La vita dopo Putin

Dmitry Orlov
cluborlov.blogspot.com

Due giorni fa [l’articolo è del 17 gennaio] Vladimir Putin ha tenuto il suo discorso annuale davanti all’Assemblea della Federazione Russa e, da allora, ho continuato a ricevere e-mail e commenti da parte di persone che mi chiedevano di spiegare quale fosse il vero significato della sua relazione. Non voglio fare ipotesi sulla profondità del vostro interesse per i problemi della Russia e quindi, per farvi risparmiare tempo, permettetemi di iniziare fornendo un breve riepilogo esecutivo: Putin si dimetterà da presidente alla fine del suo attuale mandato, che terminerà nel 2024, a meno che non si tengano elezioni anticipate, ma il sistema da lui istituito rimarrà in vigore. In sostanza, la vita dopo Putin sarà ancora Putin con un nome diverso. Se questo è tutto ciò che vi interessa, ora potete smettere di leggere.

Se invece vogliamo approfondire, dobbiamo fare una distinzione tra Putin come uomo e il sistema di governo da lui costruito negli ultimi 20 anni. C’è sempre qualcosa di cui lamentarsi, ma, nel complesso, [questo sistema] si è rivelato abbastanza efficace. Durante il periodo in cui Putin è rimasto al potere, la Russia ha risolto i suoi problemi interni di separatismo e di terrorismo, ha messo a freno l’oligarchia predatoria, ha ripagato praticamente tutti i suoi debiti esteri, compresi quelli ereditati dall’URSS, ha visto crescere la sua economia di un fattore sei (la Cina di cinque e gli USA di uno), ha riacquistato la Crimea (che faceva parte della Russia fin dal 1783), ha ricostruito le forze armate al punto che la sicurezza internazionale non è più una delle sue preoccupazioni principali e la società ha raggiunto un livello generale di benessere che non ha eguali in tutta la storia russa.

Il sistema di governo che aveva costruito ha funzionato bene con lui stesso a capo del governo, ma richiederà alcuni aggiustamenti per poter funzionare altrettanto bene con i futuri presidenti, che potrebbero non essere alla sua altezza. Riconoscendo questo fatto, mercoledì scorso Putin ha dato inizio ad una revisione limitata della Costituzione Russa. Oltre ad una serie di piccole variazioni che limiteranno i poteri del Presidente e conferiranno maggiori poteri al Parlamento, in modo da assicurare migliori controlli ed un sistema più democraticamente reattivo, ci sono alcune proposte di modifica che spiccano tra le altre:

• La parola “consecutivi” sarà cancellata dall’articolo 81.3: “La stessa persona non può essere eletta Presidente della Federazione Russa per più di due mandati consecutivi.” Questa formulazione creava una scappatoia che Putin aveva debitamente sfruttato: dopo essere stato in carica per due mandati, aveva saltato un’elezione e poi era stato eletto per altri due. Questa scappatoia ora non esisterà più.

• L’articolo 14.4 è piuttosto curioso. Dice, in parte: “Se un trattato o un accordo internazionale sottoscritto dalla Federazione Russa impone regole contrarie alla legge [russa], verranno applicate le norme internazionali.” Questo crea una breccia nella sovranità russa, che consente ad entità straniere di scavalcare la legge russa. Questa breccia sarà ora chiusa.

• I cittadini con doppia cittadinanza e i titolari di permessi di residenza stranieri non potranno più ricoprire incarichi ufficiali all’interno della Federazione Russa. Inoltre, saranno richiesti 25 anni di cittadinanza russa per chiunque si candidi alla presidenza, invece degli attuali 10. Questo potrà sembrare un piccolo cambiamento, ma sta facendo strappare i capelli e digrignare i denti ai militanti della quinta colonna russa e ai membri dell’opposizione liberale, perché la maggior parte dei loro rappresentanti attuali verrà automaticamente esclusa dalla carica, mentre quelli futuri saranno costretti a scegliere tra servire la Russia o avere un piano per tagliare la corda. Più nello specifico, visto il loro nuovo status di outsider, i loro padroni occidentali li considereranno inutili, smetteranno di far arrivare i finanziamenti e non offriranno più corsi gratuiti di cambio di regime. Questo approccio sarà sicuramente più efficace di quello attuale, più laborioso, di giocare a nascondino con le ONG finanziate dall’estero e con gli agenti stranieri che tentano di infiltrarsi nel governo russo. Personalmente, mi mancherà non vedere più in giro alcuni di questi farabutti. Ci hanno fatto divertire un sacco, aggiungendo un elemento di pura pazzia a quello che altrimenti sarebbe stato un processo politico piuttosto flemmatico e attento ai dettagli.

• Il Consiglio di Stato, che attualmente è un organo consultivo extracostituzionale, sarà ora iscritto nella Costituzione e sarà dotato di alcune prerogative costituzionali. Forse è qui dove Putin passerà alla scadenza del suo attuale mandato di Presidente, per servire come statista anziano e fare da arbitro tra i vari rami del governo. Il Consiglio di Stato potrebbe colmare il grande divario che attualmente esiste tra il livello federale e quello regionale. Ci sono numerosi problemi che non possono essere affrontati efficacemente a livello regionale e che, data la vastità del territorio, non possono essere risolti nemmeno a livello federale. [Questa modifica alle prerogative del Consiglio di Stato] potrebbe anche consentire una transizione più agevole alla vita dopo Putin, come è successo di recente in Kazakistan, dove Nursultan Nazarbayev  si è dimesso da presidente ed è passato a far parte del Consiglio di Sicurezza.

• Altre piccole aggiunte alla Costituzione Russa hanno a che fare con il rafforzamento della definizione della Federazione Russa intesa come “stato sociale“. La Russia, in quanto entità sovrana, ha uno scopo specifico: servire e assicurare il benessere dei suoi cittadini, come già sancito dall’articolo 7: “1. La Federazione Russa è uno stato sociale la cui politica è volta a creare le condizioni per una vita degna e il libero sviluppo della popolazione. 2. Il lavoro e la salute della popolazione devono essere protetti, devono essere fissati i salari e gli stipendi minimi garantiti, deve essere assicurato il sostegno statale alla famiglia, alla maternità, alla paternità e all’infanzia, alle persone con disabilità e agli anziani, dovrà assere sviluppato un sistema di servizi sociali e dovranno essere stabilite pensioni statali, indennità ed altre garanzie di sicurezza sociale.

Fin qui tutto bene, ma è un po’ vago. I cambiamenti proposti assicureranno che i redditi e le pensioni siano tali da garantire a tutti condizioni di vita dignitose. Ci sono anche proposte di modifiche legislative a quello che viene chiamato il “capitale materno,” per rendere finanziariamente attraente avere più di due bambini. La situazione demografica in Russia non è così terribile come negli anni ’90 e, di sicuro, è molto meno grave di quella dell’Europa occidentale, le cui popolazioni native sono destinate ad una rapida estinzione, ma resta il fatto che, per raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, la Russia avrà bisogno di molti più Russi. Il governo russo ha i soldi da spendere per queste iniziative e, per portare a termine il lavoro, bisognerà dare la sveglia alle burocrazie federali e regionali. Elencare in dettaglio le garanzie sociali proprio nella Costituzione è un buon modo per portarlo a termine.

Putin ha proposto che le modifiche costituzionali vengano votate in un referendum. Al di là della trasparenza procedurale e dell’effetto legittimante di questo esercizio, è certo che [un referendum] susciterebbe molto più interesse e partecipazione civica da parte del pubblico, aumentando le probabilità che i burocrati russi, da sempre sonnolenti (soprattutto nelle regioni lontane), siano spinti ad agire più rapidamente per ottemperare  alle nuove diaposizioni.

Tutto questo è abbastanza positivo, eppure, come avreste potuto sospettare, c’è qualcosa che mi sento di criticare. Ci sono tre elementi che, secondo me, mancano nei cambiamenti costituzionali appena proposti: lo status nominale di nazione per i Russi, il loro diritto al ritorno e il diritto all’autodeterminazione per le regioni di fatto indipendenti da lungo tempo.

In primo luogo, i Russi sono una nazione senza patria. Se questo vi sembra strano, è perché lo è. All’interno della Costituzione Russa, ci sono solo due usi della parola “russo“: “Federazione Russa,” che è definita come “stato multinazionale” e “lingua russa,” che è la sua lingua ufficiale insieme a numerose altre, ma non c’è nessun riferimento ad un “popolo russo.” I Russi etnici costituiscono circa i due terzi della popolazione, eppure nessuna parte della Federazione Russa, né la sua totalità, è propriamente loro.

Paragonate questa situazione a quella degli Ebrei: non solo hanno lo Stato di Israele, che è definito come uno “stato ebraico,” ma hanno anche una Regione Autonoma Ebraica all’interno della Federazione Russa, in cui tornare se l’esperimento israeliano non funzionasse (ancora una volta). Birobidzhan (la capitale della Regione Autonoma Ebraica) è molto più carina di Babilonia, e il suo reggente, Alexander Levintal, professore di economia ed autoctono, è molto più umano di Nabucodonosor.

Parte di questo atteggiamento sprezzante nei confronti dei Russi è un’eredità della Rivoluzione Russa. I rivoluzionari comunisti, in particolare Lenin e Trotsky, consideravano il popolo russo come legna da ardere per alimentare il falò della rivoluzione mondiale, guardavano con più favore gli altri gruppi etnici e combattevano lo “sciovinismo russo.” Stalin era rapidamente sceso dal carrozzone della rivoluzione mondiale, ma la russofobia bolscevica aveva risollevato la sua brutta testa sotto Krusciov e Breznev. Poiché gran parte della leadership russa degli anni ’90, quando era stata redatta l’attuale costituzione, aveva iniziato la carriera nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica, [durante la sua stesura] era prevalso questo stesso atteggiamento.

Un altro fattore che aveva influenzato la decisione di escludere dalla Costituzione Russa qualsiasi menzione dei Russi ha a che fare con la ben fondata paura del nazionalismo etnico russo. Il nazionalismo è davvero un fenomeno orribile ed altamente distruttivo, come dimostra lo sciovinismo nazionalistico attualmente osservabile in un certo numero di paesi dell’ex blocco orientale, tra cui Ucraina, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. L’Ucraina, con le sue sfilate naziste, è oltre l’orribile, ma anche la Bielorussia, la cui popolazione è praticamente solo russa, ha la sua folle frangia di estremisti nazionalisti, che fanno del loro meglio per agitare le acque. All’interno della Federazione Russa c’era, un tempo, un movimento nazionalista, ma è stato eliminato. L’ultima volta che avevo controllato, alcuni dei suoi membri più radicalizzati stavano ancora scontando lunghe pene detentive per attività terroristiche.

Con l’ideologia internazionalista comunista morta e sepolta e la minaccia nazionalista all’interno della Russia ora assolutamente sotto controllo, è forse giunto il momento di affrontare lo strano problema dei Russi come nazione senza patria, sancendo nella Costituzione Russa il diritto dei Russi ad essere considerati la nazione titolare dell’intera Federazione Russa. Sarebbe anche utile qualche ripasso della cultura russa. Il russo è riconosciuto come lingua ufficiale comune, ma senza l’ispirazione della cultura russa, sviluppatasi nel corso di un migliaio di anni, si ridurrebbe ad un conglomerato di caratteri cirillici e il livello del discorso comune risultante sarebbe di infimo livello.

Fatto questo, il prossimo passo naturale è riconoscere, direttamente all’interno della Costituzione Russa, il diritto al ritorno, un principio riconosciuto nel diritto internazionale e consacrato nelle convenzioni internazionali. Nella legislazione russa è attualmente previsto nei modi ad hoc da una combinazione di leggi amministrative e di ordini presidenziali specifici, ad esempio concedendo privilegi speciali ai Russi all’interno dell’Ucraina o della Bielorussia e negando gli stessi diritti ai Russi che vivono altrove. E’ certo che, dall’emanazione di queste agevolazioni, mezzo milione di persone provenienti da questi due paesi hanno ricevuto passaporti russi.

Questo approccio su misura era giustificato dalla terribile situazione dei Russi nell’Ucraina Orientale, ma, in generale, il diritto al ritorno dovrebbe essere concesso in base alla persona e non al luogo di residenza. Concedere questo diritto a tutta l’enorme diaspora russa, che era stata in parte creata dalla dissoluzione dell’URSS (quando molti Russi si erano ritrovati dalla parte sbagliata di un confine amministrativo sovietico completamente artificiale trasformatosi da un giorno all’altro in frontiera internazionale) e, per il resto, dall’enorme fuoriuscita di emigranti durante i disastrosi (dal punto di vista economico e sociale) anni ‘90, aiuterebbe a risolvere il deficit demografico della Russia.

L’ultimo e forse più controverso suggerimento che vorrei formulare è quello di prendere in considerazione la messa a punto, nell’ambito della legge, di procedure costituzionali per l’autodeterminazione politica, un principio legale parimenti riconosciuto a livello internazionale. I confini della Federazione Russa sono, in alcuni casi, il prodotto finale di una serie di errori commessi durante l’era sovietica. Durante l’era post-sovietica, alcuni di questi sono stati risolti, in un certo senso, e le regioni in questione sono diventate, di fatto, indipendenti: la Transnistria si è separata dalla Moldavia ed è di fatto indipendente da 28 anni; l’Abkhazia dalla Georgia da 26 anni; l’Ossezia del Sud dalla Georgia da 12; Donetsk e Lugansk dall’Ucraina da sei. Per molti aspetti stanno già funzionando come parti della Federazione Russa. Ma non esiste un meccanismo costituzionale per risolvere legalmente questa situazione, che permetta l’autodeterminazione del loro status in conformità con il diritto internazionale e che consenta loro di presentare una petizione alla Federazione Russa per esserne accettati.

Quando si tratta di problemi di autodeterminazione, abbondano i doppi standard. Quando il Kosovo si era separato dalla Serbia, non era stata seguita nessuna specifica procedura democratica, eppure non c’erano state domande, anzi non erano state neanche ammesse. Ma quando la Crimea aveva votato in modo schiacciante per staccarsi dall’Ucraina e ricongiungersi alla Russia, questo era stato considerato illegale e aveva portato a sanzioni internazionali che, a tutt’oggi, sono ancora in vigore. Dato l’estremo livello di rancore che la questione suscita a livello internazionale, questo potrebbe essere un obiettivo estremo, ma, ad un certo punto, si dovrà arrivare ad una soluzione per la regolarizzazione dello status di territori che, di fatto, sono indipendenti da decenni e per la loro successiva inclusione, assolutamente volontaria, nella Federazione Russa.

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com
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17.01.2020