LA GRAZIA, UN'INTERPRETAZIONE PSICOANALITICA

Nell’ultima pellicola di Paolo Sorrentino, l’anomalia giuridica della “grazia” da concedere a un condannato e il varo di una legge sull’eutanasia aprono uno squarcio nella coscienza di tutti.

LA GRAZIA, UN'INTERPRETAZIONE PSICOANALITICA

Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org

Il fumo della Freccia Tricolore dipinge il cielo con la grandezza delle idee umane. Per un attimo s’è scritto “Italia” nel cielo, Italia come un ideale. Ma il verde, il rosso, il bianco si mescolano nell’informe per presto svanire… resta l’azzurro. Come se noi, la patria, la legge non fossimo mai stati. Sono evanescenti, le “illusioni” piccole o grandi su cui fondiamo un’intera vita, ma la scena d’apertura dell’ultimo film di Paolo Sorrentino non potrebbe essere più densa.

Nella pellicola, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e premiata dal successo al botteghino, l’Autore non solo mostra la nota maestria estetica e simbolica, ma conferma quella speciale curiosità che gli consente un’indagine godibilissima dei caratteri degli umani, come solo il suo conterraneo Eduardo de Filippo aveva saputo fare.

Il carattere, i caratteri delle persone. Un carattere è destino, si dice; Sigmund Freud l’avrebbe sottoscritto e così facciamo noi, guardando il film. Ma quando il protagonista Presidente De Santis svolta, riuscendo a sperimentare per un attimo, lui soprannominato “cemento armato”, la leggerezza dell’astronauta mentre tocca il mistero della grazia - “una ferita che brilla”, “una lacrima che fa sorridere” - comprendiamo che il destino stesso può servirci carte tali da invertire il determinismo del nostro carattere. Tali “carte” vengono appoggiate al tavolo di gioco, però, nei rari momenti in cui siamo pronti a valercene, come nell’imminenza di una fine.

Premetto che questo articolo adotta la prospettiva della psicologia psicodinamica, per cui l’interpretazione della pellicola, prima di allargarsi alle grandi questioni, stringe l’obiettivo proprio sul “carattere” del protagonista: saranno le scelte dettate dalla sua evoluzione interiore a farci capire cosa succede dentro di noi, quando affrontiamo dilemmi morali da cui magari dipende il destino di una famiglia, di una comunità oppure di un intero popolo. Con questo taglio vedremo come istanze profondamente personali invariabilmente si collochino alla radice delle decisioni grandi o dell’adozione dei grandi valori.

Da otto anni il Presidente De Santis ha smesso di appassionarsi all’esistenza, da quando ha perso la moglie amatissima. Il settennato presidenziale sta per concludersi, De Santis lo guarda apparentemente impassibile, come quando lui e tutta la rappresentanza del Quirinale assistono immobili allo scatenarsi di uno scroscio d’acqua sull’anziano presidente del Portogallo, che lo fa cadere sul selciato. Vedono, ma non fanno.

In verità, forse da sempre è stato tetragono rispetto a ogni manrovescio del destino, tragico o comico che fosse, meritando il soprannome di “cemento armato”. Ha attraversato tutto da indenne, il che è quasi come dire di non aver vissuto. Se lo comincia a domandare, se abbia mai davvero vissuto, mentre fuma la sigaretta quotidiana sul tetto del Quirinale, a conclusione della giornata e in compagnia del corazziere tuttofare Labaro.

La moglie era tutto, per lui, l’aveva scelta perché il suo cammino si levava a qualche metro da terra, come sospeso. Lei possedeva il segreto non solo della leggerezza – a lui, così “pesante”, del tutto ignoto - ma anche quello dei colori, che amava indossare tutti nelle diverse stagioni. Chi conosce il “significato” dei colori sa emozionarsi: impara, cioè, a comprendere e gestire la vita, perché ne coglie il segreto. “La sa”, la vita.

Per lui e per il pluridecorato generale delle Forze armate con cui dialoga nel film, invece, le emozioni erano un linguaggio dimenticato: “Chi, come noi, sceglie la legge o l’esercito lo fa nell’illusione di proteggersi dal pericolo e dallo sconvolgimento delle emozioni”, gli dice il generale (cito ricostruendo, poiché non ho il testo preciso della sceneggiatura). “Ma non ha funzionato”, gli risponde De Santis. Per fortuna, potremmo dire noi.

Forse, lui e la moglie formavano una di quelle coppie che si vedono spesso nella quotidianità - per esempio lui segaligno, lei imponente - composte da persone completamente diverse l’una rispetto all’altra che si completano, affidando all’altro la gestione di aspetti delle cose cui si sentono impreparati.

Il problema di De Santis era, però, che sembrava aver affidato alla moglie qualcosa di troppo essenziale, il contatto stesso con l’esistenza. Ecco perché, in assenza di lei, De Santis la vita non riusciva più a sentirla, abituato com’era a sperimentarla attraverso di lei come per osmosi. Il motivo? Con tutta probabilità, penseremmo noi psicologi, aveva ben presto nel suo sviluppo dovuto proteggersi dalle emozioni, perché forse completamente impreparato ad approcciarle. Tutto questo lui, ovviamente, non lo sa.

Ma le sfide che rischia di lasciarsi sfuggire stavolta sono troppo importanti per procrastinarle come sempre, dicendo “ho bisogno di ulteriore tempo di riflessione”. La carica di Presidente sta per concludersi, forse lui passerà alla storia come il più “democristiano” tra i suoi predecessori. Urge firmare o meno una legge che legalizzi l’eutanasia, così come decidere se concedere la grazia a due persone che hanno commesso omicidio con circostanze attenuanti, Isa La Rocca e Cristiano Arpa.

Come sempre s’affacciano l’indecisione, la mancanza di coraggio.

Un uomo così, che ha sepolto sé stesso sotto uno scafandro impenetrabile, paradossalmente fa il giudice, ma nel suo intimo sarebbe impossibilitato a decidere alcunché. Non può comprendere le cose più banali, perché non ha in sé la bussola del sentire. Non “sentendo” nulla su di sé, non può gerarchizzare il mondo sulla scala di un giudizio di valore personale. Come può accedere da dentro al mondo dei valori chi non riesce nemmeno a emettere un giudizio personale sulle cose, a cominciare da un “mi piace o no”? Ecco perché ha scelto di affidarsi alla bussola più “sicura” che ha trovato, la Legge: scritta dalla storia, sancita dall’auctoritas. La sua intelligenza – dote che spesso si trova in coloro che negano o rimuovono le emozioni – e la sua necessità di “sentirsi qualcuno” l’hanno condotto verso una brillantissima carriera accademica il cui capolavoro è un trattato di 2400 pagine: di tante ha avuto bisogno uno che, non sentendo la vita da dentro, ha dovuto circumnavigarla, descriverla, riprodurla imitativamente su carta in tutte le sue possibili casistiche e tornanti, poi esaminarle ossessivamente alla fredda luce della teoria. In questo vedo una irresistibile ironia, marchio di fabbrica dello stile di Sorrentino: le grandi cose che facciamo sono spesso il frutto di un equivoco. Ci “arrabattiamo” non sapendo il perché, diventiamo magari degli “esperti”. E come diceva un mio caro amico, tante volte “l’esperto è un imbecille organizzato”.

La vita di De Santis, da sempre incagliata nel rimuginio ossessivo, ora dà stranamente spazio al confronto. De Santis si apre all’ascolto, forse per la prima volta da quando ha perso la moglie: con il Papa, con l’”amico” confidente Labaro, con la musica rap, con la figlia. C’è chi gli fa intuire che la sofferenza di un cavallo morente sta avvenendo davvero, chi gli fa sentire nostalgia della leggerezza e di una libertà di cui non ha mai goduto, chi gli fa comprendere che la sua ricerca della decisione “giusta” è vana, perché viviamo tutti al buio. Non c’è qualcuno che abbia scoperto il segreto della “eterna e incontrovertibile giustizia”.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Stranamente, si apre ai significati simbolici degli eventi e la sua ricerca di sé si rimette in moto, come in una seconda occasione d’adolescenza.

Perché è tanto incuriosito dall’astronauta in orbita e tenta di toccare, sullo schermo, la sua lacrima sospesa nell’aria? La meraviglia per quella lacrima che fluttua fa passare l’astronauta da pianto al riso, nella più piena commozione di sé e della situazione umana. Solo se si cambia prospettiva si può passare dalla disperazione al sorriso.

Anche De Santis comincia a cambiare prospettiva. Era pesante, schiacciato a terra dalla scelta di affidarsi alla legge, a ciò che si “deve”, a ciò che è stato lungamente dibattuto e detto dai grandi. Lui non aveva più spazio, schiacciato sotto tutto quel sapere non suo. Ma il mistero della “grazia”, quell’eccezione del diritto in cui il diritto sfonda sé stesso, come ad ammettere che nella vita il diritto non basta, prepara un cambiamento. Non a caso la “grazia” è un concetto che proviene dalla religione, e identifica la salvezza che l’uomo ottiene non per suo merito, ma a prescindere da esso, come frutto dell’amore di Dio per lui.

Concedere la grazia non è “giusto”, ma è un atto di pìetas, ovvero d’amore.

Ed è a questo secondo paradigma, quello del sentire, della pìetas, “dell’amore per l’umano” che approda de Santis. In maniera irrituale, avendogli aperta la strada la figlia (a sua volta rigidissima e perfetta seguace del padre e dei suoi principi sino alle svolte del film) va a visitare personalmente il condannato, perché sente che gli occorre incontrare la vita vivente, la vita vissuta.

Rimane toccato dai suoi racconti, anche perché si sta nel frattempo confrontando con la soluzione beffarda dell’enigma che lo aveva incatenato da quarant’anni: il tradimento della moglie. È sorprendente come, alla rivelazione da parte dell’amica Coco di esser stata lei l’amante della moglie, anziché la rabbia emerga, anche qui, la “grazia”: si danno la mano, consapevoli del fatto che la sofferenza li affratella. È qualcosa di analogo al perdono, con un elemento in più: uno stato appunto di grazia in cui, tanto “grato” alla vita per com’è, puoi permetterti il lusso di perdonare l’altro, qualche volta concedendo a te e a lui una “seconda nascita”, mentre sai che questo può anche non accadere. Con il termine “grato” ci troviamo a che fare con la profondità dell’etimologia, che accomuna il termine “grazia” alla gratitudine; la psicoanalista Melanie Klein concorderebbe. Sempre stando all’etimologia, il termine “disgraziato” riporta all’esser fuori dalla grazia di Dio. Il mio supervisore mi ricordava d’aver osservato in parecchi pazienti che la “grazia” la concedono spesso i figli adulti ai loro genitori manchevoli, a volte irrimediabilmente stronzi. Quando i figli ce l’hanno fatta, concedono “la grazia” ai genitori, magari anche in assenza di un loro pentimento, in assenza persino della possibilità che cambino. Li sia ama a prescindere. La misericordia viene dal cuore, e riconosce nell’altro una dignità che viene prima e va al di là persino dei suoi “peccati”. Anche di quelli inemendabili.

De Santis decide, per la prima volta, “da dentro”. Perché ha capito che non c’è una verità “già scritta”. Il compito umano è scoprirla con le nostre forze, ogni giorno. La nostra non può essere una morale eterodiretta, deve provenire da dentro, da una messa in dialogo di cuore e ragione, e si affaccia al mondo ogni volta come una nuova nascita. È la “morale umanistica” di cui ha parlato Erich Fromm, che non è relativistica, ma individua la fonte dell’etica nell’uomo stesso, autonomamente capace di darsi le norme per autorealizzarsi, e non nell’autorità, come accade in chi si riferisca a una “morale autoritaria”. In parallelo, potremmo citare il superamento da parte dell’adolescente e poi del giovane uomo dei principi, dei valori, degli stili e delle norme di vita sino ad allora dettati dai genitori e pedissequamente seguiti, a favore di quelli che egli stesso scopre nel suo cammino. Ora De Santis non ha più bisogno di stampelle, né dalla moglie, né dalla legge, né di eseguire quanto prescrive il cattolicesimo, cui pure è devoto. Può essere libero e leggero anche davanti alla scelta più forte.

Non concede la grazia al professore, poiché in lui riconosce il sé stesso pusillanime, meschino, “rotto”, quello che è sopravvissuto a sé stesso inaugurando una “non vita”. In questo, il codice che adotta è quello di una “legge naturale”, forse scritta nel libro della vita, che gli fa dire: l’esistenza di ciascuno non dev’essere sprecata, l’imperativo è fiorire. La grazia è concessa invece a Isa Rocca, seppur non si sia mai pentita: ha agito per amore, o meglio: stando dentro al suo strano modello malato d’amore, che non le lasciava scampo nel rapporto con il marito.

L’eutanasia, infine: facendo appello a ciò che sente, contravviene alla sua legge, quella del cristianesimo, e decide che si può alleviare l’atroce pena di chi abbia giorni d’assoluto dolore. In questa scelta supera sé stesso, in una “conversione” che il cattolicesimo direbbe “al contrario”. Chissà che ne avrebbe detto Gesù.

Ora, non mi addentro nella discussione sull’eutanasia; mi astengo dallo sposare o dal combattere, qui, la scelta dell’Autore. Valga il contributo dell’artista, a muovere la vostra riflessione e il vostro dibattito.

Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org

17.03.2026

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