La recita collettiva del Covid: ipnosi di massa su 7 miliardi di cavie

Di Truman

Comedonchisciotte.org

La recita collettiva del Covid mi ricorda molto Frederick Pohl, quando raccontava gli studi sull’ipnosi e mostrava come quasi tutti fossero sensibili all’ipnosi applicata come se fosse un gioco, una recita.

Anche “L‘Onda”, film che illustra le dinamiche totalitarie, mostra effetti analoghi.

Nello stesso filone rientra l’esperimento di Stanford.

Alcune definizioni:

  • Ipnosi: stato psicofisico simile al sonno, provocato artificialmente con determinate tecniche, nel quale la percezione della realtà e la capacità di muoversi e di reagire da parte del soggetto sono condizionate dalla volontà dello ipnotizzatore. [derivato dal greco hypnos, “sonno” + “-osi”]
  • Trance: stato psicofisiologico indotto da ipnosi o raggiunto spontaneamente  da sensitivi, sciamani, medium, ecc., caratterizzato da insensibilità agli stimoli esterni, perdita più o meno completa della coscienza, dissociazione psichica e comparsa di fenomeni paranormali.

Proviamo ad arricchire (mie note)[i]: fame, sete, sonno, fatica sono stimoli sensoriali che nella trance si attutiscono ed a volte sono praticamente assenti.

Nella trance, o almeno in alcune sue forme, ad esempio la web trance (la sparizione del senso del tempo mentre si naviga su internet) si ha anche la scomparsa del bisogno di dormire e questo non è incidentale. Normalmente lo stimolo a dormire viene per consentire il passaggio al sonno, che serve a rielaborare le esperienze diurne. Ma la trance è già dentro il sonno. E il sonno non ha memoria (o quasi). Nei casi limite non si ricorda niente delle azioni compiute in stato di trance.

Dopo un episodio di trance l’individuo, pur avendo poca memoria di cosa è successo, può essere cambiato in modo significativo.

La trance quotidiana: alcune attività apprese bene, come ad esempio guidare l’auto, vengono svolte con un minimo impegno di risorse mentali, in uno stato analogo alla trance. L’individuo guida la macchina ed arriva a destinazione senza pensare a ciò che fa, e arrivato a destinazione non ricorda i gesti compiuti. Né del resto ne ha bisogno. Solo l’imprevisto spezza la trance.

Un caso tipico del guidare in trance è il “pilota automatico”: si prende la macchina per andare da qualche parte e senza accorgersene ci si ritrova sulla strada per andare in ufficio, anche se l’intenzione era diversa. Vale anche in senso opposto, a volte – guidando soprappensiero- ci si ritrova diretti a casa senza averne l’intenzione.

Guerra fredda

Cominciamo da “Guerra fredda” di Frederick Pohl.

Nella presentazione, Sandro Pergameno afferma che “il libro estrapola […] le odierne tendenze sociali e politiche (in effetti la guerra fredda che vi si combatte è anche troppo realistica […])”.

Il romanzo però parla anche dell’oggi e le citazioni sull’ipnosi sono vere.

  • Ipnosi, suggestione e stati alterati di coscienza: valutazione sperimentale della nuova teoria cognitivo comportamentistica e della tradizionale teoria dello stato di ‘trance’ dell’ipnosi” di Barber &Wilson.
  • Ipnosi dal punto di vista contestuale” di Coe & Sarbin.

Notevole il “thinking with” (lo tradurrei con “facciamo finta che…”): “hai mai pensato a come sarebbe il non provare dolore, oppure ricordare il primo giorno di scuola, o non poter alzare il braccio? Se vuoi, prova a pensare a queste cose.”

Tutti quelli del gruppo “thinking with” diedero reazione positiva agli esperimenti sull’ipnosi. Ben più degli altri gruppi. Erano condizionati (in senso pavloviano), direi io.

Coe e Sarbin hanno una teoria sull’ipnosi che chiamano “Visione drammaturgica” Cioè i soggetti ipnotici recitano una parte. Se nell’induzione dell’ipnosi si indica al soggetto che si sta recitando una trama drammaturgica, egli può reagire a queste indicazioni come se fosse invitato a partecipare al dramma in miniatura. Se accetta l’invito, impiega tutte le capacità che possiede per accrescere la propria credibilità nella parte di persona ipnotizzata.

L’Onda

Qui riprendo una descrizione dal web, credo sia un film abbastanza noto (ne abbiamo anche parlato nei forum).

Un esperimento realmente accaduto: le fonti di ispirazione dell‘Onda

Nel 1967 in una scuola superiore di Palo Alto, in California, il professore Ron Jones riscontrava gravi difficoltà nello spiegare ai suoi studenti che cosa fosse il totalitarismo. Gli alunni non capivano come milioni di tedeschi avessero abbracciato le posizioni estreme del regime nazista, in particolare lo sterminio degli ebrei. Jones decise dunque di sperimentare un diverso tipo di approccio didattico, utilizzando sui ragazzi gli stessi strumenti impiegati dalla propaganda nazista: disciplina, spirito di corpo, riti, simboli, canti. Il nome del gruppo era The Third Wave (tradotto “La terza onda”, che in un maremoto o uno tsunami è sempre l’onda più grande e terribile). Il risultato fu un’esplosione di fanatismo e violenza. Le ragioni del disastro, teorizzò poi il professore, vanno cercate nel fatto che «molti di quei ragazzi non avevano una comunità, una famiglia di riferimento, un senso di appartenenza». Dell’accaduto si parlò pochissimo, le fonti disponibili sono quasi esclusivamente il giornalino della scuola e il diario dello stesso Ron Jones.

L’esperimento carcerario di Stanford

(Riassumo da wiki)

L’esperimento di Stanford fu un esperimento psicologico volto a indagare il comportamento umano in un ambiente in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza.

L’esperimento prevedeva l’assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato.

Il celebre esperimento fu realizzato nell’estate del 1971 nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, dove fu riprodotto in modo fedele l’ambiente di un carcere.

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di perdita dell’identità personale.

I risultati di questo esperimento andarono molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento, suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati e dall’altro un certo disappunto da parte delle guardie.

In conclusione

Credo si possa vedere come da tempo esistano tecniche collaudate per manipolare le masse, in particolare quando l’individuo è isolato e perde la propria identità individuale. Tali tecniche possono essere viste come ipnosi di massa e portano in stati di trance[ii], stati intermedi tra la veglia e il sogno che normalmente sarebbero instabili, ma sotto una sollecitazione continua tendono a consolidarsi.

Nel caso del Covid-19 c’è in aggiunta un ritorno dell’antico: le vittime umane. Come nei giochi gladiatori della Roma imperiale (i circenses) la recita funziona molto meglio se ci sono i morti, non c’è bisogno della collaborazione volontaria degli spettatori. Ci pensa la paura a tenere solidamente assieme la recita.

Eppure si potrebbe andare ancora indietro, alla tragedia greca, ben studiata da Nietzsche (“La nascita della tragedia”). Lo riassume Giorgio Colli nella Introduzione. “Noi siamo circondati dallo spettacolo, tutto oggi è spettacolo, non soltanto il teatro, il cinema o la televisione. […] Perciò si rimane atterriti, quando viene qualcuno a rivelare che cosa fu la tragedia greca. D’un tratto ci si accorge che quello non era soltanto un vedere, che quello spettacolo era l’essenza del mondo, contagiante, soverchiante gli oggetti che crediamo reali.”

Perché la recita?

Sono circolate molte spiegazioni della recita Covid. Qui provo a dare qualche spiegazione aggiuntiva.

Una prima risposta forse la dà “Q” di Luther Blisset.

“Il piano. Quello a cui Carafa sta lavorando da tutta la vita.[…] Imporre un ordine al mondo. […] Carafa ha capito su cosa si fonda un potere millenario. Un messaggio semplice: il timore di Dio. Un apparato gigantesco e complesso che lo inculchi nei costumi e nelle coscienze. Diffondere il messaggio, gestire il sapere, osservare e vagliare l’animo degli uomini, inquisire ogni spinta che osi oltrepassare quel timore. Carafa si è arrogato l’immane compito di aggiornare le fondamenta di quel potere, alla luce dei tempi nuovi.”

Paco Ignacio Taibo II (“Ritornano le tigri della Malesia”) mi sembra rispondere meglio di Luther Blisset alla grande domanda, cosa spinge la voglia di potere.

“E’ la messa in scena. E’ poter dirigere l’esecuzione di un’opera di colossali dimensioni. E’ creare un regno da favola, con labirinti, sottomarini e castelli rococò, migliaia di schiavi, migliaia di morti, un regno basato sul terrore, sulla manipolazione e l’inganno, l’avidità e la paura. Si tratta, signori, della meravigliosa possibilità di dirigere un’opera complessa come questa, nella quale voi avete un piccolo ruolo.”

 

Ottobre 2020

Truman

 

Note:

[i] Qui c’è di fondo una visione che avevo espresso in un precedente articolo: Una visione integrata dei processi mentali

[ii] Su questi aspetti avevo anche scritto “La fiaba infinita”.