La marcia su Islamabad è ancora lunga

Il premier pakistano Imran Khan, silurato dagli americani per le sue aperture a Russia e Cina, sta occupando la capitale con milioni di sostenitori, mentre il nuovo governo schiera l'esercito

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Marco Di Mauro

Avanti.it

Mercoledì 30 marzo Imran Khan, allora presidente del Pakistan, si è trovato senza il terreno sotto i piedi. Il Muttahida Qaumi Movement – Pakistan, partito della coalizione che gli garantiva la maggioranza all’Assemblea Nazionale, ha votato contro la fiducia al suo esecutivo, facendo salire a 177 i voti d’opposizione – cinque in più dei 172 richiesti in un parlamento di 342 membri come quello pakistano. Già tutti i suoi avversari politici reclamavano le dimissioni, fiutando la sconfitta certa e sogghignando all’americana. Sì, perché il capo dell’esecutivo non era mai stato ben visto dai padroni a stelle e strisce del Pakistan, che hanno sempre mal visto la politica estera fin troppo indipendente di Khan e del suo partito Pakistan Tehreek-e-Insaf, che con le sue aperture a est minacciava di compromettere l’economia del paese: a tutti gli effetti una colonia americana, fondamentale sia economicamente per la produzione della droga da smerciare nei paesi occidentali, sia geopoliticamente come baluardo di controllo dell’Afghanistan (prima della disfatta dell’agosto 2021, come vedremo) e come deterrente tanto agli interessi russi quanto dell’India, nemico storico del Pakistan, che ne blocca fisicamente qualunque spinta terrestre verso occidente.

Quando nel 2018 Imran Khan è salito al potere è stato fondamentale l’appoggio dei vertici militari del Pakistan, solidi alleati degli USA sin dal Mutual Defense Assistance Agreement del 1954. Ma la politica dell’esecutivo è stata fin da subito di altre vedute, aprendosi a molteplici contatti con Mosca, con cui sono stati decisamente rinforzati i rapporti, tanto che proprio il 24 febbraio, il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, Khan era a colloquio con Putin. Questa situazione ha portato a un avvenimento piuttosto insolito: addirittura 23 ambasciatori accreditati nel paese hanno emesso contemporaneamente un comunicato in cui si chiedeva al paese una condanna formale della Russia. La reticenza dell’esecutivo a muoversi in questo senso ha portato allo scontento non solo degli americani, ma anche dell’esercito, che in uno schieramento decisamente atlantista di Islamabad vedeva anche un differenziarsi dall’India, che invece non si è mai espressa a favore di nessuno dei contendenti. Eppure, proprio l’instaurarsi della partnership tra Nuova Delhi e Washington in funzione anti-cinese ha favorito la cementazione definitiva dei rapporti tra Islamabad e la sua storica alleata, Pechino, tanto che sotto il governo Khan sono avanzati decisamente i progetti commerciali e infrastrutturali del “Corridoio Economico Sino-Pakistano” (CPEC), sviluppato nell’ambito della Nuova Via della Seta.

Per gli USA, dal canto loro, dopo la disfatta in Afghanistan i rapporti col Pakistan sono cambiati in maniera brusca e decisiva, soprattutto per la dura requisitoria scritta da Imran Khan e pubblicata dal Washington Post in cui non solo non si esprimeva solidarietà alcuna nei confronti dello storico alleato, ma gli si addossavano tutte le colpe della disfatta; ciliegina sulla torta: il Pakistan ha fatto capire di non avere alcuna intenzione di fare da base militare americana in funzione anti-taliban. Stando queste condizioni, si potrebbe leggere l’escalation militare al confine afghano-pakistano come un tentativo americano di modificare i propositi di Islamabad? Assai eloquente rispetto al gelo diplomatico tra i due paesi il fatto che sin dal suo insediamento Joe Biden non ha mai fatto visita a Imran Khan, né gli ha mai telefonato, puntando invece sul rafforzamento del coinvolgimento di Narendra Modi nel Quadrilateral Security Dialogue – Quad, che comprende USA, India, Australia, Giappone e ha una chiara funzione di contenimento della Cina e controllo del Sud-Est Asiatico – associazione che dopo esser stata per anni congelata ha visto negli ultimi sei mesi due riunioni dei paesi coinvolti.

Un’altra bella gatta da pelare per gli americani, che, constatata l’inarrestabilità della vocazione orientale in politica estera del governo Khan, hanno organizzato la sua destituzione. Trovato subito l’appoggio dei partiti d’opposizione, la Pakistan Muslim League – Nawaz insieme ai fondamentalisti di Jamiat Ulema-e-Islam – Fazl e al Pakistan People’s Party, a suon di dollari sono riusciti a guadagnarsi anche i già citati alleati del MQM-P e perfino venti parlamentari del PTI, il partito di Imran Khan. Così, il 3 aprile già tutti davano per certa la caduta del governo, ma il presidente si è giocato tutte le carte che aveva: prima ha provato a comprarsi a sua volta i fuoriusciti, promettendogli alti e danarosi incarichi a livello regionale; poi ha esibito tutte le prove del coinvolgimento americano nella mozione di sfiducia al suo governo, leggendo in diretta televisiva la lettera inviatagli da un non meglio precisato funzionario degli Stati Uniti, che conteneva una aperta minaccia: «Se il voto di sfiducia ha successo, noi ti perdoneremo. Se non ha successo, e Imran Khan rimane il primo ministro, allora il Pakistan si troverà in una situazione difficile.». Così il 3 aprile si arriva a un nulla di fatto, e il presidente della repubblica Arif Alvi scioglie le camere per interferenze straniere. Khan, ringalluzzito, denuncia apertamente le influenze, favorite da alte cariche dell’esercito e da membri del suo stesso partito, e arriva a fare il nome del mittente della lettera minatoria: si tratta dell’americano Donald Lu, assistente al segretario di Stato per l’Asia Centrale e Meridionale.

Ma i nemici non mollano, e il 10 aprile la sfiducia diventa realtà: Imran Khan non è più il primo ministro del Pakistan. Non si passa per le elezioni, perché l’appoggio popolare al premier è enorme, così l’Assemblea Nazionale elegge come primo ministro il filo-americano Shahbaz Sharif, del PML-N. Tuttavia, Khan non ci sta a terminare il suo mandato con un anno di anticipo, e si appella all’ultimo sostenitore che gli è rimasto: il popolo pakistano. Iniziano proteste di piazza in tutto il paese, ignorate completamente dai media occidentali, e disordini che durano un mese, brutalmente repressi dalla polizia. Vogliono le dimissioni del presidente fantoccio, nuove elezioni generali e trasparenza sulle ingerenze straniere; di fronte al silenzio delle istituzioni rispondono il 25 maggio con una marcia sulla capitale Islamabad, alla testa della quale vi è per la prima volta Imran Khan, che si era ritirato nella sua residenza alla periferia della capitale: decine di migliaia di cittadini bloccano tutte le attività del governo Sharif, e la polizia non può più contenerli: «Sono rimasti feriti in totale 27 membri del personale di sicurezza, tra cui 18 poliziotti e nove paramilitari» afferma un comunicato. Anche una stazione della metropolitana è stata data alle fiamme, e fanno il giro dei social le immagini della brutalità poliziesca, che non ha lesinato l’utilizzo di gas lacrimogeni anche contro i bambini. Per ora, nessuna delle due parti ha intenzione di mollare, ma la mattina del 26 la tensione è salita alle stelle quando, dopo due mesi di dichiarata neutralità, sono scese nelle strade di Islamabad le truppe della Pak Fauj, l’esercito regolare pakistano. Ciononostante, il popolo ha continuato a confluire nella capitale, sfilando per le strade, tanto che ad oggi alcune fonti parlano di milioni. Tra i dubbi esiti per una parte e per l’altra, una cosa è certa: la violenza non è ancora cessata.

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