo.
Eppure, anche nel marasma di quegli anni, si manifestarono lampi di spirito in forme come la Body Art. Qui l'inseparabilità tra materia (il corpo) e spirito appare come precondizione imprescindibile. Nel caso di Orlan, possiamo dire - contraddicendo le sue stesse dichiarazioni in cui afferma che esiste solo il corpo - che è proprio la sua anatomia a farsi voce dell'intelletto. Il ricorso alla chirurgia estetica serve a dirci che la bellezza convenzionale è una trappola per la libertà, specialmente femminile; una finta virtù calata dall'alto per instaurare il consumismo compulsivo.
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Orlan, Le baiser de l'artiste[/caption]
Le modificazioni fisiche a cui si è sottoposta sono un'azione stoica, spia della fermezza nel comunicare il suo punto di vista. Sarebbe possibile ciò senza una carica spirituale dirompente? Anche Marina Abramović utilizza il corpo per scandagliare l'essenza dell'essere attraverso sollecitazioni che superano i confini fisici e mentali. In fondo, questi artisti sono accomunabili ai primi cristiani che si sacrificavano in nome di una fede. La loro "religione" è l'immensa fiducia nell'arte come mezzo per ritrovare il nesso con il proprio spirito: la realizzazione della catarsi.
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Marina Abramovic, The artist Is present[/caption]
Dalla fine degli anni Settanta, la ricerca di una motivazione personale che spinga ogni artista a ritrovare il senso del fare arte diventa una rapida inarrestabile. La nuova figurazione, o "nuovo neoespressionismo", è testimonianza di questo trend. Tuttavia, essa sta assumendo oggi i contorni di un déjà-vu, rivelando caratteristiche tipiche della coazione a ripetere. La spinta vitale che ha visto la pittura tornare a parlare il linguaggio dell'anima rischia di finire in una secca creativa. Rileviamo un'uniformità di proposte scoraggiante, un ininterrotto "parlarsi addosso" visibile soprattutto sui social e su Instagram.
Per chiudere, citiamo un passo della prefazione del libro di Cesare Brandi "La fine delle avanguardie" (1949), che descrive perfettamente la realtà attuale: il capitalismo ha incorporato ogni forma di attività creativa come se appartenesse al mondo della moda. L'arte sembra divenuta lo spazio di una socializzazione dello spirituale nell'epoca del disincanto; le esposizioni sono diventate pratiche rituali che assomigliano a esercizi spirituali. In questa situazione, la comunicazione si è appropriata della bellezza ponendola al servizio della pubblicità.
Tornando a ciò che scrivevamo all'inizio, la spiritualità, ma solo nella sua parvenza e non nella sua sostanza, dilaga nel mondo contemporaneo. Ciò rappresenta la difficoltà più grande per chi si prefigge di ritrovare una vera e sincera passione in grado di generare un'arte che soddisfi il nostro desiderio di senso e di bellezza.
Rappresenta un problema insormontabile se ci si vuol rifiutare di vivere in un distopico reality, sceneggiato e diretto da poteri alieni all'indole umana.
Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org
25.12.2025
gix 26 dicembre 2025
Non mi pare di vedere in giro un gran dibattito sull'anima e l'arte, sarà perchè il momento natalizio corrisponde ad uno dei più alti picchi di materialità corporea dell'anno, nonostante la ricorrenza della nascita dell'entità spirituale per eccellenza. Se volessimo fare un veloce ripasso ripartendo dalle basi, si potrebbe dire che siamo tutti abbastanza d'accordo sull'affermazione che il corpo di per se sarebbe un fagotto inerte se dentro non ci fosse qualcosa (o qualcuno...) che ne dirige le azioni e le emozioni. Di certo il corpo, da solo, non sa che farsene delle emozioni suscitate dall'arte. Ma un interrogativo vero riguarda la natura e la gestione delle emozioni, che caratterizzerebbero la coscienza, intendendo con essa il complesso delle prerogative intellettuali e immateriali dell'uomo. Da una parte ci viene detto che le emozioni sono fondamentali per consentire all'uomo di vivere una via degna di essere vissuta e per poter apprendere qualcosa di importante da questa. Dall'altro ci viene detto che la coscienza umana, per acquisire consapevolezza e quindi accrescere il proprio valore, deve in qualche modo distaccarsi dalle emozioni, o quanto meno essere in grado di governarle. Si parla quindi di centratura, di partecipato distacco, ma, al momento, pare che siamo fermi a questo bivio; forse le emozioni non serviranno più, altrove, o ad un certo punto. Si potrebbe obiettare che, superato il bivio, le emozioni (anche quelle derivanti dalla contemplazione artistica) non avranno nulla a che vedere con quelle che abbiamo conosciuto nella materia: sarà anche vero, ma aspetto sempre qualcuno che sia in grado di spiegarci (in maniera chiara e convincente) in che modo potremo acquisire sensazioni ed informazioni provenienti dall'esterno, qualunque esso sia.